Galleria. Notturno e oltre

La prima volta che li aveva visti, così incollati davanti al cancello della grande villa proprio di fronte a casa sua, se li era studiati perbene, soprattutto lei, perché gli sembrava di conoscerla, anche se non ne era sicuro – poteva essere una D’Ambois, cioè una delle signorine villa? Sarebbe stato un bel colpo per quel tizio. Farsi una D’Ambois alla sua età (quanti anni poteva avere? al massimo venticinque) voleva dire sistemarsi per sempre: entrare nel Consiglio d’Amministrazione della famiglia, eccetera. Ma era stato un abbaglio, nessuna delle D’Ambois era così carina; e poi, che senso aveva sbaciucchiarsi mezz’ora davanti al cancello di casa propria? Tutti sapevano che in un angolo del parco c’era un’alcova a più stanze dedicata ai piaceri delle ragazze D’Ambois – quel porco del vecchio patriarca era di larghe vedute, forse per farsi perdonare di tutte le ragazze che le figlie avevano dovuto chiamare mamma, nonostante alcune fossero più giovani di loro.
Dopo quella prima volta, i due erano ricomparsi puntualmente alla stessa ora, l’una e un quarto di notte, tanto che lui aveva preso l’abitudine di dare un’occhiata fuori dalla finestra prima di coricarsi e di verificare che quei due ci fossero, così come alcuni non possono andare a dormire senza aver controllato i rubinetti del gas.
Si era poi sposato, ma il matrimonio non aveva mutato quella sua abitudine che nel tempo era diventata una necessità. Qualche volta sentiva la voce fioca della moglie, già pronta per la notte, che giungeva dall’altra camera: «Non vieni a letto?». «Ancora un attimo, devo prima sbrigare una cosa», e magari passava più di un’ora. Oppure, se si coricava presto, guardava all’improvviso la sveglia, si alzava e correva alla finestra. Quando il suo matrimonio incominciò ad appassire (piuttosto presto, a dire il vero), i suoi sentimenti verso i due della cancellata (così li chiamava in cuor suo) si inasprirono: «Chissà cos’avranno da baciarsi così?», si chiedeva con una brutta voce da vecchio, quindi tornava a letto e guardava la moglie addormentata cercando di ricordare se e quando l’aveva mai baciata (o era stato baciato da lei). Si avvicinava a quel corpo sposato e inerte, ne osservava la bocca da molto vicino notandone le crepe entro le quali si annidava sempre qualche incrostazione del rossetto del giorno. «Escludo di aver mai baciato qualcosa di simile.» Ormai quella brutta voce da vecchio gli si era incollata addosso (non era un raffreddore, come aveva pensato in un primo momento), e di conseguenza anche i suoi pensieri erano pensieri da vecchio, ma di quei vecchi avari che lesinano su tutto, dalle monetine alle  ore, ai minuti. Sul tempo, era diventato intrattabile. Se la moglie incominciava a dirgli qualcosa, subito le chiudeva la bocca: «Sbrigati, vieni al punto, non ho tempo da perdere!» – che poi non se ne faceva niente, del tempo, si limitava a fare la guardia, come una stupida sentinella davanti a una grossa tana in cui non si nasconde nessun animale.
Per i due della cancellata, invece, il tempo era l’ultima delle preoccupazioni. Continuavano a baciarsi come la prima sera. Impossibile dire quanti anni fossero passati. Svariati, molti decenni. Una sera decise di aprire la finestra e vide la sua mano coperta di quelle macchie che gli facevano tanto senso, da bambino, sui parenti arrivati al capolinea. E vide le grinze sulle nocche e sul dorso. E sentì che la sua mano faticava ad aprire la finestra come se dovesse manovrare chissà quale argano enorme. E percepì un’aria fredda sul viso – non era uno zefiro di primavera, come avrebbe detto guardando i due giovani, ma una lama di gelo che lo colpì sul viso. E disse ai due della cancellata: «Buonasera.», sempre con quella sua brutta e vecchia voce che voleva essere sarcastica. E i due smisero per un attimo di baciarsi e si guardarono in faccia. E lui lesse sui loro volti lo stupore prima e il disgusto poi. Ma siccome erano giovani educati, ancorché sbigottiti, gli risposero: «Buonasera.»
E fu allora che lui prese a sbriciolarsi come una vecchia rosa che il tempo ha dimenticato da troppi anni in un vaso senza acqua. Fu spazzato via, la mattina seguente, dalla donna di servizio, che naturalmente non l’aveva riconosciuto.

