Autore: radiospazioteatro
L’invenzione della bellezza. G.K. CHESTERTON, COSA C’E’ DI SBAGLIATO NEL MONDO
G.K. Chesterton è noto, se lo è ancora, per I racconti di padre Brown; lo è un po’ meno per L’uomo che fu Giovedì, e questo è un vero peccato perché si tratta di un romanzo che gioca su tastiere che vanno dal metafisico alla spy story, al surreale (da leggere assolutamente); ancor meno noto lo è per Cosa c’è di sbagliato nel mondo. Il titolo è tanto palesemente pretenzioso da far supporre che nell’autore ci sia un intento ironico, se non paradossale, invece qui sta il bello: Chesterton dice sul serio ma la leggerezza del suo discorso evita le secche del Pedante e del Sentenzioso che il titolo potrebbe suggerire.
La gioia particolare dell’uomo è una creazione limitata, la combinazione di creazione e di limiti. All’uomo piace, però, dettare condizioni, ma anche avere delle condizioni a cui sottostare: essere in parte controllato dal flauto che suona o dal campo che dissoda. Il godimento è riuscire a ricavare il massimo a partire da condizioni date; l’elastico delle condizioni può essere tirato, ma non all’infinito. Un uomo può scrivere un sonetto immortale sopra una vecchia busta o forgiare la statua di un eroe con un cumulo di rocce. Ma incidere un sonetto sopra una roccia sarebbe un impegno laborioso e ricavare la statua di un eroe da una busta è fuori dalla sfera delle possibilità pratiche. Questo fruttuoso scontro coi limiti, quando riguarda qualche etero intrattenimento della classe colta, si chiama Arte. Ma la grande massa degli uomini non ha né il tempo né l’attitudine per dedicarsi all’invenzione della bellezza invisibile e astratta. Per la grande massa degli uomini l’idea della creazione artistica può essere espressa solo attraverso l’idea di proprietà. L’uomo medio non sa plasmare l’argilla per formare la figura di un uomo, ma può plasmare la terra in forma di giardino: e se è anche solo in grado di sistemare dei gerani rossi e delle patate blu in linee dritte e alternate, lui è un artista perché ha scelto cosa fare. L’uomo medio non sa dipingere il tramonto, di cui ammira i colori, ma sa dipingere la sua casa di verde pisello a puntini rosa, lui è un artista perché quella è la sua scelta. La proprietà è semplicemente l’arte della democrazia. Significa che ogni uomo dovrebbe avere qualcosa a cui dar forma a sua immagine, come egli è fatto a immagine del cielo. Ma poiché egli non è Dio, bensì solo un’immagine scolpita di Dio, la sua capacità espressiva deve confrontarsi con i limiti e, per meglio dire, con limiti che sono precisi e anche piccoli.
Sono pienamente cosciente che nel nostro tempo la parola “proprietà” è stata vessata dalla corruzione dei grandi capitalisti. Verrebbe da pensare, basandosi su ciò che dice la gente, che i Rothschild e i Rockefeller siano dalla parte della proprietà. Invece, son i nemici naturali della proprietà, perché sono nemici dei loro limiti. Non vogliono la loro terra, ma quella degli altri.
Gilbert Keith Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo, Rubettino
Traduzione di Annalisa Teggi
Il video della domenica. Emigranti ‘900. GIULIANO MONTALDO, SACCO E VANZETTI
https://www.youtube.com/watch?v=thdHgBmY6Wg
Un memorabile Gianmaria Volonté interpreta Bartolomeo Vanzetti nella sua ultima dichiarazione prima di essere condannato a morte insieme al compagno Nicola Sacco (Riccardo Cucciola). Il film di Giuliano Montaldo (1971) ricostruisce la vicenda di due emigrati italiani a New York che nel 1927 furono condannati a morte in seguito a una falsa accusa di omicidio per rapina. Il caso “Sacco e Vanzetti” scosse profondamente l’opinione pubblica mondiale. Tre furono le aggravanti decisive: gli imputati erano immigrati, italiani e anarchici.
