Dalla sua finestra l’aveva sempre vista così: un’ombra che stendeva i panni al sole. All’inizio, la curiosità di sapere come fosse senza quegli schermi bianchi che si frapponevano tra loro era stata grande, poi la curiosità si era trasformata in desiderio, e il desiderio in un patimento che aveva finito per diventargli necessario non meno dell’ombra stessa. A volte si chiedeva se l’ombra e il patimento non esprimessero la nostalgia di ciò che non era mai esistito, ma quella domanda era diventata meno importante del suo malessere quotidiano. Una mattina (perché c’è sempre una certa mattina), affacciatosi alla finestra, vide un prato sconosciuto e nudo. Non c’era più niente: i fili, i pali che li reggevano, le mollette, le lenzuola. Tutto smontato nella notte. La titolare dell’ombra aveva comprato un’efficiente asciugatrice Hoover DX.
Erano finiti fra i ricordi sommersi. Non è che ci stavano granché bene, cercavano tuttavia di tenersi su: «A quest’ora potevamo essere estinti del tutto.» Ma ci credevano fino a un certo punto; non osavano dirsi che forse finire nel nulla sarebbe stato meglio. Pur essendo ricordi molto flebili, diventavano aggressivi quando, accanto al loro dipartimento sprofondato in un bianco e nero nebbioso, passava – senza salutare, perché non li vedeva nemmeno – qualche ricordo vivido, a colori, che poteva sembrare in carne e ossa. «Vedi?, lui che ha gli agganci giusti scorrazza avanti e indietro nel mondo di là. Capace che stanotte va a scopare», sibilavano.
Quando la madre andava a informarsi sul suo rendimento scolastico, la maestra restava nel vago. Non si poteva dire che il bambino fosse stupido: trasognato, piuttosto: ecco, sì, troppo trasognato. Per la buona insegnante questi due dipartimenti erano limitrofi, così il soggetto sconfinava dall’uno all’altro come fanno i frontalieri. Né la madre né la maestra potevano prevedere che da grande sarebbe diventato un poeta. Ma non di quelli che si studiano a scuola, e nemmeno di quelli che vanno in televisione: un poeta evanescente, appena percepibile, del quale si diceva,: «Era così vago… Peccato, poteva lasciare una sua piccola traccia» – come se fosse già morto
Dopo aver letto l’omonima fiaba dei fratelli Grimm, una piccola guardiana delle oche si era messa in testa di essere una principessa defraudata del suo rango dai maneggi di una brutta servente. «Quando diventerò grande», si diceva, «svelerò il complotto, sposerò il principe e la brutta servente verrà severamente punita. Il testo è chiarissimo, non resta che aspettare». Ma la storia della piccola guardiana coincideva solo in minima parte con quella del fratelli Grimm; infatti aveva poco più di sedici anni quando suo padre la mise fuori di casa dopo avere scoperto che era incinta, e non le restò che andare a servizio perché il suo principe si era nel frattempo dileguato. Non avrebbe mai pensato che sarebbe stata lei la brutta servente della storia. (In realtà era carina, ma la cosa non la consolava).
Per i più, il signor Maréchal era un ottimo marito. Anche la signora Maréchal era d’accordo, anzi pensava di essere stata una donna fortunata nonché molto abile ad aver accalappiato, tanti anni prima, un seduttore irresistibile come quello. Sì, perché Maréchal, nella stagione del corteggiamento, aveva fatto intendere alla futura moglie di essere pieno di donne. Perseguitato, sopraffatto addirittura. Aveva sostenuto la sua infantile bugia con false prove che sembravano inconfutabili: repentine e immotivate sparizioni, tracce di rossetto malamente cancellate, misteriosi bigliettini che distruggeva con studiata goffaggine, come un vero colpevole. Questa macchinosa messinscena nascondeva, in realtà, il più candido dei fidanzati: la futura signora Maréchal era la prima donna che egli avvicinava, e sarebbe rimasta l’unica anche per tutti gli anni del matrimonio. L’impostura funzionò: la giovane sposa guardava le amiche più mondane di lei come il novellino che al suo primo safari si porta a casa una tigre reale alla faccia dei cacciatori più sbruffoni, e questo sentimento di onnipotenza si fondeva con la gratitudine per la belva che si era lasciata cacciare. C’era tuttavia qualche passaggio delicato quando, nell’intimità, la signora Maréchal si eccitava fantasticando sul passato libertino del marito. Allora diventava lei, la tigre: lo aggrediva senza preavviso e lo gettava sul letto intimandogli: «Fai conto che io sia una di quelle tue puttane!». Per Maréchal non era facile improvvisare; fortunatamente, data l’impreparazione di lei, se la cavava con qualche ruggito. Bisognava tuttavia sostenere il personaggio nel tempo; così, anche dopo molti anni, quando Maréchal accompagnava la moglie a fare acquisti, non mancava mai di fermarsi davanti alla Galérie Duhamel che esponeva sempre dei soggettini piccanti e faceva in modo che la moglie, uscendo dal negozio, lo sorprendesse con l’espressione più lasciva di cui era capace. Invariabilmente, lei si avvicinava furtiva, gli dava un colpetto sulla schiena e lo strattonava via, tutta orgogliosa, sibilando fra i denti: «Andiamo a casa, porco!»