Aspettando Pirandello

– Finalmente un Pirandello! Dopo tanti spettacoli che sembravano dettati dalla storia della letteratura novecentesca e contemporanea (da Palazzeschi a Flaiano, da Gadda a Tournier), un po’ di teatro.
Invece, no. Il pipistrello è un breve racconto contenuto nelle “pirandello pipistrelloNovelle per un anno” che riscriveremo sulla scena. Il nostro è un incessante andirivieni fra la pagina e il palcoscenico, complice la radio. Dopo “Il ritorno di Casanova”, alcuni hanno commentato: “C’è molto teatro qui dentro, Radiospazio ha cambiato rotta?” Non esattamente. Il fatto è che per recarsi da un punto all’altro di questo mare che separa le due coste (quanto lontane, quanto vicine?) della letteratura e della scena, le rotte sono innumerevoli, dalle più dirette e lineari alle più tortuose e lambiccate e per ogni viaggio se ne sceglie una diversa; diciamo meglio: ne nasce una diversa, perché il drammaturgo può tracciarne quante ne vuole sulla mappa nautica del suo solipsismo ma alla fine quella decisiva esce quando il copione deve trasformarsi in spettacolo.

Dopo Casanova

Ieri sera, due repliche de “Il ritorno di Casanova”

* Com’è andata?

* Beh, tu lo sai che cosa è diventata la critica teatrale negli anni. I critici militanti non ci sono più, e nemmeno quelli paludati – per quanto sembri assurdo, viene da rimpiangerli, quei recensori da museo delle cere. La critica ha reagito nel modo più prevedibile, perché, tu lo sai, si tratta di un rito, solamente di un rito che ha perduto perfino quella patina di frivolezza e di malignità che aveva. Dunque la critica ha reagito come poteva reagire: qualcuno ha scritto che c’era poco Schnitzler, cosa vera, peraltro; altri hanno messo in evidenza l’eccessiva frammentazione delle sequenze: avrebbero gradito una maggiore fluidità – piace sempre, la fluidità, già la parola suona bene, molto meglio di “frammentazione”; alcuni se la sono cavata col riassuntino del romanzo di Schnitzler comparandolo con la nostra scrittura scenica, ed è parso, a costoro, di essersi proprio impegnati a fondo. Non potevano mancare gli entusiasti, no, forse il termine è eccessivo, diciamo gli emotivi: sì, agli emotivi è piaciuto, hanno trovato nello spettacolo dei momenti molto lirici e molto alti; si sono sentiti toccati personalmente perché la vecchiaia, la decadenza e la morte sono faccende che riguardano tutti, e in particolare quelli che, come loro, hanno una sensibilità così spiccata, addirittura esasperata (hanno anche fornito alcuni esempi tratti dalla loro vita, che qui tralascio). Gli attori sono piaciuti, direi alla maggioranza; per la verità c’è stato anche qualcuno che se l’è cavata all’antica con un “bene tutti” ma non è mancato chi è sceso anche nel dettaglio osando l’aggettivazione: quel Casanova ironico e sofferto, quella Marcolina lucida e provocatoria, quell’Amalia dimessa e vibrante, quell’Olivo candido e disarmante, e la coppia dei contendenti (Lorenzi e il Marchese Celsi) parodistica e graffiante. Questi critici di piccole prospettive sono stati, come sempre, i più democratici: due aggettivi per uno e tutti sono contenti. Insomma, la critica ha svolto il suo compito che era di macinare lo spettacolo col suo ron ron di risacca come fa il mare coi sassi riducendoli in sabbia, solo che il processo critico è molto più veloce. Oggi pomeriggio il rumore di risacca si attenuerà progressivamente e domattina sarà cessato del tutto,

* E il pubblico?

* Direi molto bene: sala piena, applausi convinti e, nella seconda replica, direi addirittura entusiasti. Anche dopo lo spettacolo, commenti molto favorevoli e calorosi, nei camerini. C’erano anche degli amici, quindi benevoli per definizione, ma mi sembravano sinceri. Come sempre succede, in questi casi, riaffiorano personaggi del passato. Io ho incontrato una signora che non vedevo da qualche decennio. Era ancora viva, anzi vivissima, mi ha raccontato molti episodi della vita sua e di suo figlio con grande efficacia narrativa. E un’altra amica, anch’essa viva, mi ha fatto ascoltare dal cellulare i messaggi di una sua nipotina che diceva: “Nonna, ti voglio tanto bene!”, è stata un’interpretazione (quella della bambina nella parte della nipotina) molto convincente, nonostante la giovane età.

