
Viviamo in un’epoca dominata dai nuovi linguaggi mediatici digitali e di massa, con il trionfo dell’immagine e della sua reificazione virtuale. E ciò sembra imporre alla letteratura un nuovo limite, quasi un obbligo di revisione del proprio statuto di valori e delle sue fragili speranze o certezze residue. Ma è poi vero, come ha sostenuto con particolare vigore Fuentes, che se nel sistema culturale contemporaneo la letteratura è diventata periferica, essa può tuttavia trarre nuova forza precisamente dalla sua marginalità, dalla sua ardua consapevolezza di non essere al centro. La coscienza poetica del mondo, è stato detto, si ottiene solo in un modo, mediante l’eccentricità. Ed è ancora Fuentes ad ammonire che soltanto nella parola della letteratura l’informazione diventa esperienza e l’esperienza si trasforma in conoscenza. Se l’uomo ha ancora bisogno di ricordare e di riflettere raccogliendosi su se stesso, se la sua esperienza non si consuma nella distrazione, come avvertiva Walter Benjamin, allora nella pluralità delle sue manifestazioni la letteratura ha ancora un compito da assolvere: ed è l’invito suasivo a non dimenticare se stessi, a indagare il proprio rapporto con l’altro, a guardare nel fondo della parola sino a ritrovarvi il suo linguaggio della prossimità e a sentirne l’eco profonda che invade ognuno di noi, come presenza di un corpo vivo in un mondo vivo che può essere salvezza quanto minaccia, negazione e affermazione, e certo esige il riconoscimento del nostro essere sempre in cammino alla ricerca di un senso, di una figura ove anche il disordine si trasformi in presagio di ordine. La nostra natura di esseri che si raccontano non può esaurirsi solo in uno schermo televisivo, tra i fantasmi dei suoi melodrammi effimeri e i suoi abbaglianti cliché romanzeschi, moderni o postmoderni. Nel silenzio della lettura, in una solitudine che ritrova una comunità di voci solidali e responsabili perché libere e diverse, la letteratura con la forza originaria della parola inventa e pensa, vincolata al tempo e al suo trascorrere inesorabile. Nel suo limite, oggi, sta anche forse la sua vocazione esistenziale, la sua funzione antropologica di trasformare la memoria in esperimento, in costruzione dell’uomo.
Ezio Raimondi, Un’etica del lettore, Il Mulino