Il magma di Kataplixi.

anna montalentiCapita ogni tanto l’occasione di misurare all’improvviso i cambiamenti che, giorno dopo giorno (nel nostro caso, spettacolo dopo spettacolo), sono avvenuti sotto i tuoi occhi senza che tu te ne accorgessi. Naturalmente la colpa è tua, dovevi seguire con più attenzione le innumerevoli produzioni teatrali che nascono ogni giorno e intorno ai quali si creano altrettanti nuclei di pubblico o forse di piccole comunità. L’occasione mi è stata fornita da uno spettacolo di Kataplixi teatro, rappresentato al Fringe Festival di Torino, ai Murazzi sul Po, Anch’io ho avuto un’infanzia di merda eppure non mi lamento, ispirato a testi di Rodrigo Garcia. Lo spettacolo propone una serie di frammenti enunciati in prima persona ai quali gli attori (Francesco Gargiulo, Anna Montalenti, Alba Porto, Rebecca Rossetti) prestano corpo e voce. Col procedere dello spettacolo si delinea un Io polimorfo che ovviamente, per via della mimesi teatrale, non può essere ricondotto all’autore. Chi parla, dunque? Non direi i “personaggi”: la fluidità del montaggio scenico richiama l’immagine di un magma in cui gli elementi sono fusi, più che quella di una galleria nella quale si alternano soggetti e situazioni diverse (la struttura del cabaret, per intenderci); la Voce si rivela nelle sue svariate incarnazioni ma abita in un altrove non conosciuto a meno che non lo si voglia identificare con lo stesso spazio scenico. Questa difficoltà di trovare un referente è uno dei motivi d’interesse dello spettacolo. Ma vorrei tornare al cambiamento cui accennavo, che riguarda il rapporto fra il monologo e il racconto. Non è il caso di entrare in una questione delicata che comporterebbe troppi distinguo; m’interessa piuttosto l’atteggiamento degli attori di fronte ai materiali verbali che affrontano: fino alla prima metà dello scorso secolo (almeno) i monologhi costituivano una specie di sottogenere teatrale, emergevano dal grande repertorio classico come le ciliegie dallo strato di panna della torta, e come prelibatezze venivano proposte dai grandi attori durante le “Serate d’onore” (stucchevoli, alla lunga, perché della torta si finisce per sentire la mancanza). Col diffondersi del “Teatro del racconto”, la recitazione e la narrazione (intese come atti che contraddistinguono due domini fino ad ora distinti) si sono notevolmente ravvicinate e spesso tendono a sovrapporsi. Mentre assistevo allo spettacolo, il fenomeno mi sembrava rilevante ma mi rendevo conto che probabilmente non appariva tale agli attori i quali, per ragioni anagrafiche, si muovono con assoluta disinvoltura in questa regione ibrida nata dalla contaminazione mimesi/diegesi. Il che è senza dubbio un cambiamento.

Matei Visniec – Deserto

Matei Visniec
Deserto

visniec

13/03/2013

Deserto, un «teatro di ordinaria tenerezza e follia»

Il nucleo Deserto, come pure la raccolta Attenzione alle vecchie signore corrose dalla solitudine, pubblicata nel 2004 a Parigi, si compone di microtesti riuniti in sequenza successiva come ‘moduli teatrali da comporre’, instaurando un’estetica destinata alla variabile riconfigurazione dei «tasselli» e a un processo creativo con esiti sempre differenti.

Quanto  all’autore, egli non manca di invitare il lettore/regista a riorganizzare e dunque a decomporre e a ricomporre l’ordine dei ‘moduli’, simile – se vogliamo – al percorso espositivo di una ‘mostra’ pittorica, a operare delle scelte in base a preferenze e criteri scenici liberamente definiti e a ricreare – insomma – a ogni lettura/rappresentazione un nuovo testo/spettacolo.

La brevità dei moduli resta decisiva al fine di chiarire lo statuto dei personaggi e, più in generale, le specificità stilistiche del teatro di Visniec. Spetterà al lettore/spettatore «indovinare» dalle poche sequenze di mise en scène la «potenzialità intera di vita» che, in altre condizioni, avrebbe configurato un destino. La compiutezza è sacrificata a favore della concentrazione emozionale, perseguibile – spiega Visniec – attraverso uno scatto unico del movimento della scrittura.

