Anonimo del XIV secolo, La Nube della non conoscenza (Pan, la rivista delle riviste)

Nulla sappiamo dell’autore della Nube della non conoscenza se non ciò che traspare del suo scritto: era un monaco di clausura dedito alla vita contemplativa. Alcuni ipotizzano fosse un certosino: la regola di quell’ordine, però, così austera, non potrebbe spiegare i passi più realistici del testo, le descrizioni più leggere, che tradiscono la quasi umoristica frustrazione di un recluso dal temperamento irascibile, ipersensibile, severo, amante del silenzio e della pace, costretto ad abitare con confratelli assai meno contemplativi di lui. Alcuni di questi, sfogano la propria vitalità repressa in gesti stravaganti e insensati, altri traboccano di eccentrica allegria come “ragazze che spettegolano o giocolieri in azione”; altri ancora sono così inquieti “da non riuscire a stare fermi, né in piedi né sdraiati, a meno di non muovere ossessivamente le membra”. Benché non condanni tali abitudini, l’autore della Nube della non conoscenza non nasconde la propria irritazione, stigmatizzando le pretese spirituali di uomini incapaci di quiete. I tentativi di identificare questo misterioso autore con Walter Hilton, l’autore della Scala della perfezione, sono completamente falliti. Tutto ci porta a pensare che La Nube della non conoscenza sia opera di un genio mistico, dal carattere marcato e dal grande talento letterario; un originale che, pur traendo ispirazione dalle opere di Dionigi l’Areopagita e di Riccardo di San Vittore, ha introdotto un elemento genuinamente nuovo nella letteratura religiosa medioevale. Quali sono dunque le caratteristiche di questa originalità? In primo luogo, la combinazione tra elevate doti spirituali e un vivace sense of humour, la capacità contemplativa associata al frugale buon senso: un equilibrio tra mondo e oltremondano che difficilmente troviamo in altri mistici. Nel suo avido guardare al divino, questo mistico non perde mai il contatto con l’uomo, non dimentica mai lo scopo supremo dei suoi scritti: non tanto elencare i favori spirituali ricevuti ma condividerli per aiutare i propri simili nell’ascesa. Inoltre, è schietto: riesce a trasmettere con parole semplici, concrete, tratte dalla vita di tutti i giorni le proprie esperienze spirituali. Tra i mistici, è il più ‘realista’. Il suo scritto ci concentra principalmente sull’arte della preghiera contemplativa, quella “cieca intenzione protesa verso Dio” che, se autenticamente e interamente rivolta a Lui, non può non raggiungere il suo scopo. Il talento peculiare nel descrivere i distinti stati dello spirito permette a questo anonimo autore di discernere, con sorprendente vividezza, non soltanto le strane sensazioni, la confusione e lo smarrimento di chi si inoltra nelle prime fasi della contemplazione – la lotta contro i pensieri che sviano, il silenzio, l’oscurità che preme ovunque – e la terribile condizione di quei teorici, “gonfi di orgoglio, invischiati nel clero, astuti nello scrivere”, che perdono quel tesoro “che non si ottiene con lo studio ma tramite la grazia”, ma anche la facilità di chi con “l’acuminata freccia dell’amore ardente” non ha “fallito nel colpire Dio”. Una naturale semplicità caratterizza la sua dottrina del raggiungimento dell’Assoluto. Per l’autore della Nube della non conoscenza esiste soltanto una necessità fondamentale: il perfetto, appassionato orientarsi alla volontà del divino, di modo che essa sia “amore e scopo e scelta e culmine del cuore”. Ciò è possibile non tanto tramite una cronaca di pratiche ascetiche, il rifiuto del mondo, lo sforzo intellettuale, ma attraverso l’amore e la vita attiva. Così scrive: “Il silenzio non è Dio, parlare non è Dio; non è Dio il digiuno né il pasto; non è Dio la solitudine né la compagnia: Dio non è in ciascuno di questi opposti. Egli è celato tra di essi e non può essere scovato da alcuna operazione dell’anima, ma soltanto dall’amore del cuore. Non può essere appreso dalla ragione né compreso dal pensiero né dedotto dall’intelletto; può essere amato e scelto soltanto grazie all’amorevole volontà del cuore”. Il mistico della Nube della non conoscenza specifica, con un po’ di alterigia, che il suo libro non è destinato agli indisciplinati