Galleria. La doccia

Susan se n’era andata così come era arrivata, senza ragione. La casa sarebbe stata più vuota senza di lei? A domande come questa un gentiluomo, quale lui voleva fortemente essere, deve rispondere di sì, ma fortunatamente nessuno glielo domandava, quindi lui poteva dirsi sottovoce di no. La casa gli sembrava più spaziosa senza Susan, soprattutto il bagno, e in particolare la doccia, che era stato il luogo più frequentato e tumultuoso della loro relazione. Perché Susan era fortemente attratta dalla doccia, in particolar modo quando era occupata da lui – anzi, ripensandoci, non si ricordava che lei avesse mai fatto una doccia da sola. Aveva un orecchio finissimo, Susan. Certe mattine, lui scivolava con mille cautele giù dal letto per non svegliarla e si dirigeva in bagno; qui, scostava la tendina e apriva il getto al minimo, appena un filo d’acqua per non far rumore. Inutili precauzioni; dopo pochi secondi Susan lo raggiungeva, nuda e affannata come una nuotatrice che arriva in ritardo ai blocchi di partenza. «Insaponami!», gli intimava, e portava il getto al massimo, gemendo e ridendo e attirandolo mentre fingeva di respingerlo e avvinghiandosi, infine, con il rantolo rassegnato di chi cede a una sopraffazione fisica. Qualche volta lui aveva provato a far finta di niente. La salutava come una conoscente che prende lo stesso autobus, con un sorriso educato, e continuava la sua abluzione, ma lei gli strappava la spugna dalle mani inscenando una rissa che voleva essere erotica. Lui malediceva certi film americani dai quali Susan doveva essere stata traumatizzata e se la cavava come poteva. Il rischio di fare tardi in ufficio incombeva sempre, e questo genere di rischi non è compatibile con il desiderio sessuale: la insaponava, quindi, come uno schiavo ben educato e usciva velocemente lasciandola sotto una montagna di schiuma. Quando tornava, la sera, provava a riparare all’uscita frettolosa del mattino con qualche carezza. Susan stava sulle sue; le tenerezze a secco non le facevano né caldo né freddo. Solo dopo molte insistenze si voltava con degnazione: «Vuoi che andiamo a fare una doccia?»

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Galleria. Il salamino tuscolano

Erano le 13.50 quando Giorgio Manganelli rilesse l’incipit di quello che sarebbe stato uno dei suoi più lucidi saggi (ma forse in quel momento non poteva ancora rendersene conto), La letteratura come menzogna: “Qualche tempo fa, durante una discussione, qualcuno citò: «Finché c’è al mondo un bimbo che muore di fame, fare letteratura è immorale». Qualcun altro chiosò: «Allora, lo è sempre stato».
Era un attacco forte e quasi provocatorio, sul quale l’autore sostò fin verso le 14. Il prosieguo gli era chiaro, ma quando si accinse a scriverlo gli venne da pensare, per quelle strane e incomprensibili interferenze che spesso affliggono gli autori, allo stato del suo frigorifero; non era particolarmente miserevole, ma non andava oltre la solita ordinaria amministrazione. L’autore era combattuto fra due sentimenti opposti: da un lato temeva di perdere quel bello slancio iniziale, dall’altro gli pareva che due etti di salamino tuscolano abbinati un paio di carciofi alla giudia avrebbero propiziato quella sua fatica appena intrapresa. Fortunatamente, il pizzicarolo sotto casa era ancora aperto, e comunque non chiudeva mai del tutto, lasciava sempre la serranda a metà – era un po’ scomodo per la schiena, ma ne valeva la pena.

Galleria. La serratura

«Non si sta mica tanto bene, qui.» Voleva essere una constatazione, più che un lamento. Accanto a lui, nella stanza chiusa a doppia mandata, c’era il suo Demone che teoricamente doveva fargli da supporto, e infatti non perdeva occasione di dire: «Certo, questa non è una stanza del Grand Hotel, ma vedi quanto è ricco di speranze quel fascio di luce che proviene da fuori?»
Lui non replicava più. Si era stancato di ricordare al Demone che quel fascio di luce gli andava a picchiare proprio sugli occhi, la mattina presto, e che in quella situazione l’esistenza di un fuori era un pensiero insopportabile.
Provvidenzialmente, i custodi, in occasione di una festività, insieme a un pranzo un po’ meno avvilente del solito, portarono anche un paio di gomme da masticare, come dessert.
La mattina seguente, la serratura era perfettamente sigillata, meglio che con lo stucco.

Galleria. L’altalena

L’aveva incontrata per un caso davvero straordinario – uno fra le tante migliaia di alberi di quella foresta. Era stato subito attirato da una certa aura pensosa che non la lasciava nemmeno quando si lanciava spericolatamente in alto. «È tutto sotto controllo!», gridava di lassù; l’altalena le obbediva come se fosse stata una parte del suo corpo e le consentiva gli equilibrismi più arditi. In breve, quelle evoluzioni gli divennero indispensabili, non solo perché erano sempre varie e imprevedibili, ma anche perché si illudeva di esserne l’unico spettatore. Quando lei se ne accorse, si trasferì in un altro albero ­– irreperibile fra le tante migliaia di quella foresta.