In questo spettacolo il filo dell’azione attraversa gli scenari più disparati. Tutto era iniziato in uno squallido bicamere di Kyoto (non abbiamo detto molto riguardo al fatto, ma Occhi di tonno non è privo di suspense quindi non possiamo svelare troppo); qualche minuto più tardi ci ritroviamo nel cuore della vecchia Europa, diciamo dalle parti di Coblenza. Secondo la sintassi di Radiospazio le scene sono ridotte al minimo, quindi niente diapositive con fiume Reno e macchie di alberi verdescureggianti né tanto meno fondali dipinti a mano con la Rocca di Loreley sullo sfondo. Al posto di queste invasive soluzioni sceniche, una musica: che non è poco. Sarebbe inutile annoiare il lettore ripercorrendo tutte le perplessità che hanno accompagnato la scelta del brano che doveva rappresentare il cuore della vecchia Europa, ve lo proponiamo direttamente, in anteprima, dalla Budapest Klezmer Band.
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Occhi di tonno. Aspettando.
Questo non è un racconto: so che qualcuno potrebbe pensarlo vedendomi al microfono – che in questa inquadratura è troppo invasivo, avevo raccomandato di non riprendermi frontalmente. Per non parlare poi del copione a cui farò ricorso durante lo spettacolo. Ma non lo è (un racconto, intendo), anche se mi sentirete dire, per esempio: “Il fiume Reno scivola via depresso, dopo aver bagnato Stolzenfels, Rheinstein e Sooneck”. Lo so, stampate sulla pagina, queste parole hanno la tipica faccia da racconto precotto, sul genere di “La marchesa uscì alle cinque” e di tutte le altre innumerevoli frasi della stessa famiglia. Ma (dovrei proprio riuscire a eliminare qualche ma) provate a immaginare tutte le forme sulle quali un attore può modellare uno straccetto letterario come questo, alle risonanze che la sua voce può trasmettere al monotono cigolio di una polverosa carrozza narrativa per trasformarlo in una dinamica azione verbale. E ci saranno tante altre voci, insieme alla mia, sul palcoscenico di Occhi di tonno, voci e personaggi che si affacciano un attimo per svanire e riapparire trasmutate in un continua girandola delle identità. Quella che all’origine era la voce del racconto si frantuma in una molteplicità di voci dalle quali nasce la rappresentazione. Così dovrebbe essere, io credo.
Occhi di tonno. Si incomincia a parlarne.
Pipistrello – Short3
Pipistrello – Short2
Mentre proviamo “Occhi di tonno”, qualche reminiscenza del nostro ultimo e ancora recente spettacolo.
6 aprile
Le immagini del nostro videomaker Francesco Ghisi ci avvicinano agli amici aquilani di RadioSpazio Teatro in questo 6 Aprile.
grazie

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Il primo trailer
Il primo trailer de “Il Ritorno di Casanova” nella riscrittura di Alberto Gozzi.
Guarda il primo trailer de “Il ritorno di Casanova” nella riscrittura scenica di Alberto Gozzi e lascia un commento!
con: Roberto Accornero, Francesco Benedetto, Eleni Molos, Marco Intraia, Alessandro Salvatore, Luisa Ziliotto
troupe: Claudia Conte, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco
Riprese e montaggio a cura di Francesco Ghisi.
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Dopo “Il pipistrello”. Il critico teatrale, un animale immaginario
È meglio raffigurarselo così, come una creatura di carta e comunque è necessario ricorrere all’immaginazione se si vuole dargli una fisionomia. Egli è un puro concetto, purtroppo meno divertente degli esseri nati dalla mente di Borges – niente a che fare, per esempio, con la Scimmia dell’inchiostro:
Questo animale abbonda nelle regioni del Nord, è lungo quattro o cinque pollici, ed è dotato di un istinto curioso; gli occhi sono come corniole, e il pelo è nerissimo, serico e leggero, morbido come un cuscino. Ama molto l’inchiostro di china, e quando la gente scrive, si siede con una mano sull’altra e le gambe incrociate ad aspettare che abbiano finito. Poi beve il resto dell’inchiostro e torna ad accoccolarsi tranquillo.
(Borges, Il libro degli esseri immaginari)
Ieri sera, alle due repliche del nostro Pipistrello, il critico teatrale ovviamente non c’era ma solo gli attori più attempati ne hanno notato l’assenza perché avevano sentito parlare di un’epoca in cui queste creature erano esistite; i più giovani, che sono decisamente più smaliziati, sanno fin dalla nascita che il critico teatrale non esiste – è un mondo curiosamente alla rovescia, quello del teatro: i bambini non credono alla Befana mentre i vecchi bacucchi non mancano mai di mettere la calza sotto il camino prima d’ogni replica. Io sono abbastanza vecchio per testimoniare, a costo d’essere preso in giro, che c’è stata un’epoca in cui i critici teatrali esistevano. Anzi, dirò di più, ho il sospetto che da qualche parte ce ne sia ancora uno, addirittura a Torino. Ma forse mi sbaglio, non è un critico teatrale, devo pensarci su. Vi saprò dire.
Il pipistrello. Appunti prima del debutto
ore 9. Inizio lavori. Puntamenti dei riflettori. L’ampiezza del raggio di luce. Le ombre proiettate dai corpi. Che fare delle ombre, ucciderle? Ogni corpo, illuminato da un fascio di luce, produce un’ombra. Ogni parola lascia la sua impronta su chi ascolta. E’ una buona ragione per tacere? Tornando alle luci, direi di tenere le ombre anche se “sporcano” il fondale. Qualcuno dice: “Sono espressive”. Meno male, dico io.
ore 12. Prove della fonica. Il rapporto voce/musica. Le musiche sovrastano le voci, se non microfonate, degli attori. Abbassiamole. Una volta abbassate, le musiche diventano flebili cri cri di una radiolina ma non si può chiedere agli attori di strillare. Troviamo un compromesso. Ecco fatto: è un buon compromesso? Diciamo di sì.
ore 13. Pausa.
ore 14. Prove tecniche. Perplessità sul significato del termine. Ripassare velocemente, come in un film accelerato tutte le entrare e le uscite degli attori. Lo spettacolo si mostra nella sua nudità, anzi come un signore che discinto vedi per la prima volta in mutande in cucina mentre si fa il caffè. Verrebbe voglia di dirgli: “Rivestiti”, ma non c’è tempo.
Ore 18. Fine delle prove. Un’ora di concentrazione, diciamo così, perché lo spettacolo è alle 19. Stupefazione, ogni volta, per la varietà dei metodi di concentrazione.
ai futuri spettatori del Pipistrello

