Italo Calvino, L’antilingua

Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo:

“Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata”.

Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: “Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante”.

“Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua. Caratteristica principale dell’antilingua è quello che definirei il “terrore semantico”, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato […].

Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente […]

Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: “io parlo di queste cose per caso, ma la mia funzione è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto di tutto, anche di me stesso”. La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire “ho fatto” ma deve dire “ho effettuato” – la lingua viene uccisa.”

Italo Calvino, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Einaudi

Le figurine di Radiospazio. Le invenzioni

E un bollitore per il tè? Con il beccuccio che, all’uscita del vapore, si apre e si chiude come una bocca e sibila belle melodie, o recita Shakespeare, o semplicemente si scompiscia dal ridere con me? Potrei inventare un bollitore che legge con la voce di papà, così riuscirei ad addormentarmi, o magari un intero servizio di bollitori che cantano il ritornello di Yellow Submarine, una canzone dei Beatles, che mi piacciono perché l’entomologia è una delle mie Parsons d’ètre, un’espressione francese che conosco.

Sarebbe bello anche allenare il mio ano a parlare mentre tiro le scoregge. A voler essere proprio spiritoso al massimo, potrei insegnargli a dire: «Non sono stato io!» ogni volta che ne sgancio una di quelle incredibilmente toste. E se mai ne sganciassi una di quelle incredibilmente toste nella Sala degli specchi di Versailles, che è vicino a Parigi, che è in Francia, naturalmente il mio ano direbbe: «Ce n’etais pas moi!»

E dei piccoli microfoni? Tipo che tutti ne inghiottiamo uno, e loro diffondono i suoni del nostro cuore grazie a piccoli altoparlanti che potremmo tenere nella tasca della salopette? Di sera, andando in strada con lo skateboard, potremmo sentire i battiti di tutti gli altri, e gli altri potrebbero sentire il nostro, come una specie di sonar.

Jonathan Safran Foer, Molto forte, Guanda

Franco Berardi, L’infezione biblica Donald Duck e Lupo Ezechiele (Il Disertore)

Il dio del Vecchio Testamento prepara l’Apocalisse da millenni. Ora la tragedia è diventata farsa. L”Apocalisse, però è cosa seria

L’infezione biblica – tragico progetto di Vendetta Terrore e Sterminio – ha ammorbato la storia dell’Occidente fin quando, un paio di secoli fa, credendo di essercene liberati, mettemmo al suo posto la Ragione.

Ma si trattava solo di un’illusione. La Ragione non era un avatar della profezia schizoparanoide di dominio assoluto sul Tempo sulla Natura e soprattutto sui popoli inferiori che il popolo eletto è autorizzato da dio a sfruttare torturare e sterminare.

Ora quella profezia schizoparanoide troneggia in varie differenti versioni: come onnipotenza della Tecnica, come Intelligenza dell’Automa, e, dulcis in fundo, come Apocalisse atomica incombente. Ma soprattutto come personaggio dei fumetti: Donald Duck vuole un Arco di Trionfo più grande di quello di Napoleone, e Big Bad Wolf che nella versione italiana si chiama Lupo Ezechiele spara cazzate a raffica ma religiosamente.

Pete Hegseth, l’eroico Ministro della Guerra degli Stati Uniti ha citato le Sacre Scritture nella versione rivista da Quentin Tarantino.

Durante un servizio religioso nei locali del Pentagono, atletico nella sua attillata giacchetta blu, il Ministro ha ringraziato l’Altissimo per la missione di salvataggio del pilota che i pasdaran avevano abbattuto nel sud iraniano, citando il profeta Ezechiele nella versione di Jules Winnifield, il sanguinario sicario interpretato da Samuel Jackson che in Pulp Fiction si accompagna a John Travolta.

Ve la ricordate quella scena? Prima di sparare in testa a un malcapitato spacciatore che lo implora di risparmiarlo, il devoto assassino pronuncia una parodia biblica che suona così:

“The path of the downed aviator is beset on all sides by the inequities of the selfish and the tyranny of evil men. Blessed is he who in the name of camaraderie and duty shepherds the lost through the valley of darkness, for he is truly his brother’s keeper and the finder of lost children. And I will strike down upon thee with great vengeance and furious anger those who attempt to capture and destroy my brother, and you will know my call sign is Sandy 1 when I lay my vengeance upon thee. Amen.”

“Il cammino dell’aviatore abbattuto è assediato da ogni parte dalle iniquità degli egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto colui che, in nome della fratellanza e del dovere, guida i perduti attraverso la valle delle tenebre, poiché egli è veramente il custode di suo fratello e il ritrovatore dei figli perduti. E io mi abbatterò su di voi con grande vendetta e furia cieca, su coloro che tentano di catturare e distruggere mio fratello, e saprete che il mio nominativo è Sandy 1 quando riverserò la mia vendetta su di voi.”

Nella versione originale, nel passo 25:17 del Vecchio Testamento il profeta Ezechiele in una dichiarazione di vendetta divina contro (indovinate chi?) i Palestinesi, si esprime con queste parole: “Scatenerò grande vendetta contro di loro come furioso rimprovero: e impareranno che io sono il Signore, quando li colpirò con la mia vendetta.”

