Il video della domenica. Il potere del gesto. YURI ANCARANI, IL CAPO. 2’52”

il capo
a cura di Francesco Ghisi

Non fatevi ingannare dal torace nudo e dai pantaloni corti; la concentrazione, l’esattezza millimetrica, la perentorietà del gesto di questo “capo” non sono meno preziose di quelle di un direttore d’orchestra. Intorno a lui non c’è un auditorium ma il paesaggio delle Alpi Apuane e l’orchestra che dirige è costituita da grandi, pericolose macchine che scavano il marmo. Sull’asse gesto/rumore si gioca un concerto fragoroso e dissonante, dovuto a una semplice ed efficacissima intuizione di Yuri Ancarano, video artista e film maker molto più noto, ahinoi, all’estero che in Italia.

Jonathan Swift, La battaglia dei libri. L’inchiostro

l’Inchiostro è la grande arma-missile in tutte le battaglie dei dotti. Esso è impiegato attraverso una sorta di macchine chiamate penne, un numero infinito delle quali viene scagliato contro il nemico dai prodi di ambo i lati con pari destrezza e violenza, neanche fosse un combattimento di Porcospini. Questo liquido maligno fu composto, dagli ingegneri che lo hanno inventato, di due ingredienti, Bile e Vetriolo, onde assecondare in certa misura oltre che fomentare il genio dei combattenti con la sua asprezza e velenosità. E così come i Greci, dopo un conflitto, quando non riuscivano a mettersi d’accordo su chi avesse vinto, solevano innalzare trofei da ambo i lati, la parte sconfitta accettando di sostenere le stesse spese per non perdere la faccia (lodevole e antica usanza, di recente felicemente ripresa nell’arte della guerra), così anche i Dotti, dopo una disputa accanita e cruenta, chiunque abbia avuto la peggio, appendono i loro trofei da ambo le parti. Questi trofei recano ampie iscrizioni con i meriti della causa; un resoconto pieno e imparziale della tale battaglia, e di come chiaramente la vittoria abbia arriso alla parte che li ha esposti. Al mondo questi sono noti sotto vari nomi: Dispute, Argomenti, Repliche, Brevi Considerazioni, Risposte, Ribattute, Annotazioni, Riflessioni, Obiezioni, Confutazioni. Per pochissimi giorni rimangono affissi in ogni luogo pubblico, da essi stessi o dai loro rappresentanti, affinché i passanti li contemplino, dopodiché i più importanti e grandi vengono spostati in certi magazzini che chiamano Biblioteche, dove rimangono in un quartiere loro assegnato, e da allora in avanti cominciano a essere chiamati Libri di Controversie.

Jonathan Swift, La battaglia dei libri, Gallucci, a cura di Masolino D’Amico, illustrazioni di Guido Scarabotto

Le figurine di Radiospazio. Il dilemma

Come qualmente Panurgo si consiglia con Pantagruele
per sapere se deve ammogliarsi.

