Raymond Carver, Loro non sono mica tuo marito (Racconto)

Avevo appena lasciato un lavoro da commesso viaggiatore e ne stavo cercando un altro che non mi portasse tanto in giro per il mondo. Intanto Doreen, mia moglie, si era messa a lavorare di sera come cameriera in una tavola calda aperta ventiquattr’ore ai margini della città. Una sera, dopo aver bevuto qualche bicchiere, decisi di fermarsi alla tavola calda a mangiare un boccone. Volevo vedere dove lavorava Doreen. Mi vide e venne al banco:
«Cosa fai qui? Vuoi ordinare, qualcosa, Earl?»
«Prendo del caffè e uno di quei sandwich Numero Due. Vedi un po’ se riesci a darmelo omaggio».
«Niente da fare, Earl: questa sera è in giro il principale.»
Mi misi a bere il mio caffè mentre aspettavo il sandwich. Due uomini in giacca, la cravatta slacciata, il colletto aperto, mi si sedettero accanto e ordinarono anche loro due caffè. Mentre Doreen si allontanava con il bricco del caffè, sentii che cosa si dicevano — neanche tanto a bassa voce.
«Visto quella, che schianto? Da non crederci».
«Ho visto di meglio»
«Questo volevo dire»
«Ma c’è chi va matto per quelle abbondanti»
«Non io»
«E io nemmeno»
«Questo stavo dicendo».

Doreen tornò con la mia ordinazione. «Ecco il tuo sandwich, Earl. con patatine fritte, maionese e cetrioli. Vuoi qualcos’altro?… Ehi, dico a te… Va bene, ti porto dell’altro caffè».
Tornò con il bricco e versò del caffè fresco anche nella tazza dei due uomini. Poi prese una ciotola e si girò per riempirla di gelato. Si chinò sul contenitore e cominciò a tirar su palettate di gelato. La sottana bianca le tirava sui fianchi e le si arrampicava su per le gambe. Quello che metteva in mostra era un reggicalze, rosa, le cosce flaccide, grigie e un po’ pelose, e un furibondo intreccio di vene. I due uomini seduti accanto a me si scambiarono un’occhiata. Uno dei due alzò le sopracciglia. L’altro fece un gran sorriso e continuò a guardare. Mi alzai, lasciando il cibo sul banco, e mi diressi alla porta. Sentì Doreen che mi chiamava, ma non si fermò. Giunto a casa, andai  a dare un’occhiata ai bambini, poi passai nell’altra stanza e mi spogliai lentamente, mi girai sul fianco e mi addormentai. La mattina, dopo aver mandato a scuola i bambini, Doreen entrò in camera da letto e alzò le tapparelle. Io ero già sveglio.

«Earl, mi vuoi dire cosa c’è?».
«Niente. Guardati allo specchio».
«Cos’hai detto?».
«Ho detto di guardarti allo specchio».
«E cosa dovrei vedere?»
«Odio dire queste cose ma credo che faresti meglio a metterti a dieta. Pensaci. Qualche chilo in meno migliorerebbe la situazione».
«Ma cosa stai dicendo?».
«Quello che ho detto. Che qualche chilo in meno migliorerebbe la situazione. Solo qualche chilo».
«Non mi hai mai detto niente prima. Non mi era mai sembrato un problema prima».
Si alzò la camicia da notte fin sopra i fianchi e si girò per guardarsi la pancia allo specchio.
«Forse è un’idea mia».
«No, invece hai ragione: qualche chilo in meno mi farebbe bene. Ma non sarà facile perderlo»
«Be’, forse non sarà facile, ma ti aiuterò io».
«Sì, hai proprio ragione. Qualche chilo in meno».
Doreen lasciò ricadere la camicia da notte e mi guardò, poi se la tolse. Parlammo di diete. Diete di proteine, diete di sole verdure, diete a base di succo di pompelmo.
«Non esageriamo, Earl: lo sai benissimo che le verdure non mi piacciono. E neanche il succo di pompelmo. Non mi va giù. Credo proprio che dovrò fare una dieta d’altro genere».
«O.K., Doreen, lasciamo perdere».

 

Raymond Carver, Loro non sono mica tuo marito, in “Vuoi star zitta, per favore?”, Einaudi

Le figurine di Radiospazio. I bambini dei bambini

Un giorno Frieda mi avvicina:
– Perché non giochi più con noi?
– Perché non ne ho voglia.
– Su, vieni a giocare con me.
– Frieda mi prende per mano. È un giorno d’estate, siamo in vacanza. Usciamo di città e andiamo nell’orto dei Mannheim a rubar mele,  poi corriamo pei campi; la segala profuma come pane cotto di fresco, ci nascondiamo in mezzo ad essa. Frieda si raggomitola accanto a me, io la prendo fra le braccia, così come fanno i grandi, e la bacio sulla bocca.
– Oh, guai a noi, mi hai baciato sulla bocca, adesso avrò un bambino!
– Il giorno dopo Frieda viene a trovarmi.
– Di’, sai che ho un bambino?
– Come, è già nato?
– Scemo che sei, ce l’ho nella pancia, come faccio a vederlo? È già grande così.
– Vuoi dire che è più grande di te?!
Frieda corre via. Il giorno dopo vado da lei.
– È nato?
– No, credo che nascerà domani.
– Tuo padre lo sa?
– A mio padre non lo dico. Anche Anna ha avuto un bambino, e lui l’ha cacciata via.
La mattina vado sotto le finestre di Frieda e mi metto a fischiettare. Frieda viene alla finestra, mi vede, mi mostra la lingua e se ne va. Io aspetto. Frieda esce di casa, mi passa davanti, del bambino non se ne parla più.

