Le figurine di Radiospazio. L’Adesso e il Futuro

È stato davvero un adesso. Era finalmente adesso. Era semplicemente adesso. Era così: nel nostro paese erano le undici del mattino. Superficialmente, così come un orto dietro casa è verde, della più delicata superficialità. Verde, verde – verde è un orto dietro casa. Tra me e il verde, l’acqua dell’aria. La verde acqua dell’aria. Vedo ogni cosa attraverso un bicchiere colmo. Non si ode nulla. Nel resto della casa l’ombra è tutta gonfia. Quella superficialità matura. Sono le undici del mattino in Brasile. È adesso. Si tratta proprio di adesso. Adesso è il tempo gonfio al massimo. Le undici non hanno profondità. Le undici sono piene delle undici fino all’orlo del bicchiere verde. Il tempo freme come un pallone trattenuto. L’aria fecondata e ansimante. Finché in un inno nazionale il rintocco delle undici e mezzo non spezzerà le funi del pallone. E d’un tratto noi tutti arriveremo al mezzogiorno. Che sarà verde come adesso.
Di colpo mi sono risvegliata da quell’inattesa oasi verde dove per un attimo mi ero interamente rifugiata. Ma stavo nel deserto. E non soltanto all’apice di un’oasi è adesso: è adesso anche nel deserto, e completamente. Era adesso. Per la prima volta nella mia vita si trattava completamente di adesso. Era la più grande violenza che io avessi mai ricevuto. Poiché l’immediato non ha speranza, e l’immediato non ha futuro: il futuro sarà esattamente di nuovo un immediato.

Clarice Lispector, La passione secondo G.H., Feltrinelli

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