Poiché Pantagruele nulla rispondeva, Panurgo continuò e disse con profondo sospiro:
— Signore, avete inteso la mia risoluzione: ho deliberato di ammogliarmi salvo il caso che siano per mala ventura, sbarrati, chiusi e tappati tutti i buchi. Per l’amore che sì lungo tempo aveste per me, ditemi, vi supplico, il vostro avviso.
— Poiché, rispose Pantagruele, avete tratto il dado, e così avete deciso e fermamente risoluto, non occorre più parlarne; non resta che procedere alla esecuzione.
— Ma, disse Panurgo, nulla vorrei eseguire senza vostro consiglio e buon avviso.
— Del vostro avviso sono, rispose Pantagruele, e ve lo consiglio.
— Ma, disse Panurgo, se voi conosceste esser meglio per me restare come sono, senza avventurarmi a novità, preferirei non prendere moglie.
— Moglie dunque non prendete, rispose Pantagruele.
— Ma, disse Panurgo, vorreste voi che rimanessi soletto tutta la vita senza coniugal compagnia? Ben sapete che fu scritto: Vae soli! L’uomo solo non ha mai il sollievo che ha lo sposato.
 — Sposato siate dunque, perdio, rispose Pantagruele.
— Ma se, disse Panurgo, la donna mia mi facesse becco (e voi sapete che abbondante raccolto ne abbiamo quest’anno) ciò basterebbe a farmi uscir dai gangheri della pazienza. Non voglio male ai becchi, no; mi sembrano brave persone e le frequento volentieri; ma, a costo di morire, non vorrei essere dei loro. Troppo a me questo punto punge.
— Punto, dunque non vi sposate, rispose Pantagruele; poiché vera e senza eccezione è la sentenza di Seneca che dice: ciò che ad altri avrai fatto, sarà fatto a te. — Senza eccezione, dite? domandò Panurgo.
— Senza eccezione, dice Seneca, rispose Pantagruele.
— Oh, Oh! disse Panurgo, corpo d’un piccolo diavolo! Ma egli deve intendere: o in questo mondo, o nell’altro. E dacché io senza donna non so stare, più che cieco senza bastone (bisogna ben far trottare il bischero, se no, come vivere, perdio!) non è meglio dunque che m’associ a una onesta e savia donna invece di mutare ogni giorno come faccio, con rischio continuo di legnate e, peggio, di bubboni? Poiché le mogli d’altri, quando son dabbene, non valgono una patacca, non se l’abbiano a male i lor mariti.
— Maritatevi dunque, perdio, rispose Pantagruele.
— Ma se, disse Panurgo, sposassi una donna dabbene (così Dio volesse) e poi mi picchiasse, sarei più paziente di Giobbe a non montar su tutte le furie. Infatti m’han detto che coteste donne tanto dabbene hanno comunemente la testa matta, per ciò è buon aceto in casa loro. Ed io l’avrei anche più matta e tanto e stratanto gli picchierei la sua piccola oca (cioè braccia, gambe, testa, polmoni, fegato e milza) e tanto maledettamente gli frantumerei le vesti a forza di legnate che l’arcidiavolo aspetterebbe alla porta la sua anima dannata. Di tali trambusti farei volentieri a meno per quest’anno e sarei contento di non entrarvi punto.
— Punto dunque non v’ammogliate, rispose Pantagruele.
— Ma se, disse Panurgo, nello stato in cui sono, senza debiti e non sposato… (notate che ho detto senza debiti per mia mala sorte. Infatti essendo ben carico di debiti, i miei creditori si darebbero la massima cura di mia Paternità). Ma pari con tutti e senza moglie, non ho alcuno che si curi di me e mi porti amore tale quale dicono essere l’amore coniugale. E se per caso cadessi malato, non sarei trattato che a rovescio. Il saggio dice: Là dove non è donna (madre di famiglia, intendo, e moglie legittima) il malato è in gran pericolo. Ne ho visto chiara prova in papi, legati, cardinali, vescovi, abati, priori, preti e monaci. Ora non io vorrò mai ridurmi in quello stato.
— Stato coniugale cercate dunque perdio, rispose Pantagruele.
— Ma se, disse Panurgo, essendo malato e impotente al dovere maritale, la mia donna, insofferente di tal languore, s’abbandonasse ad altri e non solamente non mi soccorresse in caso di bisogno, ma si burlasse anche della mia calamità e, ch’è peggio, mi derubasse, come ho visto spesso avvenire, finirei per impiccarmi e correre pei campi in farsetto.
— Non sposatevi dunque, rispose Pantagruele.
— Ma allora, disse Panurgo, non avrei mai figli né figlie legittimi, nei quali sperar di perpetuare il nome ed il blasone: ai quali lasciar l’eredità e i nuovi acquisti (ne farò di belli una di queste mattine, non dubitate, e purgherò per giunta i miei beni da ogni aggravio) e coi quali rallegrarmi quando sia malandato, come vedo fare ogni giorno al vostro tanto benevolo e buon padre con voi e come fanno tutte le persone dabbene tra le pareti domestiche. E così, essendo senza debiti, senza moglie e per avventura di malumore, parmi che invece di consolarmi del mio mal ridiate.
— Maritatevi dunque, perdio, rispose Pantagruele.

François Rabelais, La vita di Gargantua e di Pantagruele
Formigli, Traduzione di Gildo Passini

Portogallo: Associazione Veterinaria si rifiuta di curare le persone che si identificano in animali (EURONEWS)

Leggi l’articolo:
https://it.euronews.com/salute/2026/05/22/portogallo-associazione-veterinaria-si-rifiuta-di-curare-le-persone-che-si-identificano-in

Paolo Nori , Anna Dostoevskaja (State Bene)

159. Anna
Sto scrivendo una cosa in tre parti la cui prima parte è la sbobinatura del monologo su Delitto e castigo, si intitola Roba mia, ho quasi finito, metto qui sotto un paragrafo.

La donna che, nella vita di Dostoevskij, gli dà una regolata, quella che lo mette in riga, è una ragazza che ha 25 anni meno di lui, si chiama Anna Grigor’evna, e è la sua seconda e ultima moglie.

