Montaigne, Elogio dei cannibali

Trovo che non c’è nulla di barbaro o di selvaggio nel popolo dei cannibali, a quanto mi riferiscono, se non per il fatto che ognuno di noi considera «barbarie» ciò che non rientra nel suo costume; pare infatti che non si possegga altro termine di paragone, se non l’esempio e l’idea delle opinioni e dei costumi del paese in cui viviamo. Qui, la religione è perfetta; perfetta è l’amministrazione; perfetto e raffinato l’uso di ogni cosa. Ora, quei selvaggi sono selvaggi allo stesso modo per cui diciamo selvaggi i frutti che la natura ha prodotto da sé, nel suo naturale sviluppo; là dove, in verità, sono proprio quelli che noi abbiamo alterato con artifici e distorto dall’ordine naturale che dovremmo chiamare selvaggi. In quelli sono infatti vive e rigogliose le più genuine, utili e naturali virtù e proprietà che in questi abbiamo imbastardito, adeguandole al nostro gusto corrotto. E perciò, sapore e delicatezza sembrano eccellenti al nostro palato, in confronto ai nostri, in numerosi frutti di quelle regioni in cui non vengono coltivati. Non c’è infatti motivo per cui l’arte superi la nostra grande e potente madre natura. Con le nostre invenzioni abbiamo sovraccaricato la bellezza e la ricchezza delle sue opere al punto da soffocarla. Il fatto è che ovunque splende la sua purezza, lì fanno cilecca le nostre imprese frivole e vane.

Michel de Montaigne, Saggi, REA, a cura di Fabrizio Cristallo

Il video della domenica. WES ANDERSON, HOTEL CHEVALIER

hotel chevalierhttps://www.youtube.com/watch?v=fjBAafy6cJo

La luce è giallo senape con riflessi oro antico, così come si addice a un albergo di alto livello ma il colore è carico, invadente, come lo è sempre il lusso quando pretende di essere anche di buon gusto. Per fortuna, sul finale si apre una finestra e irrompe il celeste di un giorno ancora bambino che avvolge una Parigi immobile nei pochi minuti di sonno prima del risveglio. Respiriamo, e con noi respirano anche i due attori di questa storia d’amore dai contorni incerti. C’è un uomo solo, asseragliato in una suite dell’hotel Chevalier, forse è fuggito da quella donna che gli telefona e che di lì a poco si ritaglia nel vano della porta. È una riconciliazione, il finale di un inseguimento, una resa dei conti?
Il video ha il fascino dei racconti sospesi (quando sono tagliati al punto giusto) e si avvale di due interpreti davvero notevoli come Jason Schwartzman e Natalie Portman, di una colonna sonora struggente (“Where Do You Go To”, di Peter Sarstedt) e di un ottimo direttore della fotografia ingiustamente non ricordato. 

P.S. Le didascalie in italiano lasciano a desiderare ma in rete non abbiamo trovato una versione migliore. La dicitura dei titoli di testa “Part 2” inganna: il video è compiutamente risolto.

Piccola pochade in due righe. Carlo Emilio Gadda, La donna di cuori

donna di cuori piccola

È una favola, se non altro perché così viene definita dall’autore ma potrebbe anche servire come soggetto per una commedia all’italiana degli anni ’70, della quale avrebbe anche l’indispensabile punta di romanesco: ma alla Gadda, cioè con un elegante gioco d’equilibrio linguistico fra l’agro dei “corni” e “la bella” (nel film, chi sarebbe l’attrice? Probabilmente una Ralli giovane. E il Re di Picche? Forse Mario Carotenuto, specialista nei ruoli di comico arrogante. Quanto al Fante di Fiori, è una presenza così marginale che può andar bene anche un attore preso al volo da uno spot pubblicitario.

La donna di cuori, nel pigia pigia d’una scala, o sequenza, fu incriminata dal re di picche di essersela veduta con il fante di fiori: «Penza ai corni di casa tua», gli disse dolcemente la bella.

