Questa sera, al Teatro San Massimo, ore 20.45. Ionesco inedito. Ingresso libero.

Quando, nel 1938, Eugène Ionesco si stabilì da Bucarest a Parigi, conosceva già perfettamente la lingua francese, che era quella della madre, parlata abitualmente in famiglia. In quegli anni Ionesco decise di dedicarsi allo studio dell’inglese servendosi di un manuale di conversazione. Questo strumento si rivelò ben presto tanto inadeguato quanto prezioso per il giovane apprendista; le frasi fatte tipiche di tutti i manuali di conversazione mostrarono a prima vista la loro inerte pochezza. “Il pavimento è basso, il soffitto è alto”; “La gonna di mia cugina è più lunga di quella di tua sorella”; “La nostra casa ha molte finestre, ma la vostra è di metratura maggiore”. Ionesco intuì il potenziale eversivo racchiuso nel grigiore di queste parole: insignificanti enunciati che comunicavano il nulla; bastava togliere la sicura e quelle frasi grigiastre, sottoposte a un sottile lavoro di montaggio, sarebbero deflagrate, come bombe a mano solo apparentemente innocue, nella loro assurdità.
Ionesco compilò, a sua volta, un manualetto di conversazione francese per turisti inglesi, e in quella occasione egli toccò con mano la potenzialità dell’Assurdo.
Quel dozzinale manualetto di conversazione fu il germe da cui nacquero i dialoghi della sua opera più famosa, La cantatrice calva, rappresentata ininterrottamente, dopo alcune repliche a singhiozzo che sconcertarono il pubblico, dal 1957 a oggi. 
Il materiale da cui nacque La cantatrice calva rimase inedito fino al 1991, quando Gallimard pubblicò tutte le opere di Ionesco nella Pléiade.
Questo nostro spettacolo, il cui titolo è tratto da uno dei dialoghi stessi, li propone per la prima volta, introducendo il pubblico in quello che si potrebbe chiamare il laboratorio sconosciuto del maestro del Teatro dell’Assurdo.

A.G.

Domenica 22 marzo, Ionesco inedito. Teatro San Massimo, Via Provana 6, Torino. Ore 20.45. Ingresso libero

Dick                     È vero che un vivo è più vitale di un morto. Ma ci sono altri vivi che sono  più vitali di altri vivi che lo sono di meno.

Giovanna M.       Ci sono forse dei morti più morti di altri morti? Ci sono dei morti meno vivi di altri vivi?

Dick                     I vivi più vivi sono coloro che sono i meno morti, per esempio, poiché hanno un’ispirazione maggiore della maggioranza delle persone, che non sono per questo più disprezzabili.

Maria G.              I vivi si accorgono che d’inverno fa meno  caldo che in estate,
piove più che in estate; che in questa primavera……………………………………………
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(Prosegue sulla scena del Teatro San Massimo, il 22 marzo, ore 20.45

Eugène Ionesco, Aforismi

Domenica 22 marzo, Ionesco inedito. Teatro San Massimo, Via Provana 6, Torino. Ore 20.45. Ingresso libero

Perché scrivo? Me lo sto ancora chiedendo. Scrivo da molto tempo. A tredici anni scrivevo un lavoro teatrale, a undici o dodici anni alcune poesie, e sempre a undici anni ho voluto scrivere le mie memorie: due pagine di quaderno. Eppure, cose da dire, ce ne sarebbero state. So che all’epoca serbavo ricordi della primissima infanzia, di quando avevo due o tre anni, di cui adesso ho solo il ricordo di un ricordo di un ricordo. C’era già stato il risveglio dell’amore verso i sette, otto anni, quando ero molto attratto da una bambina della mia età. Poi, a nove anni da un’altra, Agnès. Abitava a otto chilometri dal mulino di La Chapelle-Anthenaise, dove ho trascorso l’infanzia, una fattoria a Saint-Jean-sur-Mayenne. Facevo ogni sorta di smorfie per farla ridere, e infatti lei rideva, chiudendo gli occhi; quando rideva aveva le fossette; e aveva i capelli biondi. Che cos’è diventata? Se è ancora viva, è una fattoressa grassa, forse è nonna.