* E il dopoteatro?

Direi molto bene. Il locale, naturalmente, era molto affollato e chiassoso e abbiamo faticato a trovare posto tutti, tu sai come succede in questi casi, non si riesce mai a contarsi prima e si devono aggiungere tavoli su tavoli, ma bene, direi, a parte, forse, il vino che era un po’ annacquato, ma forse è stato meglio così, per la salute. C’era anche, in un tavolo appartato, un grande attore del passato, che però era miracolosamente presente, e dunque vivo. Era in compagnia del suo giovane amico, che però, per essere giovane, era un po’ troppo passato come chi non regge il passo dell’altro nel cammino verso la morte. Succede, fra attori, si parte insieme con venti, trent’anni di differenza, poi uno dei due, di solito il più vecchio, incomincia a rallentare il passo; essendo un bravo attore, rallenta in modo impercettibile in modo da dar l’impressione di procedere spedito, così che l’altro, più giovane e inesperto, non se ne accorge e continua a marciare di buona lena; dopo qualche decennio, il più giovane (o meglio: quello che dovrebbe essere più giovane per ragioni anagrafiche) si accorge di essere il più vicino alla morte ma ormai la commedia è fatta, non si può più riscrivere né rimettere in scena. Ci siamo affettuosamente salutati, con la coppia, e ci siamo detti: “Ma tu cosa ci fai qui?”; non ricordo esattamente chi l’abbia detto ma non ha importanza, e ci siamo risposti: “Ho appena finito uno spettacolo”, come Pinocchio e Lucignolo quando si tolgono i berrettoni che coprono le orecchie da somaro.

Il montaggio delle scene e dei pensieri

Premessa: scrivendo queste note che dovrebbero riguardare il lavoro di Radiospazio teatro, mi rendo conto che contravvengono a molte delle regole basilari per costruire un blog di successo. Questa constatazione mi solleva. Mi viene in mente che nel “Pinocchio”, uno dei libri guida che bisognerebbe tenere sempre a portata di mano per una rapida consultazione su molti fatti, anche quotidiani, della vita, Geppetto se ne sta per quasi due anni nella pancia del pesce-cane senza passarsela troppo male. Il vecchio falegname, evidentemente, è la rappresentazione allegorica dell’autore di un blog non di successo che se ne sta nel ventre della rete dove potrebbe rimanere ancora a lungo se non stessero per finire candela e fiammiferi. Per fortuna ne sono ancora fornito, dunque andiamo avanti.

Dunque, ieri abbiamo montato, nella sala prove del Teatro Astra, scena e luci.
Detto così, suona bene. La scena è costituita da cinque quintine di mezz’età, parallele al fondale, distanti da esso un paio di metri e che si sviluppano per tre metri e mezzo. Le luci sono funzionali, come dicono i recensori ipocriti. Mariangela, che le ha disegnate, è una ragazza perspicace e dotata di un raro (e un po’ antico, anche) senso della dignità quindi convivere con entusiasmo la pochezza di mezzi che caratterizza le nostre produzioni.
Il montaggio dei riflettori è un momento, lungo svariate ore, nel quale l’ego del regista viene ridimensionato, se ha appena un minimo di consapevolezza. Non c’è bisogno di rispolverare i fantasmi della divisione del lavoro (manuale/vs intellettuale) ma non puoi fare a meno di chiederti se la fatica del macchinista che va su e giù per le scale è proporzionata alla tua creazione.
Per evitare di rispondere a questa domanda, mi sono messo a fantasticare sullo spettacolo che fra poco più di un mese, il 25 marzo, allestiremo in questo stesso teatro. Se si potesse raccontare uno spettacolo teatrale, il potenziale lettore di questa nota ne rimarrebbe affascinato: ci troverebbe malizia e comicità frammiste a un certo struggimento. Ma, lo sappiamo, il racconto di uno spettacolo teatrale, reale o immaginario che sia, è impresa tanto impossibile e goffa quanto quella di raccontare un sogno, quindi mi fermo. Lo spettacolo è “Il pipistrello”, una molto libera riscrittura di un racconto di Pirandello; o meglio, questo è il titolo: che cosa sarà lo spettacolo è da scoprire.

