Tra gli eventi di “Un Natale con i fiocchi”, il calendario di iniziative organizzato dal Comune di Torino, al Teatro “Piccolo Regio” di Torino: il nastro di Natale
Natale all’italiana
drammaturgia e regia di Alberto Gozzi
4/01/2013
La città infestata da Babbi Natale, il diavolo alla messa di mezzanotte, il tacchino che corteggia una ragazza: nelle invenzioni di Buzzati, Serra, Calvino, Morante, Soldati, Benni, Moravia il sorprendente autoritratto della nostra comune famiglia letteraria.
La regia Alberto Gozzi
Gli attori Roberto Accornero, Alice Bertocchi, Alessandro Salvatore, Marco Intraia, Eleni Molos, Annalisa Usai, Arianna Abbruzzese, Francesco Gargiulo, Carlo Nigra
Lo staff Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni
Gli ingredienti del Natale
drammaturgia e regia di Alberto Gozzi
28/12/2012
Il presepe, la poesia che il bimbo recita in piedi sulla sedia, i buoni sentimenti che per un giorno fanno sentire migliori sono gli ingredienti di una festa vissuta da molti come una rappresentazione giunta alla trecentesima replica, con gli attori che recitano stancamente le battute e i costumi logorati da una troppo lunga tournée. Eppure questa rappresentazione deve andare in scena, ineluttabile, ogni anno; per non subirla come una condanna o come un pedaggio che si versa controvoglia alla Tradizione, si può ricorrere a un’altra finzione più sfaccettata e gioiosa, quella della letteratura. Le invenzioni degli autori convenuti sul nostro palcoscenico disegnano sette scorci di sette Natali che ci permettono di rileggere questa festa con le lenti dell’intelligenza e del cuore.
La regia Alberto Gozzi
Gli attori Roberto Accornero, Alice Bertocchi, Alessandro Salvatore, Marco Intraia, Eleni Molos, Annalisa Usai, Arianna Abbruzzese, Francesco Gargiulo, Carlo Nigra
Lo staff Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni
Fantanatale
riscrittura scenica di Alberto Gozzi di grandi autori della fantascienza
21/12/2012
Come saranno i nostri Natali fra due o tre secoli?
Ce lo raccontano i grandi autori della fantascienza e del fantastico, da Aasimov a Clarke a Buzzati e altri: una proiezione nel futuro che ci riporta, con un vertiginoso viaggio circolare, all’irrealtà del nostro presente.
La regia Alberto Gozzi
Gli attori Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Eleni Molos, Carlo Nigra, Marco Intraia, Alessandro Salvatore, Annalisa Usai
Lo staff Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni
Fuga dal Natale
riscrittura scenica di Alberto Gozzi dal romanzo di John Grisham
14/12/2012
Con Fuga dal Natale John Grisham si è concesso un divertimento che lo porta lontano, per una volta, dal giallo giudiziario e dal monumentale impegno del best seller. A cercarlo bene, qualche elemento di suspense si ritrova anche nella storia di questa coppia di coniugi di mezza età che progettano di ribellarsi ai riti (e alle inutili spese) del Natale: riusciranno i nostri antieroi a resistere alle pressioni della loro piccola comunità alla quale appaiono improvvisamente come eversori delle tradizioni e dell’ordine costituito? Il plot è semplice, ma questo è il suo bello, perché l’autore gioca con la “variazione sul tema” come lo chef malizioso reinventa i piatti della tradizione aggiungendovi sapori inediti e imprevedibili. Nell’avventurarsi su un terreno così diverso da quello dei suoi più noti romanzi, Grisham procede con un passo abile e leggero che ricorda un genere ormai classico della cultura americana, la commedia alla Neil Simon; la riscrittura scenica, modellata sul radioteatro che stiamo sperimentando, ha assecondato la vocazione comica del testo originale, intervenendo, occorre dirlo, con una certa libertà. Confidiamo che l’autore, sicuramente un uomo di spirito, non se ne dispiacerebbe.