Ernst Toller, Una giovinezza in Germania, Einaudi

Giggino, Giggetto, Guerrino, Romoletto…

A Roma non esiste il caffè, i pochi che ci sono servono alla gente di passaggio e alla classe ristretta, e in gran parte cosmopolita di via Veneto. Ma attento, perché anche quello dell’osteria è amore infìdo, molte di esse, e proprio quelle il cui indirizzo corre sulla bocca d’ognuno, sono osterie di nome e d’abito, non di fatto, ed è aspirazione d’ognuna per amor di guadagno di trasformarsi a poco a poco in restaurant; prima rincantucciando e poi cacciando tutti coloro che sono anima dell’osteria, e sostituendoli con quelli che oramai sono presso a poco in tutto il mondo e non interessano nessuno, o si contentano fra loro. E se uno credesse d’aver conosciuto Roma bazzicando quei locali sbaglierebbe di grosso, se ne anderebbe con le pive nel sacco senza saperlo, portandosi il ricordo di una Roma bastarda e non sapendo che sia il sangue romano. Di osterie ve ne sono in numero spropositato, ma quelle che fanno al caso nostro si possono trovare più facilmente laddove all’ombra di due pini fa centro con un simpatico monumento il poeta di questo popolo: fra ponte Sisto e ponte Palatino.
Giggino, Giggetto, Guerrino, Romoletto, Carlone, er pacioccone, Santino, Angelino, Pippetto… Pronunziandone il nome il cittadino di Roma ha un abbraccio per l’oste e quando dice: Ghetanaccio, gli dà addirittura un bacio.
Sora Teta, sora Tota, sor’Elvira, sora Cecilia, sora Nanna, sora Nannetta… sono i nomi delle sore intingoli di tutta Roma. All’osteria si vende principalmente il vino: est! est! est! Finché avrà sole e vino il romano non conoscerà infelicità. In ognuna puoi trovar pronti, o farti preparar su due piedi, gli spaghetti e le fettuccine, in ognuna c’è un pezzo di manzo in ghiacciaia per servirti la cotoletta o la bistecca, e in mostra sopra il banco prosciutto e salame, ma l’osteria autentica dà il vino soprattutto, ed è consuetudine diffusa che i clienti vi portino il resto.

Aldo Palazzeschi, Roma, Mondadori, 1953

Ugo Morelli, Un’antropologia del contatto (Doppiozero)

Siamo così sicuri di cominciare e finire dove comincia e finisce la nostra pelle? Forse la pelle è solo, si fa per dire, una funzione mediatrice tra noi e il mondo, o una finzione, fonte di un gioco del “come se” noi fossimo bastanti a noi stessi, chiusi nella nostra consistenza. E se quel confine protettivo che, per fortuna, è la nostra pelle, fosse l’inizio di noi stessi? Il luogo dove cominciamo ad essere quello che siamo e diventiamo? Scoprendo che per essere bisogna divenire e che per divenire ci vogliono gli altri e il mondo con la mediazione tecnologica, senza la quale non saremmo la specie che siamo. Miserie di homo, che, divenuto sapiens, ha pensato di poter bastare a sé stesso. 

Leggi l’intero articolo: https://www.doppiozero.com/unantropologia-del-contatto

Le figurine di Radiospazio. Libri volanti

Il Libro… Sul mattino dell’infanzia, ai primi albori della vita l’orizzonte si era rischiarato alla sua luce soave. Giaceva glorioso sulla scrivania di mio padre e questi, immersovi in silenzio, strofinava pazientemente col dito bagnato di saliva il dorso di quelle calcomanie, finché la carta opaca cominciava ad annebbiarsi, a intorbidarsi, a baluginare in un dolce presentimento e all’improvviso si sfaldava in tanti pezzi di carta assorbente e svelava un bordo ciliato, a occhio di pavone, e lo sguardo scivolava languendo in un’alba vergine di colori divini, in un prodigioso umidore di azzurri purissimi. Oh, rivelazione, oh, invasione di luce, oh, dolce primavera, oh, padre… Talvolta mio padre si sollevava dal Libro e si allontanava. Allora rimanevo a tu per tu con quello, e il vento passava attraverso le sue pagine e le immagini ne balzavano fuori. E mentre il vento sfogliava cosí in silenzio quelle carte, soffiandone fuori colori e figure, fra le colonne del testo correva un fremito che lasciava sfuggire fra le lettere stormi di rondini e allodole. Cosí prendeva il volo, sparpagliandosi, una pagina dopo l’altra, e penetrava dolcemente nel paesaggio che saturava di colore. Talvolta dormiva e il vento allora lo disperdeva silenziosamente, come una rosa multipla, e ne schiudeva le foglie, un petalo dopo l’altro, una palpebra dopo l’altra, tutte cieche, vellutate e assopite, celanti nel loro nucleo, in fondo in fondo, una pupilla azzurra, un occhio di pavone, un nido urlante di colibrí.

Bruno Schulz, Le botteghe color cannella, Einaudi