Carlo Emilio GaddaIl primo libro delle favole, Garzanti

Alessandro Bergonzoni, Voglio diventare

Voglio diventare un barcone, vedere capire e sentire il peso di chi porto, poi imparare a non capovolgermi mai. Voglio diventare un politico europeo o italiano, salire su quel barcone, fare lo stesso tragitto al contrario e non perché mi obbliga qualcuno e mi manda alla deriva o a morire così imparo, ma per imparare da solo davvero a sapere cosa vuol dire, e cosa è quel tragitto: forse è quello che manca per inventare una nuova legge o decidere di fare qualcosa usando il veramente. Voglio diventare un bagnino e mettermi sulla riva coi binocoli, per scrutare se c’è qualcuno da salvare in mare, poi voglio girarmi e vedere se anche sulla terra c’è qualcuno da salvare da quelle onde alte delle politiche che annegano gli uomini e le loro decisioni prese da troppo lontano a certi vicini. Voglio diventare un numero di vittime e cambiarmi, diventare più piccolo, avvicinarmi allo zero. Voglio diventare un giornalista, un attore, uno scrittore, e piangere o pregare prima di parlare, informare o raccontare, senza sentirmi accusare di non saper fare il mio mestiere, di non saper contenere il dolore, di non essere composto davanti ai corpi in decomposizione. Voglio diventare un’accusa e assaporare la mia eventuale indifferenza, accidia, incompetenza. Voglio diventare un innocente e avere qualcos’ altro da raccontare ai miei simili un po’ meno innocenti. Voglio diventare una vergogna, provarmi, poi sentire cosa sentono quelli che mi provano o non riescono a provarmi. Voglio diventare sabbia per sopportare i chili di morti che si appoggiano a me almeno per la fine. Voglio diventare un sub per vedere se c’è qualcosa sotto quei natanti, cosa c’è sotto l’Europa, sotto gli uomini, cosa c’è in fondo alla morte. Voglio diventare un centro di accoglienza e star benissimo. Voglio diventare un euro, chiamare tutti gli altri euro possibili, e servire a chi servo, non a chi parla di cosa serve. Voglio diventare un Papa e cominciare anche a predicare, senza essere accusato di predicare, o di volermi paragonare a un Papa .Voglio diventare una colpa e darmi un nuovo senso, voglio diventare un senso e aggiungerlo ai primi cinque ormai non bastanti. Voglio diventare una paura e passare, voglio diventare uno stronzo più di quel che sono, per andare fino in fondo, risalire, e cercare di farmi salvare da chi non lo sarà mai più o non lo è mai stato. Voglio essere una guerra e scoprire come mi moltiplico e perché credo nel continuamente. Voglio diventare una parola e smettere di farmi solo pronunciare. Voglio diventare.

Bertolt Brecht, La guerra che verrà

Il Führer vi dirà: la guerra durerà quattro settimane

Quando verrà l’autunno sarete di ritorno.

Ma verrà l’autunno e se ne andrà

E molte volte tornerà e se ne andrà,

E voi

Non sarete di ritorno.

L’imbianchino vi dirà: le macchine

Provvederanno per noi.

Pochissimi

Dovranno morire.

Ma voi

Morirete a centinaia di migliaia,

Tanti

Quanti morire non se n’è mai veduti.

Quando sentirò dire che siete al capo Nord

E in India e nel Transvaal,

Saprò soltanto

Dove bisognerà cercare le vostre tombe.

Le figurine di Radiospazio. Malattie e collezioni

Guardate il povero Ralph Touchett, che razza di uomo, vi pare? Fortunatamente è deperito; la chiamo una fortuna, perché così ha qualcosa da fare. La sua debolezza è la sua risorsa. La gente può dire: Oh!, il signor Touchett, lui pensa ai suoi polmoni, s’intende di climi! Ma, se non avesse questo, chi sarebbe, che cosa rappresenterebbe? Il signor Ralph Touchett, un americano che vive in Europa. Questo non significa nulla; non c’è cosa che significhi di meno. È molto colto, dicono, ha un’interessante collezione di tabacchiere antiche. La collezione è tutto quanto si richiede, per rendere il caso pietoso. Sono stanca perfino del suono di questa parola: mi sembra grottesca. Per quel che riguarda il padre, povero vecchio, la cosa cambia aspetto; ha la sua personalità, e molto in gamba. Rappresenta una grande casa finanziaria e questo ai nostri giorni è una gran cosa, specialmente per un americano. Ma persisto a ritenere vostro cugino, molto fortunato di avere una malattia cronica, almeno fino a che non sia grave da morirne. È molto meglio delle tabacchiere. Se non fosse ammalato, dite, che farebbe?