Le mini-pièces si presentano come brevi strutture narrative rette da dialoghi minimalisti, che interrogano, da una parte, la capacità dell’uomo post-moderno di misurarsi con le proprie contraddizioni e, dall’altra, le sue riserve critiche, psicologiche e intellettuali, indispensabili per crearsi intime strategie di resistenza contro le molteplici possibilità di manipolazione della realtà. Le profonde esplorazioni nell’umano pervengono a dare origine, nell’intenzionalità di Matei Visniec, a un «teatro di ordinaria tenerezza e follia», sottotitolo della raccolta Attenzione alle vecchie signore corrose dalla solitudine, che allude forse al titolo della famosa raccolta di racconti di Charles Bukowski Erections, Ejaculations, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness, pubblicata nel 1972, con la versione italiana Storie di ordinaria follia (1975), e alle pulsioni alienanti che definiscono i comportamenti sociali e, più estesamente, la condizione umana ai tempi del post-capitalismo e del post-umanesimo.

Gli atti dei personaggi, in apparenza banali, fanno però emergere motivi e temi fondamentali, le generosità e insieme le fragilità dell’amore, le inquietudini della morte e la sua dimensione spirituale, le nevrosi quotidiane, ma in tutti questi brevi nuclei drammaturgici si rivela come viva e autentica la ricerca della verità dell’essere e del vissuto. I personaggi sono portatori di un’umanità dei gesti semplici, calda e nonconformista, che nasconde risorse interiori particolarmente ricche e intense.

Il silenzio, il ‘deserto’, non è tuttavia implacabile come in Beckett, ma pefigura sempre una forma di dialogo che problematizza il selenzio stesso e che conduce nel contempo a momenti di pienezza e di incontro con l’altro molto sorprendenti. Resta pur vero che, come in Autostop, tali «momenti di grazia» non si consumano concretamente, restano delle mirabili potenzialità, acquistando valenze simboliche, metaforiche.

Nel testo Un caffè lungo con un po’ di latte a parte e un bicchiere d’acqua i rapporti interumani appaiono compromessi da forme di follia sottilmente insidiose, eppure percettibili, che connotano le insicurezze e la depressione in cui sprofondiamo senza più cessare di riconoscerci quotidianamente.

 l ventaglio delle scelte tematiche proposte dal drammaturgo è più ampio e compendia, al tempo stesso, la complessa declinazione del rapporto individuo-intimità–limiti sociali, ideologici, storici, operando con incisiva forza espressiva, satirica e poetica, il più esplicito rigetto del cinismo e delle retoriche demagogiche di ogni genere.

Alcuni “tasselli”, L’anima nella carriola, Sandwich al pollo, lo stesso Un caffè lungo con un po’ di latte a parte e un bicchiere d’acqua e altri ancora, sembrano drammatizzazioni di eventi banali, assurdi o comici, presenti nei fatti di cronaca e nelle notizie più fantasiose dei quotidiani. In effetti, nel suo ultimo romanzo pubblicato in Romania nel 2011, Dezordinea preventivă [Il disordine preventivo], Matei Visniec, egli stesso giornalista di Radio France Internationale, riconosce una «dimensione universale, intrisa di forza metaforica» a questo genere di prodotto giornalistico:

«I fatti di cronaca» sono «in effetti» delle metafore, più precisamente delle metafore della follia umana. Pressoché tutti i fatti di cronaca racchiudono, al di là dell’apparente banalità del loro contenuto, un «livello metafisico» evidente (benché segreto). Personalmente, tra un fatto di cronaca che capta «i punti di frattura del mondo» (per citare Glücksman) e un’informazione piatta sull’ultima riunione del Gruppo G 20, preferisco l’emozionante poesia del primo» (p. 85).

Per il drammaturgo e per il giornalista Visniec, siffatti contenuti informativi costituiscono valide modalità di resistenza contro le nuove forme di lavaggio del cervello, messe in moto dalla macchina mediatica mondiale e contro il modello umano odierno del consumatore superinformato, programmato a non essere più in grado di filtrare autonomamente la realtà.

*

Drammaturgo, poeta e romanziere, Matei Visniec, nato nel 1956 in Romania, risiede da oltre vent’anni a Parigi dove lavora dal 1990 come giornalista per Radio France Internationale. Scrittore bilingue, romeno e francese, è ampiamente riconosciuto in Francia e altrove soprattutto per la sua opera drammaturgica. Spettacoli tratti dalle sue pièces sono stati presentati in una trentina di paesi. Dal 1992 Visniec è diventato uno degli autori costantemente messi in scena al Festival d’Avignone Off con una quarantina di allestimenti.