Il ritorno di Casanova, ultime prove

 Singolare giornata…

Il regista e la sua assistente andranno in teatro, insieme al macchinista, per l’allestimento dello spazio e delle luci; oggi pomeriggio gli attori lavoreranno nella consueta sala prove, altrove. Si ricongiungeranno sabato, al Teatro Astra per una prova tecnica prima dello spettacolo. Strana scissione. Di fatto, il regista non assisterà alla prova generale. Tutto si ricomporrà domani, nello spettacolo: una sorpresa in più oltre a quelle che riserva ogni debutto. Il regista si chiede come gli attori vivranno la sua assenza durante la prova generale. Si risponde che la vivranno positivamente, forse con un senso di sollievo o addirittura di gioia; pare infatti che egli non riesca ad essere impassibile durante le prove e che le reazioni del suo volto deconcentrino o deprimano gli attori. Si chiede ancora, il regista, come potrebbe evitare questi turbamenti nei suoi attori. È egli un male necessario? Oppure, peggio, un male non necessario? Dovrebbe egli essere impassibile, indecifrabile? Dovrebbe egli essere, comunque, diverso da quello che è? Essere un altro? O, meglio ancora, non esserci? La risposta più sensata gli pare la penultima. Poi smette di pensare perché deve andare in teatro.

La musica e il sogno

Ci sono due sogni importanti, nel “Ritorno di Casanova”. In uno – sognato e narrato da Amalia, ex amante di Casanova – il capitano Lorenzi, giovane rivale in amore del maturo protagonista, è ridotto a un pietoso mendicante. In un secondo sogno, che diventa asse portante e voce dello stesso romanzo, Casanova, ottenuta con il ricatto e l’inganno una notte d’amore con Marcolina, oggetto del suo desiderio, sogna di rapirla e di portarla con sé nella non meno desiderata Venezia dalla quale è stato esiliato tanti anni prima. In questa lunga sequenza, Schnitzler ci guida fino alla camera di Marcolina dove si consumerà l’amplesso, e con un gioco di prestigio trasforma il rapporto sessuale in un sogno lasciandoci così nella più oscura – e struggente – incertezza su ciò che avviene realmente in quell’alcova. Il sogno che fa volare Casanova e Marcolina in una Venezia trasfigurata viene narrato da un angolo di visuale che dovrebbe essere quello di Casanova; dico “dovrebbe” perché, nonostante Schnitzler non lo scriva esplicitamente, sentiamo che la voce che racconta non è più quella dell’autore ma quella del suo protagonista.

Non mi diffonderò sulla soluzione che abbiamo adottato nella nostra riscrittura scenica (sarebbe un backstage troppo lungo e noioso) mi limito a dire che questa soluzione non sarebbe realizzabile senza un collage musicale che avvolge le voci e i corpi degli attori. La musica si insinua fra le parole arricchendole di una ineffabilità che, a pensarci, è una sorta di contraddizione: io parlo, cercando di produrre un senso, ma la musica nella quale sono immerse le mie parole fornisce ad esse un senso secondo, non pienamente afferrabile. E’ quanto avviene nei sogni quando, raccontandoli, diciamo: “A quel punto è entrato un uomo che era mio padre ma anche il mio professore di lettere”. La musica ci aiuta a realizzare scenicamente quel “ma anche”.

Devo rassicurare l’eventuale lettore di questa nota: nello spettacolo tutto è molto più chiaro. Lo stesso lettore potrebbe, di conseguenza, chiedere: “Ma allora perché l’ha scritta, questa nota?”. Risposta: per scaricare un po’ di tensione: debuttiamo fra tre giorni, sono pochi e al tempo stesso troppi.

Quale ben?

La nostra commedia (un termine polveroso, ma non ne trovo di migliori), incomincia così:

Il mio ben quando verrà
A veder la mesta amica?
Di bei fior s’ammanterà
La spiaggia aprica.
Ma nol vedo, e il mio ben,
Ahimè! Non vien? 

