Annie Ernaux, Un residuo di pensiero magico (frammento)

Il 7 novembre, tre settimane dopo essere ritornati a Yvetot, hanno comprato una concessione cimiteriale accanto a te. Lui vi è stato deposto per primo, nel 1967, lei diciannove anni dopo. Io non sarò sepolta in Normandia, vicino a voi. Non l’ho mai desiderato né immaginato. L’altra figlia sono io, quella che è fuggita lontano da loro, altrove.
Tra qualche giorno andrò sulle tombe, come sempre per Ognissanti. Non so se questa volta avrò qualcosa da dirti, se sarà il caso di farlo. Se mi vergognerò o se sarò fiera di averti scritto questa lettera, intrapresa sulla spinta di un desiderio che ancora non mi è chiaro. Forse ho voluto saldare un debito immaginario dandoti a mia volta l’esistenza che la tua morte mi ha dato. Oppure farti rivivere e rimorire per liberarmi di te, della tua ombra. Sfuggirti.
Lottare contro la lunga vita dei morti.
Questa lettera – è evidente – non è destinata a te, e tu non la leggerai. Saranno altri a riceverla, dei lettori, che mentre scrivo sono invisibili quanto lo sei tu. Eppure un residuo di pensiero magico dentro di me vorrebbe che, in maniera inconcepibile, analogica, questa lettera ti raggiungesse come la notizia della tua esistenza mi ha raggiunta una domenica d’estate, forse la stessa in cui Pavese si suicidava a Torino in una camera d’albergo, tramite un racconto di cui a mia volta non ero la destinataria.

Annie Ernaux, L’altra figlia, L’Orma, Traduzione di Lorenzo Flabbi

Le figurine di Radiospazio. Mariti

Albert era di statura media, direi, ma siccome non si poteva pensare a lui senza associarlo alla possente consorte, sembrava piccolo. Era esile, gracile e pareva più vecchio della sua età che era la stessa di Mrs Forrester. I capelli, molto corti, erano bianchi e radi, e bianchi erano pure i baffetti ispidi. Il viso, magro e rugoso, non aveva tratti rimarchevoli, e gli occhi azzurri, che forse un tempo erano stati belli, erano ormai stanchi e slavati. Era sempre ben vestito: pantaloni di tweed (sempre dello stesso modello), giacca nera e cravatta grigia con un piccolo fermacravatta di perla. Non imponeva mai la sua presenza, e quando, in piedi nel salotto di Mrs Forrester, accoglieva gli ospiti che li aveva invitato non lo si notava più dell’arredamento discreto e virilmente signorile. Era molto educato, e stringeva la mano agli ospiti con un sorriso affabile e cortese:
«Come stai? Sono contento di vederti» diceva agli amici di vecchia data.
«Tutto bene, spero».
Ma agli sconosciuti di un certo prestigio, e per di più alla prima visita, andava incontro sulla porta del salotto dicendo:
«Sono il marito di Mrs Forrester. Mi permetta di presentarle mia moglie».

William Somerset Maugham, L’impulso creativo,
“Una donna di mondo e altri racconti”, Adelphi, Traduzione Simona Sollai

Le figurine di Radiospazio. La tenda dello scrittore

June ha detto: «Sto cercando qualcuno a cui sottomettermi, ora che non posso più sottomettermi a Henry.» Cerco di spiegarle che lo scrittore è un duellante che non combatte mai all’ora stabilita, ma raccoglie un insulto come raccoglierebbe qualsiasi oggetto curioso, un articolo da collezionista, per deporlo più tardi sulla sua scrivania e ingaggiare con esso un duello verbale. C’è chi lo chiama debolezza. Io lo chiamo rinvio. Ciò che è debolezza nell’uomo, diventa qualità nello scrittore. Perché egli preserva, colleziona, quanto esploderà più tardi nel suo lavoro. Ecco perché lo scrittore è l’uomo più solo della terra; perché egli vive, lotta, muore, rinasce, sempre da solo; tutti i suoi ruoli sono giocati dietro una tenda. Nella vita, è un personaggio incongruo. Per giudicare uno scrittore è necessario provare un amore eguale per la prosa e per l’uomo. La maggio parte delle donne ama soltanto l’uomo.

Anaïs Nin, Diario 1931 – 1934, Bompiani, Traduzione Delfina Vezzoli

Le figurine di Radiospazio. Profitti e svantaggi

L’ateniese Demado condannò un concittadino, impresario di pompe funebri, perché era esoso nei prezzi e perché traeva profitto solo dalla morte di molti. Questo modo di giudicare presenta però il fianco alla critica, perché nessuno si avvantaggia mai se non danneggiando gli altri. Bisognerebbe perciò condannare ogni sorta di guadagno.
Il mercante non fa ottimi affari se non per le dissolutezza dei giovani; l’agricoltore se non vende il grano a prezzo elevato; l’architetto se non vanno in rovina le case; il giudice se gli uomini non litigano; e persino il sacerdote trae vantaggio dalla morte e dai vizi. Non c’è medico, secondo il comico greco (Filemone, n.d.r.), che abbia cara la salute dei propri amici; e non c’è soldato cui stia a cuore la pace della propria patria, e così via. Quel che è peggio, poi, se ognuno di noi scruta la propria coscienza, scopre che i nostri desideri più profondi nascono e si nutrono a spese altrui.
Pensando a ciò, mi è capitato di notare che, così operando, la natura non viene meno alla sua universale economia, visto che i fisici ritengono che ogni cosa nasca, si nutra e cresca grazie alla corruzione e alla morte di un’altra:

Nam quodcumque suis mutatum finibus exit,
Continuo hoc mors est illius, quod fuit ante.

(Poiché, qualunque corpo il termin passa
Da natura prescritto all’esser suo,
Questo è sua morte, e non è più quel desso)
Lucrezio, De rerum Natura, traduzione Alessandro Marchetti

Michel de Montaigne, Saggi, “Il profitto dell’uno è svantaggio per l’altro”,
Rea edizioni, a cura di Fabrizio Cristallo

Le figurine di Radiospazio. Il messaggero

Le mogli vengono picchiate dai mariti; la polizia uccide neri e latino-americani; i vecchi frugano nei bidoni della spazzatura o mangiano cibo per cani: la vergogna impera, regna. Ci sono teenager neri che non avranno mai un lavoro sino alla fine dei loro giorni, non perché siano pigri ma perché non c’è lavoro; e anche perché i ragazzi dei ghetti non hanno capacità particolari da vendere. Bambini e bambine scappano, approdano ai marciapiedi di New York o di Hollywood; si prostituiscono e finiscono squartati. Se in voi nasce l’impulso di massacrare i messaggeri spartani che corrono a riferire l’esito della battaglia, la verità delle Termopili, massacrateli pure. Io sono uno di quei messaggeri e vi comunico ciò che, molto probabilmente, non volete sentire.

Philip K.Dick, La trasmigrazione di Timothy Archer,
Feltrinelli, Traduzione Vittorio Curtoni