Quentin Tarantino, nella sublime ironia della versione Pulp Fiction intende ridicolizzare quel testo irto di violenza che conosciamo come Vecchio Testamento. Ma per Pete Hegseth, che porta un tatuaggio sul petto con scritto: “Deus Vult” è difficile distinguere tra quell’orribile testo profetico e la sua parodia.

L’Angelo della Morte (frammento)

In un antico libro sapienziale viene detto: meglio sarebbe che non fosse mai nato chi vuole sapere tutto ciò che è e sarà sotto la terra e al di là de1 cielo. Al che io rispondo che in quello stesso libro è detto che l’Angelo della Morte, che scende verso l’uomo per separarne l’anima dal corpo, è tutto coperto d’occhi. E perché? A che fine l’angelo che tutto vede nel cielo e nulla ha da scrutare sulla terra, ha bisogno di tanti occhi? Ed eccomi a pensare che essi non siano per lui. Avviene che l’Angelo della Morte, nell’apparire all’uomo per portarsene via l’anima, si accorga di essere sopraggiunto troppo presto; che il termine dell’uomo, perché si distacchi dalla terra, non è ancora scaduto. L’angelo sfiora la sua anima, non gli si mostra neppure; ma, prima di dipartirsene, gli lascia furtivamente altri due occhi degli innumerevoli di cui è coperto. E allora l’uomo comincia a vedere, all’improvviso, oltre ciò che vedono gli altri uomini e vede egli stesso con i suoi vecchi occhi, cose del tutto nuove. E le vede nella loro novità, non già alla stregua degli uomini, ma come possono vederle gli abitanti di «altri mondi», sicché non gli appaiono più «necessarie», ma «libere», ossia esse sono e non sono nello stesso tempo; appaiono quando scompaiono e scompaiono quando appaiono. Ciò che scorgono i vecchi occhi naturali, gli «occhi di tutti», contraddice pienamente la visione degli occhi lasciati dall’angelo. Ora, poiché tutti gli altri organi sensori e anche la ragione sono strettamente connessi con la nostra visione ordinaria e, del pari, ad essa si ricollega l’«esperienza» dell’uomo, individuale e collettiva, le nuove visioni assumono un carattere apparente di anormalità, di gratuità insensata e immaginaria, e sembrano essere il prodotto di fantasmi o le allucinazioni di una mente in disordine. Un passo ancora, e sarà la follia: non la follia poetica, ispirata, di cui trattano i manuali di filosofia e di estetica, tante volte descritta e giustificata sotto i nomi di Eros, Mania, Estasi, bensì la pura e semplice pazzia da cella di manicomio. Allora inizia la lotta fra le due visioni — quella naturale e quella innaturale — la cui soluzione rimane in apparenza problematica e misteriosa come i suoi esordi…

Lev Šestov, Sulla bilancia di Giobbe, Adelphi

Le figurine di Radiospazio. L’altro

Quando pensi che l’altro non ti consideri abbastanza, significa che gli sei legato e, per via di questo legame, non sei indipendente. Quanto meno ti aspetti, tanto più ricevi.
Ciò che attendiamo da un altro, dunque dall’esterno, lo abbiamo inconsciamente dentro di noi. Anziché attenderlo dall’esterno, dobbiamo svilupparlo dentro di noi, acquistandone consapevolezza. L’anima non ha legami temporali, è eterna. Bisogna sprofondare in essa, innalzarla alla coscienza, ovvero svilupparsi.

Etty Hillesum, Lettere. 1941-1943, Adelphi

Marina Cvetaeva, Il museo di mio padre (Pan, rivista avventuriera di testi effimeri e lunari)

Il museo di mio padre. Il sogno del museo ebbe inizio… in un tempo lontano lontano, quando mio padre, figlio di un povero prete nel villaggio di Talitsij, nel distretto di Shuya, nell’oblast di Vladimir, mise piede per la prima volta su una pietra romana. A quel tempo, era un filologo di ventisei anni, con una borsa di studio dell’Università di Kiev per andare all’estero. Mi sbaglio. In quell’istante nacque la decisione di creare un museo. Il sogno del museo iniziò, naturalmente, prima di Roma, nei giardini impomatati di pioggia di Kiev, forse perfino nei boschi di Talitsij, nel distretto dove aveva studiato latino e greco, alla luce di una scultura ardente. “O se potessi vederla…”; e più tardi, “O se anche altri (scalzi e poveri come lui) potessero vederla con i loro occhi”. Il sogno di un museo russo di scultura nacque, posso dirlo con sicurezza, insieme a mio padre. Mio padre è nato nel 1846.