Eugène Ionesco

Le figurine di Radiospazio. Il libertinaggio innocente

A dieci anni sentivo un’inquietudine, dei desideri di cui non conoscevo il fine… A quel tempo ci radunavamo spesso, ragazzine e ragazzini della mia età, in una soffitta o in qualche camera appartata. Là ci divertivamo con dei curiosi giochetti: uno di noi faceva la parte del maestro di scuola, e la più piccola mancanza veniva punita con la frusta. I ragazzi si abbassavano i pantaloni, le ragazze tiravano su le gonne e le camicette, guardandosi attentamente: ed ecco qui in quattro e quattr’otto tanti bei diletti pieni di stupore, carezzati e frustati a turno. Quello che chiamavamo il “guiguì” dei ragazzi ci serviva da trastullo: ci passavamo e ripassavamo la mano sopra cento volte, lo stringevamo forte, lo trattavamo come una bambola e baciavamo quel piccolo strumento di cui eravamo ben lontane dal conoscere l’uso e il valore. I nostri sederini erano baciati a loro volta, non c’era che il centro del piacere a essere dimenticato. Perché questa dimenticanza? Lo ignoro, ma questi erano i nostri giochi: la semplice natura li dirigeva, una esatta verità me li detta. Dopo due anni trascorsi in questo libertinaggio innocente, mia madre mi mise in un convento;

Denis Diderot, Thérèse Philosophe

Montaigne, Elogio dei cannibali

Trovo che non c’è nulla di barbaro o di selvaggio nel popolo dei cannibali, a quanto mi riferiscono, se non per il fatto che ognuno di noi considera «barbarie» ciò che non rientra nel suo costume; pare infatti che non si possegga altro termine di paragone, se non l’esempio e l’idea delle opinioni e dei costumi del paese in cui viviamo. Qui, la religione è perfetta; perfetta è l’amministrazione; perfetto e raffinato l’uso di ogni cosa. Ora, quei selvaggi sono selvaggi allo stesso modo per cui diciamo selvaggi i frutti che la natura ha prodotto da sé, nel suo naturale sviluppo; là dove, in verità, sono proprio quelli che noi abbiamo alterato con artifici e distorto dall’ordine naturale che dovremmo chiamare selvaggi. In quelli sono infatti vive e rigogliose le più genuine, utili e naturali virtù e proprietà che in questi abbiamo imbastardito, adeguandole al nostro gusto corrotto. E perciò, sapore e delicatezza sembrano eccellenti al nostro palato, in confronto ai nostri, in numerosi frutti di quelle regioni in cui non vengono coltivati. Non c’è infatti motivo per cui l’arte superi la nostra grande e potente madre natura. Con le nostre invenzioni abbiamo sovraccaricato la bellezza e la ricchezza delle sue opere al punto da soffocarla. Il fatto è che ovunque splende la sua purezza, lì fanno cilecca le nostre imprese frivole e vane.

Michel de Montaigne, Saggi, REA, a cura di Fabrizio Cristallo

Il video della domenica. WES ANDERSON, HOTEL CHEVALIER

hotel chevalierhttps://www.youtube.com/watch?v=fjBAafy6cJo

La luce è giallo senape con riflessi oro antico, così come si addice a un albergo di alto livello ma il colore è carico, invadente, come lo è sempre il lusso quando pretende di essere anche di buon gusto. Per fortuna, sul finale si apre una finestra e irrompe il celeste di un giorno ancora bambino che avvolge una Parigi immobile nei pochi minuti di sonno prima del risveglio. Respiriamo, e con noi respirano anche i due attori di questa storia d’amore dai contorni incerti. C’è un uomo solo, asseragliato in una suite dell’hotel Chevalier, forse è fuggito da quella donna che gli telefona e che di lì a poco si ritaglia nel vano della porta. È una riconciliazione, il finale di un inseguimento, una resa dei conti?
Il video ha il fascino dei racconti sospesi (quando sono tagliati al punto giusto) e si avvale di due interpreti davvero notevoli come Jason Schwartzman e Natalie Portman, di una colonna sonora struggente (“Where Do You Go To”, di Peter Sarstedt) e di un ottimo direttore della fotografia ingiustamente non ricordato. 

P.S. Le didascalie in italiano lasciano a desiderare ma in rete non abbiamo trovato una versione migliore. La dicitura dei titoli di testa “Part 2” inganna: il video è compiutamente risolto.

Piccola pochade in due righe. Carlo Emilio Gadda, La donna di cuori

donna di cuori piccola

È una favola, se non altro perché così viene definita dall’autore ma potrebbe anche servire come soggetto per una commedia all’italiana degli anni ’70, della quale avrebbe anche l’indispensabile punta di romanesco: ma alla Gadda, cioè con un elegante gioco d’equilibrio linguistico fra l’agro dei “corni” e “la bella” (nel film, chi sarebbe l’attrice? Probabilmente una Ralli giovane. E il Re di Picche? Forse Mario Carotenuto, specialista nei ruoli di comico arrogante. Quanto al Fante di Fiori, è una presenza così marginale che può andar bene anche un attore preso al volo da uno spot pubblicitario.

La donna di cuori, nel pigia pigia d’una scala, o sequenza, fu incriminata dal re di picche di essersela veduta con il fante di fiori: «Penza ai corni di casa tua», gli disse dolcemente la bella.

