JANIS, UN CAPRO ESPIATORIO “RIBELLE”

janis joplinJanis canta Summertime (1968)

https://www.youtube.com/watch?v=ZXkW9t5dH8I

Janis Joplin era una ragazza che ha ricevuto il dono, misterioso e affascinante, del canto. Era una ragazza come tante, forse interiormente più contraddittoria, ma la cui “bellezza” non riusciva ad essere riconosciuta da quella provincia americana degli anni Cinquanta ricca solo di stereotipi e pregiudizi. E quei pregiudizi, mescolati a luoghi comuni e immagini/pensieri indotti e passivamente accettati, li ha sofferti profondamente e pesantemente fino alla emarginazione e alla beffa più atroce (nel giornale del college fu eletta dai suoi coetanei “l’uomo più brutto” dell’università).
Ma Janis Joplin è riuscita a trovare nel canto e nella sua voce straordinaria la via della sua liberazione, una liberazione che però va oltre gli stessi schemi e stereotipi della “rivoluzione”, purtroppo solo musicale, della San Francisco degli anni Sessanta. Perché la sua liberazione personale è anche, se non soprattutto, un tentativo, una offerta di riscatto di tutto quel mondo di relazioni anche affettive, a partire dalla famiglia e dagli stessi compagni e luoghi di un tempo, che pure non l’avevano capita, continuando a non capirla, e da cui voleva, sempre e testardamente, essere riconosciuta e dunque “amata” solo per quello che effettivamente era, come tanti di noi.
Una ribellione ed una liberazione dunque che sono diventati una sorta di “sacrificio”, ma un sacrificarsi non indotto o costretto, bensì agito e quasi rivendicato a riscattare tutto quel mondo la cui sofferenza e limitatezza ha sempre vissuto empaticamente, fin in maniera osmotica, dai perduti riti della Port Arthur della sua infanzia e adolescenza.
La stessa “pratica” sempre più accentuata della droga e dell’alcool non appaiono così il “facile” crisma generazionale della sua ribellione, ma quasi il tentativo di attenuare quel dolore che l’ha sempre attraversata e che ha provato sempre, senza riuscirvi in altro modo, a superare.
Che la sua morte sia il risultato di un “errore” o di un tentativo non più rimosso di suicidio poco importa oggi, quello che importa è che quel gesto appare l’ultima frattura tra Janis e noi, l’ultima frattura che forse avrebbe potuto ma non è stata più ricomposta, una frattura che riguarda e riguarderà molto più ciascuno di noi che Janis Joplin, il cui offrirsi sofferto e consapevole sopravvive ora nelle sue musiche.
“Janis” è il titolo del bel documentario (biopic come si dice oggi) di Amy Berg che con sapienza e rispetto narra tutto questo.

Maria Dolores Pesce

Il video della domenica. Il latte del diavolo. FELLINI, BOCCACCIO 70

anitahttps://www.youtube.com/watch?v=Vy3NeeA4p8c

Fellini odiava la pubblicità, è noto. “Non s’interrompe un’emozione”, dichiarò a proposito degli spot che rendevano singhiozzante la trasmissione dei film in tv. Ma poiché non si può fare a meno di essere attratti irresistibilmente da ciò che si odia, poco dopo la nobile invettiva il Maestro girò a sua volta tre spot televisivi con Paolo Villaggio. La repulsione/attrazione veniva tuttavia da lontano, almeno dal 1962, quando Fellini firmò “Le tentazioni del dottor Antonio”, un episodio del film “Boccaccio 70”, nel quale compie l’apoteosi di Anita Ekberg, reduce dalla “Dolce vita”,  trasformandola in una gigantessa sdraiata e occupante un immenso cartellone che fa pubblicità al latte. S’innesca un vorticoso carosello di simboli trasparenti: il latte, il seno di non so quanti metri quadrati, la Ekberg che, nell’immaginario italiano da sacrestia, è una sacerdotessa del libero amore… Il tentacolare messaggio è devastante per il timorato dottor Antonio Mazzuolo, un Peppino De Filippo che si cala impavido nel ruolo di un macchiettistico moralista. Per Fellini, autore che gioca sull’autobiografia per interposta persona, si tratta di una carambola fortemente autoironica: nella “Dolce vita” il suo alter ego era il fascinoso Marcello, qui è il il dottor Antonio, un pupazzetto che si dibatte fra le spire ( i seni) della smisurata diavolessa. Infinite sono le facce dell’Io che Fellini si diverte a evocare nei suoi film, da quell’impunito mentitore che si vantava di essere.

