Le figurine di Radiospazio. L’Adesso e il Futuro

È stato davvero un adesso. Era finalmente adesso. Era semplicemente adesso. Era così: nel nostro paese erano le undici del mattino. Superficialmente, così come un orto dietro casa è verde, della più delicata superficialità. Verde, verde – verde è un orto dietro casa. Tra me e il verde, l’acqua dell’aria. La verde acqua dell’aria. Vedo ogni cosa attraverso un bicchiere colmo. Non si ode nulla. Nel resto della casa l’ombra è tutta gonfia. Quella superficialità matura. Sono le undici del mattino in Brasile. È adesso. Si tratta proprio di adesso. Adesso è il tempo gonfio al massimo. Le undici non hanno profondità. Le undici sono piene delle undici fino all’orlo del bicchiere verde. Il tempo freme come un pallone trattenuto. L’aria fecondata e ansimante. Finché in un inno nazionale il rintocco delle undici e mezzo non spezzerà le funi del pallone. E d’un tratto noi tutti arriveremo al mezzogiorno. Che sarà verde come adesso.
Di colpo mi sono risvegliata da quell’inattesa oasi verde dove per un attimo mi ero interamente rifugiata. Ma stavo nel deserto. E non soltanto all’apice di un’oasi è adesso: è adesso anche nel deserto, e completamente. Era adesso. Per la prima volta nella mia vita si trattava completamente di adesso. Era la più grande violenza che io avessi mai ricevuto. Poiché l’immediato non ha speranza, e l’immediato non ha futuro: il futuro sarà esattamente di nuovo un immediato.

Clarice Lispector, La passione secondo G.H., Feltrinelli

Il filosofo e il duetto dei televisori

Molti, moltissimi anni fa (addirittura gli Ottanta), registrai una lunga intervista (circa un’ora) con Gianni Vattimo per una serie di trasmissioni radiofoniche di cui curavo la prima edizione. S’intitolava Lo specchio del cielo, autoritratti segreti. L’intento del programma era ambizioso, anzi vertiginoso: far emergere il concetto di Trascendenza dalle interviste con alcuni personaggi della cultura, e non solo (Primo Levi, Nuto Revelli, Padre Turoldo, Vattimo, e altri). L’idea della trasmissione non era mia (non mi sarebbe mai venuta in mente), ma dell’allora direttore generale della radiofonia, Corrado Guerzoni, un intellettuale e politico abbastanza impetuoso, e a suo modo anche provocatorio, da calare la Trascendenza in una trasmissione radiofonica, per di più su una rete popolare come radiodue. Fortunatamente, trovammo un registro colloquiale e un po’ divagatorio, nel quale la Trascendenza si affacciava con discrezione, a tratti, lasciando per lo più che fosse l’ascoltatore a desumerla, se ne aveva voglia.
Ovviamente, Vattimo colse subito lo spirito del gioco ed esordì con l’apologo dei due televisori. (Purtroppo devo citare a memoria, ho cercato la registrazione nelle teche rai, ma è un’impresa complicatissima, per me impossibile).
Alla domanda se guardasse o meno la televisione, rispose: “Avevo un vecchio televisore, funzionante ma un po’ malandato. Decisi infine cambiarlo. Quando venne l’addetto con l’apparecchio nuovo, sarebbe stato logico fargli portare via quello vecchio, ormai obsoleto ma ancora funzionante. C ripensai. Forse la coesistenza di due televisori avrebbe potuto produrre risultati imprevedibili. E così fu. La convivenza di due televisori sintonizzati su canali diversi crea una dialettica, si sdrammatizzano l’un l’altro, anzi finiscono per annullarsi e attenuano i pericoli di dipendenza dell’utente.”
Pausa.
“Naturalmente la dinamica dei due televisori si può applicare anche ai rapporti umani: dico due, ma potrebbero essere anche di più”, aggiunse, completando l’apologo.

