Martina Ravone, Unicità e reiterazione. Il fascismo nella prospettiva francofortese

Recensione a Stato, psiche, società. La scuola di Francoforte di fronte al fascismo, di Claudio Corradetti, Firenze University Press

La causa principale di affermazione del fascismo viene individuata in una crisi di tipo ideologico più che economico, ovvero nella crisi del liberalismo e del socialismo. Il fascismo proponeva, infatti, una soluzione alla crisi dell’individualismo borghese, ideologia che aveva guidato lo sviluppo dell’economia liberale. Lo scarto che intercorreva fra la promessa di un’uguaglianza generale e la situazione economica dei lavoratori sfruttati era ormai diventato evidente e incolmabile, e per questo il fascismo si presentò come una forma di sindacalismo rivoluzionario intriso, però, di nazionalismo radicale.

Non a caso, le radici del percorso di affermazione del fascismo sono rintracciate nella democrazia di Weimar. Segnata da una profonda instabilità politica, la repubblica di Weimar si costituì su un terreno fragile. Un fattore individuato dai francofortesi che, oltre a quello politico, contribuì all’ascesa del nazismo fu l’investimento nello sviluppo tecnologico della Germania: l’arretratezza tecnologica venne, infatti, identificata come una delle cause della sconfitta nella Prima guerra mondiale e lo sviluppo della tecnica su cui si decise di investire contribuì alla diffusione della razionalità strumentale. Questa fu terreno fertile per l’attecchimento dell’ideologia nazionalsocialista: abituandoli a utilizzare la loro ragione unicamente per calcolare i mezzi più adatti a raggiungere fini predisposti da qualcosa di esterno a loro, la razionalità strumentale rese gli uomini privi di pensiero critico e incapaci di autodeterminarsi. Benjamin, Horkheimer e Adorno intuirono che l’uso reazionario della tecnologia avrebbe condotto al rigetto della tradizione illuminista

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Le figurine di Radiospazio. Le cose visibili

Non bisogna mai, quando parliamo di qualcuno che ci sta a cuore, trascurare le cosiddette apparenze in nome di chissà quali verità nascoste all’interno. Siamo esseri umani, mica armadi. All’interno abbiamo solo la dannata macchina: organi ciechi e deperibili a mollo nel sangue, ostaggi del tempo. Tutto ciò che invece è vero e significativo cerca la sua strada nel visibile, affiora in superficie: così che una taglia di reggiseno, la maniera di coprire uno sbadiglio con la mano, il profumo di un deodorante, la durezza della barba, dicono di più su una persona di mille parole astratte valide per chiunque altro.

Emanuele Trevi, Mia nonna e il Conte, Solferino

Bruno Schulz, L’Incommensurabile (frammento)

Ho visto una volta un prestigiatore. Stava sul palcoscenico, magro, visibile da ogni parte e presentava il suo cilindro, mostrandone a tutti il fondo vuoto e bianco. Garantita in tal modo la propria arte al di sopra di ogni dubbio e di ogni sospetto di manipolazioni artificiose, tracciava in aria con la bacchetta il suo complicato segno magico, e immediatamente cominciava con affettata precisione ed evidenza ad estrarre con la bacchetta dal cilindro nastri di carta, nastri colorati, a cubiti, a braccia, infine a chilometri. La stanza si riempiva di quella massa colorata e frusciante, si faceva piú chiara per quell’incessante moltiplicarsi, per la spumeggiante, leggera carta velina, per il luminoso accumularsi, e lui intanto non cessava di estrarre quella trama infinita, nonostante le voci impaurite, piene di rapita protesta, di grida estatiche, di pianti convulsi, finché non risultava chiaro come il sole che a lui non costava niente, che attingeva quella profusione non dalle sue risorse, che gli si erano aperte semplicemente fonti soprannaturali, fuori dalle misure e dai calcoli umani. Qualcuno allora, predestinato ad accogliere il profondo senso di quella dimostrazione, se ne tornava a casa pensieroso, abbagliato nel suo intimo, profondamente penetrato della verità che era entrata in lui: Dio è incommensurabile…

