Piccolo racconto. Giorgio Manganelli. Incontri.

manganelli incontri

 Il “doppio” è uno dei temi con cui si sono misurati i grandi, da Stevenson a Dostoevskij, a Pirandello, a Calvino… A volte, come attirato verso un abisso nel quale andrà inevitabilmente a sprofondare, si cimenta con esso anche qualche drammaturgo desideroso di vertigini. Di solito, questi voli disorientano la platea (“Ma il marito non era quello piccolo coi baffi?” “Sì, ma questo lungagnone è il suo doppio o, se vogliamo, l’anti-marito”. “E la moglie non se ne accorge? C’è una bella differenza fra i due”. “Non lo so, forse è distratta, forse finge di non accorgersene.” E così via, sino alla fine della pièce che manda tutti a casa scontenti).
Giorgio Manganelli, che va annoverato fra i grandi, disegna un doppio di basso respiro, in grisaglia.

Un signore privo di fantasia e amante della buona tavola incontrò per la prima volta se stesso ad una fermata d’autobus. Si riconobbe immedia­tamente, e ne provò solo un blando stupore. Ritenne opportuno non far mostra di essersi riconosciuto, dato che non erano mai stati presentati. L’incontrò la seconda volta lungo una strada affollata, ed una terza davanti a un negozio di abbigliamento  maschile. Ogni volta egli si era esaminato con cura: aveva trovato che il se stesso era dignitoso, elegante, ma gravato da un’aria triste, o almeno pensosa, che non gli riusciva di capire. Fu solo al quinto incontro che si salutarono con un sommesso “Buona sera”. A partire dall’inizio di un qualsiasi inverno, gli incontri divennero frequenti. Era chiaro che egli e se stesso abitavano in quartieri non lontani; che avessero abitudini simili, non era cosa da stupirsene. Ma sempre più egli era convinto che il se stesso avesse un’aria eccessivamente malinconica. Una sera osò rivolgergli la parola, chiedendogli se non avesse qualche cruccio cui egli non parteci­pava, e il se stesso gli confessò di essere innamorato, e senza speranza, di una donna che in ogni caso era indegna del suo amore; per cui, la conquistasse o meno, egli era condannato ad una penosa, intollerabile situazione. Egli fu sconvolto dalla rivelazione, giacché non era innamo­rato di nessuna donna; e tremò al pensiero che si fosse creata una scis­sione così insormon­tabile. Cercò di dissuadere se stesso, ma quegli rispose che né amare né disamare stava in lui. Da quel giorno, egli è caduto in una cupa malin­conia. Passa con se stesso gran parte del suo tempo, e chi li incontra vede due decorosi signori parlare sommesso, ed uno che, il capo im­merso in un’ombra, talora assente, talora nega.

da Centuria , di Giorgio Manganelli, Rizzoli

Il fascino del pop/e viceversa.

shakespeare&company

Ultimi ragionamenti sul programma per la prossima stagione teatrale, fra qualche giorno i giochi saranno tutti, e ufficialmente, chiusi – per le compagnie piccole sul formato di Radiospazio, intendo, perché quelle istituzionali hanno già provveduto da tempo, com’è logico.
Provveduto e annunciato. E l’annuncio è grandioso. Lo Stabile torinese, in particolare, mette in campo alcune formazioni perentorie: Shakespeare/ Battiston, Shakespeare/ Cecchi, Shakespeare/Placido, Shakespeare/Gassman, Cristina Comencini/Cristina Comencini, Pirandello/Lavia, Pirandello/Orsini, Don Giovannni/Timi, La Parola/Peppe e Toni Servillo, Cyrano/Ferrini. Eccetera.
Irresistibili e pop. Forse pop in quanto irresistibili – oh, la permeabilità (umana, umanissima) del pubblico a cospetto dell’Irresistibile!
“Di fronte a uno schieramento tanto imponente”, dice, “Bisogna che i piccoli si attrezzino per la concorrenza”. (Lo so che si dovrebbe mettere sempre il soggetto ma in questo caso non ha importanza, è la voce del Mercato o se vogliamo della Saggezza). Mi diverte l’idea che Radiospazio debba fronteggiare questa Armada con i suoi spettacoli fatti di nulla (a parte le bravure, gli ingegni, le tenacie), è un paradosso tonificante. Dunque anche noi faremo il nostro piccolo, grande spettacolo pop – con relativo annuncio, il 25 giugno.

