
Ho visto una volta un prestigiatore. Stava sul palcoscenico, magro, visibile da ogni parte e presentava il suo cilindro, mostrandone a tutti il fondo vuoto e bianco. Garantita in tal modo la propria arte al di sopra di ogni dubbio e di ogni sospetto di manipolazioni artificiose, tracciava in aria con la bacchetta il suo complicato segno magico, e immediatamente cominciava con affettata precisione ed evidenza ad estrarre con la bacchetta dal cilindro nastri di carta, nastri colorati, a cubiti, a braccia, infine a chilometri. La stanza si riempiva di quella massa colorata e frusciante, si faceva piú chiara per quell’incessante moltiplicarsi, per la spumeggiante, leggera carta velina, per il luminoso accumularsi, e lui intanto non cessava di estrarre quella trama infinita, nonostante le voci impaurite, piene di rapita protesta, di grida estatiche, di pianti convulsi, finché non risultava chiaro come il sole che a lui non costava niente, che attingeva quella profusione non dalle sue risorse, che gli si erano aperte semplicemente fonti soprannaturali, fuori dalle misure e dai calcoli umani. Qualcuno allora, predestinato ad accogliere il profondo senso di quella dimostrazione, se ne tornava a casa pensieroso, abbagliato nel suo intimo, profondamente penetrato della verità che era entrata in lui: Dio è incommensurabile…
Bruno Schulz, Le botteghe color cannella, Einaudi