Dopo il matrimonio, all’inizio del 1867, lei ha vent’anni, lui 45, per liberarsi dai creditori, Dostoevskij decide che il viaggio di nozze lo faranno all’estero.

Siccome lui di soldi non he ha, partono coi soldi di Anna, che vende il pianoforte e i gioielli. Devono stare via 4 mesi, staranno via 4 anni.

La prima città dove vanno è Dresda, dove c’è una pinacoteca con la Madonna Sistina, di Raffaello, che Dostoevskij considera «il massimo capolavoro creato dal genio umano». Negli ultimi mesi della sua vita, ne avrà una riproduzione nel suo studio.

Anna Grigor’evna e Fëdor Michajlovič visitano la Pinacoteca, poi Dostoevskij dice alla moglie una cosa del tipo: «Poco distante da qui c’è una città, Homburg, dove c’è un bellissimo casinò, mi piacerebbe tanto andare due o tre giorni a giocare alla roulette, ma non posso andare e lasciarti qui da sola, non vado».

Leggi l’intero articolo: https://statebene.substack.com/p/159-anna?utm_id=97758_v0_s00_e232_tv4_tp1_a1dennhbbc39rx&fbclid=IwY2xjawR5wlFleHRuA2FlbQIxMABicmlkETB5ald1UFVRZG1PajQyMVdPc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHu_BOrZMOsuRwMj9bRWJY9PNR6_hmsSXJZ5TX1QYV18uwjebQOcJkJdk0–G_aem_LhCGkwwgM1BBSOt-7D7_xQ

Le figurine di Radiospazio. La menzogna politica

«Il diritto di inventare menzogne appartiene esclusivamente al governo?». L’autore – sincero amico della libertà inglese – stabilisce di no, rispondendo a tutte le argomentazioni del partito opposto con grande acutezza: essendo il governo dell’Inghilterra in parte democratico, il diritto di inventare e diffondere menzogne politiche si ritrova parzialmente anche nel popolo, e il suo forte legame con questo giusto privilegio ha brillato con gran lustro negli ultimi anni; accade molto spesso, infatti, che al buon popolo non restino altri mezzi per abbattere un ministero e un governo di cui è stufo che quello di esercitare questo suo indiscusso diritto; e che siccome i ministri fanno spesso uso di menzogne per sostenere il loro potere, è del tutto ragionevole che il popolo debba impiegare la stessa arma per difendersi e cacciarli via.

Jonathan Swift, L’arte della menzogna politica
in “Un serio vademecum satirico per farsi beffe di potenti, fanatici e lacchè, Piano B edizioni

La strana storia della begonia di Sigmund Freud

Come il dono di una pianta ha aiutato Emma Freud a conoscere finalmente il suo bisnonno

Questa è la mia storia con la begonia. Sono pronipote di Sigmund dal 1962 e, attraverso quella linea di sangue, avevo ben poco da mostrare. Ma attraverso una lunga catena di gratitudine, gentilezza, amicizia (e lussuria), una piccola pianta verde e viola mi ha radicato nel terriccio del mio passato. Alla fine, sono stati amici e sconosciuti a permettermi di superare la distanza ereditata dai miei parenti passati e a presentarmi alla mia strana e riservata famiglia.
La mia talea ha appena propagato il suo primo nuovo germoglio. La trasmetterò con amore.

Leggi il racconto:
https://observer.co.uk/news/first-person/article/emma-freud-sigmund-freuds-begonia?fbclid=IwY2xjawPIgsxleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe9frpeiS14Qxg15k330aUnCZJV_3e2vjudLxlrBj9co9lDFb0Yo2JU9-5jdM_aem_h9bShr-zZhUd2m7APTiG4Q

Le figurine di Radiospazio. Nel bel mondo

Quando siete in società guardatevi dal parlare troppo di voi, e non  cercate di impadronirvi della conversazione. Aggiungo un punto importante: non aspettate che vi venga in mente  qualcosa da dire, prima di parlare. Per brillare in società basta volerlo. Un profluvio di parole sostituisce benissimo il pensiero. Ho visto molte persone che non pensano, non ragionano, sono prive di eleganza e di grazia, ma capaci di parlare con autorevolezza di cose che non conoscono minimamente: spudorati che mentono su tutto ciò che dicono: ebbene, quasi sempre costoro, in una conversazione prevalgono su persone intelligenti, modeste e autentiche che detestano la menzogna e i luoghi comuni. Ricordate: la modestia è nemica della loquacità; mentre si pensa a ciò che si vuol dire, si perde l’attimo. Per essere convincenti bisogna frastornare l’uditorio.

