l’Inchiostro è la grande arma-missile in tutte le battaglie dei dotti. Esso è impiegato attraverso una sorta di macchine chiamate penne, un numero infinito delle quali viene scagliato contro il nemico dai prodi di ambo i lati con pari destrezza e violenza, neanche fosse un combattimento di Porcospini. Questo liquido maligno fu composto, dagli ingegneri che lo hanno inventato, di due ingredienti, Bile e Vetriolo, onde assecondare in certa misura oltre che fomentare il genio dei combattenti con la sua asprezza e velenosità. E così come i Greci, dopo un conflitto, quando non riuscivano a mettersi d’accordo su chi avesse vinto, solevano innalzare trofei da ambo i lati, la parte sconfitta accettando di sostenere le stesse spese per non perdere la faccia (lodevole e antica usanza, di recente felicemente ripresa nell’arte della guerra), così anche i Dotti, dopo una disputa accanita e cruenta, chiunque abbia avuto la peggio, appendono i loro trofei da ambo le parti. Questi trofei recano ampie iscrizioni con i meriti della causa; un resoconto pieno e imparziale della tale battaglia, e di come chiaramente la vittoria abbia arriso alla parte che li ha esposti. Al mondo questi sono noti sotto vari nomi: Dispute, Argomenti, Repliche, Brevi Considerazioni, Risposte, Ribattute, Annotazioni, Riflessioni, Obiezioni, Confutazioni. Per pochissimi giorni rimangono affissi in ogni luogo pubblico, da essi stessi o dai loro rappresentanti, affinché i passanti li contemplino, dopodiché i più importanti e grandi vengono spostati in certi magazzini che chiamano Biblioteche, dove rimangono in un quartiere loro assegnato, e da allora in avanti cominciano a essere chiamati Libri di Controversie.
Jonathan Swift, La battaglia dei libri, Gallucci, a cura di Masolino D’Amico, illustrazioni di Guido Scarabotto
Come qualmente Panurgo si consiglia con Pantagruele per sapere se deve ammogliarsi.
Poiché Pantagruele nulla rispondeva, Panurgo continuò e disse con profondo sospiro: — Signore, avete inteso la mia risoluzione: ho deliberato di ammogliarmi salvo il caso che siano per mala ventura, sbarrati, chiusi e tappati tutti i buchi. Per l’amore che sì lungo tempo aveste per me, ditemi, vi supplico, il vostro avviso. — Poiché, rispose Pantagruele, avete tratto il dado, e così avete deciso e fermamente risoluto, non occorre più parlarne; non resta che procedere alla esecuzione. — Ma, disse Panurgo, nulla vorrei eseguire senza vostro consiglio e buon avviso. — Del vostro avviso sono, rispose Pantagruele, e ve lo consiglio. — Ma, disse Panurgo, se voi conosceste esser meglio per me restare come sono, senza avventurarmi a novità, preferirei non prendere moglie. — Moglie dunque non prendete, rispose Pantagruele. — Ma, disse Panurgo, vorreste voi che rimanessi soletto tutta la vita senza coniugal compagnia? Ben sapete che fu scritto: Vae soli! L’uomo solo non ha mai il sollievo che ha lo sposato. — Sposato siate dunque, perdio, rispose Pantagruele. — Ma se, disse Panurgo, la donna mia mi facesse becco (e voi sapete che abbondante raccolto ne abbiamo quest’anno) ciò basterebbe a farmi uscir dai gangheri della pazienza. Non voglio male ai becchi, no; mi sembrano brave persone e le frequento volentieri; ma, a costo di morire, non vorrei essere dei loro. Troppo a me questo punto punge. — Punto, dunque non vi sposate, rispose Pantagruele; poiché vera e senza eccezione è la sentenza di Seneca che dice: ciò che ad altri avrai fatto, sarà fatto a te. — Senza eccezione, dite? domandò Panurgo. — Senza eccezione, dice Seneca, rispose Pantagruele. — Oh, Oh! disse Panurgo, corpo d’un piccolo diavolo! Ma egli deve intendere: o in questo mondo, o nell’altro. E dacché io senza donna non so stare, più che cieco senza bastone (bisogna ben far trottare il bischero, se no, come vivere, perdio!) non