Figurine del “Pipistrello”: la primadonna. 25 marzo Teatro Astra. Sala prove
La visita ai camerini degli attori dopo lo spettacolo era un rituale cui gli addetti ai lavori si sottoponevano con la flemma del mondano stropicciato, costretto a passare le sue serate fra un ricevimento all’Ambasciata, un salotto culturale, il vernissage di un pittore americano emergente. Alla noia (tutta di facciata) degli addetti si contrapponeva il fremito degli spettatori comuni che non vedevano l’ora di balbettare qualche parola di congratulazione agli attori ai quali chiedevano di scarabocchiare un autografo sul programma di sala. La primadonna riceveva in vestaglia ma ancora col trucco di scena: si offriva allo sguardo del suo pubblico in uno stato intermedio: non più personaggio compiuto nel suo costume ma non ancora donna reale restituita al quotidiano: come l’uovo bazzotto, si offriva alla degustazione di quegli intenditori per i quali il crudo all’ostrica è troppo viscido e il sodo è troppo compatto. Nei minuti che seguivano lo spettacolo, la primadonna amava mostrarsi in un delizioso stato confusionale scusandosi per la sua interpretazione che quella sera era stata proprio disastrosa; nel frattempo cercava, senza risultato e sempre chiedendo venia e sempre imprecando contro la sua sbadataggine, un pennellino, un flacone, una molletta che chissà in quale angolo del camerino si erano cacciati; quella fragilità, a volte spinta al confine con la demenza, era come il boccon del prete per i coraggiosi che avevano osato spingersi nel camerino della primadonna, era il prolungamento della catarsi, lo spettacolo dello smontaggio della diva, che però s’interrompeva prima dell’epilogo quando lei, dopo aver firmato i programmi, accomiatava tutti e completava tutta sola, nel mistero del camerino, l’ultimo atto della metamorfosi – ed era proprio questo incompiuto ad alimentare quel mito che per un attimo ci si era illusi di poter svelare.
L’arca e la bottiglia. nota a margine de “Il pipistrello”. 25 marzo. Teatro Astra. Sala prove
Un ricordo di molti anni fa: il famoso musical di Garinei e Giovannini “Aggiungi un posto a tavola” nel quale un volonteroso prete, Johnny Dorelli, tentava di salvare i suoi parrocchiani da un secondo diluvio universale. Il sottofinale era l’apparizione di un’arca gigantesca che faceva il suo ingresso strappando un “ooh!” di meraviglia al pubblico, che prorompeva in un delirio di applausi come dopo un’aria cantata da Pavarotti. E aveva ragione: l’arca, di Coltellacci, era di vero legno, quintali, forse tonnellate di legno che scivolavano sul palcoscenico; una balena lignea che si apriva e si chiudeva armoniosamente al suono di una musica trascinante.
Sulla commossa platea aleggiava un mito che, come spesso accade, si trasforma in luogo comune, quello della magia del teatro; nell’immaginario di molti, ancora oggi, prospera un paradosso secondo il quale il teatro (così come tutte le arti) raggiunge l’apice quando riesce ad annullare il fossato che separa la realtà dalla finzione.
Mi è tornata in mente l’arca di Garinei e Giovannini mentre stavo facendo l’inventario della semplice attrezzeria che ci servirà per la messa in scena del Pipistrello: cinque sgabelli (ancora da trattare), una bottiglia, un bicchiere, pinzette per i peli superflui (due, una per ciascuna attrice), un bicchierino “da cicchetto”, di quelli che si usavano nei bar popolari… l’elenco è ancora parziale (lo sto compilando) ma non sarà tanto più lungo di questo.
martedì 25 marzo. Teatro Astra, Sala prove. Due spettacoli, ore 19 e 21.30

In un’arena, a qualche giorno dal debutto, le improvvise incursioni di un pipistrello terrorizzano le signore attrici, ma come controllare l’imprevedibile mammifero che introduce folate di realtà nella finzione del teatro? Un’onesta commedia di routine si trasforma in un’avventura che Pirandello rappresenta con paradossale comicità.
Figurine del “Pipistrello”: la Dama Velata
Sì, ci sarà anche lei, il 25 marzo, nell’arena Italia in cui si prova “Il Pipistrello”: la Dama Velata. Il personaggio è tanto misterioso che di esso non si può dir nulla, anche per non rovinare la sorpresa agli spettatori; si può tuttavia lasciare il campo libero alle associazioni che il personaggio della Dama Velata suscita in ciascuno. Una vedova? Una vendicatrice? La custode di un segreto indicibile? Una nipote di Pirandello? Un agente della SIAE en travesti ?