Tarusa, oblast di Kaluga. Una casa chiamata “Pesochnaia” – un’antica casa signorile, ora trasformata in luogo di villeggiatura – a due chilometri da Tarusa, completamente isolata, sulla riva del fiume Oka, con betulle simili a… è autunno. Gli ultimi fiori – fiori rosa, vividi e minuti, senza nome, dal profumo meraviglioso, che saprò ricordare per sempre – sbocciano per la via. Papà e mamma partono per gli Urali, a prelevare il marmo per il museo. La giovane Asija dice alla tata: “Augusta Ivanovna, che cos’è un museo?” “L’edificio dove ci sono pesci e serpenti essiccati”. “Perché?”. “Perché così gli studenti possono studiarli”. Felice del suo futuro da studentessa o forse semplicemente approfittando dell’assenza dei miei genitori, la tata esplode in un accecante “jodel” tirolese. Scriviamo le lettere a mamma e papà. Io scrivo, l’analfabeta Asija disegna musei e Urali e su tutte le vette degli Urali un museo. “Ed ecco un Urale, poi un altro e un altro”, dice, diligente, scoccando la lingua, fino alla guancia. “Ed ecco un museo e un altro e un altro…”. Mentre anch’io, srotolando la lingua, con fatica, dico, “Avete trovato il marmo per il museo? È resistente? Anche a Tarusa c’è il marmo, solo che non è resistente”. Poi scrivo: “Avete trovato un gatto per noi, un gatto di montagna? A Tarusa ci sono tanti gatti, me non esistono gatti di montagna”. Una splendida mattina, la casa piena di pietre multicolori: blu, rosa, lilla, colore del fiume, colore del bosco. Una pietra mi sembra un pezzo di roastbeef; quest’altra sembra caffè che trabocca. Non guardiamo neppure il grande quadrato regolare di pietra bianca, leggermente grigia, leggermente scintillante. Quello è il marmo per il museo. Quanto al gatto di montagna, il gatto promesso, i genitori non l’hanno portato con loro. * La corona d’alloro Il giorno dell’inaugurazione del museo. Mattina, primordi, giorno trionfale. Un corriere dal museo? No – voce di donna. Destato dal suono del campanello, mio padre è già sulla soglia della sala; indossa la vecchia, immutabile vestaglia grigio-verde, il colore del maltempo, il colore del Tempo! Apparizione molto graziosa di una donna molto alta alla porta con enormi occhi verdi da una cornice di ciglia scure, profonde, come quelle di Carmen, palpebre un po’ rosse, color terracotta, come quelle di Carmen. È l’amica che conosciamo tutti, l’amica del museo del mio vecchio padre, delle mie poesie da ragazzina, l’amica delle battute notturne di pesca con mio fratello grande, delle prime conquiste di mia sorella grande, l’amica di ciascuno di noi separatamente e di tutta la famiglia, la donna nella cui amicizia ci siamo tuffati alla morte di mia madre – Lidia Alexandrovna T., nata Gavrina, per metà ucraina e per metà napoletana, sangue nobiliare, anima romantica. Mio padre, riconoscendola: “Per amore di Dio, Lidia Alexandrovna, perdonatemi, sono in uno stato tale… non immaginavo fosse lei… pensavo, il corriere… mi permetta, sono… (indicando imbarazzato la vestaglia)”. “Oh, no, no, carissimo, onoratissimo Ivan Vladimirovič, stai bene così come sei. In questo giorno propizio la tua vestaglia è come una toga romana. Proprio così: una toga. Oppure… un peplum greco, se preferisci”. “Ma… (papà, sempre più imbarazzato), io… in un certo modo… non sono uso…” “Credimi: è la toga di un saggio. E poi, tra poche ore emergerai in tutta la tua gloria. Sono venuta così presto perché volevo essere la prima a congratularmi per te, questo è il giorno più bello della tua vita – e anche della mia. Sì, anche della mia vita, visto che non ho mai creduto di poter creare qualcosa. Una tale felicità non mi è stata concesso. Per questo ho imparato ad amarti. Ti ho amato subito. E continuerò ad amarti fino al mio ultimo respiro. Perché sei un creatore. Ecco, esattamente: un creatore. Dovevo essere la prima a ringraziarti per il successo che ti ha sorriso, per questo successo frutto di grande fatica. Nel nome della Russia – e del mio – ti ho portato: questo”. E davanti a mio padre sfoggia una corona di alloro. “Ma… la prego… la prego…”. “Indossala. Subito. Qui. Ora. Davanti ai miei occhi. Che incoroni la tua bella, nobile fronte”. “Fronte… Lidija Aleksandrovna, carissima, sono infinitamente commosso, ma… una corona d’alloro… per me… è davvero del tutto inutile”. (Nel suo completo distacco dal mondo esterno, mio padre non si sofferma neppure un attimo a pensare a come figurerebbe un ‘laureato’ in vestaglia!) “No, no, no, non c’è da discutere”, sibila la visitatrice, torcendo le labbra, con le lacrime agli occhi. “Devo incoronarti, anche solo per un istante!”. Approfittando del fatto che mio padre, in un gesto di imbarazzata gratitudine, le porge entrambe le braccia, con atto da traditrice – del tutto italiano, in verità – gli depone, anzi gli impone la corona in testa. Lui, schermandosi. “Ti prego, non farlo, non farlo…”. Lei, supplicando. “Oh, non levarla, ti sta così bene”. Con tutta la passione possibile, piena di desiderio – perché il desiderio è la più vasta delle passioni – lei lo bacia, quella trentacinquenne spavalda bellezza bacia un uomo di quasi settant’anni sulla fronte coronata d’alloro. Un istante dopo (la corona è già stata tolta e deposta con cura sul tavolo all’ingresso), la visitatrice, in piedi, stringe le mani di mio padre, le pone sul suo petto: “Voglio che tu lo sappia: è alloro romano. Me lo sono fatto spedire da Roma. Un piccolo alberello in un vaso. Ho intrecciato la corona con le mie mani. Sì, è vero, sei nato nell’oblast di Vladimir, ma Roma è la tua giovinezza, la tua anima è romana. Ah, se soltanto tua moglie avesse potuto vivere fino ad oggi: questo giorno sarebbe stato il suo dono!”. Mio padre morì il 30 agosto del 1913, un anno e tre mesi dopo l’apertura del museo. La corona d’alloro è finita nella sua bara.