Foto storiche. 1973, NEL NOME DI JESUS. Con un intervento di Pierpaolo Pasolini

jeans-pubblicita-jesus-chi-mi-ama-mi-segua-

In questo 1973 si parla molto delle Br e dei loro sequestri, di Mario Capanna e delle manifestazioni studentesche a Milano, ma ciò che divide davvero l’Italia è un esercito di manifesti pubblicitari che invade le città provocando turbamenti simili a quelli che la smisurata Anita Ekberg di “Boccaccio 70” causava nella psiche del timoratissimo Antonio Mazzuolo (Peppino De Filippo). Blasfemia o modernità? Chi invoca la scomunica, chi inneggia al vento del nuovo, così malizioso e potente da scoperchiare una certa porzione (circa il 20%, direi) dei sederi femminili. Per non dire dello slogan che innesca le fantasie di quelli che venivano chiamati, con patetico eufemismo, pappagalli stradali.
Nonostante oggi possa apparire una povera cosa, il dibattito intorno a questa immagine divampò. Se ne occupò anche Pierpaolo Pasolini, addirittura. Potete leggere il suo articolo sul Corriere della sera.
http://www.lintellettualedissidente.it/rassegna-stampa/analisi-linguistica-di-uno-slogan-pier-paolo-pasolini/

pasolini

 

BERTOLT BRECHT, PRIMA DI TUTTO

Schermata 2015-08-08 alle 18.32.26

Qualche tempo fa, mi venne da citare questa breve poesia di Brecht parlando con un amico il quale, pur conoscendola, si stupì non poco quando gli dissi che questa “storiella” (mi pare proprio di ricordare che l’avesse definita così) aveva un autore; non ho capito bene cosa pensava che fosse: una battuta che circola su internet, lo slogan di un deputato progressista… chi lo sa, molti utenti della rete e del suo sapere in pillole hanno un magazzino mentale del tutto privo di scaffali, dove tutto si ammucchia. Diamo il nostro minuscolo contributo incominciando a ricollocare nello scaffale giusto  questa “storiella”, che ha un autore, si chiama Bertolt Brecht.

Bertolt Brecht, Prima di tutto

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali
e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti
ed io non dissi niente perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Bertolt Brecht, Poesie, Einaudi, Traduzione Franco Fortini

IL VIDEO DELLA DOMENICA. I Simpson in salsa francese serviti da un grande disegnatore, SYLVAIN CHAUMET

simpson senza cornice

https://www.youtube.com/watch?v=PAXpfo8KyEA

 Sylvain Chomet, oltre ad essere un maestro del cinema d’animazione (La vieille dame et les pigeons, Appuntamento a Belleville, L’illusioniste) è profondamente francese, nonostante abbia incominciato a lavorare a Londra per poi trasferirsi in Canada; anzi, più che francese: lo testimoniano la sua propensione per la polvere, i tappeti di cattivo gusto, e una certa attrazione per tutto ciò che è démodé (non subire il ricatto di essere à la page è la forma più sotterranea del dandismo). Questo piccolo frammento sui Simpson “francesizzati” è un sottile e forse autoironico esercizio di bella calligrafia. 

Foto storiche. L’UOMO CON LE BRACCIA CONSERTE

uomo che non saluta nazi. rosso contrasto

 Norimberga, 1937. Ci vogliono nervi molto saldi per non alzare il braccio a un’adunata nazista di queste proporzioni. Per quello che si può vedere, il viso dell’uomo a braccia conserte non esprime una fiera determinazione al martirio ma un sentimento più leggero e più laico. Guarda il palco stringendo gli occhi come quando si ha il sole in faccia. Può anche darsi che sia miope ma sicuramente è quello che ci vede meglio di tutti, nel suo chissà quanto consapevole eroismo.