Aldo Palazzeschi, L’uomo più bello del mondo (Racconto)

È necessario premettere che un così edificante risultato venne ottenuto nel modo più preciso dal suo contrario. Fenomeno naturalissimo e consueto che a molti sfugge e ad altri appare incredibilmente strano. Né bisogna pensare che di uomini belli in questo mondo ve ne sia tale dovizia da incontrarne uno ad ogni piè sospinto; aggiungeremo invece che ad ogni piè sospinto ne incontriamo dei brutti in numero sbalorditivo, e ogni tanto uno veramente bello. Ed è per ciò che la bellezza, tenuta giustamente in altissimo pregio, è come calamita all’occhio del prossimo, giacché se tutti fossero belli non esisterebbe più, ragione per cui i belli devono ai brutti le loro fortune e il loro prestigio. Ma per quanto c’è concesso di arguire a questo proposito, nessuno ne aveva visto mai uno altrettanto brutto quanto il signor Nicèforo era brutto. Esiste una bruttezza per deprecata affinità con gli animali, né si sa come mai e per cui l’uomo, presentandosi, ti fa subito pensare alla scimmia o al pappagallo, l’elefante o l’ippopotamo, l’asino o il cavallo, il cane o il gatto, il porco o il rospo… Né si arriva a capire, abbiamo detto, essendo il cane ed il cavallo, l’elefante e il pappagallo per la loro bellezza riconosciuti universalmente l’uno più dell’altro, l’uomo che somiglia a uno di loro sia ritenuto inesorabilmente brutto: spaventoso. E qui vediamo entrare nel gioco un delicato argomento che stuzzica la nostra iniziativa al massimo: quale impressione provano gli animali quando uno di essi somiglia per l’appunto all’uomo? Ma questo viene detto solamente per inciso. E col regno vegetale altresì, pure essendo altrettanto meraviglioso: una testa a pera o che per spropositata grandezza e rotondità sembra un cocomero; un minuscolo corpicino ma così panciuto che fa sembrare l’uomo una cipolla né più né meno; il viso lungo lungo e stretto, di color verdolino come il cetriolo, giallo come un popone o tutto rosso come il pomodoro… E c’è una bruttezza dipendente da fatto morale e non fisico: l’espressione del viso per cui un’inspiegabile antipatia, naturale anch’essa in modo assoluto, invece di avvicinarti te ne allontana a precipizio, causa una melensaggine ch’è un desìo, o l’aria d’uggia che ti provoca nell’interno il travaglio di stomaco o la totale disappetenza difronte adogni invito ed ogni allettamento del vivere che ti è dato, tanto da farti cadere il pan di mano; un’arietta da farabutto o certa faccia patibolare che non consolano l’illibato e pacifico cittadino, ma lo mettono in guardia sul colpo, e guai se indugia un secondo. Ebbene, a nessuna di queste inesauribili categorie e varietà possiamo ascrivere la bruttezza del signor Nicèforo che senza riferimento con alcuna le compendiava e superava tutte in modo superlativo. La sua bruttezza era pura come quelle sublimi opere d’arte che per essere giunte all’espressione assoluta con apparente semplicità, nascondono perfettamente la loro origine quasi si fossero create da loro, e la loro fattura all’osservatore che scorge in esse soltanto un prodigio. Davanti a lui nessuno era capace d’una parola né di un sorriso, di esprimere in qualche modo il proprio sentimento, tutti abbassavano la testa fingendo di non vederlo per non offenderlo, e tiravano di lungo; la sua presenza generava soltanto freddezza e silenzio, e intorno alla sua persona si era formata una zona di ghiaccio che nessuno riusciva a fondere o a valicare sotto qualsiasi aspetto. E questo fino da quando era bambino e giovinetto, a scuola, dove i compagni lo avevano lasciato in disparte, mai associandolo ai giochi comuni e alle gioiose comitive, quasi fosse stato una cosa anziché una creatura come loro, una cosa sconcertante e misteriosa, ritenuta altresì capace di qualche malefizio. A un tale stato d’isolamento il signor Nicèforo non senza un reale disagio erasi assuefatto, mai rendendosi conto in modo realistico della sua posizione di uomo straordinariamente brutto e della sua bruttezza che, nonostante vi fossero degli specchi in casa sua, aveva fuggito sempre di conoscere e approfondire nel giusto valore e nel suo vero significato, tanto da rimanere per la massima parte sconosciuta a lui stesso. Aveva provato sempre un’istintiva repulsione per lo specchio come gli altri per la sua persona né più né meno, davanti al quale non aveva osato guardarsi se non alla sfuggita o di traverso, senza fissarvi coraggiosamente lo sguardo. E per non esservi costretto ogni mattina, faceva venire un barbiere a radergli la barba il quale durante la breve operazione non spiccicava verbo, mentre tutti sappiamo quanto ai barbieri il conversare riesca gradito tanto da sembrar non di rado la loro bottega un vero e proprio salotto; con lui diceva solamente: «Riverisco signor Nicèforo» al momento dell’arrivo, e quando andava via: «Signor Nicèforo arrivederlo».