Crébillon figlio, I turbamenti del cuore e dello spirito

Racconto. Aldo Palazzeschi, L’uomo dal campanello

Si vedeva da alcuni giorni attraversare il centro della città nell’ora del massimo movimento, un uomo che agitava un campanello di bronzo.
Il campanello era piccolo, l’uomo poteva reggerlo delicatamente fra il polpastrello di due dita facendolo squillare di continuo;  e il suono era fresco, limpido, gioioso.
Quel suono, tutt’altro che sgradevole all’orecchio, tutt’altro che antipatico, produceva tuttavia ogni giorno maggiore interesse e curiosità nel pubblico, finché un agente di polizia intimò all’uomo di smetterla senza un attimo d’indugio; a cui l’uomo obbedì ipso facto. Ma il dì seguente passò di nuovo seguitando ad agitare con la massima leggerezza e vivacità il suo campanellino di bronzo.
Intorno a quest’affare che sembra della massima semplicità e d’importanza trascurabile, s’era levato un grande strepito e la popolazione a poco a poco si trovò divisa in due squadre pro e contro l’uomo del campanello. Ritenevano i più trattarsi di un sordomuto che intendeva con quel mezzo gentile, corretto e grazioso comunicare coi propri simili, produrre la sua parte di rumore nel generale trambusto, assumere il suo piccolo ruolo nell’umano consorzio rumorosissimo, dimostrandosi uomo civile e socievole nel più alto grado.
Altri invece parlavano di un delinquente raffinato, straordinario, come non era mai capitato al mondo. Chi sa quali mostruose macchinazioni  si celavano sotto quell’apparente, innocentissimo suono: un uomo dunque da togliere dalla circolazione senza pensarci un secondo per evitare danni incalcolabili alla società.
Altri infine assicuravano essere perfettamente vano ogni sforzo e ogni intervento, essendo l’uomo del campanello niente altro che il diavolo vento in terra perché ormai in possesso della corrotta umanità al completo, tanto che un brigadiere, e questa volta con ragione di accusa per disobbedienza agli agenti dell’ordine, dichiarò l’uomo del campanello in stato d’arresto.
Fra i processi singolari quello dell’uomo col campanello, negli annali della giustizia occupa un posto a sé. Più di un avvocato si offrì spontaneamente di difenderlo d’ufficio.
Osservò il suo difensore: «Di fronte alle campane che cosa diviene mai quel minuscolo campanello? Non bisogna dimenticare quelli che passano cantando o che a fischiare si dilettano. È rivolta la loro attività ad uno scopo preciso? pratico, indispensabile, utilitario? No, eppure, ch’io mi sappia, nessuno pensò mai di dichiararli in arresto.»

Infine, il presidente intimò, come appello definitivo: «Dica l’uomo il perché del suo proposito, se intende beneficiare della clemenza della legge.»
Quindi, si rivolse all’uomo in tono persuasivo, paterno: «Forniteci dunque una spiegazione plausibile del vostro contegno, e con tutta la nostra comprensione e benevolenza vi verremo incontro. Uscirete assolto per inesistenza di reato.»
L’uomo, che al momento dell’arresto era stentarello, magrolino e palliduccio, s’era straordinariamente ingrassato; la sua faccia appariva addirittura congestionata tanto era rossa e tonda: alzò un braccio, e il suo movimento produsse nell’aula quel silenzio glaciale che incute terrore quando si produce nella folla di un luogo come quello. Innumerevoli occhi divenivano sempre più grandi quasi volessero uscire dalle orbite per colpire come proiettili qualcuno. Alzò un braccio l’imputato, e portata una mano alla bocca ne estrasse senza visibile difficoltà un piccolissimo campanello che si pose ad agitare gioiosamente e lesto lesto: dindilindilindilindilindilin…

Aldo Palazzeschi, L’uomo dal campanello, Tutte le novelle, Mondadori

Le figurine di Radiospazio. Scherzi in famiglia

Nella famiglia di mio padre anche gli adulti si facevano scherzi con vermi e scarafaggi di gomma; alle vecchie zie grasse si chiedeva di accomodarsi su seggiole traballanti, mentre gli zii facevano vento in pubblico dicendo: «Ehi, tenetevi laggiú», fieri di sé come se avessero fischiettato una melodia difficile. Non c’era verso che ti chiedessero quanti anni avevi senza una filastrocca burlona d’accompagnamento. E con Mary McQuade mio padre recuperava le abitudini familiari, esattamente come tornava a divorare montagne di patate fritte con carne di maiale e torte rustiche dalla crosta spessa e a bere tè nero e forte come una medicina da una teiera di smalto, sempre ringraziando: «Mary, tu sí che hai capito cosa ci vuole a tavola, per un uomo». E subito dopo: «Non sarà ora che te ne trovi uno tuo da sfamare, a proposito?», battuta che gli procurava il lancio dello strofinaccio dei piatti.