Scene da un matrimonio al tempi di Prostamol. video 20″

Schermata 2015-10-03 alle 17.44.05

www.youtube.com/watch?v=I4-tYfriPDo

La coppia non è più giovanissima. Lei appare un po’ spenta, vorrebbe rifugiarsi nel sonno, povera donna, ma non può perché il marito, punzecchiato da una prostata dispettosa, deve compiere numerosi raid notturni in bagno. La maggior parte dei mariti sbriga queste fastidiose incombenze barcollando fra sonno e veglia con qualche interiore mugolio; questo, invece, pretende di giustificarsi e sveglia tutte le volte la moglie per addurre una scusa che motivi il suo andirivieni: il televisore acceso, la porta del garage rimasta aperta… Bisogna dire che la malmaritata è tutto sommato di buon carattere perché dopo l’ennesimo risveglio non reagisce con una scenata ma si limita a guardare il suo scimunito con uno sguardo sgomento; nei racconti delle amiche coetanee, i mariti mentono per coprire frettolosi adulteri con le colleghe dell’ufficio; il suo bambinone, nonostante la barbetta pepe e sale, dice le bugie per andare a fare la pipì. Si può capire la riservatezza, e perfino un vago senso d’imbarazzo per una prostata indurita ma è insensato pensare di nasconderlo a una moglie, la quale peraltro ha già fatto sicuramente la sua diagnosi ripercorrendo il film dei recenti rapporti coniugali. Poi entra in scena Prostamol e il vecchio ragazzo, soddisfatto della sua prostata flessuosa, promette di non dire più bugie, ma si ha l’impressione che sia un finale aperto; è probabile (e augurabile) che nella prossima puntata intervenga lo psicologo.

Il video della domenica. Io, il vuoto e una canzone. ANTONIO PIETRANGELI, IO LA CONOSCEVO BENE

Schermata 2015-09-29 alle 10.27.47

Stefania Sandrelli in una scena del film mentre ascolta Mina che canta “E se domani”

https://www.youtube.com/watch?v=5TiX_NUrKA8

 Io la conoscevo bene è stato inserito nella lista dei cento film italiani da salvare, mi pare al 75° posto. E’ meglio sorvolare sul malumore che provocano liste del genere: le cose non vanno tanto bene, nel cinema italiano, ma non siamo al naufragio, direi, e non è quindi necessario eliminare nessuno, sulle scialuppe devono trovare posto tutti in ordine sparso..
Liste a parte, dunque,ad il film è splendido, e va visto nella sua versione integrale. Cosa racconta? Il vuoto: della ragazza Adriana, ma anche della vita. Forse racconta dell’impossibilità di raccontare, oppure del limite che ogni narratore (anche quello cinematografico) deve accettare. Ma questo vuoto, per essere rappresentato, deve trovare una forma; Pietrangeli inventa una straordinaria Sandrelli, allora diciannovenne (il film è del 1965) che offre il suo fascino maiolicato e indecifrabile al quotidiano squallore del mondo circostante dal quale sbocciano, come fiori, le canzoni; sono nicchie salvifiche nelle quali Adriana cerca rifugio e nutrimento, senza rendersi conto che quelle enclave sentimentali non la nutriranno ma anzi accentueranno il distacco da un mondo che le appare, non a torto, privo di senso.

La sinfonia concertante di Cagliari. SERGIO ATZENI, BELLAS MARIPOSAS

Schermata 2015-09-16 alle 10.30.11

fotogramma dal film Bellas Mariposas, di Salvatore Mereu

A vederla dal mare, con il sole che batte a picco e il calore che confonde lo sguardo, Cagliari appare ocra e dorata, rosa di riflessi di luce e dei fenicotteri del Poetto, arroccata lì immobile, imponente. Silenziosa. Poi ci si addentra ed è tutto sguardo movimento e voce: dai balconi si sbirciano i passanti, i spassanti sbirciano i balconi, tra un saluto e una contrattazione volano parole che l’istrangiu, lo straniero, decifra a volte osservando la mimica, a volte per niente. I vicoli più stretti fanno da cassa di risonanza. Qua e là, musica. È questo gran vociare che risuona in Bellas Mariposas di Sergio Atzeni, un vociare fatto di televisori accesi, vecchie che rimbrottano i ragazzi in tram, ragazzine che corrono col gelato in mano, fattucchiere con gatti a seguito, strade losche e spiagge affollate, vicine strillone e risibili mariti babbasoni. E racconti che si sovrappongono e si mescolano senza pause né punteggiatura, un unico fiato lungo la giornata di una dodicenne, scandito dal ritmo di frasi che paiono pensierini affilatissimi.

Roberta Sapino

Signora Sias si è svegliata con gan’e kagai

E ha cominciato: Federico! Federico!