Ma questa repulsione per lo specchio si comprende soltanto se si considera il fenomeno da un punto di vista del tutto superficiale e sbagliato del tutto, fino al giorno cioè, che in età più matura scoprendo lo specchio, il signor Niceforo per l’avvenuta conoscenza di quell’ordigno misterioso e suggestivo, operò il miracolo della propria esistenza egli medesimo. Quello che poteva sembrare il testimone di accusa più spietato, il nemico numero uno, non era che l’amico fedele e generoso capace di dargli la pace del cuore e la salvezza dello spirito.
E ora ditemi un poco, e anche questo sempre per inciso, rivolgendomi dalla prima all’ultima a tutte le creature che popolano il nostro globo famosissimo: c’è uno fra voi che interrogando il proprio specchio ne abbia ricevuto un responso in maniera definitiva e irrevocabilmente negativo?
E vinta quell’istintiva, così erronea riluttanza, il signor Nicèforo incominciò a fissare la propria immagine indugiandovisi sempre più a lungo e con sempre maggiore sollievo via via che tale riluttanza si andava dileguando, mentre un indefinibile compiacimento aumentava ogni giorno nel suo interno, giacché più uno si guarda e più si piace, più si conosce e conoscendosi più si trova bello, fino ad innamorarsi di sé stesso come accadde al giovanissimo Narciso. Tale è la funzione e la natura dello specchio. Pensate che cosa noi dobbiamo a un’invenzione di questo pregio. Edato che le sue condizioni economiche gli consentivano tanto lusso, allo scopo di pervenire alla conoscenza risolutiva del fatto suo, prese a ri- manere per ore intere davanti allo specchio, al modo che l’uomo fa con la persona amata dalla quale non vorrebbe distaccarsi un minuto; come per una sovrumana rivelazione che aveva il potere d’inebriarlo, di esaltarlo, apparendo sempre più si- curo e avido di sé come della sola cosa che gli potesse procurare forza e diletto. E ogni giorno recandosi al passeggio ne ritornava con uno specchio nuovo; fino a quando non prese una risoluzione suprema trasformando la propria casa da cima a fondo: le cui pareti, soffitti e pavimenti, mobili e soprammobili, perfino le stoviglie, tutto venne coperto e fabbricato di specchi, per potersi vedere in ogni gesto e in ogni azione fino dallo svegliarsi il mattino ponendosi a sedere sul letto e scorgendosi riprodotto dai lati, per centinaia e migliaia di volte di sopra e di sotto, in file che si perdevano riproducendone l’immagine all’infinito e formando intorno a lui una vertiginosa popolazione di sé medesimo. E il barbiere, che secondo l’antica consuetudine si recava ogni mattina per radergli la barba, prima d’incomin- ciare la seduta doveva aspettare che avesse finito di rimirarsi in ogni minuto e imprevedibile particolare, finché rientrando nel proprio negozio si mostrava trafelato quasi avesse compiuto chi sa quale massacrante lavoro: «Prima in dieci minuti gli facevo la barba, da quando è diventato tanto bello un’ora non basta pій». E non appena entrato per poter camminare sopra gli specchi doveva togliersi le scarpe ed infilare un paio di pantofole che lo aspettavano all’uscio; e procedere come sulle uova per la tema di fare un maledetto scivolone. »
Un tale stato di cose, che sembra circoscritto a un mondo ristrettissimo, un caso del tutto personale innocuo e perfettamente trascurabile, faceva invece perdere le staffe a un’infinità di persone; la certezza radicatasi nel signor Nicèforo relativamente alla propria bellezza e manifestata apertamente, non si sa come mai produceva in certuni un’irritazione biliare incontenibile, addirittura feroce, una voglia morbosa di offenderlo, di dirgli il fatto suo senza tante metafore, di aggredirlo e bastonarlo a sangue, punirlo severamente ritenendo la sua una sfacciata provocazione, un affronto rivolto al proprio simile personalmente, una vera e propria sfida lanciata alla società e alla bellezza riconosciuta universalmente. Né bisogna dimenticare che fra i tanti sacchettini che il Signore al momento di levarci dal forno ci consegna in dote per poterci in questo ameno ginepraio dirigere e regolare quando vi si riesce, c’è anche quello della pietà, sacchetto preziosissimo ritenuto da tutti di natura celeste per quanto puzzolente, e che l’uomo allo stesso modo di tutti gli altri presentandosi l’occasione favorevole a poco a poco e con grande parsimonia è ambizioso di spendere, il caso del signor Nicèforo ne presentava una da farglielo vuotare tutto in una volta generosamente e senza che quello se ne accorgesse.
