CÉLINE SUL MÉTRO da questa sera al 26 novembre. Teatro Astra

Copia di MANIFESTO 3 Travestimenti CELINE

Nella Francia del secondo dopoguerra, la vita letteraria ritrova le sue istituzioni e i suoi riti, ma il tessuto del Paese è ancora lacerato dalla ferita profonda che il maresciallo Pétain ha inferto ai francesi col suo regime collaborazionista di Vichy. Si cercano capri espiatori, veri o presunti, come per cancellare nel più breve tempo possibile una macchia che dovrà invece durare per molto tempo. Louis Ferdinand Céline è un bersaglio ideale: il suo atteggiamento favorevole al Nazismo, rafforzato dai suoi libelli antisemiti e dall’aura di maledetto che lo avvolge, hanno plasmato  un mostro da non sbattere in prima pagina, ma da tenere ai margini e relegare all’oblio. Contro questa condanna alla morte civile, Céline decide di reagire scrivendo Colloqui col Professor Y, e lo fa servendosi di uno strumento banale, quotidiano (talvolta anche noioso, bisogna dirlo): un’intervista letteraria che dovrebbe reinserirlo nel flusso dei media. Ma l’intervista è ambientata in un palcoscenico sul quale l’autore mette in scena un se stesso torrentizio, un Céline al quadrato che nella metamorfosi teatrale diventa maschera e parodia dell’originale; quanto all’intervistatore, è una creatura tanto inventata quanto improbabile; perfino la sua identità è posticcia e provvisoria: all’inizio è quella di un sedicente professor Y, meschino, supponente, arrivista, piccoloborghese, che successivamente si rivelerà per un ancor meno credibile Colonnello Réseda. Cos’ha a che vedere un Colonnello con la letteratura? Niente, e sembra proprio che Céline si costruisca questo interlocutore tanto estraneo e malevolo per usarlo come un punging ball mentre ricostruisce le tecniche dei suoi romanzi, distrugge gli autori patacca, si scaglia contro il sistema mediatico. Ma come ogni burattinaio finisce per essere dipendente dalla sua marionetta, così Céline si lascia trascinare dal suo Professore/Colonnello in un assurdo crescendo che travalica i confini della letteratura per giungere al comico asciutto e totale del teatro.

A.G.

MAISON SAVINIO debutta questa sera alle 19 al Teatro Astra

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Questo Maison Savinio, che con una terminologia leggermente polverosa si potrebbe definire un trittico di atti unici, nasce da tre racconti, Paterni mobili, Poltrondamore, Tutta la vita.. Al centro c’è un salotto, che contende il ruolo di protagonista ai suoi colleghi attori – in senso letterale, intendo, perché qui i mobili parlano, raccontano, custodiscono memorie scabrose che gli uomini non vogliono conoscere perché “non sanno ascoltare le voci delle cose che nella loro ignoranza credono mute”. Rispetto a Shakespeare (“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, /di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia”), Savinio restringe il campo dell’inconoscibile all’angustia delle mura domestiche, fra le quali “i morti ritornano vivi e i vivi sono già morti”.
Trasferire sul palcoscenico le intimità della casa è una pratica antica e per lungo tempo connaturata al teatro, tanto che si potrebbe ripensare il repertorio (di classici e non) come uno smisurato gioco dell’oca formato da innumerevoli stanze/caselle, ciascuna delle quali è luogo simbolico della casa e delle sue trasformazioni nei secoli, dall’appartamento privato di Gertrude (spesso freudianamente sintetizzato nella camera da letto) ove la regina convoca Amleto per dargli una strigliata, alla grande tavola del Lungo pranzo di Natale, intorno alla quale Thornton Wilder convoca le generazioni di una famiglia che si avvicendano nell’arco di novant’anni.
Come tutti i salotti, anche questo di Savinio è delegato a rappresentare la rispettabilità della famiglia e a conservare la continuità con il passato: “Gaetano Bottoni, mio padre! Mia madre morì su quella poltrona. Si fece trasportare proprio lì per poterlo vedere un’ultima volta”, esclama il protagonista di Paterni mobili, inorridito al pensiero che sua moglie voglia cambiare arredamento. Ma su questa scena il passato non passa mai completamente, e i morti ritornano, sia per consumare vendette cruente degne di un romanzo gotico, sia per tormentare come Erinni dispettose i sopravvissuti.
Il ricambio fra reale e surreale, nell’opera di Savinio, è costante; non a caso André Breton, incontrandolo a Parigi nel 1937, gli lesse una pagina nella quale riconosceva a lui e al fratello De Chirico il ruolo di iniziatori del Surrealismo. Savinio si limitò a prenderne atto senza esserne particolarmente lusingato: l’irrequietezza che caratterizzava il suo lavoro di scrittore, pittore e musicista lo rendeva impermeabile alle classificazioni. Ma, etichette a parte, circola in questo trittico un vento novecentesco al quale la messa in scena teatrale, ci auguriamo, conferisce una speciale evidenza.
A.G.