A. G.
La regia Alberto Gozzi
Gli attori Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Francesco Benedetto, Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Marco Gobetti, Eleni Molos, Marco Intraia, Alessandro Salvatore, Annalisa Usai
Lo staff Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni
Autore di romanzi che molti lettori italiani hanno conosciuto grazie all’editore Garzanti, è a mio parere sulla breve misura che Michel Tournier mette in evidenza i tòpoi che caratterizzano la sua opera – e in particolare quello che può maggiormente interessare un drammaturgo: il rapporto binario. Nell’immaginario di Tournier a un Adamo nero corrisponde un’Eva bionda; nella grotta di Betlemme un poeta e chiacchierone fa coppia con un bue filosoficamente taciturno e meditativo; sull’isola di Agua Buena, Tournier, riscrivendo Defoe, rimette in scena la dialettica civilizzato/non civilizzato…In Tristan Vox, il racconto che abbiamo riscritto per la nostra scena radioteatrale, il rapporto binario si stabilisce e si gioca tra una voce e un corpo, complice la radio, cioè lo strumento che produce gli elaborati più immateriali che si possano immaginare. Siamo in Francia, negli anni Cinquanta, e la radio è il medium elettrico che domina incontrastato la comunicazione, emanando flussi di parole e musiche, che nascono quasi miracolosamente (occorre ben poco per costruire una trasmissione radiofonica) da studi grigi, anonimi, male illuminati e sostanzialmente vuoti, se si eccettua la irrilevante presenza di un locutore dall’aspetto insignificante, ma dalla voce suadente. Di che cosa parla Tristan Vox, al secolo Félix Robinet? Informa sulle condizioni del tempo, introduce canzoni di successo, divulga, quando è a corto di argomenti, La fisiologia del matrimonio di Balzac, adattata alla meglio, anzi modellata sul gusto delle ascoltatrici che sarebbero disposte ad ascoltare qualunque chiacchiera da quella meravigliosa voce senza corpo. Tristan Vox parla di radiofonicità o, senza rendersene conto, celebra il parlare, lo celebra tutte le sere dalle 21.30 alle 22.30 e il suo discorso, inteso come testimonianza della durata, della permanenza, del contatto tu (incorporeo) / io (che esisto solo in quanto destinatario del tuo discorso), riversa nell’etere vuoto e altrimenti inutile quella forma fantasmatica della vita che è la parola. Come altri racconti di Tournier, dicevamo, anche questo si sviluppa su un rapporto binario: in virtù del contratto stipulato con la sua emittente radiofonica, Tristan Vox deve rimanere anonimo, una condizione cui si sottopone volentieri dal momento che Félix Robinet è un animale a sangue tiepido che desidera solamente ritornare alla tana dopo la trasmissione. Il suo doppio, Frédéric Durateau, nasce all’improvviso, incarnandosi un mattino in una fotografia pubblicata dalla “Settimana radiofonica”. È un caso? Un errore? Un’incarnazione propiziata (provocata) dalle tensioni delle devote ascoltatrici? Tournier non ci chiarisce il mistero pur fornendoci alcune chiavi interpretative che possono tuttavia aprire solo alcune delle numerose serrature della cassaforte. E forse la mancata (impossibile) soluzione fa di questo racconto una gestalt incompiuta e sorridente che ci accompagna per un tratto di strada anche dopo la parola fine.
La diffidenza con cui la critica accolse l’esordio di Buzzati, nel 1933, con Barnabo dalle montagne, non si è ancora dissipata dopo ottant’anni, nonostante le sue opere siano state tradotte in numerosissime lingue e il successo di un romanzo, Il deserto dei Tartari, che è rimasto nell’immaginario collettivo come poche altre opere del nostra Novecento. I peccati originali che gravavano su Buzzati erano due: il primo, quello di essere un giornalista, sia pure del “Corriere della sera”, che pretendeva di scrivere romanzi; il secondo, quello di non mostrare nessuna propensione per una qualsiasi forma di engagement. Bisogna dire che non mancarono i critici di alto profilo che si schierarono nettamente a favore di Buzzati, uno fra tutti Giacomo Debenedetti: “ci sono scrittori di cui si dice, a maggior lode, che per loro il mondo esterno non esiste. Buzzati è invece uno scrittore per cui il mondo esterno esiste, ma a patto che sia anche un indizio o uno stemma di qualcos’altro da ciò che è”. La necessità che la scrittura imponga un rinvio – spesso non chiaramente decifrabile – a una dimensione altra rispetto a quella del quotidiano, ha fatti sì che Buzzati venisse etichettato come scrittore “del fantastico”, un termine che rischia di essere riduttivo per il nostro autore, il quale gioca su una gamma molto ricca, nella quale si alternano il perturbante, la metamorfosi (la parola, nell’enunciazione, diviene cosa), l’uso della metafora come realtà e, ricorrente, il paradosso. Il giornalista Buzzati compare accanto al Buzzati narratore come alter ego, o se si vuole come complice, nei racconti brevi che Radiospazio Teatro riscrive scenicamente in questo spettacolo: banali gesti di vita quotidiana, un incidente d’auto, una visita, uno scarafaggio nella cucina appaiono come frammenti di cronaca, giornalistica e privata, che l’autore si diverte a dilatare nella narrazione, creando una risonanza fra l’infinitamente piccolo e il grande, non misurabile Mistero.