(musica – sublime – da “Nina, la pazza per amore”, di Giovanni Paisiello su libretto di Giovanni Battista Lorenzi)

Non si poteva trovare un brano introduttivo meno pertinente dal punto di vista testuale. Perché nessuna delle donne (due) della commedia aspetta “il suo ben”: Amalia, ora moglie del buon Olivo, è stata un’amante di Casanova sedici anni prima ma non si può dire che lo aspetti, almeno in senso stretto; se lo ritrova per casa, ospite del marito, e le si riaccendono i sensi ma certamente non si è consumata nell’attesa; quanto a Marcolina, non solo non aspetta Casanova: lo conosce di fama e, per quanto ne sa, non muore dalla voglia di conoscerlo.

Nessuno, dunque, aspetta nessuno; di conseguenza, l’ouverture del divino Paisiello finisce per suonare come un’ipotesi: “Come sarebbe dolce, se qualcuno si struggesse per me nell’attesa”. Nel melodramma settecentesco succede: si arde, ci si consuma per la mancanza del caro bene e infine si gioisce quando lo si ritrova. Ma qui siamo nel Novecento tormentoso di Schnitzler e l’introduzione di Paisiello è una falsa amica che con le sue blandizie non fa che rimarcare ciò che è per sempre perduto.

 A. G.

Guardando lo scheletro

Alla prova di ieri ha assistito un’amica attrice. Di passaggio per la nostra città e impossibilitata a vedere, fra una settimana, lo spettacolo, ci teneva a farsene almeno un’idea.

Lo sguardo dell’attore che guarda i colleghi in una sala prove spoglie, nella quale gli oggetti di scena sono solo segnaposti e gli spazi sono delimitati da strisce di nastro adesivo marrone.

Lo spettacolo appare come uno scheletro che si muove ma che per fortuna non suggerisce l’idea del macabro.

Viene da chiedersi quando e come, intorno a questa impalcatura, si formerà un corpo. Eppure fra una settimana succederà, anche se nessuno può dire se e quanto sarà proporzionato e armonioso, quel corpo, oppure se le sue eventuali disarmonie gli conferiranno un certo charme, come certi nasi pronunciati o certe gambe troppo lunghe che finiscono per diventare bizzarre ma interessanti caratteristiche di un individuo.

Il microfono e l’alone

Ne Il ritorno di Casanova, le voci degli attori sono perlopiù nude, cioè non diffuse in sala dal microfono.

Vorrei che fossero più nude. Mentre le ascolto, durante le prove, ho l’impressione che alcune di esse contengano una sorta di microfono che le alona. Non ho idea di dove possa essere nascosto, questo microfono: un logopedista saprebbe rispondermi ma io preferisco pensare che risieda nella mente degli stessi attori. Deve esistere, immagino, una app che entra in funzione automaticamente in certi passaggi “sentimentali”, o per dirla con altre parole: un’associazione mentale che identifica il sentimento con l’alone.

A. G.

Quello strano sapore dei fichi

Gli spettatori che assisteranno al “Ritorno di Casanova” dopo aver visto precedenti spettacoli di Radiospazio troveranno alcuni elementi apparentemente “realistici”, del tutto assenti nelle altre produzioni che si affidavano esclusivamente alla parola e alla musica. In una delle prime scene, Casanova s’intrattiene con Marcolina, la fanciulla oggetto del suo desiderio impossibile, con in mano un cestino di fichi; si tratta di un elemento niente affatto accessorio, anzi, considerando che s’inserisce in un assoluto vuoto, rischia di diventare il perno intorno al quale si sviluppa l’intera scena, o per dirla nei termini a volte spicci dei teatranti: il protagonista. E’ un meccanismo a cui non ci si sottrae: qualunque oggetto si collochi su un palcoscenico vuoto diventa un fulcro – per ricordare un esempio tanto alto quanto evidente: l’alberello scheletrico di “En attendant Godot” che diventa sia personaggio terzo sia motore drammaturgico. Per tornare più modestamente ai fichi, non mi sentirei di definirli “realistici”; possono anche essere frutti “veri” ma, inseriti nella semiosi scenica diventano il ricordo di un mondo altro, lontano da quello del palcoscenico. In pratica, è come se fossero caduti dal cielo, oppure rubati a un teatro naturalistico che, per definizione, ha i magazzini pieni di ogni ben di Dio, dai fichi ai salotti d’epoca, alle spade, ai  ciliegi di Cechov, eccetera. E’ probabile il cestino dei fichi provocherà nello spettatore un sorriso e forse un moto di sorpresa come il famoso orologio che una delle comparse del film peplum “Quo vadis?” indossava per errore sotto la toga: anche su questi slittamenti temporali si basa il nostro spettacolo che rilegge, oggi, la rilettura primonovecentesca di un mito generato dal XVIII secolo.