Carlo Emilio GaddaIl primo libro delle favole, Garzanti

Alessandro Bergonzoni, Voglio diventare

Voglio diventare un barcone, vedere capire e sentire il peso di chi porto, poi imparare a non capovolgermi mai. Voglio diventare un politico europeo o italiano, salire su quel barcone, fare lo stesso tragitto al contrario e non perché mi obbliga qualcuno e mi manda alla deriva o a morire così imparo, ma per imparare da solo davvero a sapere cosa vuol dire, e cosa è quel tragitto: forse è quello che manca per inventare una nuova legge o decidere di fare qualcosa usando il veramente. Voglio diventare un bagnino e mettermi sulla riva coi binocoli, per scrutare se c’è qualcuno da salvare in mare, poi voglio girarmi e vedere se anche sulla terra c’è qualcuno da salvare da quelle onde alte delle politiche che annegano gli uomini e le loro decisioni prese da troppo lontano a certi vicini. Voglio diventare un numero di vittime e cambiarmi, diventare più piccolo, avvicinarmi allo zero. Voglio diventare un giornalista, un attore, uno scrittore, e piangere o pregare prima di parlare, informare o raccontare, senza sentirmi accusare di non saper fare il mio mestiere, di non saper contenere il dolore, di non essere composto davanti ai corpi in decomposizione. Voglio diventare un’accusa e assaporare la mia eventuale indifferenza, accidia, incompetenza. Voglio diventare un innocente e avere qualcos’ altro da raccontare ai miei simili un po’ meno innocenti. Voglio diventare una vergogna, provarmi, poi sentire cosa sentono quelli che mi provano o non riescono a provarmi. Voglio diventare sabbia per sopportare i chili di morti che si appoggiano a me almeno per la fine. Voglio diventare un sub per vedere se c’è qualcosa sotto quei natanti, cosa c’è sotto l’Europa, sotto gli uomini, cosa c’è in fondo alla morte. Voglio diventare un centro di accoglienza e star benissimo. Voglio diventare un euro, chiamare tutti gli altri euro possibili, e servire a chi servo, non a chi parla di cosa serve. Voglio diventare un Papa e cominciare anche a predicare, senza essere accusato di predicare, o di volermi paragonare a un Papa .Voglio diventare una colpa e darmi un nuovo senso, voglio diventare un senso e aggiungerlo ai primi cinque ormai non bastanti. Voglio diventare una paura e passare, voglio diventare uno stronzo più di quel che sono, per andare fino in fondo, risalire, e cercare di farmi salvare da chi non lo sarà mai più o non lo è mai stato. Voglio essere una guerra e scoprire come mi moltiplico e perché credo nel continuamente. Voglio diventare una parola e smettere di farmi solo pronunciare. Voglio diventare.

Bertolt Brecht, La guerra che verrà

Il Führer vi dirà: la guerra durerà quattro settimane

Quando verrà l’autunno sarete di ritorno.

Ma verrà l’autunno e se ne andrà

E molte volte tornerà e se ne andrà,

E voi

Non sarete di ritorno.

L’imbianchino vi dirà: le macchine

Provvederanno per noi.

Pochissimi

Dovranno morire.

Ma voi

Morirete a centinaia di migliaia,

Tanti

Quanti morire non se n’è mai veduti.

Quando sentirò dire che siete al capo Nord

E in India e nel Transvaal,

Saprò soltanto

Dove bisognerà cercare le vostre tombe.

Le figurine di Radiospazio. Malattie e collezioni

Guardate il povero Ralph Touchett, che razza di uomo, vi pare? Fortunatamente è deperito; la chiamo una fortuna, perché così ha qualcosa da fare. La sua debolezza è la sua risorsa. La gente può dire: Oh!, il signor Touchett, lui pensa ai suoi polmoni, s’intende di climi! Ma, se non avesse questo, chi sarebbe, che cosa rappresenterebbe? Il signor Ralph Touchett, un americano che vive in Europa. Questo non significa nulla; non c’è cosa che significhi di meno. È molto colto, dicono, ha un’interessante collezione di tabacchiere antiche. La collezione è tutto quanto si richiede, per rendere il caso pietoso. Sono stanca perfino del suono di questa parola: mi sembra grottesca. Per quel che riguarda il padre, povero vecchio, la cosa cambia aspetto; ha la sua personalità, e molto in gamba. Rappresenta una grande casa finanziaria e questo ai nostri giorni è una gran cosa, specialmente per un americano. Ma persisto a ritenere vostro cugino, molto fortunato di avere una malattia cronica, almeno fino a che non sia grave da morirne. È molto meglio delle tabacchiere. Se non fosse ammalato, dite, che farebbe?

Henry James, Ritratto di signora, Einaudi