Se fosse sgattaiolato vergognoso e dimesso, meglio ancora, se si fosse mostrato per la propria bruttezza desolato e piangente, implorando pietà dal proprio simile, si sarebbe visto da ognuno aprire quel sacchettino sull’istante, e taluno per consolarlo avrebbe finito col dirgli che se non era proprio bello non era poi neanche una cosa da buttare, discretino certamente, e di pietà avrebbe potuto aprire uno spaccio avendone da rivendere, ma il fatto di sentirselo pieno e divenuto di un peso insostenibile difronte ad un soggetto così allettante, giacché il signor Nicèforo della pietà non sapeva che farsene e mostrava ben chiaro d’infischiarsene, produceva in quei signori delle spremute nella vescica della bile acutissime, e per il colorito del viso perniciose da non dire giacché di roseo diventava verde, mentre il signor Nicèforo coglieva ogni occasione per mostrarsi ad ogni ora e in ogni dove esibendosi nella sua risplendente integrità. E aveva preso a vestirsi con suprema raffinatezza ed eleganza, da gran signore, servendosi dai sarti più rinomati, e che tormentava a non finire di osservazioni e di rimproveri per le sue incontentabili esigenze: trovava che l’abito non era mai all’altezza della situazione, mai bello né perfetto quanto avrebbe dovuto essere per un uomo della sua specie, per chi della persona erasi fatta una professione. Le prove e le riprove eseguite a domicilio fra centinaia di specchi, si prolungavano a non finire, per giornate intere, con una pignoleria per parte sua da svenire, e presentandosi nei ritrovi della più sfolgorante mondanità non faceva che guardarsi attorno indugiandosi in pose estetiche, studiate sapientemente sui capolavori più reputati della classicità, e al fine di raccogliere da ognuno la dovuta ammirazione.
E aveva preso altresì a farsi fotografare, passando da un fotografo all’altro: centinaia, migliaia di fotografie, ne aveva degli albi enormi che sfogliava voluttuosamente e delle quali non si mostrava mai sodisfatto: macché! era meticolosamente inappagabile dell’esecuzione. E a quelli che ritenendo d’ingrazionirselo come il migliore cliente cercavano con sapienti ritocchi di attenuare un poco o di nascondere certe singolarità della faccia spaventosamente significative: «No no no… questo non sono io, neanche per idea, macché, non mi somiglia per niente; questo non è il mio naso, la bocca non è fatta così; e questa non è la linea della fronte, l’occhio è sbagliato in modo totale, e l’attaccatura dei capelli è falsa più di Giuda cento volte; non siete un buon fotografo, non siete artista, siete… un dilettante, un facilone, un superficiale, uno schiappino qualunque, che razza di banalità sono mai queste? Non lo sapete che la cosa più grande è la fedeltà nell’arte? Bisogna pensarci bene quando si prende per modello un soggetto come me, che diamine! Voi non mi rivedrete, non verrò più da voi a farmi fotografare.» Davanti a lui nessuno osava aprire la bocca, tutti, come la moglie di Lot, sembravano diventati statue. Quelli che non trovavano parole quand’era brutto da scappare, ne trovavano ancora meno da quando era diventato un campione della bellezza universale.

Aldo Palazzeschi, L’uomo più bello del mondo, “Bestie del 900”, Mondadori

Le figurine di Radiospazio. Il verde e il metro

Il verde in natura è una cosa; il verde in letteratura è un’altra. La natura e le lettere sembrano nutrire una spontanea antipatia; mettetele insieme, e si faranno a pezzi. La sfumatura di verde che Orlando vedeva gli sciupava la rima e gli distruggeva il metro. Inoltre, la natura ha le sue astuzie. Basta vedere dalla finestra delle api tra i fiori, un cane che sbadiglia, il sole che tramonta, e si pensa «quanti soli al tramonto vedrò ancora», ecc. ecc. (il pensiero è troppo noto per meritare d’essere svolto); e si lascia cadere la penna, si prende il mantello, si esce a gran passi dalla stanza, e in quel mentre si inciampa in una cassapanca dipinta. Perché Orlando era un tantino sbadato.”

Virginia Woolf, Orlando, Feltrinelli

Il video della domenica. Wolfgang Amadeus Mozart, Das Butterbrot, la Tartina imburrata 1’24”

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