è meglio dunque che m’associ a una onesta e savia donna invece di mutare ogni giorno come faccio, con rischio continuo di legnate e, peggio, di bubboni? Poiché le mogli d’altri, quando son dabbene, non valgono una patacca, non se l’abbiano a male i lor mariti. — Maritatevi dunque, perdio, rispose Pantagruele. — Ma se, disse Panurgo, sposassi una donna dabbene (così Dio volesse) e poi mi picchiasse, sarei più paziente di Giobbe a non montar su tutte le furie. Infatti m’han detto che coteste donne tanto dabbene hanno comunemente la testa matta, per ciò è buon aceto in casa loro. Ed io l’avrei anche più matta e tanto e stratanto gli picchierei la sua piccola oca (cioè braccia, gambe, testa, polmoni, fegato e milza) e tanto maledettamente gli frantumerei le vesti a forza di legnate che l’arcidiavolo aspetterebbe alla porta la sua anima dannata. Di tali trambusti farei volentieri a meno per quest’anno e sarei contento di non entrarvi punto. — Punto dunque non v’ammogliate, rispose Pantagruele. — Ma se, disse Panurgo, nello stato in cui sono, senza debiti e non sposato… (notate che ho detto senza debiti per mia mala sorte. Infatti essendo ben carico di debiti, i miei creditori si darebbero la massima cura di mia Paternità). Ma pari con tutti e senza moglie, non ho alcuno che si curi di me e mi porti amore tale quale dicono essere l’amore coniugale. E se per caso cadessi malato, non sarei trattato che a rovescio. Il saggio dice: Là dove non è donna (madre di famiglia, intendo, e moglie legittima) il malato è in gran pericolo. Ne ho visto chiara prova in papi, legati, cardinali, vescovi, abati, priori, preti e monaci. Ora non io vorrò mai ridurmi in quello stato. — Stato coniugale cercate dunque perdio, rispose Pantagruele. — Ma se, disse Panurgo, essendo malato e impotente al dovere maritale, la mia donna, insofferente di tal languore, s’abbandonasse ad altri e non solamente non mi soccorresse in caso di bisogno, ma si burlasse anche della mia calamità e, ch’è peggio, mi derubasse, come ho visto spesso avvenire, finirei per impiccarmi e correre pei campi in farsetto. — Non sposatevi dunque, rispose Pantagruele. — Ma allora, disse Panurgo, non avrei mai figli né figlie legittimi, nei quali sperar di perpetuare il nome ed il blasone: ai quali lasciar l’eredità e i nuovi acquisti (ne farò di belli una di queste mattine, non dubitate, e purgherò per giunta i miei beni da ogni aggravio) e coi quali rallegrarmi quando sia malandato, come vedo fare ogni giorno al vostro tanto benevolo e buon padre con voi e come fanno tutte le persone dabbene tra le pareti domestiche. E così, essendo senza debiti, senza moglie e per avventura di malumore, parmi che invece di consolarmi del mio mal ridiate. — Maritatevi dunque, perdio, rispose Pantagruele.
François Rabelais, La vita di Gargantua e di Pantagruele Formigli, Traduzione di Gildo Passini
159. Anna Sto scrivendo una cosa in tre parti la cui prima parte è la sbobinatura del monologo su Delitto e castigo, si intitola Roba mia, ho quasi finito, metto qui sotto un paragrafo.
La donna che, nella vita di Dostoevskij, gli dà una regolata, quella che lo mette in riga, è una ragazza che ha 25 anni meno di lui, si chiama Anna Grigor’evna, e è la sua seconda e ultima moglie.
Dopo il matrimonio, all’inizio del 1867, lei ha vent’anni, lui 45, per liberarsi dai creditori, Dostoevskij decide che il viaggio di nozze lo faranno all’estero.
Siccome lui di soldi non he ha, partono coi soldi di Anna, che vende il pianoforte e i gioielli. Devono stare via 4 mesi, staranno via 4 anni.
La prima città dove vanno è Dresda, dove c’è una pinacoteca con la Madonna Sistina, di Raffaello, che Dostoevskij considera «il massimo capolavoro creato dal genio umano». Negli ultimi mesi della sua vita, ne avrà una riproduzione nel suo studio.