Quei lontani (?) anni ’20. CORRADINI-CORRA, ALTERNAZIONI DI CARATTERE
Abbiamo già fatto un’incursione nel teatro sintetico futurista che, a parte ogni riflessione storico-critica, mi sembra contenere, oggi, almeno un provocatorio principio: “E’ stupido scrivere cento pagine dove ne basterebbe una, solo perché il pubblico per abitudine vuol vedere il carattere di un personaggio risultare da una serie di fatti”; confesso che lo condivido, forse perché col tempo la mia resistenza agli spettacoli troppo lunghi è notevolmente calata. Ma a parte le questioni personali, questa brevissima pièce di Corradini e Corra non ha solo il pregio della sintesi ma anche quello, più dirompente, dell’accelerazione. Con una felice intuizione gli autori hanno concentrato in qualche minuto di rappresentazioni quelle bufere coniugali che normalmente sono molto più diluite. Il risultato è la messa in scena di una schizofrenia matrimoniale della quale solitamente non ci accorgiamo perché è, per così dire, rateizzata nel tempo.
Marito No! è inutile! è ora di finirla! non mi ingannerai più perché io ti pianto immediatamente!
Moglie (piangendo) No! Carlo, no!… vieni qui… vieni qui… ascoltami!
Marito (piangendo teneramente) Perdonami, Rosetta!… perdonami!…
Moglie (inviperita) Perdio! se non la smetti con queste sentimentalità inopportune, io ti schiaffeggio…
Marito (al colmo della furia) Basta!… o ti scaravento fuori dalla finestra…
Moglie. Amore! amore! come, quanto ti amo!… la tenerezza mi stringe il cuore… dimmi ancora i tuoi deliziosi rimproveri…
Marito Ah! Rosetta… Rosetta!… amore mio infinito…
Moglie (esasperata) Se tu lo ripeti un’altra volta, io divorzio!… precisamente, io divorzio!…
Marito (esplodendo) Ah! sciagurata!… va via!… va via!… va via!
Moglie Non mai ti ho amato più soavemente!
Marito Ah! Rosetta! Rosetta!…
Moglie Basta!… (e gli tira uno schiaffo).
Marito Basta, dico io (e le tira due schiaffi).
Moglie (languidissima) Dammi le labbra! dammi le labbra…
Marito Eccole, tesoro!
tela
Il video della domenica: Ma Shakespeare era davvero Shakespeare? NATALYA ST. CLAIR E AARON WILLIAMS
https://www.youtube.com/watch?v=K-aAUwAFZlQ
I nostri amici di blog conoscono Natalya St.Clair come ottima divulgatrice di argomenti anche complessi; dopo “La notte stellata di Van Gogh“, ecco un suo nuovo video (sottotitolato) sull’identità di Shakespeare.
“La poesia? Non è cosa per donne”. CHARLOTTE BRONTË, CORRISPONDENZA
Nella corrispondenza di Charlotte Brontë le parole incedono lente tra crucci quotidiani, malattie (molte), lutti (moltissimi).
E poi ci sono i momenti in cui Charlotte parla di letteratura. Lì la coltre di composta umiltà cristiana che avvolge ogni parola lascia trapelare un elemento : ben prima di qualsiasi riconoscimento, Charlotte è conscia del valore del suo sguardo e della sua scrittura. Lo sa quando, ragazzina, crea mondi immaginari; quando respinge un potenziale (buon) marito dicendosi troppo “sognatrice e eccentrica, ironica e severa”; quando rifiuta di parlare al fratello della propria arte per evitargli la frustrazione del confronto; quando si dispera alle prese con allieve zuccone. Lo sa quando, ventenne, invia alcuni componimenti a uno dei più ammirati poeti dell’epoca e si sente rispondere che la letteratura non è cosa per signorine. E quando, pochi giorni dopo, in una lettera traboccante di garbo e gratitudine, infila un bellissimo “Temo, signore, che Lei mi consideri molto sciocca”.