Marina Cvetaeva

Ipotesi intorno a un crocifisso (Pangea)

Ipotesi intorno a un Crocefisso
Ciascuno ha i propri luoghi. Il mio è il santuario di Casteldimezzo, un microscopico paese a precipizio sull’Adriatico, nelle Marche. Nei boschi che lo accerchiano è tornato il lupo. Il santuario è intitolato al SS. Crocefisso: in effetti, di lato, sulla destra fronteggiando l’altare, spicca un Gesù animalesco, inchiodato, preso nel latrato. È un Gesù-Minotauro, un Gesù mostruoso: il suo torso è ampio come un veliero; reca fenditura di chiglia. Gesù che ha sopportato tutto – Gesù insopportabile. Al Crocefisso, di fattura veneziana, dicono, ‘spiaggiato’ lungo queste aspre coste agli inizi del Cinquecento, come uno dei radi delfini che ogni tanto si possono vedere, sono ascritti diversi miracoli. Tra questi, c’è l’aver protetto Casteldimezzo da certa razzia all’epoca delle scorribande di Francesco Maria I della Rovere, il nipote del Montefeltro. Al cospetto del Crocefisso, spiccano una singolare serie di ex voto, a dimostrazione di veneranda venerazione.   Tra le varie raffigurazioni del Gesù-animale – il pellicano e il cigno, il leone, l’agnello; a volte mi sono immaginato un Gesù-gazza, aggraziato nel ladrocinio – questo Gesù-molosso mi affascina. Anzi, mi piega le ginocchia, mi piaga nel pregare.   Sono innumerevoli le fogge del Crocefisso. Ci sono i Gesù esilissimi, trecenteschi, i cui arti, intorno al legno, si diramano come le fronde di un salice. Ce ne sono altri in cui Gesù è bitorzoluto, è radice secca, gonfia di pena; altri in cui – secondo norma evangelica – l’Uomo pare un serpente issato a mo’ di beneficio contro ogni veleno. In alcuni Crocefissi le ferite sono superficiali, meri sbagli, meri sbreghi, gli sfridi della carne, beatissimi fiori: cosa da leccare, cosa da staccare coi denti. In altre, le ferite sono una specie di lebbra, includono Gesù, lo inglobano in sé: sono bocche, sono mandorle, sono ovaie – vulva christi, a riprendere un tremendo e splendido lavoro di Tiziana Cera Rosco. Nel Grünewald che tanto piaceva a Giovanni Testori, il Cristo è svaginato: come se, a colpi di scalpello, occorra carpire di che pasta è fatto dio.   Chi crede che la Croce sia un monito a indossare la propria croce, credo che sbagli. Lo spirare di Gesù è il nostro spiraglio a Dio, la nostra ispirazione; Croce sigillo dei cieli, o meglio: passepartout celeste. Per riconoscersi, Dio deve andare nel punto più distante da Sé, nel punto irraggiungibile, in cui non si può più riconoscere. Irriconoscibile a Sé. La kenosi, la spoliazione di Dio di ogni suo attributo divino, il suo farsi inutile servo, il suo erigersi massacro, ha qualcosa di simile allo tzimtuzum, la “contrazione” di Dio secondo i cabbalisti, il Suo “nascondimento”, il Suo ritrarsi da qui, in uno spazio di palpebre serrate. Dio non ha più nulla da consegnare – rotoli, leggi, insigni insegnamenti – perché è il consegnato – è nel crollo detto Croce. Il legno serba traccia del corpo del falegname che si è fatto Figlio per sempre. Così, anche la frase flagrante – “Dio a sua figura fece uomo, a figura di Dio”; “Elohim haAdam be-tzelmò be-tzelem Elohim barà” – va sbilanciata nel sublime. Dio ha preso figura umana, è del nostro stampo – di qui, l’abisso.      
“Qui, Cristo è anche bestia e cane”. Grandi scrittori
ossessionati da grandi artisti: Giovanni Testori vs. José Saramago  
  Josè Saramago pubblicò il romanzo ‘scandaloso’ nel 1991. Si intitola Il Vangelo secondo Gesù, è tradotto in Italia dal 1993. Letto oggi, il romanzo fa meno effetto: il desiderio di scardinare le verità evangeliche in pie menzogne e di denudare Dio, infine, affatica la narrazione. È un romanzo ‘a tesi’, scritto con invidiabile verve retorica. Quando lo lessi, mi affascinò perché un grande scrittore, prima o poi, deve fare a pugni con Dio, deve esserne pugnalato – o fuggire.   *   Mi affascinava anche un’altra cosa, che ripeto con graffio oraziano: ut pictura poiesis. La scrittura dipinge: ha un colore, un’energia pittorica, una disposizione a certi sguardi. Vado oltre. M’importa il modo in cui gli scrittori si confrontano, sconfinando, con l’opera d’arte. Come si descrive un quadro? La lotta tra ciò che si ‘vede’ e si legge, il “visibile parlare” di cui dice Dante – Purgatorio, Canto X –, l’opera d’arte che parla e la scrittura che prende vita.   *   José Saramago apre il suo “vangelo” con una possente descrizione della Crocefissione di Albrecht Dürer, di icastica violenza. Questo è l’incipit: “Si vede il sole in uno degli angoli superiori del rettangolo, quello alla sinistra di chi guarda, e l’astro re è raffigurato con la testa di un uomo da cui sprizzano raggi di luce pungente e sinuose lingue di fuoco, come una rosa dei venti indecisa in quali direzioni puntare, e quel viso ha un’espressione piangente, contratta da un dolore inconfortabile, e dalla bocca aperta emette un urlo che non potremo udire, giacché nessuna di queste cose è reale, quanto abbiamo davanti è solo carta e colore, nient’altro”. Saramago tipico: frase ampia, nitida ma involuta, che invoca, infine, un dato ‘morale’. Saramago annuncia il suo intento poco dopo, descrivendo uno dei ladroni. “Magro, capelli lisci, la testa piegata verso la terra che dovrà inghiottirlo, due volte condannato, a morte e all’inferno, questo misero reietto può essere solo il Cattivo Ladrone, in fin dei conti un uomo rettissimo, cui è rimasto quel po’ di coscienza che gli impedisce di fingere di credere, al riparo di leggi umane e divine, che un minuto di pentimento basti a riscattare una vita intera di malvagità o una sola ora di debolezza”. Con brevi scalfitture grammaticali – e una certa pedagogica presunzione – Saramago rovescia la dinamica evangelica.   *   Quando descrive il Gesù dell’atroce e mirabile crocefissione di Dürer, Saramago, con incedere fermo e caustico, devoto al ragionamento, tocca il punto sacro del discorrere, l’ovvio dell’orrore. “Su questo luogo chiamato Golgota molti hanno avuto lo stesso fatale destino, e tanti altri lo avranno, ma quest’uomo nudo, inchiodato piedi e mani a una croce, figlio di Giuseppe e Maria, di nome Gesù, è l’unico cui il futuro concederà l’onore dell’iniziale maiuscola, gli altri non saranno che crocefissi minori”. La descrizione si chiude con un cavaliere, appena visibile, sullo sfondo. “Con la mano sinistra porta un secchio e, con la destra, una canna… Quest’uomo, un giorno, e poi per sempre, sarà vittima di una calunnia, quella di aver offerto, per malvagità o scherno, dell’aceto a Gesù che gli chiedeva acqua, mentre gli avrà dato la mistura che ha con sé, acqua e aceto, una fra le migliori bevande per ammazzare la sete, com’era noto e praticato allora. Se ne va, non rimane fino alla fine, ha fatto il possibile per alleviare l’arsura dei tre condannati, e senza alcuna differenza tra Gesù e i ladroni, per la semplice ragione che queste sono cose terrene, che rimarranno sulla terra, e con le quali si fa l’unica storia possibile”. A colpi di lima, Saramago vuol far cadere la Croce e smontare l’etica evangelica – a costo di essere impietoso con Gesù e cauto coi ladroni. D’altronde, gli scrittori praticano l’eccedenza.   *   Non è una novità che un’opera d’arte sia la chiave di volta di un romanzo, anzi, di una vita. Saramago era affascinato da Dürer; Dostoevskij era ossessionato dalla “Madonna Sistina” di Raffaello – su cui, decenni dopo, Vasilij Grossman scrive pagine memorabili. La cita, come emblema della bellezza improvvisa, pura, spaesata, candida, scandalosa, in diversi romanzi. In Delitto e castigo (“Il volto della Madonna Sistina è fantastico, è quello di una ragazza addolorata”), nei Demoni (“…l’ideale dell’eterna bellezza, la Madonna Sistina, una luce con anfratti d’ombra…”, “…regina delle regine, ideale dell’umanità…”). Nei Demoni, la Madonna Sistina è icona dell’inutile necessario, del “non di solo pane vive l’uomo”, dell’afflato a ardere l’afflizione quotidiana nell’altezza, nella vertigine (“…se mettete in primo piano la ghigliottina e con tanto entusiasmo è semplicemente perché tagliar teste è la cosa più facile, mentre avere idee è la più difficile… Questi carri, o come è detto là ‘lo strepitio dei carri che portano il pane all’umanità’ sono più utili della Madonna Sistina… Ma capisci, gli grido, capisci che all’uomo oltre alla felicità è egualmente, assolutamente necessaria anche l’infelicità!”). Secondo la versione di Sofja Tolstaja, “Una volta, parlando con la contessa della Pinacoteca di Dresda, Dostoevskij disse che anteponeva la Madonna Sistina a tutti i capolavori della pittura mondiale”. Una copia della Madonna di Raffaello, incorniciata, fu regalata da Sofja allo scrittore: “Quante volte durante il suo ultimo anno di vita lo trovai davanti a questo magnifico quadro… e, per non disturbarlo, uscivo dalla stanza senza far rumore”. Come l’opera scritta, un’opera d’arte inghiotte, parla, divora, moltiplica, modifica.   *   Una delle più straordinarie testimonianze del rapporto tra uno scrittore e l’opera d’arte, incarnato, privo di lucore intellettuale, è di Giovanni Testori.   Nel 1972 lo scrittore introduce il volume Rizzoli L’opera completa di Grünewald con un saggio dal titolo Grünewald, la bestemmia e il trionfo. Testori ha lingua soffocante, che sgozza e sconfigge, sempre pare dire una cosa ora&qui, con urgenza definitiva, perché da qui, da ora nulla sarà più lo stesso. Incipit: “L’atto innominabile e furente; il precipizio verso il centro dell’essere, verso il suo nucleo, verso la quantità di vero precoscienziale e irreversibile; lo scandalo (ecco, forse la parola che più propriamente è adibita a designare tale gesto), lo scandalo, dicevo, dell’intera storia delle immagini (e delle forme) s’è perpetrato una volta per tutte e resta quindi contenuto tutto e per sempre nel magro catalogo che s’è andato radunando attorno alla persona (rimasta, per altro, quasi giustamente e vendicativamente, enigmatica anche per quanto concerne la certezza delle notizie e delle date) di Grünewald”. Testori agisce con la stessa energia letteraria di Saramago – i due sono pressoché coscritti, un anno li distanzia –, ma a contrario: il portoghese disseziona, analizza, giudica; Testori precipita nell’ingiudicabile, nell’al di là del giusto, nell’ingordo.   *   Il dettaglio del Gesù piagato, piegato all’urlo, prono alla rovina, disarcionato dall’umano – e perciò umanissimo – tutto lebbra e fiore, di Colmar, il devastante altare di Isenheim, è opera d’artista, spirale nel supremo. “Cristo, in Grünewald, non scende a incarnarsi solo come uomo; s’incarna come scandalo dell’unità e dell’unicità dell’essere… Il Cristo di Colmar non è più soltanto un colosso umano; e neppur più soltanto un toro indomabile, anche se vinto; le piaghe che maculano la sua pelle non sono più e solo cicatrici o ascessi dovuti alle spine o agli attrezzi della flagellazione e della tortura; esse sono anche, e nello stesso tempo, escrescenze e oscuri morbi di natura tipicamente vegetale, ferite di tronchi strappati, croste di clorofille malate; così some sono anche infezioni di tessuti, spurghi e corrosioni di sifilidi e di altre malattie legate ai vizi e alle profanazioni dell’uomo… Né il rapporto tra la testa di Cristo e la corona di spine è quale risulterebbe se la corona fosse stata veramente infilata sul cranio del Crocefisso; esso è quale sarebbe se la corona ne fosse uscita come una gemmazione spontanea e necessaria; né più né meno di come vi sono usciti e cresciuti i capelli con cui, del resto, s’intreccia e si confonde in modi del tutto vegetali, oltre che nelle maniere proprie ai rettili e a qualche specie di lumaca bavosa dei prati, dei boschi (e delle piogge)”. Così è: Gesù nasce con la corona nei capelli: tra raggi e spine, in effetti, che differenza c’è?   *   Sia Saramago che Testori s’incuneano in artisti geniali, tedeschi. Pensai di essere fratello di quella espressività, nordica, furibonda, finché non ho visto la Pietà riminese di Bellini. Quel corpo di Cristo privo di effrazioni corporee, salvo, pienamente morte e scudo di luce, bellissimo, mi diede un conforto che ancora mi tormenta.   *   La prossimità tra Testori e Grünewald è testimoniata, nel 1973, dalla copertina della raccolta poetica Nel Tuo sangue, edita da Rizzoli, con “un particolare della Crocefissione di Grünewald”. Nella Nota ai testi delle Opere 1965-1977 (Bompiani, 1997), ricama Fulvio Panzeri: “Lo scritto risulta parallelo alla presente raccolta poetica, tanto che Testori scrive: ‘Ora, come indicare tutto questo, senza prendersi il peso d’affermare che, qui, Cristo è anche bestia e cane; che il suo gemito è anche latrato; e che proprio e solo per questa via il suo istinto e la sua fatalità redentivi ci vengono spiegati in tutta la loro abissale vastità e in tutta la loro abbacinante incomprensibilità? Ecco: la caduta di Grünewald dentro l’unicità dell’essere, e dentro lo scandalo che in questo modo egli apre, sembra non aver fine’”.   *   Tu sei il Dio marcio,   il Dio incarnato.     Sei il Dio Cristo,   il Dio sangue,   il Dio peccato.     Qui, appunto, sguainando sangue che prelude a sangue, è breviario della sequela degli stigmatizzati.  