Anna Grigor’evna e Fëdor Michajlovič visitano la Pinacoteca, poi Dostoevskij dice alla moglie una cosa del tipo: «Poco distante da qui c’è una città, Homburg, dove c’è un bellissimo casinò, mi piacerebbe tanto andare due o tre giorni a giocare alla roulette, ma non posso andare e lasciarti qui da sola, non vado».
«Il diritto di inventare menzogne appartiene esclusivamente al governo?». L’autore – sincero amico della libertà inglese – stabilisce di no, rispondendo a tutte le argomentazioni del partito opposto con grande acutezza: essendo il governo dell’Inghilterra in parte democratico, il diritto di inventare e diffondere menzogne politiche si ritrova parzialmente anche nel popolo, e il suo forte legame con questo giusto privilegio ha brillato con gran lustro negli ultimi anni; accade molto spesso, infatti, che al buon popolo non restino altri mezzi per abbattere un ministero e un governo di cui è stufo che quello di esercitare questo suo indiscusso diritto; e che siccome i ministri fanno spesso uso di menzogne per sostenere il loro potere, è del tutto ragionevole che il popolo debba impiegare la stessa arma per difendersi e cacciarli via.
Jonathan Swift, L’arte della menzogna politica in “Un serio vademecum satirico per farsi beffe di potenti, fanatici e lacchè, Piano B edizioni
Come il dono di una pianta ha aiutato Emma Freud a conoscere finalmente il suo bisnonno
Questa è la mia storia con la begonia. Sono pronipote di Sigmund dal 1962 e, attraverso quella linea di sangue, avevo ben poco da mostrare. Ma attraverso una lunga catena di gratitudine, gentilezza, amicizia (e lussuria), una piccola pianta verde e viola mi ha radicato nel terriccio del mio passato. Alla fine, sono stati amici e sconosciuti a permettermi di superare la distanza ereditata dai miei parenti passati e a presentarmi alla mia strana e riservata famiglia. La mia talea ha appena propagato il suo primo nuovo germoglio. La trasmetterò con amore.
Quando siete in società guardatevi dal parlare troppo di voi, e non cercate di impadronirvi della conversazione. Aggiungo un punto importante: non aspettate che vi venga in mente qualcosa da dire, prima di parlare. Per brillare in società basta volerlo. Un profluvio di parole sostituisce benissimo il pensiero. Ho visto molte persone che non pensano, non ragionano, sono prive di eleganza e di grazia, ma capaci di parlare con autorevolezza di cose che non conoscono minimamente: spudorati che mentono su tutto ciò che dicono: ebbene, quasi sempre costoro, in una conversazione prevalgono su persone intelligenti, modeste e autentiche che detestano la menzogna e i luoghi comuni. Ricordate: la modestia è nemica della loquacità; mentre si pensa a ciò che si vuol dire, si perde l’attimo. Per essere convincenti bisogna frastornare l’uditorio.