L’evidenza di Sua Eminenza. “Il pipistrello” all’Auditorium Cottolengo

l'evidenza di sua eminenzaIn queste due ultime stagioni, intorno a Radiospazio si è creato un piccolo nucleo di pubblico: tanto affezionato quanto selezionato, verrebbe da dire, anche se per la verità nei sogni inconfessati di ogni teatrante c’è una grande platea che trabocca di spettatori – e anche se non sono affezionati e selezionati, pazienza.
Domenica 18 maggio, quando abbiamo replicato Il pipistrello all’Auditorium del Cottolengo, abbiamo incontrato un pubblico nuovo e a noi sconosciuto. Dopo un solo spettacolo non si può parlare di affezione ma l’empatia che circolava era forte. E salutare, direi. Per quanti non hanno visto lo spettacolo e leggono questo blog, ricordo che nella nostra riscrittura scenica Il pipistrello è un gioco di meta-meta teatro; nasce da un breve racconto di Pirandello che narra di una compagnia di comici alle prese con una modesta commediola di maniera. Durante le prove, un dispettoso pipistrello terrorizza le attrici e naturalmente non manca di farlo anche al debutto. La primattrice perde i sensi ma il suo svenimento infiamma il pubblico, annoiato fino a quel momento dalla banalità della commedia. Il fiasco annunciato si trasforma in successo. Di qui il dilemma: come si può riprodurre nelle repliche successive la fortuita combinazione pipistrello/svenimento (autentico) dell’attrice? Evidentemente non è possibile perché il conflitto fra verità e finzione è insanabile, dice Pirandello, che scrive questo suo racconto nel 1920, l’anno prima di Sei personaggi in cerca d’autore, cioè del testo in cui la sua riflessione sul teatro raggiunge il livello più alto e complesso. Su questo racconto abbiamo inoltre costruito una vicenda para-pirandelliana inventando un personaggio femminile, la Signora Fu, che ricalca in chiave ironica la Signora Frola di Così è se vi pare. Insomma, nello spettacolo circolano una serie di “meta” e di “para” che non finisce più perché combinandosi gli uni con gli altri tendono a proliferare indefinitamente. Mi dicevo, poco prima dell’inizio, che incontrare un pubblico nuovo con uno spettacolo in cui abbondano i piani di lettura e i riferimenti interni poteva riservare delle incognite. Ma, come recita uno del “Proverbi” di De Musset, “Impossibile tutto prevedere”, e qualche volta le incognite sono piacevoli, come quelle dell’altra sera. Da improvvisato cronista dello spettacolo, ne propongo due momenti esemplari. Il primo riguarda il passaggio da un prologo improvvisato che introduce all’azione scenica vera e propria: a luci di sala accese, due attori sfogliano un giornale cercando notizie sullo spettacolo che stanno provando; quando le chiacchiere, volutamente sciatte, sono terminate e sul palcoscenico si sono accesi i riflettori, si è levato un deciso “Oooh!” dal pubblico. Che era un sonoro “finalmente si recita”: non si poteva sottolineare meglio il passaggio dalla banalità del non-teatro alla pregnanza della rappresentazione. Il secondo passaggio riguarda l’entrata entrata in scena nei panni (scalcagnatissimi) di un vescovo: la compagnia (quella meta-teatrale) non aveva mezzi, questo lo si era capito, ma l’orrore di quel costume acquistato in rete per 16 euro, combinato col cipiglio indispettito dell’attore che doveva indossarlo, ha scatenato una risata che saliva e scendeva le scalinate dei “meta” e dei “para” con splendida agilità per affermare, anche senza enunciarla criticamente, la supremazia dell’evidenza scenica.

Dopo “Il pipistrello”. Il critico teatrale, un animale immaginario

il criticoÈ meglio raffigurarselo così, come una creatura di carta e comunque è necessario ricorrere all’immaginazione se si vuole dargli una fisionomia. Egli è un puro concetto, purtroppo meno divertente degli esseri nati dalla mente di Borges – niente a che fare, per esempio, con la Scimmia dell’inchiostro:

Questo animale abbonda nelle regioni del Nord, è lungo quattro o cinque pollici, ed è dotato di un istinto curioso; gli occhi sono come corniole, e il pelo è nerissimo, serico e leggero, morbido come un cuscino. Ama molto l’inchiostro di china, e quando la gente scrive, si siede con una mano sull’altra e le gambe incrociate ad aspettare che abbiano finito. Poi beve il resto dell’inchiostro e torna ad accoccolarsi tranquillo.

(Borges, Il libro degli esseri immaginari)

Ieri sera, alle due repliche del nostro Pipistrello, il critico teatrale ovviamente non c’era ma solo gli attori più attempati ne hanno notato l’assenza perché avevano sentito parlare di un’epoca in cui queste creature erano esistite; i più giovani, che sono decisamente più smaliziati, sanno fin dalla nascita che il critico teatrale non esiste – è un mondo curiosamente alla rovescia, quello del teatro: i bambini non credono alla Befana mentre i vecchi bacucchi non mancano mai di mettere la calza sotto il camino prima d’ogni replica. Io sono abbastanza vecchio per testimoniare, a costo d’essere preso in giro, che c’è stata un’epoca in cui i critici teatrali esistevano. Anzi, dirò di più, ho il sospetto che da qualche parte ce ne sia ancora uno, addirittura a Torino. Ma forse mi sbaglio, non è un critico teatrale, devo pensarci su. Vi saprò dire.

 

L’arca e la bottiglia. nota a margine de “Il pipistrello”. 25 marzo. Teatro Astra. Sala prove

arca e bottigliaUn ricordo di molti anni fa: il famoso musical di Garinei e Giovannini “Aggiungi un posto a tavola” nel quale un volonteroso prete, Johnny Dorelli, tentava di salvare i suoi parrocchiani da un secondo diluvio universale. Il sottofinale era l’apparizione di un’arca gigantesca che faceva il suo ingresso strappando un “ooh!” di meraviglia al pubblico, che prorompeva in un delirio di applausi come dopo un’aria cantata da Pavarotti. E aveva ragione: l’arca, di Coltellacci, era di vero legno, quintali, forse tonnellate di legno che scivolavano sul palcoscenico; una balena lignea che si apriva e si chiudeva armoniosamente al suono di una musica trascinante.

Sulla commossa platea aleggiava un mito che, come spesso accade, si trasforma in luogo comune, quello della magia del teatro; nell’immaginario di molti, ancora oggi, prospera un paradosso secondo il quale il teatro (così come tutte le arti) raggiunge l’apice quando riesce ad annullare il fossato che separa la realtà dalla finzione.

Mi è tornata in mente l’arca di Garinei e Giovannini mentre stavo facendo l’inventario della semplice attrezzeria che ci servirà per la messa in scena del Pipistrello: cinque sgabelli (ancora da trattare), una bottiglia, un bicchiere, pinzette per i peli superflui (due, una per ciascuna attrice), un bicchierino “da cicchetto”, di quelli che si usavano nei bar popolari… l’elenco è ancora parziale (lo sto compilando) ma non sarà tanto più lungo di questo.