Le figurine di Radiospazio. Intellettuali all’osteria

Partitomi del bosco, io me ne vo ad una fonte, e di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come Tibullo, Ovidio e simili: leggo quelle loro amorose passioni, e quelli loro amori ricordomi de’ mia: gòdomi un pezzo in questo pensiero. Transferiscomi poi in sulla strada, nell’hosteria; parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de’ paesi loro; intendo varie cose, e noto varii gusti e diverse fantasie d’huomini. Viene in questo mentre l’hora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che questa povera villa e paululo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell’hosteria: quivi è l’hoste, per l’ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m’ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.

Niccolò Machiavelli, Lettera a Francesco Vettori

Annie Ernaux, Un residuo di pensiero magico (frammento)

Il 7 novembre, tre settimane dopo essere ritornati a Yvetot, hanno comprato una concessione cimiteriale accanto a te. Lui vi è stato deposto per primo, nel 1967, lei diciannove anni dopo. Io non sarò sepolta in Normandia, vicino a voi. Non l’ho mai desiderato né immaginato. L’altra figlia sono io, quella che è fuggita lontano da loro, altrove.
Tra qualche giorno andrò sulle tombe, come sempre per Ognissanti. Non so se questa volta avrò qualcosa da dirti, se sarà il caso di farlo. Se mi vergognerò o se sarò fiera di averti scritto questa lettera, intrapresa sulla spinta di un desiderio che ancora non mi è chiaro. Forse ho voluto saldare un debito immaginario dandoti a mia volta l’esistenza che la tua morte mi ha dato. Oppure farti rivivere e rimorire per liberarmi di te, della tua ombra. Sfuggirti.
Lottare contro la lunga vita dei morti.
Questa lettera – è evidente – non è destinata a te, e tu non la leggerai. Saranno altri a riceverla, dei lettori, che mentre scrivo sono invisibili quanto lo sei tu. Eppure un residuo di pensiero magico dentro di me vorrebbe che, in maniera inconcepibile, analogica, questa lettera ti raggiungesse come la notizia della tua esistenza mi ha raggiunta una domenica d’estate, forse la stessa in cui Pavese si suicidava a Torino in una camera d’albergo, tramite un racconto di cui a mia volta non ero la destinataria.

Annie Ernaux, L’altra figlia, L’Orma, Traduzione di Lorenzo Flabbi

Le figurine di Radiospazio. Sognatori

La stanza è invasa dal buio; nella sua anima regnano il vuoto e la tristezza; tutto il reame dei sogni intorno a lui è crollato senza lasciare traccia, senza rumori, senza chiasso, è svanito come una visione, ed egli stesso non ricorda che cosa ha sognato. Ma una sensazione oscura a poco a poco strugge e sempre più agita il suo petto, un desiderio nuovo, tentatore, pizzica e irrita la sua fantasia e impercettibilmente attira uno sciame di nuovi fantasmi. Nella piccola stanza regna il silenzio: la solitudine e la pigrizia accarezzano la sua immaginazione; essa si infiamma piano, e piano si mette a bollire, come l’acqua nella caffettiera della vecchia Matrëna che nella cucina accanto prepara placidamente il suo caffè. Ecco che l’immaginazione di lui già prorompe in nuovi bagliori, ecco che il libro, aperto senza scopo e a caso, cade dalle mani del mio sognatore che non è giunto nemmeno alla terza pagina. La sua immaginazione è di nuovo riacutizzata, risvegliata, e improvvisamente un nuovo mondo, una nuova e affascinante vita avvampano davanti a lui in tutta la loro scintillante prospettiva. Un nuovo sogno – una felicità nuova, una nuova dose di raffinato e voluttuoso veleno!

Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche, in “Racconti”, Mondatori,
Traduzione di Giovanna Spendel

Ronald D. Laing, Ragazza meccanica

Ero scontento
delle ragazze a pagamento
cosí ne inventai una meccanica

potevo accenderla
potevo spegnerla

con lei mi sentivo
molto volitivo
ma ora di notte son tanto malinconico

era soprattutto di plastica
con una bella pancia elastica
e il tono di voce monotono elettronico

aveva una graziosa fessura
che adopravo con disinvoltura


la trattavo con molta indifferenza
per evitare una mia dipendenza
ma ora di notte son tanto malinconico

io l’avevo costruita
e io l’avrei demolita
se non rispondeva all’apparecchio telefonico

un brutto giorno il cuore le ho spezzato
e il pezzo di ricambio l’ho perduto


e ora che lei m’ha detto addio
in pezzi ci sono andato io
e cosí di notte son tanto malinconico

Ronald D. Laing, Mi ami?, Einaudi, Traduzione di Floriana Bossi

Danilo Kiš, Un romanzaccio (frammento)