cercatori dell’anormale e del mirabile, né ai “ciarlieri carnali, gli adulatori, gli invidiosi… né ad alcun ‘curioso’, colto o ignorante che sia”. Egli si rivolge a chi è chiamato alla vera preghiera contemplativa, a chi cerca Dio nel chiostro del mondo, il cui “piccolo segreto amore” è ciò che infonde energia a ogni azione e al contempo insaporisce l’esistenza con la sua remota dolcezza. A costoro, egli insegna la dura e semplice arte della rievocazione e del ricordo, preliminare necessario a ogni comunione spirituale, per cui tutte le immagini sensuali, i pensieri, le memorie “sono calpestate dalla nube dell’oblio”, affinché “nella mente operante non viva altro che la nuda intenzione protesa verso Dio”. Questa “intenzione” – amorevole e virile evidenza della volontà – è il fatto centrale della vita mistica, è il cuore della preghiera efficace. Solo tramite tale esercizio lo spirito, libero dalle deviazioni della memoria e dei sensi, può concentrarsi sulla vera Realtà e ascendere con “amore intimo e profondo” verso la “Nube dell’Inconoscibile” – la “divina ignoranza” dei Neoplatonici – nella quale “il nodo ardente dell’amore tra te e Dio si intreccia in un’unica entità, in accordo con una sola volontà”. In questa dottrina c’è qualcosa di utile anche per le tendenze spirituali del pensiero moderno. Non c’è traccia di quietismo né di deliquio spirituale. Dal principio alla fine, viene richiesto un lavoro consapevole e desto: si insiste sulla completezza dell’esperienza. “Un uomo non è pienamente attivo se non è in parte contemplativo; non è pienamente contemplativo se non è in parte attivo”. L’enfasi è posta ripetutamente su questo aspetto, il tema prediletto dalla mistica inglese: “L’amore non può essere pigro” scriveva Richard Rolle. Eppure, la sola volontà, per quanto ardente, ardimentosa, solare, non basta per giungere al mondo celeste. Tutto è “opera di Dio, compiuta in modo speciale nell’anima che Egli gradisce”. Ma l’uomo può e deve fare la sua parte: disciplinare il carattere, rendere belli e puri la mente e il cuore, prima di volgersi alla triplice stella del Bene, della Verità, del Bello che è Dio. Per prepararsi all’atto contemplativo occorre rigenerarsi, ricostruire il carattere e i tratti del sé. “Che la deliziosa oscurità sia il tuo specchio”. Che cos’è questa oscurità? È la “notte dell’intelletto” in cui veniamo immersi quando raggiungiamo uno stato di coscienza che trascende il pensiero, quando entriamo in un piano dell’esperienza spirituale con cui l’intelletto non può interagire. Questa è la “Divina Oscurità”, la Nube della non conoscenza o dell’Ignoranza, “oscura per eccesso di luce”, predicata da Dionigi l’Areopagita e accolta con entusiasmo dal suo interprete inglese. La “nebbia oscura che sembra frapporsi fra te e la luce a cui aspiri” è lo smarrimento mentale, la paradossale prova del raggiungimento. La ragione è nell’oscurità perché l’amore è penetrato “nel misterioso splendore dell’Oscurità Divina, la luce inaccessibile in cui si dice dimori Dio, nella quale il pensiero, con tutte le sue lotte, non può giungere”. “Gli amanti”, ha scritto Coventry Patmore, “spengono le luci e chiudono le tende quando desiderano vedere il dio e la dea; nella comunione superiore, la notte del pensiero è la luce della percezione”. Questo stato non si può spiegare, è parte dell’esperienza dell’anima individuale. “Chi merita di vedere e di conoscere Dio”, scrive Dionigi, “riposa nell’oscurità: proprio perché non vede e non conosce, abita in ciò che trascende ogni verità e ogni conoscenza”. “Soltanto allora”, scrive l’autore della Nube, quasi sussurrando allo smarrito neofita il suo più caro segreto, “Dio, di tanto in tanto, emana un raggio sottile che squarcia la nube della non conoscenza che si frappone tra te e Lui; e ti mostra qualcosa della Sua intimità, di cui l’uomo non può dire”.


Evelyn Underhill

*Il testo di Evelyn Underhill, “The Cloud of Unknowing”, è stato pubblicato in origine su “The Quarterly Review” (1919), poi, in forma più distesa, per introdurre l’edizione della “Nube della non conoscenza” edita da John M. Watkins, Londra, nel 1922. La traduzione italiana è di Federico Scardanelli

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