In favore dei tavoli immaginari

In favore dei tavoli immaginari

Negli spettacoli di Radiospazio, almeno fino ad oggi, l’ultima delle preoccupazioni era la scenografia. Le nostre messe in scena si sviluppavano gioiosamente, e anche con una punta di impudenza, in una terra di mezzo, fra radio e teatro, che sfruttava la forza evocativa delle musiche combinantesi con le parole per creare ambienti impalpabili.

Non c’era dunque bisogno di scenografia alcuna. Qualunque elemento scenico sarebbe risultato pesante e soprattutto statico, secondo la grande intuizione di Arnheim – l’azione essendo continuo, incessante movimento e quindi fatalmente in contrasto con l’immobilità della scenografia.

Questo impianto scenico virtuale viaggiava sul filo del rasoio: le scenografie immaginarie che le musiche e gli effetti creavano nella mente dell’ascoltatore radiofonico rischiavano in ogni momento di rivelare la loro inconsistenza allo spettatore teatrale. In pratica, la mise en abyme dello studio radiofonico, rivelando il semplice meccanismo del gioco, rischiava di spacciare gli ingredienti al posto del risultato, come il ristoratore che proponga uovo sbattuto, parmigiano grattato e noce moscata al posto di una frittata.

Devo dire che il pubblico non ha mai protestato, come invece farebbero i clienti di un ristorante: questo mi ha fatto pensare che abbiamo sempre incontrato spettatori particolarmente educati, oppure che nella loro mente si producesse una sintesi (un’illusione?) che sul piano strategico non era stata prevista, almeno da me.

Nel “Ritorno di Casanova” fa il suo ingresso la scenografia sotto la forma di un piccolo tavolo e di due sgabelli. E’ incredibile come questa intrusione, apparentemente così modesta, si riveli fastidiosa. Terminata una scena, diventa subito ingombrante e la si deve parcheggiare da qualche parte; un attimo più tardi, serve di nuovo e impone agli attori un lavoro di facchinaggio (non abbiamo servi di scena)  che li affatica spiritualmente, rischiando di trasformarli in torvi operatori di un’impresa di traslochi. Mai più tavoli, in scena, se non immaginari.

A. G.

Il mare del palcoscenico

Prove de “Il ritorno di Casanova”

Il mare del palcoscenico

Si può immaginare il microfono del quale si serve un attore come un paletto d’acciaio provvisto di un laccio immaginario che viene fissato alla caviglia del locutore. Il laccio è molto corto, sono quindici centimetri al massimo. All’interno di quest’area l’attore gode della libertà espressiva più completa: modula la voce in tutta la sua gamma; la mimica, non solo facciale ma anche, in certa misura, gestuale, si esplica agevolmente; i rapporti con i compagni si stabiliscono con lo sguardo oppure, se essi sono di spalle, “portando” e orientando la voce in modo da parlare con essi senza guardarli. La contraddizione fra la libertà espressiva dell’attore al microfono e l’angustia dello spazio di cui dispone è grande, tuttavia nelle precedenti realizzazioni di Radiospazio nessuno sembrava patirne; anzi, quel microterritori personali finivano per diventare dei porticcioli confortevoli e rassicuranti. Ora con “Il ritorno di Casanova” i microfoni sono diventati accessori importanti ma non determinanti. Improvvisamente il palcoscenico diventa un mare aperto e avventuroso, che genera vertigine.

A. G.

 

 

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Altrimenti scrivete a radiospazio.teatro@gmail.com

Vi aspettiamo il 15 febbraio per “Il ritorno di Casanova“,cropped-cropped-nuovo-marchio-5-gennaio1.png

SALA PROVE TEATRO ASTRA, Via Rosolino Pilo 6.