All’angolo della strada, di fronte alla caserma, compare Fraüein Weiss con le sue scatole di cartone. Da sotto il vestito sbrindellato spuntano due gambe sottili e nodose, che terminano in calzini color arancio Fraülein Weiss, un vecchia tedesca, vende caramelle di zucchero d’orzo. Avanza ondeggiando, curva sotto il peso, sepolta sotto le sue scatole, alle quali è legata da una cordicella di carta; solo la testa spunta fuori, come se la portasse sotto braccio, dentro una scatola. L vecchiaia e gli acciacchi hanno trasformato il suo viso in una pozzanghera scura. Una fitta trama di rughe si irradia dalla sua bocca che, simile alla piaga della mano di cristo, s’è spostata nel mezzo della faccia. È qui, in questa enorme e vecchia piaga, che confluiscono a raggiera tutti i solchi delle sue rughe. Vedete, figlioli miei, questi mucchi di ossa corrose, questo dimenarsi, questo rantolare, è tutto un geniale romanzaccio, l’ultimo capitolo di un libro logoro, pieno di splendore, di celebrazioni e di sconfitte Fraülein Wess, una dei superstiti dello spettacolare naufragio del Titanic, cercò una volta di suicidarsi. Prendendo a modello una famosa attrice, riempì la sua stanza d’albergo di rose e fiori. Per una giornata intera, i piccoli fattorini e i ragazzi dell’ascensore simili ad angioletti, portarono mazzi di fiori profumatissimi, e gli ascensori dell’albergo si trasformarono quel giorno in grandi giardini pensili, giardini di cristallo che portavano in cielo il peso del loro profumi e tornavano giù a precipizio, avendo perduto ogni senso d’orientamento. Migliaia di rosei garofani, di giacinti, di lillà, giaggioli, centinaia di candidi gigli dovevano cadere immolati. E la sua anima, addormentata dai profumi e ad esse mescolata, si sarebbe alzata in volo, leggera, spogliandosi di una vita, verso i roseti del paradiso, o si sarebbe trasformata in un fiore, in un giaggiolo… la ritrovarono il giorno dopo priva di sensi tra i fiori assassini. Dopo questo fatto, vittima della vendetta degli dèi dei fiori, cadde sotto automobili e tram; sul suo corpo passarono barrocci di contadini e veloci vetture di piazza, e ogni volta usciva da sotto le ruote ferita ma viva, e conobbe così, in questo appassionato contatto con la morte, il mistero dell’eternità. Gemendo ed emettendo profondi suoni lamentosi, simili al pianto di un bambino, essa ci passa vicino ed è come scartabellare le pagine sudice  e ingiallite di un romanzo sciupato… Gut’ Morgen, Fraülein Weiss küss die Hand!

Danilo Kiš, Giardino cenere, Adelphi

Tommaso Lisa, La femmina di Tifeo (Doppiozero)

Lo scarabeo e l’ombra
L’un l’altro in lotta  stocca
Colpi con zampe sgombra 
La sfiora e non la tocca.

Una mattina di metà marzo, all’ingresso d’una fabbrica di accessori per l’alta moda nella piana di Scandicci, mi ritrovai tra i piedi una femmina di scarabeo Typhaeus typhoeus (Linnaeus 1758). Che ci faceva lì? Grossa come un’oliva, d’un bel nero lucido, sembrava scolpita nell’ossidiana. Stavo andando ad assicurare macchinari in leasing, un appuntamento di lavoro al quale m’ero preparato con camicia bianca e cravatta stretta al collo. Non ho resistito.
Caro piccolo insetto che chiamano Tifeo, sei tu uno dei giganti figli della Terra che tentarono di scalare il cielo, fulminato sulla sua catasta di montagne, precipitato dai dirupi dell’Etna? Questo mi domandai. Appena l’ho vista, vicino allo pneumatico di una Mercedes, nel parcheggio d’asfalto riversa sul dorso e con le zampe all’aria come una testuggine nel deserto, l’ho subito raccolta, infilandola nella tasca dei pantaloni.

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Le figurine di Radiospazio. La moglie-giardino

Ciò che più lo offendeva, lei non tardò a percepirlo: era che essa avesse un suo modo di pensare e un cervello tutto suo. Isabel avrebbe dovuto avere una mente asservita a lui, attaccata alla sua come un piccolo stralcio di giardino a un gran parco di daini. Egli avrebbe rastrellato gentilmente il suolo e annaffiati i fiori, avrebbe pulito le aiuole e raccolto occasionalmente qualche mazzetto. Sarebbe stata una graziosa aggiunta di proprietà per un proprietario già ricco. Egli non desiderava che essa fosse stupida, al contrario, proprio perché era intelligente gli era piaciuta, ma si aspettava che la sua intelligenza operasse completamente a favore suo e ben lontano dal desiderare che la sua mente fosse vuota, si era lusingato che potesse ricevere un’impronta dalla propria. Si attendeva che sua moglie sentisse con lui e per lui; che entrasse nelle sue opinioni, che condividesse le sue ambizioni e le sue preferenze; e Isabel era obbligata a riconoscere che questo non era dopotutto, un pretendere troppo.

Henry James, Ritratto di signora, Einaudi