I racconti delle foto. Adelina

Gliel’avevano messa lì nel letto e subito erano incominciate le fotografie, una dietro l’altra. Scattavano e strillavano, tutti eccitati: «Si chiama Adelina!». Le venivano proprio davanti alla faccia: «Adelina, capisci?!… Sei contenta?»
Come poteva essere contenta in mezzo a tutti quegli sconosciuti che le avevano invaso la stanza? Fece un gesto come per scacciare dei moscerini: «Chi sarebbe questa Adelina?» «Anche tu ti chiami Adelina, lo sai, vero? E noi abbiamo dato il tuo nome alla piccola!» Qualcuno aveva aggiunto: «Così adesso le Adeline sono due… non è magnifico?» Tutti avevano riso, non si capiva perché. Era gente imbarazzante e maleducata, perché continuava a parlare di cose che lei non sapeva. Sì, un tempo aveva conosciuto una Adelina, avevano vissuto nella stessa casa, dormito nello stesso letto. Se ne sarebbe liberata volentieri ma quella era troppo più forte, bisognava fare come voleva lei. Fortunatamente, si era consumata presto, come bruciata dal suo interno fuoco imperioso. Appassita giovane, l’altra Adelina le era rimasta fra i piedi come una vecchia bacca inerte, incapace di alcunché se non di continuare a ingombrarle la vita. E finalmente era diventata polvere – o forse era lei che l’aveva cancellata insieme a tutti gli altri ricordi. E adesso che finalmente se ne stava distesa nel suo letto vuoto, ecco una. nuova Adelina di cui non si sentiva il bisogno.
Guardò il corpicino che le avevano messo fra le braccia. Era troppo informe per decifrarla. Allora l’annusò. Il profumo non era sgradevole. Un po’ più tranquilla, si addormentò.

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I racconti delle foto. Il ratto

Si chiamava Mabel, e su quel nome aveva rimuginato parecchio. Era anche riuscito a sognarla. Invece quell’odiosa di sua cugina l’aveva relegata in un cestone insieme a tutte le altre bambole cadute in disgrazia e preferiva fare le smorfie con certe sciacquette che non valevano un’unghia di Mabel. Tante volte lui gliel’aveva chiesta, ma la cugina gli aveva riso in faccia: “Un maschio che gioca con le bambole!…”
Quella cretina non aveva capito niente. Lui non voleva giocarci, voleva sposarla, e anche in fretta, vista la notevole differenza di età; tuttavia Mabel era una bambola intelligente e non badava a queste cose. Sembrava contenta che lui l’avesse rapita dal cestone. Sì, gli sarebbe stata grata per sempre; purtroppo gli anni che avevano da vivere insieme non erano molti.

Galleria. L’appuntamento

Non era più tanto giovane, se lo ripeteva, e alla sua età avrebbe dovuto sapere che non si accetta un appuntamento con una persona che si è conosciuta in treno.  Mabel, la sua migliore amica si era prima scandalizzata, poi preoccupata: “Nel migliore dei casi è un truffatore che ti prosciugherà il conto corrente,  nel peggiore un assassino .” Mentre l’amica continuava a parlare tentando di dissuaderla, Ethel passava in rassegna gli uomini della sua vita; non ci aveva messo molto, erano stati solamente due: il primo, l’aveva sposato dopo cinque anni di fidanzamento ma si era dileguato dopo sette mesi di matrimonio; il secondo, un vecchio, caro collega divorziato che diceva di averla amata in silenzio per vent’anni, si era dileguato quasi subito in preda alla nostalgia della moglie. Mentre aspettava, Ethel sorrideva pensando ai timori assurdi di Mabel sul suo conto corrente, che era in rosso, così come la sua vita. Sorrideva anche allo sconosciuto che non sarebbe venuto, ma che le aveva fatto palpitare il cuore quando era uscita di casa dopo essersi fatta carina. Adesso, il cuore si era rimesso tranquillo. Poteva tornare a casa.

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Galleria. I piatti

Quello dei piatti era un rito al quale Andrew non si era mai sottratto perché gli sembrava di dover riparare a una colpa di famiglia. Ricordava lo sgomento che lo prendeva, da piccolo, quando suo padre, uomo all’antica e sicuramente anche crudele, si accomodava dopo cena in poltrona, accendeva un sigaro e osservava con un sorrisetto lascivo la moglie che si dava da fare con alte pile sbilenche di piatti e tegami (erano sette in famiglia) senza muovere un dito. Andrew si era proposto di non assomigliare in niente a suo padre. Quando ripercorreva la sua vita passata, era soddisfatto di esserci riuscito. Ne era soddisfatta anche sua moglie Ethel, che non perdeva occasione per dire di aver sposato proprio un buon marito: mite, soprattutto, contrariamente a quel bruto del suocero, che soffriva di un priapismo inguaribile e che ancora dopo i settant’anni passava la serata al bordello dal quale rientrava insaziato per affliggere quella sua povera moglie fino al mattino, quando finalmente crollava con un ultimo ruggito – toccava poi alla povera donna mandare avanti la casa perché quell’animale dormiva fino alle due del pomeriggio, quando saltava dal letto come una molla e riprendeva a tormentare la sua vittima. No, Andrew non assomigliava proprio a suo padre. Collaborava alle faccende domestiche volentieri, e aveva sempre manifestato il massimo rispetto per la moglie. Anche i loro tre figli erano stati concepiti con elegante sobrietà. Ma per Ethel il ricordo del suocero, ormai defunto da molti anni, affiorava, stranamente, durante la lavatura dei piatti. Era un flash improvviso che la trasfigurava. Andrew se ne accorgeva quando lei appoggiava bruscamente una scodella, col rischio di romperla, e gli piantava addosso quei due occhi ardenti del dopo cena che ben conosceva e che con l’età non accennavano ad affievolirsi. «Com’è intimo, vero?, qui, fra noi due, a quest’ora …» Per Andrew, la lavatura dei piatti non era altro che una routine, ma poiché era mite le dava ragione. «Sì, molto intimo, ma ne abbiamo ancora un bel po’ da lavare.» Ethel taceva, ma non ci pensava nemmeno a desistere, quindi passava alle vie di fatto. Qualche volta si chiedeva se non avesse ereditato qualcosa da suo suocero, anche se sarebbe stata un’assurdità genetica.

Galleria. Il vernissage

Svariati decenni prima, andava spesso alle mostre. Ma adesso, fra le tante, non gliene veniva in mente nessuna; le aveva fuse tutte in un’unica grande sala molto bianca e molto vuota. Insistendo nel ricordo, erano entrati in scena tanti straccetti colorati con dentro delle piccole signore che ridevano molto perché gestivano contemporaneamente molte relazioni piccanti. Poi sulle pareti tirate a calce si erano disegnati degli abiti neri e affusolati che contenevano donne lunghe e pallide delle quali si potevano leggere solo le bocche dipinte di viola e gli occhi carichi di kajal. Qualcuno gli aveva detto di guardarsene perché nascondevano un rostro acuminato. Ma non erano meno interessanti di quelle policrome. Difficile scegliere.
Guardò, senza toccarlo, l’invito che spuntava per tre quarti dalla busta. Era uno strano biglietto: specificava l’indirizzo della mostra ma non indicava l’ora. Inoltre, aveva un tono perentorio che non gli piaceva: “La S.V. è pregata di presentarsi…” Neanche fosse una convocazione al distretto militare. Decise che sarebbe andato, tuttavia, anche perché era molto che non incontrava nessuno. Uscì di casa subito, come in preda a una fretta immotivata. Quando giunse alla galleria si accorse che l’ora era quella giusta.