Due spettacoli ore 19 e 21.30

Come raggiungerci: mezzi pubblici 2 – 13 – 65 – 65/ – metro Racconigi

è consigliata la prenotazione: Infopiemonte (p.zza Castello 165), Teatro Astra 0115634352

On-line: http://www.fondazionetpe.it

Cavalli e spade

Cavalli e spade

Un famoso drammaturgo rifletteva sul fatto, che in certi grandi allestimenti poteva essere allettante portare in scena un cavallo ma, avvertiva, bisognava mettere in conto l’inevitabile distrazione del pubblico. Non tanto per l’effetto generato dall’ingresso dell’animale quanto a causa di una domanda che tormentava, più o meno consapevolmente, ogni spettatore: “Quando la farà?”. I cavalli la fanno, e certamente i riflettori non li inibiscono ma al contrario li stimolano, con lo stesso effetto che le risatine della platea hanno su certi attori che, dopo essersi trattenuti durante le prove, mollano gli ormeggi di fronte al pubblico. Il problema è il quando il cavallo defecherà: non esiste nessuna situazione scenica che possa eludere questa domanda: il regista che lo sottovalutasse andrebbe incontro a crudeli delusioni.

Pensavo ai cavalli in scena durante le prove de “Il ritorno di Casanova” che ho tratto dal romanzo di Schnitzler. La mia riscrittura è stata drastica e scarsamente rispettosa ma non ho potuto eludere il duello tra Casanova e il sottotenente Lorenzi, suo rivale. Un duello in scena è uno di quegli appuntamenti che ogni regista dotato di un minimo senso del ridicolo vorrebbe evitare – infatti l’ho risolto con una soluzione drammaturgica elementare (per ora preferisco non rivelarla) paragonabile a quella dello scolaro che marina la scuola il giorno del compito in classe. Ma rimanevano le spade. Mi pareva che, evitando di mettere in scena lo scontro fisico, il balenio delle lame, le parate e gli affondi, dovessi risarcire l’autore e la trama del romanzo facendo almeno comparire i due rivali con la spada al fianco. E a questo punto mi è tornato in mente il cavallo: le spade sono sicuramente meno impegnative dell’incontinente animale ma rappresentano sempre un diversivo che è meglio evitare. Tuttavia il duello si realizzerà, nell’illusione scenica. Come? Lo sapremo solo qualche giorno prima del 15 febbraio.

A. G.

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Schnitzler – Il ritorno di Casanova

RADIOSPAZIO TEATRO VI ASPETTA IL 15 FEBBRAIO PER

locandina-casanova-19-gennaio

 

Matei Visniec – Deserto

Matei Visniec
Deserto

visniec

13/03/2013

Deserto, un «teatro di ordinaria tenerezza e follia»

Il nucleo Deserto, come pure la raccolta Attenzione alle vecchie signore corrose dalla solitudine, pubblicata nel 2004 a Parigi, si compone di microtesti riuniti in sequenza successiva come ‘moduli teatrali da comporre’, instaurando un’estetica destinata alla variabile riconfigurazione dei «tasselli» e a un processo creativo con esiti sempre differenti.

Quanto  all’autore, egli non manca di invitare il lettore/regista a riorganizzare e dunque a decomporre e a ricomporre l’ordine dei ‘moduli’, simile – se vogliamo – al percorso espositivo di una ‘mostra’ pittorica, a operare delle scelte in base a preferenze e criteri scenici liberamente definiti e a ricreare – insomma – a ogni lettura/rappresentazione un nuovo testo/spettacolo.

La brevità dei moduli resta decisiva al fine di chiarire lo statuto dei personaggi e, più in generale, le specificità stilistiche del teatro di Visniec. Spetterà al lettore/spettatore «indovinare» dalle poche sequenze di mise en scène la «potenzialità intera di vita» che, in altre condizioni, avrebbe configurato un destino. La compiutezza è sacrificata a favore della concentrazione emozionale, perseguibile – spiega Visniec – attraverso uno scatto unico del movimento della scrittura.

Le mini-pièces si presentano come brevi strutture narrative rette da dialoghi minimalisti, che interrogano, da una parte, la capacità dell’uomo post-moderno di misurarsi con le proprie contraddizioni e, dall’altra, le sue riserve critiche, psicologiche e intellettuali, indispensabili per crearsi intime strategie di resistenza contro le molteplici possibilità di manipolazione della realtà. Le profonde esplorazioni nell’umano pervengono a dare origine, nell’intenzionalità di Matei Visniec, a un «teatro di ordinaria tenerezza e follia», sottotitolo della raccolta Attenzione alle vecchie signore corrose dalla solitudine, che allude forse al titolo della famosa raccolta di racconti di Charles Bukowski Erections, Ejaculations, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness, pubblicata nel 1972, con la versione italiana Storie di ordinaria follia (1975), e alle pulsioni alienanti che definiscono i comportamenti sociali e, più estesamente, la condizione umana ai tempi del post-capitalismo e del post-umanesimo.