Lo dice dieci volte o anche dodici perché il marito signor Federico dorme nella vasca da bagno e si mette la cera nelle orecchie per non sentire la moglie che lo chiama alle tre del mattino

Questo spiega quanto è babbasone signor Federico tanto lei prima o poi con quel cazzo di voce che sembra la distorsione di un amplificatore guasto da duecento watt lo sveglia non c’è speranza o la speranza è minima

Però intanto che lui resiste tutta la palazzina 47 C di via Gorbaglius quartiere Santa Lamenera periferia di Kasteddu tutti ci svegliamo

Federico! Federico! […]

Signor Federico non ha mai lavorato un giorno in tutta la vita ha sempre sfruttato la moglie prima facendola bagassa poi donna di pulizie al mercato all’ingrosso (arrotonda facendo servizietti ai macellai)

Però se signor Federico non porta il vaso alle tre del mattino e lei si alza e va al cesso le viene mal di schiena e non può andare a lavorare e se signor Federico la arroppa lei non va a lavorare per tre o sette giorni perciò lui non la arroppa si mette la cera nelle orecchie dorme nella vasca da bagno chiude tutte le porte fra la stanza da letto e il cesso e si addormenta

Alle tre lei comincia a strillare Federico!

Finzas a candu lui le porta il vaso da notte e lei caga cantando perché se non canta non riesce

Canta canzoni di moda

Penso positivo di Iovanotti l’ha cantata almeno trenta notti di seguito babbo ha detto Se non cambia canzone mi compro una mitraglia e una di queste notti faccio Rambo sfondo la porta e bocciu a issa e a cuddu calloni tuntu

Sergio Atzeni, Bellas mariposas, Sellerio Editore

 

Letteratura in rete. Il Recensore Orco

libreria e coccardaTanti anni fa, nelle scuole svizzere trapiantate in Italia, si premiava con una coccarda gli alunni più meritevoli. L’onorificenza era a tempo, durava una settimana, trascorsa la quale sarebbe stata di nuovo messa in palio. Questo metodo educativo favoriva, mi spiegò la direttrice meticcia, una sana competizione fra i ragazzi: uno stimolo necessario, sosteneva,  al buon funzionamento di una scuola autenticamente svizzera, sia pure trapiantata sul suolo italiano. C’era però un inconveniente: le famiglie dei non gratificati protestavano, e con maniere poco elvetiche, che la faccenda non funzionava: a uguale retta dovevano corrispondere uguali onorificenze, perdio! (con un giro più perifrastico, questa era la sostanza). Il metodo dovette subire un piccolo ritocco e l’onorificenza rimase settimanale ma divenne rotante: sette giorni  a uno, sette all’altro, e tutti furono contenti. Lo stesso meccanismo di gratificazione si verifica nella Comunità Letteraria della rete, parodia di una grottesca Comunità Alta collocata in un Altrove solo apparentemente comunicante in virtù di una illusoria democrazia del web. Le pratiche letterarie della rete sono come i giochi che fanno i bambini quando si travestono da grandi ciabattando con le scarpe tacco dodici della mamma o annegando nel cappello del papà. Questo Gioco della Società Letteraria in rete assomiglia un po’ al Monopoli: c’è tutto: gli autori, gli editori (virtuali, a pagamento o meno), i cataloghi, i giornali intimi, le confessioni di poetica, le gratificazioni dei fan, perfino le recensioni, che sono quasi sempre entusiastiche o addirittura iperboliche. Di tanto in tanto si affaccia il recensore cattivo, un signore afflitto da un Ego più tirannico e straripante degli altri (i quali pure non scherzano): irrompe e incomincia a menare scudisciate, che è come prendere a calci, appunto, un bambino solo per dimostrare che si è più grandi e più forti di lui. Come tutti i cattivi, anche il Recensore Orco – di cui esistono pochi esemplari – gioca un ruolo rilevante nella commedia della Comunità Letteraria: rappresenta l’Imprevisto, come la casella del Monopoli che ti manda in prigione senza passare dal via, anche se il suo ruggito si disperde nello sterminato sottobosco della finzione che tutti ci avvolge.