FELLINI RADIOSHOW. Questa sera il debutto. Si replica al Teatro Astra fino all’8 di novembre

Copia di MANIFESTO 3 Travestimenti FELLINI

Per il giovane Federico la radio fu una sorta di nave scuola, una signora generosa che consentì a un autore ancora acerbo di misurarsi con un palcoscenico vero anche se impalpabile come quello dello studio radiofonico. Da questa stagione di apprendistato nacquero un centinaio di sketch, trasmissioncine semplici, avrebbe detto Fellini che amava i diminutivi (un vezzo linguistico sia romagnolo che emiliano), storielline, battutine, molto simili ai raccontini che il giovane aspirante regista buttava giù con la mano sinistra per il giornale satirico “Marc’Aurelio” alla fine degli anni Trenta, mentre con la destra sfornava disegni beffardi, surreali e anche un po’ sensuali. Il piccolo cosmo che Fellini allestisce nello studio radiofonico riflette un’Italia modesta, nella quale il Fascismo non viene evocato ma agisce, come sfondo opaco, nell’angustia delle stanze che sanno di umido e nella mestizia dei rapporti umani, pervasi di una quieta rassegnazione a una logica di classe (i portinai, le cameriere, ciascuno nel posticino che la sorte e il Regime hanno loro assegnato). All’interno di questo piccolo mondo il giovane Fellini piazza, se non proprio delle mine, almeno delle castagnole: certamente non per destabilizzare il Sistema, ma per creare qualche sussulto nel fluire di giorni sempre troppo uguali l’uno all’altro. Gli strumenti che usa Federico sono quelli portati come spore dall’air du temps: il paradosso (quello alto di Campanile, ma anche quello stradaiolo della barzelletta); la crudeltà dei comici (da Petrolini a Totò, che Fellini molto amava); l’acidula malignità che si manifesta nei ritratti di Maccari e nelle vignette di Giuseppe Novello, fustigatore complice di una ridicola borghesia; le incursioni in un mondo parallelo che caratterizzano il Realismo magico di Bontempelli; il demenziale disperato dell’avanspettacolo, che nasce dall’ansia della risata a tutti i costi, pena la sopravvivenza: ridere o morire.
La radio è un mezzo povero, e come tutti i poveri è anche fragile, ne eravamo consapevoli quando abbiamo deciso di portare questi sketch in palcoscenico, corredati del nudo apparato radiofonico (i copioni e i microfoni, nient’altro, più le musiche, naturalmente, che sono parte integrante del discorso), anziché affrontare una riscrittura teatrale. La scommessa è che questa nudità, lungi dal voler proporsi come candore, riveli la vitalità di questi testi semplici e chiassosi come un naso rosso che sia finito casualmente sulla faccia di un attore di prosa.

A.G.

 

FELLINI RADIOSHOW. Teatro Astra, 1-8 novembre. Il video della domenica. I clowns

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https://m.youtube.com/watch?v=zZNmJVZkkmU

testata coupone fellini 21

PUCK E L’ALLODOLA. Recensione di Maria Dolores Pesce. dramma.it

pesce puck 3

http://www.dramma.it/index.php?option=com_content&view=article&id=19569:puck-e-l-allodola&catid=39&Itemid=14