Non fatevi ingannare dal torace nudo e dai pantaloni corti; la concentrazione, l’esattezza millimetrica, la perentorietà del gesto di questo “capo” non sono meno preziose di quelle di un direttore d’orchestra. Intorno a lui non c’è un auditorium ma il paesaggio delle Alpi Apuane e l’orchestra che dirige è costituita da grandi, pericolose macchine che scavano il marmo. Sull’asse gesto/rumore si gioca un concerto fragoroso e dissonante, dovuto a una semplice ed efficacissima intuizione di Yuri Ancarano, video artista e film maker molto più noto, ahinoi, all’estero che in Italia.
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Jane Martin, La majorette. Racconto

Ho cominciato che avevo sei anni. La mamma segò il manico di una scopa, zio Carbo gli spalmò sopra una vernice d’argento, e io andai in cantina e cominciai a far volteggiare quel legno. Ho conosciuto il successo e la tragedia. Papà dice che mi ha messo energia nell’anima e acciaio nel cuore. Ho avuto la mano sinistra schiacciata da un cavallo, e anche se sono ritornata a far volteggiare il bastone, non ho più potuto farlo al massimo livello.
La gente crede che se fai volteggiare il bastone, se pratichi il twirling, sei uno sciocco. È un pregiudizio degli ignoranti. Una volta stavo esibendomi con quei bastoni infuocati in una gara notturna e all’improvviso vedo questo tizio che esce dalle tribune. Stavo esibendomi con tre bastoni e lui oltrepassa i giudici e viene verso di me: aveva in testa una fascia fermacapelli blu con le perline, riesco ancora a vederla. Arriva dritto su e quando mi volto di fronte dopo una giravolta, lui mi sputa in faccia. È stata l’unica volta in cui ho lasciato cadere il bastone. Li ho lasciati cadere tutti e tre davanti a sessantamila persone, e lui ha sorriso, e ha detto questa cosa che non ripeterò. È stato come venire violentata. Dimostra che la bellezza ispira l’odio, e che chi odia la bellezza è Satana in persona.
Non hai mai fatto twirling, vero? Riesco a capirlo dalle mani. Non puoi immaginare che cosa significa vedere quel bastone lì che volteggia in aria. Non puoi capirlo: i bastoni lasciano delle tracce, incidono l’aria, e se sei abile, se ce l’hai nelle mani, puoi avvicinarti al cielo.
Vuoi provare? Senti. Lascerò qui per te il mio bastone d’argento. Lo lascerò qui come se lo avessi dimenticato. E quando la gente uscirà tu puoi aspettare e raccoglierlo, può essere tuo, può diventare il tuo fardello. È la cruna dell’ago. Lo lascio qui per te.
Jane Martin, La majorette, “Narratori di poche parole”, Guanda, Traduzione Luigi Schenoni
Ludovico Leporeo (1582-1655), Il poeta raccomanda alla lavandaia la sua biancheria

Leporeambo alfabetico duodecasillabo trisono satirico
irrepetito àttile, èttile, òttile, ùttile
Mando fine cortine, acciò ben trattile,
Lavinia amata, ed in bucato mettile
e con man calchi pian, che non ischiattile;
che le apponti e le conti, e non barattile,
che son di fil sottil mia suppellettile,
e dentro al centro del tinozzo absettile,
né le strapazzi, né con mazzi sbattile.
Fa’ che non sia forte lessia che scottile,
né dello straccio il ceneraccio imbruttile,
ma monde e terse, dopo asperse, sbattile;
poi su le stanghe, corde e spranghe, buttile,
e a l’aure e al giel del chiaro ciel pernottile,
e al sol di maggio su l’erbaggio asciuttile.
Le figurine di Radiospazio. Una poesia
Oh, buon dio del buon dio che voglia che ho di
scrivere una piccola poesia
Giusto adesso ne passa una
Piccola piccola piccola
vieni qui che ti infilo
sul filo della collana delle mie altre poesie
vieni qui che ti immetto
nel supercompresso delle mie opere complete
vieni qui che ti impappetto
e t’inrimo
e t’inritmo
e t’inliro
e t’impegaso
e t’inverso
e t’improso
porca vacca
se l’è data a gambe
Raymond Queneau, Una poesia
“Poeti francesi del ‘900”, Bompiani, Traduzione Vincenzo Accame
Racconto. Aleksandr Kuprin, Allez!