Crébillon figlio, I turbamenti del cuore e dello spirito
Si vedeva da alcuni giorni attraversare il centro della città nell’ora del massimo movimento, un uomo che agitava un campanello di bronzo. Il campanello era piccolo, l’uomo poteva reggerlo delicatamente fra il polpastrello di due dita facendolo squillare di continuo; e il suono era fresco, limpido, gioioso. Quel suono, tutt’altro che sgradevole all’orecchio, tutt’altro che antipatico, produceva tuttavia ogni giorno maggiore interesse e curiosità nel pubblico, finché un agente di polizia intimò all’uomo di smetterla senza un attimo d’indugio; a cui l’uomo obbedì ipso facto. Ma il dì seguente passò di nuovo seguitando ad agitare con la massima leggerezza e vivacità il suo campanellino di bronzo. Intorno a quest’affare che sembra della massima semplicità e d’importanza trascurabile, s’era levato un grande strepito e la popolazione a poco a poco si trovò divisa in due squadre pro e contro l’uomo del campanello. Ritenevano i più trattarsi di un sordomuto che intendeva con quel mezzo gentile, corretto e grazioso comunicare coi propri simili, produrre la sua parte di rumore nel generale trambusto, assumere il suo piccolo ruolo nell’umano consorzio rumorosissimo, dimostrandosi uomo civile e socievole nel più alto grado. Altri invece parlavano di un delinquente raffinato, straordinario, come non era mai capitato al mondo. Chi sa quali mostruose macchinazioni si celavano sotto quell’apparente, innocentissimo suono: un uomo dunque da togliere dalla circolazione senza pensarci un secondo per evitare danni incalcolabili alla società. Altri infine assicuravano essere perfettamente vano ogni sforzo e ogni intervento, essendo l’uomo del campanello niente altro che il diavolo vento in terra perché ormai in possesso della corrotta umanità al completo, tanto che un brigadiere, e questa volta con ragione di accusa per disobbedienza agli agenti dell’ordine, dichiarò l’uomo del campanello in stato d’arresto. Fra i processi singolari quello dell’uomo col campanello, negli annali della giustizia occupa un posto a sé. Più di un avvocato si offrì spontaneamente di difenderlo d’ufficio. Osservò il suo difensore: «Di fronte alle campane che cosa diviene mai quel minuscolo campanello? Non bisogna dimenticare quelli che passano cantando o che a fischiare si dilettano. È rivolta la loro attività ad uno scopo preciso? pratico, indispensabile, utilitario? No, eppure, ch’io mi sappia, nessuno pensò mai di dichiararli in arresto.»
Infine, il presidente intimò, come appello definitivo: «Dica l’uomo il perché del suo proposito, se intende beneficiare della clemenza della legge.» Quindi, si rivolse all’uomo in tono persuasivo, paterno: «Forniteci dunque una spiegazione plausibile del vostro contegno, e con tutta la nostra comprensione e benevolenza vi verremo incontro. Uscirete assolto per inesistenza di reato.» L’uomo, che al momento dell’arresto era stentarello, magrolino e palliduccio, s’era straordinariamente ingrassato; la sua faccia appariva addirittura congestionata tanto era rossa e tonda: alzò un braccio, e il suo movimento produsse nell’aula quel silenzio glaciale che incute terrore quando si produce nella folla di un luogo come quello. Innumerevoli occhi divenivano sempre più grandi quasi volessero uscire dalle orbite per colpire come proiettili qualcuno. Alzò un braccio l’imputato, e portata una mano alla bocca ne estrasse senza visibile difficoltà un piccolissimo campanello che si pose ad agitare gioiosamente e lesto lesto: dindilindilindilindilindilin…
Aldo Palazzeschi, L’uomo dal campanello, Tutte le novelle, Mondadori
Nella famiglia di mio padre anche gli adulti si facevano scherzi con vermi e scarafaggi di gomma; alle vecchie zie grasse si chiedeva di accomodarsi su seggiole traballanti, mentre gli zii facevano vento in pubblico dicendo: «Ehi, tenetevi laggiú», fieri di sé come se avessero fischiettato una melodia difficile. Non c’era verso che ti chiedessero quanti anni avevi senza una filastrocca burlona d’accompagnamento. E con Mary McQuade mio padre recuperava le abitudini familiari, esattamente come tornava a divorare montagne di patate fritte con carne di maiale e torte rustiche dalla crosta spessa e a bere tè nero e forte come una medicina da una teiera di smalto, sempre ringraziando: «Mary, tu sí che hai capito cosa ci vuole a tavola, per un uomo». E subito dopo: «Non sarà ora che te ne trovi uno tuo da sfamare, a proposito?», battuta che gli procurava il lancio dello strofinaccio dei piatti.
Fra le tante declinazioni del mito di Marilyn c’è anche quella di Keiichi Tanaami, grande artista multigenere, graphic designer, illustratore, videoartista che si affermò fin dagli anni ’60. Good-by Marilyn nasce da una costola della pop art ma con un forte gusto della contaminazione; l’esecuzione in salsa giapponese della canzoncina che accompagna le immagini conferisce a questo piatto d’annata un forte retrogusto di ironia. Il video ricorda indiscutibilmente Warhol e Tanaami paga il suo debito al Maestro del quale ebbe a dire: “Le sue strategie erano identiche quelle impiegate da agenzie di pubblicità. Ha usato icone contemporanee come motivi nelle sue opere e per altre sue imprese multimediali come film, giornali e gruppi rock. In altre parole, Warhol stava vendendo le sue opere al mercato dell’arte. Rimasi sconvolto da questa intuizione, era il modello su misura per me.”