Alice Munro, Danza delle ombre felici, Einaudi

Il video della domenica. Marilyn in salsa giapponese. KEIICHI TANAAMI. GOOD-BY, MARILYN (1971)

Senza titolo

http://www.ubu.com/film/tanaami_marilyn.html

Fra le tante declinazioni del mito di Marilyn c’è anche quella di Keiichi Tanaami, grande artista multigenere, graphic designer, illustratore, videoartista che si affermò fin dagli anni ’60.
Good-by Marilyn nasce da una costola della pop art ma con un forte gusto della contaminazione; l’esecuzione in salsa giapponese della canzoncina che accompagna le immagini conferisce a questo piatto d’annata un forte retrogusto di ironia.
Il video ricorda indiscutibilmente Warhol e Tanaami paga il suo debito al Maestro del quale ebbe a dire: “Le sue strategie erano identiche quelle impiegate da agenzie di pubblicità. Ha usato icone contemporanee come motivi nelle sue opere e per altre sue imprese multimediali come film, giornali e gruppi rock. In altre parole, Warhol stava vendendo le sue opere al mercato dell’arte. Rimasi sconvolto da questa intuizione, era il modello su misura per me.”

Giovanni Gavazzeni, Ma come si giudica un direttore d’orchestra? (MusicPaper)

Come in una serie intitolabile “Mio Dio come siamo caduti in basso”, gli italiani si interrogano su cosa sia un direttore d’orchestra. Quando il parterre direttoriale italico era guidato da artisti dell’autorità di Toscanini e De Sabata, di Guarnieri, Serafin e Marinuzzi, contornati dalla solidità della successiva generazione dei Gui, VottoCapuana, Molinari Pradelli, Santini, Previtali – e ci fermiamo a quel passato ormai remoto per carità di patria – nessuno si sarebbe posto domande sulla natura stessa del direttore d’orchestra “stabile”, cioè del responsabile non solo della cura dell’orchestra, ma anche colui il quale è presenza fondamentale e garanzia nei concorsi di assunzione dei vari strumenti, nelle scelte delle compagnie di canto e nella loro preparazione in sala (non di rado anche regista), musicista che diveniva ispiratore delle scelte musicali e degli indirizzi di un Ente Lirico insieme al direttore artistico.

Cos’è un direttore d’orchestra? Proviamo a fare un po’ d’ordine

Le recenti polemiche lagunari hanno scoperchiato un vaso di Pandora che ha travolto tutto: proviamo anche noi a fare un po’ d’ordine, partendo dal chiarire cosa sia l’antica e nobile professione del maestro concertatore e direttore d’orchestra. 

Capire quale sia il valore di un direttore d’orchestra non è cosa che si può fare dopo un ascolto captato su YouTube o un passaggio televisivo: questi al massimo sono un primo stimolo a una ricerca ulteriore di altre esecuzioni attraverso tutti i mezzi di riproduzione possibili. Questo non può escludere l’ascolto reiterato dal vivo di un interprete che desta interesse, dove altri fattori della concertazione/direzione vengono in rilievo. Ascolto diretto che ci aiuta a comprendere la caratura del direttore, quale sia il suo apporto specifico: se cioè siamo in presenza di qualcuno che rimane ai limiti di una mera lettura, o si affida solo alla qualità dell’orchestra, o se abbia capacità superiori di penetrazione del testo musicale.

leggi l’intero articolo: https://www.musicpaper.it/come-si-giudica-direttore-orchestra/

Le figurine di Radiospazio. Vocazioni

La danza non migliorò molto la figura robusta e paffuta di Jane, ma solo il suo appetito. Poi arrivarono le scarpette speciali. Ora studiava danza classica. Aveva scoperto un istituto chiamato Scuola D’arte. In quell’edificio a cinque piani si insegnavano pianoforte, danza e pittura. Jane riprese a sorridere al marito: «Vedi, Bob, la vita può e deve essere resa più bella, più piacevole, e tutti dovrebbero contribuire,nel loro piccolo, alla bellezza e alla poesia del mondo.»
Nel frattempo Bob vuotava la pattumiera e si assicurava checi fossero ancora patate in casa.