«Allez!…»
Questo grido imperioso, ripetuto a scatti, era il primo ricordo della mia infanzia grigia, monotona e raminga: la fredda arena del circo, l’odore di scuderia, il pesante galoppo del cavallo, lo schiocco secco della lunga frusta, la sferzata straziante, che soffoca di colpo l’indecisione momentanea causata dalla paura:
«Allez!…»
Immaginate una minuscola bambina di cinque anni, tremante per l’agitazione e il gelo, con la corta gonnellina di garza, con le gracili nude braccia, illuminate dalla luce artificiale proprio sotto la cupola del circo, sul trapezio che oscilla energicamente. Sullo stesso trapezio pende a testa in giù, agrappato con le ginocchia alla stanga, un uomo tarchiato, impomatato e implacabile. Solleva le braccia abbandonate, dirige ai miei occhi lo sguardo penetrante e ipnotico dell’acrobata e… batte in colpo sul palmo della mano. Il mio cuore all’improvviso raggela e cessa di battere per il terrore; lo spazio in basso, sotto le gambe, sembra un abisso.
«Allez!…»
Avevo sedici anni appena compiuti ed ero molto bella; in quella stagione nel circo “lavorava” in qualità di artista girovago il clown Menotti, il primo clown solista e venerato dalla bella società, l’ammaestratore famoso in tutto il mondo, vincitore di premi di valore e così via e così via…
Durante una prova mattutina, Menotti salutandomi trattenne la mia mano nella sua, mi guardò con occhi stanchi e umidi. Io mi confusi, arrossii e sottrassi la mano. Questo momento decise il mio destino.
Dopo una settimana, Menotti mi propose di recarmi con lui al ristorante di un sontuoso albergo. Al secondo piano si trovavano salottini riservati. Salendo mi fermai un attimo per l’agitazione e per un’ultima morale esitazione. Ma Menotti mi strinse con forza il gomito. Nella sua voce risuonò una passione brutale e il comando inesorabile dell’acrobata di un tempo, quando mormorava:
“Allez!…»
Per tutto l’anno lo seguii di città in città. Mi occupavo del suo guardaroba, lo aiutavo ad ammaestrare i ratti e i maiali, gli spalmavo sul viso la cold-cream e, ciò che era ancora più importante, credevo con il fervore dell’idolatra nella sua universale grandezza.
Dopo un anno si era stancato di me. Rivolse il suo sguardo triste a una delle sorelle Wilson, che eseguivano i “volteggi nell’aria”.
Una volta, di notte, dopo lo spettacolo nel quale il primo ammaestratore del mondo venne fischiato, perché aveva colpito troppo violentemente con la frusta un cane, Menotti mi ordinò esplicitamente di togliermi dai piedi. Obbedii, ma mi fermai proprio vicino alla porta della camera e con uno sguardo implorante mi volsi all’indietro. Allora Menotti si avvicinò di corsa alla porta, con una spinta violenta del piede la spalancò ed emise un grido:
«Allez!…»
Ma dopo due giorni come un cane percosso e scacciato, mi trascinai di nuovo dal padrone. Mi si offuscò la vista quando il lacché dell’albergo con un sorrisino sfrontato mi disse: «Da lui non si può, è nel salottino riservato, occupato con una signorina».
Salii di sopra e mi fermai davanti alla porta di quello stesso salottino, dove un anno prima ero stata con Menotti. Aprii di scatto la porta e vidi Menotti disteso sul divano senza finanziera e la Wilson con il corpetto sbottonato. Mi scagliai sulla Wilson e la colpii alcune volte in viso con il pugno, poi mi gettai davanti a lui in ginocchio, e, cospargendo di baci i suoi stivali, lo pregai di ritornare da me; Menotti mi respinse e, stringendomi violentemente il collo con le forti dita, disse: «Se tu ora non te ne vai immediatamente, canaglia, io ordinerò al lacché di trascinarti fuori di qui!»
Mi alzai, ansando, e sussurrai: «Ah, ah! In questo caso… in questo caso…»
Il mio sguardo cadde sulla finestra aperta. Trepidamente e agilmente, come una vera ginnasta, balzai sul davanzale e mi inclinai in avanti, reggendomi con le mani a entrambi i telai esterni.
Le mie dita diventarono fredde e il cuore cessò di battere per un momentaneo terrore… allora, chiusi gli occhi, emettendo un profondo respiro, sollevai le braccia sulla testa e lanciai un grido proprio come nel circo: “Allez!”
Alexandr Kuprin, Miniatures