Come in una serie intitolabile “Mio Dio come siamo caduti in basso”, gli italiani si interrogano su cosa sia un direttore d’orchestra. Quando il parterre direttoriale italico era guidato da artisti dell’autorità di Toscanini e De Sabata, di Guarnieri, Serafin e Marinuzzi, contornati dalla solidità della successiva generazione dei Gui, Votto, Capuana, Molinari Pradelli, Santini, Previtali – e ci fermiamo a quel passato ormai remoto per carità di patria – nessuno si sarebbe posto domande sulla natura stessa del direttore d’orchestra “stabile”, cioè del responsabile non solo della cura dell’orchestra, ma anche colui il quale è presenza fondamentale e garanzia nei concorsi di assunzione dei vari strumenti, nelle scelte delle compagnie di canto e nella loro preparazione in sala (non di rado anche regista), musicista che diveniva ispiratore delle scelte musicali e degli indirizzi di un Ente Lirico insieme al direttore artistico.
Cos’è un direttore d’orchestra? Proviamo a fare un po’ d’ordine
Le recenti polemiche lagunari hanno scoperchiato un vaso di Pandora che ha travolto tutto: proviamo anche noi a fare un po’ d’ordine, partendo dal chiarire cosa sia l’antica e nobile professione del maestro concertatore e direttore d’orchestra.
Capire quale sia il valore di un direttore d’orchestra non è cosa che si può fare dopo un ascolto captato su YouTube o un passaggio televisivo: questi al massimo sono un primo stimolo a una ricerca ulteriore di altre esecuzioni attraverso tutti i mezzi di riproduzione possibili. Questo non può escludere l’ascolto reiterato dal vivo di un interprete che desta interesse, dove altri fattori della concertazione/direzione vengono in rilievo. Ascolto diretto che ci aiuta a comprendere la caratura del direttore, quale sia il suo apporto specifico: se cioè siamo in presenza di qualcuno che rimane ai limiti di una mera lettura, o si affida solo alla qualità dell’orchestra, o se abbia capacità superiori di penetrazione del testo musicale.
La danza non migliorò molto la figura robusta e paffuta di Jane, ma solo il suo appetito. Poi arrivarono le scarpette speciali. Ora studiava danza classica. Aveva scoperto un istituto chiamato Scuola D’arte. In quell’edificio a cinque piani si insegnavano pianoforte, danza e pittura. Jane riprese a sorridere al marito: «Vedi, Bob, la vita può e deve essere resa più bella, più piacevole, e tutti dovrebbero contribuire,nel loro piccolo, alla bellezza e alla poesia del mondo.» Nel frattempo Bob vuotava la pattumiera e si assicurava checi fossero ancora patate in casa.