Gli atti dei personaggi, in apparenza banali, fanno però emergere motivi e temi fondamentali, le generosità e insieme le fragilità dell’amore, le inquietudini della morte e la sua dimensione spirituale, le nevrosi quotidiane, ma in tutti questi brevi nuclei drammaturgici si rivela come viva e autentica la ricerca della verità dell’essere e del vissuto. I personaggi sono portatori di un’umanità dei gesti semplici, calda e nonconformista, che nasconde risorse interiori particolarmente ricche e intense.

Il silenzio, il ‘deserto’, non è tuttavia implacabile come in Beckett, ma pefigura sempre una forma di dialogo che problematizza il selenzio stesso e che conduce nel contempo a momenti di pienezza e di incontro con l’altro molto sorprendenti. Resta pur vero che, come in Autostop, tali «momenti di grazia» non si consumano concretamente, restano delle mirabili potenzialità, acquistando valenze simboliche, metaforiche.

Nel testo Un caffè lungo con un po’ di latte a parte e un bicchiere d’acqua i rapporti interumani appaiono compromessi da forme di follia sottilmente insidiose, eppure percettibili, che connotano le insicurezze e la depressione in cui sprofondiamo senza più cessare di riconoscerci quotidianamente.

 l ventaglio delle scelte tematiche proposte dal drammaturgo è più ampio e compendia, al tempo stesso, la complessa declinazione del rapporto individuo-intimità–limiti sociali, ideologici, storici, operando con incisiva forza espressiva, satirica e poetica, il più esplicito rigetto del cinismo e delle retoriche demagogiche di ogni genere.

Alcuni “tasselli”, L’anima nella carriola, Sandwich al pollo, lo stesso Un caffè lungo con un po’ di latte a parte e un bicchiere d’acqua e altri ancora, sembrano drammatizzazioni di eventi banali, assurdi o comici, presenti nei fatti di cronaca e nelle notizie più fantasiose dei quotidiani. In effetti, nel suo ultimo romanzo pubblicato in Romania nel 2011, Dezordinea preventivă [Il disordine preventivo], Matei Visniec, egli stesso giornalista di Radio France Internationale, riconosce una «dimensione universale, intrisa di forza metaforica» a questo genere di prodotto giornalistico:

«I fatti di cronaca» sono «in effetti» delle metafore, più precisamente delle metafore della follia umana. Pressoché tutti i fatti di cronaca racchiudono, al di là dell’apparente banalità del loro contenuto, un «livello metafisico» evidente (benché segreto). Personalmente, tra un fatto di cronaca che capta «i punti di frattura del mondo» (per citare Glücksman) e un’informazione piatta sull’ultima riunione del Gruppo G 20, preferisco l’emozionante poesia del primo» (p. 85).

Per il drammaturgo e per il giornalista Visniec, siffatti contenuti informativi costituiscono valide modalità di resistenza contro le nuove forme di lavaggio del cervello, messe in moto dalla macchina mediatica mondiale e contro il modello umano odierno del consumatore superinformato, programmato a non essere più in grado di filtrare autonomamente la realtà.

*

Drammaturgo, poeta e romanziere, Matei Visniec, nato nel 1956 in Romania, risiede da oltre vent’anni a Parigi dove lavora dal 1990 come giornalista per Radio France Internationale. Scrittore bilingue, romeno e francese, è ampiamente riconosciuto in Francia e altrove soprattutto per la sua opera drammaturgica. Spettacoli tratti dalle sue pièces sono stati presentati in una trentina di paesi. Dal 1992 Visniec è diventato uno degli autori costantemente messi in scena al Festival d’Avignone Off con una quarantina di allestimenti.