 Emilia David

La regia
Alberto Gozzi

Gli attori
Francesco Gargiulo, Anna Montalenti, Eleni Molos, Carlo Nigra, Alessandro Salvatore

Lo staff
Francesco Rigoni, Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco

Il nastro di Natale

Tra gli eventi di “Un Natale con i fiocchi”, il calendario di iniziative organizzato dal Comune di Torino, al Teatro “Piccolo Regio” di Torino: il nastro di Natale

Natale all’italiana

drammaturgia e regia di Alberto Gozzi

natale all'italiana

4/01/2013

La città infestata da Babbi Natale, il diavolo alla messa di mezzanotte, il tacchino che corteggia una ragazza: nelle invenzioni di Buzzati, Serra, Calvino, Morante, Soldati, Benni, Moravia il sorprendente autoritratto della nostra comune famiglia letteraria.

La regia
Alberto Gozzi

Gli attori
Roberto Accornero, Alice Bertocchi, Alessandro Salvatore, Marco Intraia, Eleni Molos, Annalisa Usai, Arianna Abbruzzese, Francesco Gargiulo, Carlo Nigra

Lo staff
Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni

Gli ingredienti del Natale

drammaturgia e regia di Alberto Gozzi

gli ingredienti locandina

28/12/2012

Il presepe, la poesia che il bimbo recita in piedi sulla sedia, i buoni sentimenti che per un giorno fanno sentire migliori sono gli ingredienti di una festa vissuta da molti come una rappresentazione giunta alla trecentesima replica, con gli attori che recitano stancamente le battute e i costumi logorati da una troppo lunga tournée. Eppure questa rappresentazione deve andare in scena, ineluttabile, ogni anno; per non subirla come una condanna o come un pedaggio che si versa controvoglia alla Tradizione, si può ricorrere a un’altra finzione più sfaccettata e gioiosa, quella della letteratura. Le invenzioni degli autori convenuti sul nostro palcoscenico disegnano sette scorci di sette Natali che ci permettono di rileggere questa festa con le lenti dell’intelligenza e del cuore.

La regia
Alberto Gozzi

Gli attori
Roberto Accornero, Alice Bertocchi, Alessandro Salvatore, Marco Intraia, Eleni Molos, Annalisa Usai, Arianna Abbruzzese, Francesco Gargiulo, Carlo Nigra

Lo staff
Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni

Fantanatale

riscrittura scenica di Alberto Gozzi di grandi autori della fantascienza

fantanatale locandina

21/12/2012

Come saranno i nostri Natali fra due o tre secoli?
Ce lo raccontano i grandi autori della fantascienza e del fantastico, da Aasimov a Clarke a Buzzati e altri: una proiezione nel futuro che ci riporta, con un vertiginoso viaggio circolare, all’irrealtà del nostro presente.

La regia
Alberto Gozzi

Gli attori
Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Eleni Molos, Carlo Nigra, Marco Intraia, Alessandro Salvatore, Annalisa Usai

Lo staff
Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni

Fuga dal Natale 

riscrittura scenica di Alberto Gozzi dal romanzo di John Grisham

fuga dal natale, locandina

14/12/2012

Con Fuga dal Natale John Grisham si è concesso un divertimento che lo porta lontano, per una volta, dal giallo giudiziario e dal monumentale impegno del best seller. A cercarlo bene, qualche elemento di suspense si ritrova anche nella storia di questa coppia di coniugi di mezza età che progettano di ribellarsi ai riti (e alle inutili spese) del Natale: riusciranno i nostri antieroi a resistere alle pressioni della loro piccola comunità alla quale appaiono improvvisamente come eversori delle tradizioni e dell’ordine costituito? Il plot è semplice, ma questo è il suo bello, perché l’autore gioca con la “variazione sul tema” come lo chef malizioso reinventa i piatti della tradizione aggiungendovi sapori inediti e imprevedibili. Nell’avventurarsi su un terreno così diverso da quello dei suoi più noti romanzi, Grisham procede con un passo abile e leggero che ricorda un genere ormai classico della cultura americana, la commedia alla Neil Simon; la riscrittura scenica, modellata sul radioteatro che stiamo sperimentando, ha assecondato la vocazione comica del testo originale, intervenendo, occorre dirlo, con una certa libertà. Confidiamo che l’autore, sicuramente un uomo di spirito, non se ne dispiacerebbe.