Nulla sappiamo dell’autore della Nube della non conoscenza se non ciò che traspare del suo scritto: era un monaco di clausura dedito alla vita contemplativa. Alcuni ipotizzano fosse un certosino: la regola di quell’ordine, però, così austera, non potrebbe spiegare i passi più realistici del testo, le descrizioni più leggere, che tradiscono la quasi umoristica frustrazione di un recluso dal temperamento irascibile, ipersensibile, severo, amante del silenzio e della pace, costretto ad abitare con confratelli assai meno contemplativi di lui. Alcuni di questi, sfogano la propria vitalità repressa in gesti stravaganti e insensati, altri traboccano di eccentrica allegria come “ragazze che spettegolano o giocolieri in azione”; altri ancora sono così inquieti “da non riuscire a stare fermi, né in piedi né sdraiati, a meno di non muovere ossessivamente le membra”. Benché non condanni tali abitudini, l’autore della Nube della non conoscenza non nasconde la propria irritazione, stigmatizzando le pretese spirituali di uomini incapaci di quiete. I tentativi di identificare questo misterioso autore con Walter Hilton, l’autore della Scala della perfezione, sono completamente falliti. Tutto ci porta a pensare che La Nube della non conoscenza sia opera di un genio mistico, dal carattere marcato e dal grande talento letterario; un originale che, pur traendo ispirazione dalle opere di Dionigi l’Areopagita e di Riccardo di San Vittore, ha introdotto un elemento genuinamente nuovo nella letteratura religiosa medioevale. Quali sono dunque le caratteristiche di questa originalità? In primo luogo, la combinazione tra elevate doti spirituali e un vivace sense of humour, la capacità contemplativa associata al frugale buon senso: un equilibrio tra mondo e oltremondano che difficilmente troviamo in altri mistici. Nel suo avido guardare al divino, questo mistico non perde mai il contatto con l’uomo, non dimentica mai lo scopo supremo dei suoi scritti: non tanto elencare i favori spirituali ricevuti ma condividerli per aiutare i propri simili nell’ascesa. Inoltre, è schietto: riesce a trasmettere con parole semplici, concrete, tratte dalla vita di tutti i giorni le proprie esperienze spirituali. Tra i mistici, è il più ‘realista’. Il suo scritto ci concentra principalmente sull’arte della preghiera contemplativa, quella “cieca intenzione protesa verso Dio” che, se autenticamente e interamente rivolta a Lui, non può non raggiungere il suo scopo. Il talento peculiare nel descrivere i distinti stati dello spirito permette a questo anonimo autore di discernere, con sorprendente vividezza, non soltanto le strane sensazioni, la confusione e lo smarrimento di chi si inoltra nelle prime fasi della contemplazione – la lotta contro i pensieri che sviano, il silenzio, l’oscurità che preme ovunque – e la terribile condizione di quei teorici, “gonfi di orgoglio, invischiati nel clero, astuti nello scrivere”, che perdono quel tesoro “che non si ottiene con lo studio ma tramite la grazia”, ma anche la facilità di chi con “l’acuminata freccia dell’amore ardente” non ha “fallito nel colpire Dio”. Una naturale semplicità caratterizza la sua dottrina del raggiungimento dell’Assoluto. Per l’autore della Nube della non conoscenza esiste soltanto una necessità fondamentale: il perfetto, appassionato orientarsi alla volontà del divino, di modo che essa sia “amore e scopo e scelta e culmine del cuore”. Ciò è possibile non tanto tramite una cronaca di pratiche ascetiche, il rifiuto del mondo, lo sforzo intellettuale, ma attraverso l’amore e la vita attiva. Così scrive: “Il silenzio non è Dio, parlare non è Dio; non è Dio il digiuno né il pasto; non è Dio la solitudine né la compagnia: Dio non è in ciascuno di questi opposti. Egli è celato tra di essi e non può essere scovato da alcuna operazione dell’anima, ma soltanto dall’amore del cuore. Non può essere appreso dalla ragione né compreso dal pensiero né dedotto dall’intelletto; può essere amato e scelto soltanto grazie all’amorevole volontà del cuore”. Il mistico della Nube della non conoscenza specifica, con un po’ di alterigia, che il suo libro non è destinato agli indisciplinati cercatori dell’anormale e del mirabile, né ai “ciarlieri carnali, gli adulatori, gli invidiosi… né ad alcun ‘curioso’, colto o ignorante che sia”. Egli si rivolge a chi è chiamato alla vera preghiera contemplativa, a chi cerca Dio nel chiostro del mondo, il cui “piccolo segreto amore” è ciò che infonde energia a ogni azione e al contempo insaporisce