Roberta Sapino
Robert Southey a Charlotte Brontë Keswicks, marzo 1837
Signora,
[…]
Evidentemente Lei possiede, e in grado considerevole, ciò che Wordsworth definisce “la facoltà del verso”. Non intendo disprezzarLa dicendo che, di questi tempi, non è rara. […]
Lei dirà che una donna non ha bisogno d’un simile avvertimento, in quanto non va incontro a nessun pericolo. In un certo senso, questo è vero. Esiste però un pericolo del quale, con tutta franchezza, vorrei avvisarLa. I sogni a occhi aperti, nei quali spesso Lei si culla, possono facilmente turbare la mente e quanto più le normali abitudini del mondo Le sembreranno piatte e vuote, tanto più Lei non vi si ritroverà, senza per questo scoprirsi adatta a qualche altra cosa. La letteratura non può essere l’occupazione della vita d’una donna, non deve esserlo. […]
Non voglio, tuttavia, che Lei pensi che io sottovaluti il dono che possiede, né che La scoraggi a esercitarlo. La esorto soltanto a vederlo in questo modo e a farne quest’uso, sì ché contribuisca al Suo bene perenne. Faccia poesia per se stessa, non in spirito di emulazione e non per la celebrità. […]In questa luce, la poesia può essere un completamento del cuore e dello spirito. Può diventare il mezzo più sicuro, insieme alla religione, per addolcire ed elevare la mente. In essa potrà dar forma ai Suoi pensieri più belli, ai sentimenti più saggi, che, così facendo, si rafforzeranno e si disciplineranno.
[…]
Suo amico sincero,
Robert Southey
Charlotte, Emily e Anne Brontë, Lettere, La Rosa Edizioni
Traduzione Susanna Basso
Il video della domenica. Un talento sconosciuto del cinema italiano. AUGUSTO TRETTI, IL POTERE
https://www.youtube.com/watch?v=qL0qC4XCmDI
Si prenda una manciata di avventori delle bettole venete e si formi una piccolo cast. Ci si fornisca di una modica quantità di denaro e si metta in cantiere un film sulla storia del mondo, o meglio del potere. Questi gli ingredienti basici di cui disponeva Augusto Tretti, nel 1972, quando si accinse a un’impresa che dovette apparire velleitaria, e con qualche venatura goliardica, ai cineasti del tempo. A tutti, tranne che a Federico Fellini il quale, dopo aver visionato il film decretò che il lavoro di Tretti era geniale. I distributori non la pensarono allo stesso modo e l’opera, dopo una lunga e tormentata gestazione (carenza di fondi e un anno di montaggio) comparve in qualche sala d’essai (erano pochissime, in quegli anni). Per i pochi spettatori il film fu una rivelazione: la povertà dei mezzi si era trasformata in incisività e forza rappresentativa: merito del grande, appassionato regista e del riso rabelaisiano che scaturisce dalla suo racconto, ben al di là della satira.
Una trasformazione a vista. SHAKESPEARE/MONTALE, SONETTO XXI
Agli anglisti, accademici o meno, il dotto esercizio di una lettura comparata, a noialtri lettori, il piacere di assistere, verso per verso, a una trasformazione di Shakespeare in poeta del ‘900; non è solo un virtuosismo, da parte di Montale, ma un ripercorrere (sentimentale? inevitabile?) i sentieri della sua poetica – un’operazione che potrà compiere anche il lettore incominciando da quel molto montaliano “il tuo riprendere” del penultimo verso.
William Shakespeare, Sonetto XXII
Allo specchio, ancor giovane mi credo
ché Giovinezza e te siete una cosa.
Ma se una ruga sul tuo volto io veda
saprò che anche per me morte non posa.
Quella beltà che ti ravvolge è ancora
parvenza del mio cuore che nel tuo
alberga – e il tuo nel mio – e come allora
decidere chi è il vecchio di noi due?
Poni in serbo il tuo cuore, ed io lo stesso
farò di me: del tuo così zelante
come fida nutrice in veglia presso
la cuna, che ogni morbo sia distante.
Spento il mio cuore, invano il tuo riprendere
vorresti: chi l’ha avuto non lo rende.
Eugenio Montale. “Tutte le poesie”, Arnoldo Mondadori Editore.
Un antidoto contro il gossip estivo. SULLY PROUDHOMME, IL VASO INFRANTO
Ogni tanto in questo blog pubblichiamo qualche antidoto (alle paludate e vuote serate di poesia, al finto buon gusto di certe trasmissioni gastronomiche, ecc.) Non si sa bene quanta utilità abbiano questi rimedi, diciamo che sono messaggi nella bottiglia che nel migliore dei casi evidenziano per un attimo in chi li legge un confronto improprio, un contrasto fra il post e l’icona che lo accompagna.