Henry James, Ritratto di signora, Einaudi

Luciano Folgore, La pioggia sul cappello

Luciano Folgore, pseudonimo di Omero Vecchi (1888-1966), fu probabilmente il più prolifico creatore di nomi d’arte: Aramis, Albano Albani, Fiore di Loto, Esopino, Remo Vecchio (anagramma del vero nome), Cerbero, Er Moro de li Monti (con cui firmò una raccolta poesie in romanesco), Esopone, battendo di stretta misura uno specialista come Olindo Guerrini, (Argìa Sbolenfi, Marco Balossardi, Giovanni Dareni, Pulinéra, Bepi, Mercutio). Otto pseudonimi contro sette, vittoria al fotofinish. In questa girandola di pseudonimi, quello che viene ricordato, peraltro di rado, dalla Storia della Letteratura italiana è Luciano Folgore, in quanto legato al periodo futurista. Il ventunenne Omero Vecchi, infatti, fu abbagliato dall’incontro con Marinetti, ma dopo alcune opere volonterosamente futuriste, in lui finì per prevalere la sua natura camaleontica ed eclettica, e soprattutto una vena ironico/provinciale che non si accordava troppo ai futuristici furori.

Silenzio. Il cielo

è diventato una nube,

vedo oscurarsi le tube

non vedo l’ombrello,

ma odo sul mio cappello

di paglia,

da venti dracme e cinquanta

la gocciola che si schianta,

come una bolla,

tra il nastro e la colla.

Per Giove, piove

sicuramente,

piove sulle matrone

vestite di niente,

piove sui bambini

recalcitranti,

piove sui mezzi guanti

turchini,

piove sulle giunoni,

sulle veneri a passeggio,

piove sovra i catoni,

e, quello ch’è peggio,

piove sul tuo cappello

leggiadro,

che ieri ho pagato,

che oggi si guasta;

piove, governo ladro!….

L’odi tu? Non è di passaggio

come l’acqua

di maggio,

che sciacqua la terra e la monda.

Sgronda terribilmente;

si sente il blasfemo

di un polifemo ambulante,

si veggono ninfe e atalante

fuggire in un angiporto;

Plutone più vivo che morto

si pone una nivea pezzuola

sul feltro che cola;

Dïana s’accorcia la tunica

fin quasi all’altezza del femore,

e Dedalo immemore e Marte

con toga a due petti e speroni

s’impalano ai muri con arte

per evitare i doccioni.

Cibele fa segno all’auriga

che incurva il soffietto alla biga,

e monta sul cocchio

mentre la furia di Eolo

le palpa il malleolo

le morde il polpaccio,

si sfibia

d’intorno allo stinco e alla tibia.

Bagnati dal coccige al collo,

dal naso al tallone d’Achille,

fradici fino al midollo,

cugini alle anguille,

nubili d’ombrello,

col solo cappello,

sentiamo che l’essere anfibî

sarebbe un superbo destino,

te biscia,

io girino,

e liscia la piova del giorno

ci colerebbe d’attorno,

non come a Issïone

che fece la ruota a Giunone,

ma pari al Tritone

cui Teti concesse

– regalo di nume –

di potersi fare

un ampio palamidone

di schiume di mare.

E piove sempre,

sul càmice mio,

sul peplo tuo

colore oramai dell’oblio,

piove sul croceo e l’eburno

del tuo moccichino di seta,

piove sul cromo del mio coturno

che s’impatacca di creta,

piove sopra il cinabro

che t’impomidaura il labro,

piove sui tremuli tocchi

che t’anneriscono gli occhi,

e andiamo d’androne

in androne,

con facce di mascherone,

squadrandoci obliquamente

se qualche pozza lucente

ci specchia e ci invecchia

per farci morir di furore,

Narcisi

dai visi colore

di colla di paglia,

di succo di nastro,

d’impiastro di minio,

di guazzo assassino

di cipria e di cartoncino.

E piove a dirotto

da tutte le nubi,

piove dai tubi

sfasciati

dell’acquedotto

del cielo,

piove sui cani spelati,

piove sul melo e sul tiglio,

piove sul padre e sul figlio,

piove sui putti lattanti

sui sandali rutilanti,

su Pègaso bolso,

su l’orïolo da polso,

piove sul tuo vestitino

che m’è costato un tesauro,

piove sulla salvia e sul lauro

sull’erbetta e sul rosmarino,

piove sulle vergini schive,

piove su Pàsife e Bacco,

piove persin sulle pive

nel sacco.

E piove soprattutto

sul tuo cappello distrutto

mutato in setaccio,

che ieri ho pagato

che adesso è uno straccio,

o Ermïone

che scordi a casa l’ombrello

nei giorni di mezza stagione.

Ennio Flaiano, Il turista essenziale

Trascorsa la serata a leggere “Il Turista essenziale”. Curiosa e gradevole lettura. E un’operetta che sarà molto utile a quanti viaggiano per diporto, anche nel nostro paese. La parte più interessante mi sembra il manuale di conversazione, ricco di “frasi utili” che invano cercheremo nelle consimili pubblicazioni italiane e straniere. L’Autore è certo persona che ha molto viaggiato. Nella prefazione egli spiega che la malinconia che invade il Turista – e che tutti conosciamo un po’ – viene principalmente dal fatto che non conoscendo egli certe “frasi utili”, finisce per sentirsi estraneo alla vera vita del paese che sta visitando.