Il comic della domenica. STRANGE LIKE ME. FRIDA KALHO

Schermata 2015-09-24 alle 12.52.26

http://zenpencils.com/comic/frida/

A molti personaggi di culto è toccato in sorte di diventare un fumetto: da Chaplin ad Einstein, dalla coppia Laurel/Hardy ad Adriano Celentano (che in un comic degli anni Settanta assunse il nome di Lando, mutuato da Buzzanca – garanzia di un machismo inossidabile). Ora tocca a un personaggio affatto diverso, la pittrice Frida Cahlo, trasformata nel deus ex machina di una storiellina che si sviluppa in poche inquadrature tenendo un piede nell’edificante e l’altro nel politicamente corretto – ma procede con un passo leggero, che non rimbomba.

Domenica, 27 settembre. Torino, Circolo dei lettori. APPUNTAMENTO CON SHAKESPEARE

shakespeare contenutoINGRESSO LIBERO

Shakespeare mette al centro delle sue storie non persone ma sentimenti: paure, fobie, illusioni, aspirazioni. Ogni personaggio passa attraverso mille trasformazioni perchè è un impasto di terra che guarda le stelle, «capolavoro» e «quint’essenza di polvere». In vista della rassegna After Shakespeare della Fondazione Teatro Piemonte Europa per il IV centenario shakespeariano, un critico teatrale e un attore che ha scoperto la sua vocazione shakespeariana in carcere si interrogano su questa irriducibile contraddizione.

Addio a Carol Rama, nubile protagonista del Novecento pittorico

Schermata 2015-09-25 alle 12.04.25

Carol Rama, Dorina, 1940

Altri scriveranno dell’opera di Carol Rama in questi giorni; da non addetto ai lavori, mi limiterò a un piccolo flash del nostro primo incontro che credo di poter datare al 1968. Io ero poco più di un ragazzo, lei una pittrice che aveva già vissuto due intense stagioni: negli anni Quaranta si era presentata con opere sfrontate, inaccettabili da quell’epoca buia: protesi, corpi amputati, letti di contenzione dai quali emanavano crudeltà, dolore e, ad aggravare le cose, un erotismo implicito, inevitabile come una premessa. La sua prima personale, nel 1945, fu vietata e le opere vennero sequestrate. Negli anni Sessanta, aveva scoperto il bricolage, così i suoi sfondi informali si popolarono di unghie, denti, occhi di vetro… Ma avevo detto di limitarmi al nostro primo incontro, che doveva essere di lavoro: intendevo chiederle di realizzare una scenografia per una trasmissione televisiva di una mia sceneggiatura, ed ero perplesso: non la conoscevo personalmente ma sapevo del suo rapporto conflittuale (e un po’ morboso) con ogni genere di establishment, e l’idea di proporle una collaborazione con la rai mi sembrava, se non temeraria, almeno azzardata; gliene avevo parlato per telefono e non c’erano state reazioni apprezzabili  ma la tempesta avrebbe potuto scatenarsi dal vivo. Quando Carol aprì con studiata lentezza la porta del suo appartamento nel cuore della vecchia Torino, mi apparve una signora infilata in una mise che anticipava di  quattro anni quella di Liza Minnelli in “Cabaret”: pagliaccetto nero e calze a rete (a rombi larghi, anch’esse nere, ovviamente). La rappresentazione era incominciata, il personaggio Carol era entrato in scena subito, ad apertura di sipario. La prima scena si decantò qualche attimo dopo quando, sulla porta del soggiorno, Carol mi indicò una dormeuse un po’ stropicciata: “Scusa il disordine, caro, ma se n’è appena andato il mio amante, un ungherese, sai come sono gli ungheresi”. Non ne avevo la minima idea ma non persi tempo in congetture; ero rapito dalla capacità che aveva Carol di creare teatro, trame e personaggi di teatro con una battuta. Quell’evocato amante ungherese, che sembrava uscito da un romanzo sentimentale del primo Novecento, tesseva la trama di una commedia, tanto possibile quanto immaginaria, nella quale eravamo, io e Carol, coinvolti; non mi sarei meravigliato se fosse entrato un arciduca, o un ammiraglio, o un principe indiano in esilio. Scoprii in seguito che l’amante ungherese era una delle molte punte di lancia con le quali Carol punzecchiava la buona società torinese divertendosi a vedere come sobbalzavano educatamente le signore sussiegose e come negli occhi dei loro mariti infilati nei completi grisaglia si accendessero inconsueti lampi di desiderio.
Parlammo, poi, della scenografia e Carol accettò l’incarico, ma il vero spettacolo lo aveva già interpretato lei.