Per un’estate nella quale il gossip si trascina sempre più stanco e malato ma purtroppo ancora in vita, proponiamo un antidoto leggero leggero, quasi impalpabile: i versi di Sully Proudhomme, un poeta parnassiano della seconda metà del XIX secolo. Il gioco delle impercettibili sfumature che accompagnano la fine apparentemente inspiegabile delle cose (non solo degli amori) si pone come contrasto paradossale nei confronti della kermesse degli amori di cartapesta dai quali siamo circondati nei mesi estivi
Sully Proudhomme, Il vaso infranto
Il vaso dove muore questa verbena
da un semplice tocco di ventaglio è stato incrinato;
il tocco deve averlo sfiorato appena,
non v’è stato alcun rumore.
Ma la leggera incrinatura
mordendo il cristallo ogni giorno
con un segno invisibile e deciso
ne ha fatto lentamente il giro.
La sua acqua fresca se n’è uscita goccia a goccia,
il succo dei fiori si è consumato.
Nessuno ora ha dubbi,
non toccatelo, è rotto.
Spesso, così, anche la mano che si ama,
sfiorando il cuore, lo incrina;
poi, il cuore si spezza da solo
il fiore del suo amore muore.
Sempre intatto agli occhi del mondo
sente piangere e aumentare sommessamente
la sua ferita sottile e profonda:
non toccatelo, è spezzato.
Sully Proudhomme, Il vaso infranto, Traduzione anonima
AUGUSTO MONTERROSO, LA SCIMMIA CHE VOLEVA DIVENTARE SCRITTRICE SATIRICA
Dello scrittore guatemalteco Augusto Monterroso abbiamo pubblicato altri due post: Il gufo che voleva salvare l’Umanità e Non voglio ingannarvi.
La scimmia che voleva diventare una scrittrice satirica
Nella Foresta viveva una volta una Scimmia che voleva diventare scrittrice satirica. Studiò molto, ma ben presto si rese conto che per essere scrittrice satirica le mancava la conoscenza della gente e allora cominciò a frequentarla, andando ai ricevimenti e osservandola con la coda dell’occhio mentre se ne stava distratta con la coppa in mano.
Siccome era veramente simpatica e le sue agili piroette divertivano gli altri animali, era ben ricevuta dappertutto. Tutti erano incantati dalla sua conversazione e quando essa arrivava era festeggiata con giubilo tanto dalle Scimmie quanto dagli altri abitanti della Foresta, davanti ai quali, per quanto contrari le fossero in politica internazionale, nazionale o domestica, si mostrava invariabilmente comprensiva; sempre, è chiaro, con l’intenzione di investigare a fondo la natura umana per poterla raffigurare nelle sue satire.
Finalmente, un giorno, si disse: comincerò a scrivere contro i ladri; e prese di mira la Gazza, e cominciò a farlo con entusiasmo e godeva e rideva per le cose che le venivano in mente sulla Gazza; ma improvvisamente pensò che fra gli animali di società che la onoravano c’erano molte Gazze, e una in particolare, che si sarebbero viste raffigurate nella sua satira, per quanto soave la scrivesse, sicché rinunciò a farlo.
Dopo volle scrivere sugli opportunisti, e mise l’occhio sul Serpente, il quale con mezzi diversi riusciva sempre a conservare o sostituire, migliorandole le sue cariche; ma vari Serpenti amici suoi, e uno in particolare, avrebbero avvertito l’allusione, sicché rinunziò a farlo.
Dopo le venne in mente di scrivere contro la promiscuità sessuale e diresse la sua satira contro le Galline adultere, che andavano tutto il giorno inquiete in cerca di galletti, ma tante di queste l’avevano accolta, che ebbe timore di arrecar loro male, e rinunziò a farlo.
Alla fine elaborò una lista completa delle debolezze e dei difetti umani e non trovò contro chi puntare le sue batterie, poiché quelle debolezze e quei difetti li ritrovava negli amici che dividevano con lei la tavola, e in se stessa.
In quel momento rinunciò a diventare scrittrice satirica e e cominciò ad avere il pallino della Mistica e dell’Amore e cose del genere; ma a causa di ciò, si sa com’è la gente, tutti dissero che era diventata pazza e non la ricevettero più tanto bene né con tanto piacere.