Bruno Schulz, Le botteghe color cannella, Einaudi

Ezio Raimondi, Nel silenzio della lettura

Viviamo in un’epoca dominata dai nuovi linguaggi mediatici digitali e di massa, con il trionfo dell’immagine e della sua reificazione virtuale. E ciò sembra imporre alla letteratura un nuovo limite, quasi un obbligo di revisione del proprio statuto di valori e delle sue fragili speranze o certezze residue. Ma è poi vero, come ha sostenuto con particolare vigore Fuentes, che se nel sistema culturale contemporaneo la letteratura è diventata periferica, essa può tuttavia trarre nuova forza precisamente dalla sua marginalità, dalla sua ardua consapevolezza di non essere al centro. La coscienza poetica del mondo, è stato detto, si ottiene solo in un modo, mediante l’eccentricità. Ed è ancora Fuentes ad ammonire che soltanto nella parola della letteratura l’informazione diventa esperienza e l’esperienza si trasforma in conoscenza. Se l’uomo ha ancora bisogno di ricordare e di riflettere raccogliendosi su se stesso, se la sua esperienza non si consuma nella distrazione, come avvertiva Walter Benjamin, allora nella pluralità delle sue manifestazioni la letteratura ha ancora un compito da assolvere: ed è l’invito suasivo a non dimenticare se stessi, a indagare il proprio rapporto con l’altro, a guardare nel fondo della parola sino a ritrovarvi il suo linguaggio della prossimità e a sentirne l’eco profonda che invade ognuno di noi, come presenza di un corpo vivo in un mondo vivo che può essere salvezza quanto minaccia, negazione e affermazione, e certo esige il riconoscimento del nostro essere sempre in cammino alla ricerca di un senso, di una figura ove anche il disordine si trasformi in presagio di ordine. La nostra natura di esseri che si raccontano non può esaurirsi solo in uno schermo televisivo, tra i fantasmi dei suoi melodrammi effimeri e i suoi abbaglianti cliché romanzeschi, moderni o postmoderni. Nel silenzio della lettura, in una solitudine che ritrova una comunità di voci solidali e responsabili perché libere e diverse, la letteratura con la forza originaria della parola inventa e pensa, vincolata al tempo e al suo trascorrere inesorabile. Nel suo limite, oggi, sta anche forse la sua vocazione esistenziale, la sua funzione antropologica di trasformare la memoria in esperimento, in costruzione dell’uomo.

Ezio Raimondi, Un’etica del lettore, Il Mulino

Le figurine di Radiospazio. L’anima ferita

C’è sempre da considerare, quando si parla dell’esistenza dei guaritori, che l’anima, senza per questo essere più colpevole dell’uranio o di un fungo velenoso, è un materiale tossico. Non dico l’anima dei preti e dei poeti, che appartiene al mondo beato delle cose che non si possono verificare, e sulla quale, messo alle strette, nessun poeta e nessun prete metterebbe la mano sul fuoco. È l’anima ferita che è pericolosa, l’esposizione prolungata alla sua forza sradicante. Tutti i guaritori finiscono per soccomberle, in un modo o nell’altro: l’importante non è rimanere indenni, ma limitare i danni. Un’esistenza il più possibile normale è un ottimo e raccomandabile sistema. È vero che è difficile, se non impossibile, definire esattamente in cosa consista questo riparo della normalità, ma anche le apparenze possono contare. Jung nelle sue memorie è molto chiaro in proposito: «era molto importante per me avere una vita normale nel mondo reale, per bilanciare la stranezza del mondo interiore». Una vita normale nel mondo reale. Come un minatore che scava una galleria sempre più profonda nel cuore della terra, e dopo il turno ha bisogno di tornare a casa, per godersi il caldo della stufa, il chiacchiericcio della tv, l’odore della zuppa pronta in tavola e il rumore dei bambini. Avere una moglie e cinque figli era insomma per Jung il peso necessario sull’altro piatto della bilancia.

Emanuele Trevi, La casa del mago, Ponte alle Grazie