A. G.

La regia
Alberto Gozzi

Gli attori
Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Francesco Benedetto, Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Marco Gobetti, Eleni Molos, Marco Intraia, Alessandro Salvatore, Annalisa Usai

Lo staff
Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni

Buzzati – Qualcuno o qualcosa sta salendo le scale

LOCANDINA BUZZATI

3/04/2013

La diffidenza con cui la critica accolse l’esordio di Buzzati, nel 1933, con Barnabo dalle montagne, non si è ancora dissipata dopo ottant’anni, nonostante le sue opere siano state tradotte in numerosissime lingue e il successo di un romanzo, Il deserto dei Tartari, che è rimasto nell’immaginario collettivo come poche altre opere del nostra Novecento. I peccati originali che gravavano su Buzzati erano due: il primo, quello di essere un giornalista, sia pure del “Corriere della sera”, che pretendeva di scrivere romanzi; il secondo, quello di non mostrare nessuna propensione per una qualsiasi forma di engagement. Bisogna dire che non mancarono i critici di alto profilo che si schierarono nettamente a favore di Buzzati, uno fra tutti Giacomo Debenedetti: “ci sono scrittori di cui si dice, a maggior lode, che per loro il mondo esterno non esiste. Buzzati è invece uno scrittore per cui il mondo esterno esiste, ma a patto che sia anche un indizio o uno stemma di qualcos’altro da ciò che è”. La necessità che la scrittura imponga un rinvio – spesso non chiaramente decifrabile – a una dimensione altra rispetto a quella del quotidiano, ha fatti sì che Buzzati venisse etichettato come scrittore “del fantastico”, un termine che rischia di essere riduttivo per il nostro autore, il quale gioca su una gamma molto ricca, nella quale si alternano il perturbante, la metamorfosi (la parola, nell’enunciazione, diviene cosa), l’uso della metafora come realtà e, ricorrente, il paradosso. Il giornalista Buzzati compare accanto al Buzzati narratore come alter ego, o se si vuole come complice, nei racconti brevi che Radiospazio Teatro riscrive scenicamente in questo spettacolo: banali gesti di vita quotidiana, un incidente d’auto, una visita, uno scarafaggio nella cucina appaiono come frammenti di cronaca, giornalistica e privata, che l’autore si diverte a dilatare nella narrazione, creando una risonanza fra l’infinitamente piccolo e il grande, non misurabile Mistero.

A.G.

Ennio Flaiano – Certo, certissimo, anzi probabile

09-locandina-flaiano
3 aprile 2012

La mitologia letteraria – come ogni altra mitologia, o se vogliamo come ogni pochade che si rispetti – ha sempre avuto bisogno di personaggi ben delineati e facilmente caricaturabili, pronti in qualche modo per la penna del vignettista – come ad esempio le sopracciglia di Moravia, rivelatrici di un carattere aspro e leonino; il basco di Soldati, copricapo ammiccante e troppo sobrio col quale l’autore cercava di mimetizzare la sua intima, dandistica eleganza; la magrezza muscolare di Pasolini, che lasciava trasparire l’attitudine alla battaglia; perfino il riserbo laconico di Calvino trovò posto nella mitologia della letteratura italiana del secolo scorso quando si decise che quel negarsi era lo specchio di un silenzio che era necessario al pensiero per diventare scrittura. Eccetera. Ennio Flaiano non entrò in nessun modo nella nostra mitologia letteraria, anche se i requisiti li aveva tutti: come il suo amico Fellini, avrebbe potuto sostenere il ruolo dello scrittore provinciale approdato alla Capitale ma, contrariamente a Federico, Ennio non aveva rimpianti per la sua città natale. Anche il ruolo dell’intellettuale un po’ cinico (che ne “La dolce vita” viene affidato a Mastroianni) gli sarebbe stato adatto ma Flaiano – pur presente sui set, nelle serate mondane e in quelle fra pochi amici, ai premi letterari, ecc. – non amava affatto mettersi in scena; preferiva un angolo tranquillo dal quale osservare, per poi tradurre quelle serate in rapide note volutamente non concluse, sospese. Il suo negarsi non era una tecnica di autopromozione ma un comportamento che ben traduceva le sue contraddizioni: romanziere di grande talento (lo dimostra il suo “Tempo di uccidere”) ma refrattario all’impegno di costruire un’opera sempre monumentale come un romanzo; prolifico sceneggiatore di film importanti, ma oppresso da un compagno impegnativo come Fellini; brillante critico teatrale, ma troppo intelligente per credere alla nostra drammaturgia degli anni ‘50/’70. Scrisse molto, ma frammentando la sua scrittura in aforismi, appunti, minuscoli racconti, come se quel pulviscolo letterario potesse costituire una sorta di nuvola nella quale sparire. In questa cortina di elementi spesso eterogenei ci siamo avventurati per ricostruire un Flaiano di parole, l’unico che ci sia concesso conoscere – ed è, tutto sommato, quello che davvero ci può interessare oggi.

A. G.