Copio nel mio diario le frasi che mi sembrano più utili.

In treno: «Signore, vuol togliere i suoi piedi, le sue mani, la sua testa, la sua valigia dalle mie gambe, dal mio costato, dal mio ventre, dal mio esofago?» «Signor capotreno, questo passeggero si è tolto le scarpe, gli stivali, i calzerotti, i calzini e mi mostra i piedi, gli alluci, i talloni, le piante.» « Signora, il suo bambino, il suo neonato, il suo fantolino mi ha bagnato la borsa nuova, il cappello nuovo, i guanti nuovi. »

In albergo: «Questa camera, questa stanza è piccola, stretta, buia, costosa, e dà, guarda, affaccia su un cortile, un vicolo, un chiassuolo, e ha il bagno guasto, rotto, in riparazione, inservibile. » Al museo: « Non desidero una guida, un accompagnatore, una monografia, né riproduzioni, cartoline, copie di quadri celebri. Voglio soltanto vedere, visitare, ammirare il museo, la galleria, la pinacoteca, la gipsoteca.» A spasso: «Mi dispiace, signor mendicante, non ho denaro spicciolo, moneta spicciola, soldi spicci, pezzi da cinque, da dieci, da cinquanta, da cento; ma soltanto banconote, carta moneta; biglietti di Stato da cinquecento, da mille, da cinquemila, da diecimila.»

Al ristorante. «Cameriere, c’è uno sbaglio, un errore, una differenza a mio svantaggio di cento, duecento, trecento mille lire.» «Cameriere, vuol dire, raccomandare, imporre al suonatore di violino, di chitarra, di mandolino, di fisarmonica, di mettermi l’archetto, il braccio, il gomito, le mani, lo strumento nel piatto?». «Cameriere, nella minestra, nell’arrosto, nel contorno un capello, una ciocca di capelli, una parrucca, bionda, bruna, castana, rossa. «No, cameriere, questo non è il mio cappotto nuovo, il mio soprabito nuovo, il mio impermeabile nuovo, ma il cappotto vecchio, il soprabito vecchio, l’impermeabile vecchio un altro ospite, consumatore, cliente».

A teatro « Signore, ciò che lei sta dicendo, raccontando, fischiettando, canticchiando, mi impedisce di godere, di ascoltare, di sentire la musica, la commedia, la farsa, il balletto, rivista, il duetto, la romanza. «Signora, è la seconda volta, la terza, la quarta che lei brucia, mi accende, mi infuoca il cappotto, la giubba, sottoveste, i pantaloni, con la sua sigaretta, la sua pipa, suo sigaro. »

Al telefono « Sono uno, due, tre giorni che aspetto comunicazione semplice, la chiamata semplice, la prenotazione semplice. Vuol cortesemente, gentilmente, amabilmente chiederla di nuovo, sollecitarla, implorarla? »

All’ufficio postale: «No, signor ufficiale postale, non voglio collezionare, acquistare, comprare biglietti di lotteria, calendari, francobolli di beneficenza ma solo inviare, spedir mandare un telegramma, una raccomandata, una assicurata.

Al commissariato « Mi hanno preso, tolto, portato via l’automobile, la motocicletta, il motoscooter, la bicicletta, le valigie lo zaino, il sacco, la macchina fotografica, il binocolo, la borsa, i vestiti, il contante».

«Io non sapevo, ignoravo, non ero al corrente che questa moneta fosse falsa, artefatta, falsificata, fuori corso».

«Questo conducente, autista, vetturale, vuole, desidera, pretende mille, duemila, tremila lire in più del pattuito, contrattato, stipulato.» No, signor commissario, c’è un equivoco, un qui-pro-quo, un malinteso. Io non sono il ladro, il falsario, il truffatore, il conducente, ma il derubato, il truffato, il passeggero, in una parola: il turista. »

Ennio Flaiano, Frasario essenziale per passare inosservati in società, Bompiani

Ennio Flaiano, Il fascismo conviene agli italiani

Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il Fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta. Il fascismo è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista.

Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre.

Ennio Flaiano, Don’t Forget, 1976

Le ultime parole di Stan Laurel

Forse è una leggenda, ma comunque è un commiato da questo mondo che corrisponde al personaggio.

Stan Laurel: – … Vorrei essere a sciare…
Infermiera: – Le piace sciare, signor Laurel?
Stan Laurel• … Assolutamente no, ma sempre meglio che stare qui.