Augusto Monterroso, “La pecora nera e altre favole”, Sellerio
Traduzione Maria Teresa Marzilla
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Buon Ferragosto con la frittata. LUCIANO EMMER, DOMENICA D’AGOSTO (1950)
Paolo Brunati, Della cerca, prima di tutto della donna
Gustave Courbet, L’origine du monde,1866
A me, tutte le volte, vedere riapparire l’organo sessuale della donna, proprio lì nel punto giusto dove dev’essere, mi sembra di ritrovarlo – e con trasalimento – dove meno avrei pensato, così come un caro oggetto creduto smarrito che salta fuori per caso in fondo a un baule o in qualche altro posto che mai avresti detto.
Cos’è quest’emozione di trovare proprio nella donna quello che ormai credevi perduto e che ora ritrovi?
Ma davvero ci fu un tempo in cui lo cercavi? Io credo forse soltanto nell’infanzia, quando ancora non è che lo desiderassi, ma sentivi nell’aria che quella cosa misteriosa esisteva, da certi indizi, da certe frasi non pronunciate, da certi a parte dei parenti o da un loro improvviso mettersi a parlare in inglese.
Io direi che desiderare sia abbastanza il contrario di cercare.
I dongiovanni più incalliti, i professionisti della seduzione che credono di essere motivati soltanto dal sesso della donna, in realtà non lo hanno mai cercato, l’hanno semplicemente desiderato. Hanno continuato a desiderare una cosa ignota, senza neanche un nome. E infatti, ogni volta che ne sono davanti, quasi mai lo riconoscono. Di questa apparizione, che non esaudisce il loro desiderio, non si accorgono nemmeno. Il loro desiderio inibisce totalmente la cerca la conoscenza, sopraffatto dall’avventarsi.
Nella cerca, invece, il sesso della donna appare all’improvviso, di sorpresa, e ogni volta, fossero anche mille, è come si materializzasse per caso, spontaneamente. Il meraviglioso è che il posto dove lo trovi ti sembra ogni volta, fossero anche mille, un posto dove mai lo saresti andato a cercare. E invece è proprio il suo, il suo posto preciso dove sta da milioni di anni e nessuno potrà mai toglierlo di lì.
Il risultato di questa cerca è però ogni volta guastato da qualche cosa di indefinibile: ogni volta che appare l’organo sessuale della donna io ho la sensazione che non sia più veramente disponibile, che obblighi, al suo cospetto, a una sorta di pantomima, di recita. Un rituale, come l’eucaristia, che non è vero sangue, vera carne.
Ho la certezza che in realtà siamo ormai definitivamente separati, non più riunibili né conciliabili. L’organo sessuale della femmina non è più, né mai più sarà, insomma, di nuovo in mio possesso. Qual era nei cominciamenti e mi fu tolto.
Paolo Brunati, Della cerca, prima di tutto della donna (inedito)
Il video della domenica. JULIO POT, THE GIFT. 6′
http://www.rivelazioni.com/youtube/the-gift/
Lui dona a lei qualcosa di molto importante, che però si rivela leggermente ingombrante. Non perdete di vista quell’innocente pallina.
Un antidoto: FLAUBERT, L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE
L’assedio televisivo è pressante, più delle passate stagioni, direi: d’estate, riflettono tautologicamente gli strateghi, bisogna parlare dell’estate, che significa attingere ai magazzini in cui sono ammucchiati i film vacanzieri con i protagonisti buzzurri, le nostalgie delle estati che furono, i concerti sulla spiaggia, gli amoretti che vanno e vengono, il tempo che si sbriciola in un ping pong di battute idiote.
Un antidoto: il finale della Educazione sentimentale, di Flaubert, nel quale si avvicendano il tempo, le età, i rimpianti, le piccole meschinità, il paradosso delle occasioni perdute in quanto impossibili. Una punta di amaro in un’estate stupida e drammatica.
Rientrarono. La signora Arnoux si tolse il cappello. La lampada della consolle illuminò i suoi capelli bianchi. Fu come un pugno nel petto. Per nasconderle quella delusione si sedette ai suoi piedi; prese le sue mani, le disse parole tenere.
– La sua persona, ogni suo minimo gesto mi sembravano importanti, sovrumani. Quando camminava, il mio cuore si sollevava come polvere dietro ai suoi passi. Vederla era come contemplare un chiar di luna in una notte d’estate, con tutti i suoi profumi, le ombre dolci, i biancori, l’infinito […]
E lei, rapita nell’ombra, lo lasciava prosternarsi ai piedi della donna che non era più. Inebriato dalle sue stesse parole, Frédéric finiva per crederci. La sentì chinarsi verso di lui, sentì sulla fronte la carezza del suo respiro, attraverso i vestiti il contatto indeciso del suo corpo. Le loro mani si strinsero. La punta del suo stivaletto usciva appena dalla gonna, sentendosi quasi mancare le disse:
– Il suo piede… il suo piede mi turba.
Per un moto di pudore si alzò. E, immobile, con l’inflessione di voce dei sonnambuli:
– Alla mia età! Frédéric!… Nessuna è mai stata amata come me! No! Nessuna! a che serve essere giovane? Non me ne importa niente! Io le disprezzo quelle che vengono qui !
– Oh! Non ne vengono” – rispose lui con compiacenza.
Il viso di lei s’illuminò; volle sapere se intendesse sposarsi.
Giurò di no.
– E’ proprio vero? Perché?– Per causa sua – e la strinse fra le braccia.
E lei ci stava, il busto all’indietro, gli occhi, la bocca socchiusi. A un tratto lo respinse con aria disperata; la supplicò di dirgli perché; e lei, chinando la testa:
Avrei voluto farla felice.
Frédéric ebbe il dubbio che fosse venuta per offrirsi; tornò la voglia di lei, più forte che mai, accesa, violenta. Ma insieme al desiderio fu preso da una sensazione inesprimibile, una repulsione, quasi il terrore di un incesto. Temette anche di provarne disgusto, dopo. Del resto, sarebbe stato molto imbarazzante. Così, un po’ per prudenza, un po’ per non degradare il suo ideale, le voltò le spalle e si mise ad arrotolarsi una sigaretta.
Lei lo guardava come una meraviglia.
– Solo lei sa essere tanto delicato, solo lei!
Suonarono le undici.
– Già le undici! Ancora un quarto d’ora e me andrò.
Tornò a sedersi; ma osservava la pendola. Lui fumava camminando per la stanza. Nessuno dei due trovava più nulla da dirsi. All’atto delle separazioni, arriva quel momento in cui la persona amata se n’è già andata.
Altri venticinque minuti, poi si decise a prendere il suo cappello, lentamente.
– Addio, caro amico, addio! Non la rivedrò più! Questa visita è stata la mia ultima azione di donna. Ma la mia anima l’accompagnerà per sempre. Il cielo la benedica!
E lo baciò sulla fronte come una madre.
Si sfilò il pettinino; i suoi capelli bianchi si sciolsero.
Con una forbiciata decisa ne tagliò una lunga ciocca alla radice.
– Li tenga! Addio!
Quando fu uscita, Frédéric aprì la finestra. La vide sul marciapiede fare segno a un fiacre, salire nella vettura, e con essa scomparire.
E fu tutto.
Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale, Guaraldi, Traduzione Jean Paul Pierozzi
Maglione e comunicazione. Il caso Reschke. Video. 1’30”
http://video.repubblica.it/mondo/la-presentatrice-contro-i-razzisti-da-social-network-e-ora-di-ribellarsi/208999/208111?ref=fbpr
Questa ragazza, Anja Reschke, mi piace: non soltanto perché trovo del tutto condivisibile ciò che dice, ma anche perché lo dice con quel nitore sobrio che caratterizza la comunicazione diretta, quindi elegante. La ragazza indossa un maglione giallo che al telespettatore italiano potrebbe anche sembrare troppo giallo ma che per quello tedesco va benissimo (ma anche per me, lo confesso); anzi, direi proprio che questo pullover è una piccola trovata, sembra scelto frettolosamente da un armadio, di primo mattino, in una stanza semibuia (la conduttrice era in ritardo) solo perché era il primo di una piccola pila di altri pullover di vari colori, anche se tutti in tinta unita. Può darsi, naturalmente, che dietro questa scelta ci sia una sagace costumista, ma ciò che conta è il risultato: una conduttrice che sa guardare in macchina limpidamente perché crede a quello che dice. Video raccomandabile ai membri del Consiglio di Amministrazione della rai.