l’esistenza con la sua remota dolcezza. A costoro, egli insegna la dura e semplice arte della rievocazione e del ricordo, preliminare necessario a ogni comunione spirituale, per cui tutte le immagini sensuali, i pensieri, le memorie “sono calpestate dalla nube dell’oblio”, affinché “nella mente operante non viva altro che la nuda intenzione protesa verso Dio”. Questa “intenzione” – amorevole e virile evidenza della volontà – è il fatto centrale della vita mistica, è il cuore della preghiera efficace. Solo tramite tale esercizio lo spirito, libero dalle deviazioni della memoria e dei sensi, può concentrarsi sulla vera Realtà e ascendere con “amore intimo e profondo” verso la “Nube dell’Inconoscibile” – la “divina ignoranza” dei Neoplatonici – nella quale “il nodo ardente dell’amore tra te e Dio si intreccia in un’unica entità, in accordo con una sola volontà”. In questa dottrina c’è qualcosa di utile anche per le tendenze spirituali del pensiero moderno. Non c’è traccia di quietismo né di deliquio spirituale. Dal principio alla fine, viene richiesto un lavoro consapevole e desto: si insiste sulla completezza dell’esperienza. “Un uomo non è pienamente attivo se non è in parte contemplativo; non è pienamente contemplativo se non è in parte attivo”. L’enfasi è posta ripetutamente su questo aspetto, il tema prediletto dalla mistica inglese: “L’amore non può essere pigro” scriveva Richard Rolle. Eppure, la sola volontà, per quanto ardente, ardimentosa, solare, non basta per giungere al mondo celeste. Tutto è “opera di Dio, compiuta in modo speciale nell’anima che Egli gradisce”. Ma l’uomo può e deve fare la sua parte: disciplinare il carattere, rendere belli e puri la mente e il cuore, prima di volgersi alla triplice stella del Bene, della Verità, del Bello che è Dio. Per prepararsi all’atto contemplativo occorre rigenerarsi, ricostruire il carattere e i tratti del sé. “Che la deliziosa oscurità sia il tuo specchio”. Che cos’è questa oscurità? È la “notte dell’intelletto” in cui veniamo immersi quando raggiungiamo uno stato di coscienza che trascende il pensiero, quando entriamo in un piano dell’esperienza spirituale con cui l’intelletto non può interagire. Questa è la “Divina Oscurità”, la Nube della non conoscenza o dell’Ignoranza, “oscura per eccesso di luce”, predicata da Dionigi l’Areopagita e accolta con entusiasmo dal suo interprete inglese. La “nebbia oscura che sembra frapporsi fra te e la luce a cui aspiri” è lo smarrimento mentale, la paradossale prova del raggiungimento. La ragione è nell’oscurità perché l’amore è penetrato “nel misterioso splendore dell’Oscurità Divina, la luce inaccessibile in cui si dice dimori Dio, nella quale il pensiero, con tutte le sue lotte, non può giungere”. “Gli amanti”, ha scritto Coventry Patmore, “spengono le luci e chiudono le tende quando desiderano vedere il dio e la dea; nella comunione superiore, la notte del pensiero è la luce della percezione”. Questo stato non si può spiegare, è parte dell’esperienza dell’anima individuale. “Chi merita di vedere e di conoscere Dio”, scrive Dionigi, “riposa nell’oscurità: proprio perché non vede e non conosce, abita in ciò che trascende ogni verità e ogni conoscenza”. “Soltanto allora”, scrive l’autore della Nube, quasi sussurrando allo smarrito neofita il suo più caro segreto, “Dio, di tanto in tanto, emana un raggio sottile che squarcia la nube della non conoscenza che si frappone tra te e Lui; e ti mostra qualcosa della Sua intimità, di cui l’uomo non può dire”.
Evelyn Underhill
*Il testo di Evelyn Underhill, “The Cloud of Unknowing”, è stato pubblicato in origine su “The Quarterly Review” (1919), poi, in forma più distesa, per introdurre l’edizione della “Nube della non conoscenza” edita da John M. Watkins, Londra, nel 1922. La traduzione italiana è di Federico Scardanelli
Il film è il risultato di una complessa operazione messa in cantiere nei giorni della liberazione di Torino. Tra il 1944 e il 1945 Fernando Cerchio lavora a Torino, negli studi della Fert, dove dirige con Carlo Borghesio, Porte chiuse. La lavorazione del film è interrotta dai tumulti della liberazione della città; la troupe e i due registi escono per strada e realizzano alcune riprese che vengono poi montate con materiale d’archivio e con la ricostruzione cinematografica degli avvenimenti più salienti di quelle giornate.
Il titolo prende spunto dal famoso messaggio cifrato che indicava a tutte le formazioni antifasciste il momento dell’insurrezione generale contro fascisti e tedeschi.