 

La sorpresa nella cartapesta. FLANNERY O’ CONNOR, ENOCH E IL GORILLA

Schermata 2015-09-19 alle 19.32.17

I bambini rompono: per conoscere, si capisce. Alcuni rompono il giocattolo meccanico appena regalato per vedere come funziona; altri, per vedere se ha un’anima. Altri ancora, invece, non rompono, preferiscono navigare nell’emozione del giocattolo che si muove per un inspiegabile prodigio, forse di natura celeste. Il primo distruttore di giocattoli è portato al pragmatismo della scienza, il secondo allariflessione filosofica, il terzo alla mistica o forse alla poesia. A questa terza categoria appartiene il piccolo Enoch, il protagonista di questo racconto di Flannery O’ Connor: è un piccolo tassello che si inserisce nella lunga teoria dei racconti di formazione nei quali compare, inevitabilmente, l’esperienza della delusione.

All’interno del furgone c’era un voce registrata che borbottava sotto la pioggia : «Ecco Gonga, gente: Gonga il gigante, divo di Hollywood! Stringete la mano a Gonga, gente!»
Il furgone si aprì e ne scese un uomo. Passarono altri due minuti, poi apparve il gorilla, con l’impermeabile fino al mento. Intorno al collo aveva una catena di ferro. L’uomo la afferrò, trascinò giù l’animale, e i due si rifugiarono sotto il tendone a grandi balzi. Dietro il vetro della biglietteria c’era una donna dall’aria materna, che stava preparando i biglietti d’ingresso gratuiti per il primi dieci coraggiosi che si sarebbero fatti avanti a stringere la mano del gorilla. Il gorilla ignorò completamente i bambini e seguì l’uomo fin sopra a una piccola piattaforma. L’animale salì, si girò verso i bambini e cominciò a ringhiare. L’uomo si rivolse al pubblico: «Chi è il primo? Avanti, su, chi è il primo. Un biglietto gratuito al primo che si farà avanti.»

Prima di Enoch c’erano solo due bambini. Il primo strinse la mano al gorilla e si fece da parte. Il cuore di Enoch batteva violentemente. Il bambino davanti a lui se ne andò e lo lasciò a fronteggiare la scimmia, che gli prese la mano con gesto automatico.
Era morbida e calda.
Per un secondo rimase semplicemente là, fermo, con quella mano nella sua. Poi cominciò a balbettare: «Mi chiamo Enoch Emery. Ho frequentato la Rodemill Boys’ Bible. Lavoro allo zoo comunale. Ho visto due tuoi film. Ho solo diciotto anni, ma lavoro già per il comune…»
Il divo del cinema si chinò leggermente in avanti e i suoi occhi cambiarono espressione: un brutto paio di occhi umani si avvicinò a Enoch e lo guardò di traverso da dietro quelli di celluloide, mentre da sotto il vestito da scimmia proveniva una voce bassa e roca: « Ma va’ all’inferno.»
La mano si ritrasse bruscamente.

Flannery O’ Connor, Enoch e il gorilla, Bompiani, Traduzione. M. Caramella

Il video della domenica. FRANCESCO ROSI, SALVATORE GIULIANO

Schermata 2015-09-19 alle 12.29.41https://www.youtube.com/watch?v=sT7VevxBH5g

Alla luce delle mattanze camorristiche quotidiane, da rivedere o vedere assolutamente il Salvatore Giuliano di Rosi (1962). Il bandito fu ucciso nel 1950. Già prima della sua morte, e per alcuni anni, Giuliano si era conquistato un posto dominante nell’immaginario collettivo – non ci giurerei, ma sicuramente ci sono stati bambini che hanno giocato a Salvatore Giuliano (evocato sempre con nome e cognome) così come si giocava agli indiani e ai cow boy. Era un mito arcaico, alimentato da una cultura di massa pre-televisiva, quindi scarsamente incisiva, nell’Italia analfabeta del dopoguerra, e tuttavia diffuso dai racconti e dalle libere interpretazioni dei più acculturati che leggevano i giornali. Sarebbero dovuti passare molti anni prima che il mito si aprisse e diventasse uno dei casi in cui si mafia, politica e connivenze dello Stato s’intrecciavano. Il film di Rosi arrivò come un colpo di spada, netto, lucente, e soprattutto molto diverso dalla pur accurata, civile e anche meritoria ricostruzione giornalistica: aveva la forza del grande racconto di cui oggi sentiamo la mancanza.