 Emilia David

La regia
Alberto Gozzi

Gli attori
Francesco Gargiulo, Anna Montalenti, Eleni Molos, Carlo Nigra, Alessandro Salvatore

Lo staff
Francesco Rigoni, Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco

Il nastro di Natale

Tra gli eventi di “Un Natale con i fiocchi”, il calendario di iniziative organizzato dal Comune di Torino, al Teatro “Piccolo Regio” di Torino: il nastro di Natale

Natale all’italiana

drammaturgia e regia di Alberto Gozzi

natale all'italiana

4/01/2013

La città infestata da Babbi Natale, il diavolo alla messa di mezzanotte, il tacchino che corteggia una ragazza: nelle invenzioni di Buzzati, Serra, Calvino, Morante, Soldati, Benni, Moravia il sorprendente autoritratto della nostra comune famiglia letteraria.

La regia
Alberto Gozzi

Gli attori
Roberto Accornero, Alice Bertocchi, Alessandro Salvatore, Marco Intraia, Eleni Molos, Annalisa Usai, Arianna Abbruzzese, Francesco Gargiulo, Carlo Nigra

Lo staff
Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni

Gli ingredienti del Natale

drammaturgia e regia di Alberto Gozzi

gli ingredienti locandina

28/12/2012

Il presepe, la poesia che il bimbo recita in piedi sulla sedia, i buoni sentimenti che per un giorno fanno sentire migliori sono gli ingredienti di una festa vissuta da molti come una rappresentazione giunta alla trecentesima replica, con gli attori che recitano stancamente le battute e i costumi logorati da una troppo lunga tournée. Eppure questa rappresentazione deve andare in scena, ineluttabile, ogni anno; per non subirla come una condanna o come un pedaggio che si versa controvoglia alla Tradizione, si può ricorrere a un’altra finzione più sfaccettata e gioiosa, quella della letteratura. Le invenzioni degli autori convenuti sul nostro palcoscenico disegnano sette scorci di sette Natali che ci permettono di rileggere questa festa con le lenti dell’intelligenza e del cuore.

La regia
Alberto Gozzi

Gli attori
Roberto Accornero, Alice Bertocchi, Alessandro Salvatore, Marco Intraia, Eleni Molos, Annalisa Usai, Arianna Abbruzzese, Francesco Gargiulo, Carlo Nigra

Lo staff
Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni

Fantanatale

riscrittura scenica di Alberto Gozzi di grandi autori della fantascienza

fantanatale locandina

21/12/2012

Come saranno i nostri Natali fra due o tre secoli?
Ce lo raccontano i grandi autori della fantascienza e del fantastico, da Aasimov a Clarke a Buzzati e altri: una proiezione nel futuro che ci riporta, con un vertiginoso viaggio circolare, all’irrealtà del nostro presente.

La regia
Alberto Gozzi

Gli attori
Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Eleni Molos, Carlo Nigra, Marco Intraia, Alessandro Salvatore, Annalisa Usai

Lo staff
Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni

Fuga dal Natale 

riscrittura scenica di Alberto Gozzi dal romanzo di John Grisham

fuga dal natale, locandina

14/12/2012

Con Fuga dal Natale John Grisham si è concesso un divertimento che lo porta lontano, per una volta, dal giallo giudiziario e dal monumentale impegno del best seller. A cercarlo bene, qualche elemento di suspense si ritrova anche nella storia di questa coppia di coniugi di mezza età che progettano di ribellarsi ai riti (e alle inutili spese) del Natale: riusciranno i nostri antieroi a resistere alle pressioni della loro piccola comunità alla quale appaiono improvvisamente come eversori delle tradizioni e dell’ordine costituito? Il plot è semplice, ma questo è il suo bello, perché l’autore gioca con la “variazione sul tema” come lo chef malizioso reinventa i piatti della tradizione aggiungendovi sapori inediti e imprevedibili. Nell’avventurarsi su un terreno così diverso da quello dei suoi più noti romanzi, Grisham procede con un passo abile e leggero che ricorda un genere ormai classico della cultura americana, la commedia alla Neil Simon; la riscrittura scenica, modellata sul radioteatro che stiamo sperimentando, ha assecondato la vocazione comica del testo originale, intervenendo, occorre dirlo, con una certa libertà. Confidiamo che l’autore, sicuramente un uomo di spirito, non se ne dispiacerebbe.

A. G.

La regia
Alberto Gozzi

Gli attori
Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Francesco Benedetto, Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Marco Gobetti, Eleni Molos, Marco Intraia, Alessandro Salvatore, Annalisa Usai

Lo staff
Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni