Settant’anni dopo: 6 agosto 1945 – 6 agosto 2015. Hiroshima. PHILIPPE FOREST, SARINAGARA

Schermata 2015-08-06 alle 10.23.21La vigilia del giorno in cui esplose la prima bomba nucleare della Storia – la vigilia di quel 6 agosto che curiosamente è anche la data del suo compleanno, dei suoi ventotto anni – Yosuke Yamahata passa rapidamente per Hiroshima, diretto alla sua nuova destinazione, la guarnigione di Hakata. è assegnato come fotografo presso le truppe di stanza nella prefettura di Fukuoka, situata su Kyushu, la più meridionale delle grandi isole del Giappone. Arriva in sede nel momento in cui cominciano a diffondersi nel paese le prime voci sulla sorte di Hiroshima.
La notizia dell’esplosione giunge a Hakata verso mezzogiorno. Nagasaki dista solo centosessanta chilometri. Yosuke Yamahata riceve dai suoi immediati superiori l’ordine di recarsi immediatamente sul posto per raccogliere i documenti fotografici che testimonino l’esplosione. Quattro uomini lo accompagnano in quella missione. Curiosamente, uno di loro è pittore e un altro scrittore. Non si sa nulla (neppure il nome) degli altri due soldati. Né si sa se le autorità giapponesi abbiano mandato apposta tre artisti sui luoghi della catastrofe (improbabile), o se sia stato un puro caso.
Fumando sigaretta dopo sigaretta, Yamahata aspettava tra le ombre e le voci che la notte finisse. Da qualche parte, distante ma non abbastanza lontano da tutti quei corpi che la morte aveva mischiato alla terra e di cui certi imploravano un aiuto impossibile, si era allungato un po’, con la faccia rivolta ad est, in direzione del punto da cui, pensava, il sole avrebbe finito per sorgere. Voleva certamente approfittare di un’ultima tregua, riprendere un po’ di forze prima che l’alba facesse alzare tutta quella oscurità adagiata, incollata sul mondo, prima che lo privasse – lui, non il mondo che non se ne curava più – della protezione che per ora gli assicurava l’impenetrabile spessore del buio tutto intorno, e lo lasciasse solo sotto la luce: in mezzo al grande deserto devastato dell’impensabile.
Si calcola che a Nagasaki, tra il 9 agosto 1945, giorno del bombardamento, e le settimane immediatamente successive, i morti siano stati settantamila. Altrettanti furono coloro che morirono per gli effetti dell’esplosione nel corso dei cinque anni seguenti. Ma a che cosa serve contare? La verità non è statistica: non è mai questione di cifre.
Le numerose testimonianze del dopo esplosione a Hiroshima e Nagasaki mostrano tutte la stessa immagine di un mondo devastato ma in cui l’orrore resta pateticamente vivo.
In un primo tempo ci fu l’arbitrarietà totale e atroce del disastro, che operava priva di logica con tutta la forza scatenata di una violenza senza scopo: colpiva gli uni, risparmiava gli altri, poi di colpo cambiava idea, si ravvedeva senza ragione, stroncava quelli che sembravano salvi (e che morivano di colpo senza aver avuto nessun sintomo) oppure lasciava vivere quelli che sembravano condannati per la gravità delle ferite riportate (e che pian piano si riprendevano dopo esser stati dati per persi). Le case più solide crollavano sui loro abitanti mentre a volte bastavano il pannello di un tetto o una lastra di zinco per respingere il lampo nucleare e proteggere il corpo dalle radiazioni. Gli edifici prendevano fuoco come torce imbevute di benzina e l’incendio si propagava a caso. Nel cielo ancora oscurato dal fumo volavano come grandi uccelli neri centinaia di frantumi che assomigliavano a piccole granate e che, una volta finita la loro corsa, ricadevano a picco sul suolo. Un sisma insensato aveva cancellato tutto.
Ci fu tutto questo, i fiumi pieni di cadaveri, l’asfalto e la pietra letteralmente liquefatti, la carne vaporizzata, le ombre fissate sul muro, i corpi carbonizzati sul posto, i roghi, le macerie, la pioggia nera, il mondo deformato come per effetto di un’immaginazione malata, la scena della realtà sottosopra. E poi c’era, e avanzava senza più sapere verso dove, il corteo dei corpi nudi, senz’abiti perché erano stati spazzati via dall’esplosione, dal sesso indistinguibile, forme già gonfie e storte come per effetto di un tumore generalizzato, cresciuto nel giro di pochi istanti dando a quelle sagome un aspetto penoso e grottesco. Quelli che potevano camminavano indefessi tra le macerie, come se potessero così lasciarsi alle spalle il dolore: ciechi, aggrappati gli uni agli altri, con il derma tatuato a disegni barocchi dal lampo e crivellato di schegge di vetro che tintinnavano come sonagli a ogni passo. Così andavano i superstiti.

Philippe Forest, Sarinagara, Alet, Traduzione Gabriella Bosco

Poveri oggetti di grande importanza. Il museo più triste del mondo

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Autobiografia per immagini? Autocompiacimento? Autocelebrazione? Incapacità di elaborare la fine? Ingegnosa opera di riciclaggio postmatrimoniale? La fantasiosa impresa dei coniugi Olinka Vištica e Dražen Grubišić.

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il video della domenica. DOVE VAI IN VACANZA?, di ALBERTO SORDI

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dall’episodio “Vacanze intelligenti”, di Alberto Sordi, 1978

https://www.youtube.com/watch?v=_ZW2XhSddKs

Quante ironie, negli anni Settanta, intorno alle vacanze intelligenti promosse da L’Espresso! Parve, allora, il tentativo di estendere il concetto di chic (forse anche un po’ radical) alla cultura di massa. Se il tentativo riuscì, lo giudichi il lettore. Intanto, vale la pena di rivedere questo frammento irresistibile  del 1978.

Un angolo fresco e solitario in questa fine di luglio. Il blog di radiospazio. Tomás Saraceno, Spider sessions

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Imbattersi in certe opere, sia pure casualmente, crea risonanze imprevedibili. Questa stanza di Tomás Saraceno, ad esempio, nella quale campeggiano grandi ragnatele interrotte da chiazze e lame di luce, mi ha ricordato il nostro blog, che in questo mese di luglio viene visitato solo da qualche  amico, per lo più di recente acquisizione. Tutti gli altri preferiscono la luce impudica del sole. Un benvenuto ai piccoli, nuovi ragni del blog: il campo è tutto loro.

Il video della domenica. BOB WILSON, L’OPERA DA TRE SOLDI, DI BRECHT

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Ancora a proposito di Brecht,  già che lo abbiamo momentaneamente rispolverato, vale la pena di vedere come lo Bob Wilson ha riletto, tre anni fa, L’Opera da tre soldi allestendola per il Berliner Ensemble; quella che vi proponiamo è una breve sintesi di soli sette minuti che rendono bene l’idea di come abbia riletto il lontano (nel tempo: 1928) capolavoro di Brecht immergendolo in una soluzione di raffinatissimo neo-espressionismo.

Il poeta in soffitta. BERTOLT BRECHT, L’ANALFABETA POLITICO

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Non so se c’è anche nella vostra, ma in molte soffitte si trova ancora, magari sul fondo di un baule, insieme ad altri simboli (e status symbol) degli anni Sessanta/Settanta: parlo di Bertolt Brecht, drammaturgo egemone, che in quegli anni fu il verbo di un teatro (il nostro) nutrito del  trombonismo dei grandi attori e del titanismo gigione dei registi stregoni – figurarsi cosa poteva importargliene dello straniamento e della drammaturgia come strumento della lotta di classe. Al termine di quel ventennio, Brecht conobbe l’esilio della soffitta insieme alle ideologie, alla psicoanalisi alternativa e a tanti altri pezzi pregiati in mostra nelle vetrinette di una borghesia che si riteneva illuminata ma che si scoprì balbettante e tremante di fronte all’offensiva del nostro terrorismo. Ma Brecht era anche poeta, e la poesia, soprattutto quella che chiamiamo civile, ha una tenuta maggiore del teatro, è un farmaco di quelli che rilasciano lentamente le sostanze, e ne è un esempio questa che vi proponiamo: il suo effetto dura ancora oggi, a cinquant’anni di distanza. Vale la pena, dunque, alzarsi dalla poltona, arrampicarsi sulla scala scriocchiolante della soffitta e dare una spolverata al vecchio Brecht.

Brecht, L’analfabeta politico

Il peggior analfabeta
è l’analfabeta politico.
Egli non ascolta, non parla
né partecipa agli avvenimenti politici.
Non sa che il costo della vita,
il prezzo dei fagioli, del pesce,
della farina, dell’affitto, delle scarpe
e delle medicine
dipendono dalle decisioni politiche.
Un analfabeta politico è tanto animale
che si inorgoglisce e gonfia il petto
nel dire che odia la politica.
Non sa l’imbecille che
dalla sua ignoranza politica proviene
la prostituta, il minore abbandonato,
il rapinatore ed il peggiore di tutti i banditi,
che è il politico disonesto,
ingannatore e corrotto,
leccapiedi delle imprese nazionali e
multinazionali.

Bertolt Brecht, Poesie, Einaudi, Traduzione Mario Carpitella

Le voci degli inascoltati. DANILO DOLCI, ROSARIA

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Qualcuno ricorda Danilo Dolci? Di origini triestine (madre slovena, padre siciliano), dopo aver vissuto la giovinezza a nord scelse come campo d’azione, negli anni Cinquanta, la Sicilia occidentale (Partinico, Trappeto). “Campo d’azione” è un’espressione generica ma gli atti di Dolci erano molto concreti e le sue idee molto chiare: per esempio, l’idea che un bambino fosse morto per denutrizione gli pareva insopportabile (ciascuno ha le sue fissazioni), quindi era capace di sdraiarsi nel lettino dove era morto il piccolo e di iniziare uno sciopero della fame a oltranza che sarebbe cessato solo quando le autorità non avesser preso provvedimenti contro la povertà della zona. Fantasioso quanto visionario, organizzò a Partinico, nel 1952, lo sciopero alla rovescia, che nasce da un impeccabile sillogismo: se l’operaio, per far valere i suoi diritti, può astenersi dal lavoro, un disoccupato può protestare lavorando; organizzò quindi un centinaio di senza lavoro perché riparassero una strada comunale disastrata. Come potete immaginare (viviamo in un paese in cui l’inimmaginabile s’impara sui banchi di scuola), intervenne la polizia e Dolci venne arrestato. Durante la sua intensa attività di sociologo, animatore, attivista della non violenza, Danilo Dolci scrisse saggi, poesie e racconti, dai quali abbiamo tratto il piccolo frammento che vi proponiamo, ricordando che l’autore si limitò a trascrivere con rispettosa attenzione i racconti di uomini e donne della Sicilia ai quali riteneva doveroso lasciare la parola.

Il principio fu quello che mi fecero sposare senza le nostre idee, senza affetto dell’uno e dell’altro. Siccome il fondatore di questa proprietà nostra sarebbe una zia nostra. Questa zia aveva bisogno di aiutarla sia in casa che nella campagna. Allora io ci sembrava bene. Mio marito si trovava soldato ed era fratello della mia mamma. Io non avevo voglia di sposarmi che avevo tutto pronto per farmi suora. Mio padre mi voleva tanto bene che non voleva lasciarmi mai. Ma io avevo tutto pronto per andarmi suora. Allora il babbo mi ha detto: – Io vengo a lasciarti fino alla stazione. Però se tu vai sopra il treno io ci vado sotto, e i figli che restano sono a carico tuo – Non mi voleva lasciare andare monaca perché diceva che non mi vedeva più, per sposarmi sì mi lasciava andare. Allora io, per non disgradire l’obbedienza del padre, rimasi abbracciata alla famiglia. Eravamo nove e tutto il carico era mio, che la mamma era sempre sulla sedia.

Danilo Dolci, Racconti siciliani, Einaudi

Il video della domenica. TATI, LE VACANZE DEL SIGNOR HULOT

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Minuscolo frammento di un film di sessantadue anni fa, Le vacanze del signor Hulot, di Jacques Tati. Comicità che riprende l’essenzialità dello slapstick (torte in faccia, corpi che precipitano e rimbalzano come molle, o più semplicemente uomo distratto che va a sbattere contro un lampione). Il meccanismo comico che si mostra nudo, nella sua povertà, a ricordare l’inconsistenza effimera del ridere e, per contrasto (per fortuna), anche del piangere.

Grecia. Riletture attuali (?) KONSTANTINOS KAVAFIS, ASPETTANDO I BARBARI (Vittorio Gassman)

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D’accordo, questi versi di Kavafis sono stranoti, ma le riletture servono proprio a calare nella nostra esperienza presente le parole che l’autore aveva riferito a tutt’altro contesto. Chissà se i nostri amici del blog troveranno qualche analogia fra i barbari imminenti raffigurati da Kavafis e la tormenta che si è abbattuta (e che ancora imperversa) sulla Grecia di oggi.

Il video della domenica. FRANCESCA FINI, TOUCHLESS, 4’40”

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https://www.youtube.com/watch?v=vxJb7f_Rej0

Che ne è stato dell’Incomunicabilità? Bisogna avere più di cinquant’anni per ricordarsene. Fra il 1961 e il 1964, Michelangelo Antonioni creò una trilogia ( L’avventura, La notte, L’eclisse) che divenne la bandiera e il tormento di una borghesia che per acculturarsi era disposta a sottoporsi a qualunque fatica, dunque anche alla visione di questi film che non amava (troppi silenzi, troppe ellissi, ritmo troppo lento) ma non si potevano non vedere, anche perché la fatica era premiata, dopo, nelle riunioni fra amici, durante le quali fiorivano discussioni tanto lunghe quanto approssimative.
Anche in questo video di Francesca Fini c’è qualcosa che potrebbe ricordare l’Incomunicabilità di Antonioni, ma molti anni sono passati; l’uomo e la donna giacciono inerti (più lui di lei, a dire il vero) e il ricordo del loro rapporto (ma forse è una fantasia possibile) trova nella manipolazione elettronica un pacato appagamento. 

I gesti vivi nella memoria. ALBERT COHEN, Le livre de ma mère

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James Abbott McNeill Whistler, La madre

Perdere la madre vuol dire perdere la propria infanzia, scrive Albert Cohen. Una frattura irrimediabile separa l’io che parlava con la madre da quello che ora parla di lei: una parte di sé è stata persa nella scossa dell’avvenimento, ciò che rimane si fa trama sulla quale intessere i fili della memoria spesso troppo corti, stropicciati, sbiaditi. Le livre de ma mère non è un romanzo sull’amore materno, ma l’intima archeologia di un figlio che si addentra nel se stesso che fu per preservare dall’oblio l’unicità di una madre, sua madre, in una narrazione che è quasi un canto e dove l’irreparabilità della morte della persona amata non è celata dalle parole, bensì affermata, ripetuta, come un ritornello che sospende, e insieme scandisce e rinnova, l’avanzare lento del ricordo. Roberta Sapino

Un giorno, a Ginevra, le avevo dato appuntamento alle cinque nel piazzale dell’Università ma poi mi lasciai trattenere da un’idea bionda e arrivai solo alle otto. Non mi vide giungere. La osservai, pieno di vergogna, mentre se ne stava ad aspettarmi paziente, seduta su una panchina, tutta sola, ormai che il giorno era finito e l’aria si era fatta fredda, col suo povero cappotto troppo stretto e il cappello che le era calato da una parte. Aspettava lì, da ore, docile, tranquilla, un po’ insonnolita, resa più vecchia dallo star sola, rassegnata, abituata alla solitudine, abituata ai miei ritardi, incapace di ribellione nella sua umile attesa, servile, povera santa donnetta. Aspettare un figlio per tre ore, cosa può esserci di più naturale e poi lui non aveva tutti i diritti? Io lo odio, quel figlio. Alla fine mi scorse e riprese a vivere, dipendente da me in tutto e per tutto. Rivedo il suo sussulto di vitalità ritrovata, la rivedo passare di colpo dall’ebetudine alla vita, ringiovanire, di colpo passare dalla sonnolenza di serva o di cane fedele alla più grande voglia di vivere. Si rassettò il cappello e il viso, perché ci teneva a farmi sentire rispettato. E poi, Mamma vecchieggiante, fece quei suoi due gesti tipici, chissà dove era andata a prenderli e in quale infanzia li aveva pescati. Li rivedo così bene i suoi due gesti impacciati e poetici quando, da lontano, mi vedeva arrivare. Il terribile dei morti sono i gesti che facevano da vivi rimasti nella nostra memoria. Perché allora continuano atrocemente a vivere e noi non ci capiamo più nulla.

Albert Cohen, Le livre de ma mère, Gallimard

SCORCIO DELLA STAGIONE CHE VERRA’

Teatro AstraIl teatro era molto diverso da come appare in questa fotografia. Anzitutto, c’era il pubblico. Un pubblico attento, di addetti e non addetti, di abbonati, di attori parzialmente o totalmente scritturati, di attori scritturabili, di spettatori eroici – tutti gli spettatori sono eroici, mi viene da pensare da qualche tempo a questa parte: lo sono quando vanno a teatro e ancora di più quando vanno a sentire parlare di teatro, di un teatro che si farà, che accadrà di qui a qualche mese. C’era il direttore del TPE, Beppe Navello, che illustrava la stagione 2015/16. C’era il sindaco di Torino. C’era l’assessore regionale alla cultura, Antonella Parigi, ma non voglio addentrarmi nella cronaca (questa non è una cronaca) anche se gli elenchi sono affascinanti (“A Eber nacquero due figli: uno si chiamò Peleg, perché ai suoi tempi si divise la terra, e il fratello si chiamò Ioktan. Ioktan generò Almodàd, Selef, Asarmàvet, Ierach, Adoràm, Uzal, Dikla, Ebal, Abimaèl…”). C’erano, alla conferenza stampa del TPE, anche i racconti degli spettacoli futuri: racconti appena accennati, forzatamente accennati perché quegli spettacoli non esistevano ancora e alcuni non esisteranno per svariati mesi, e quando esisteranno saranno molto diversi dal brandello di racconto che li ha sommariamente prefigurati. C’erano anche, fra questi fantasmini di spettacoli, anche quelli di Radiospazio Teatro che, secondo la mia impressione, erano fra i più vaghi. Ci torneremo su, con più calma, perché questa non è una cronaca. Per chi fosse interessato a una vera cronaca:
https://www.facebook.com/stagionetpe?fref=ts

Il video della domenica. LORENZO PAPACE e VINCENT PIANINA, GUSTAVE DORE’, L’IMAGINAIRE AU POUVOIR. Video, 4′

Schermata 2015-06-14 alle 16.55.14https://www.youtube.com/watch?v=4yd1lRAs1F0&index=4&list=PL-hWzoiIELXKRmxDbRRk8hRvCQyoRvJ8p

Si nasconde ancora, nelle nostre case, La Divina commedia del Doré? Non saprei. Una volta si diceva: “del Dorè”, con una e così sguaiatamente aperta che ricordava la Madama Dorè della filastrocca, con tutte le sue belle figlie. Mi rendo conto che questi riferimenti hanno radici lontane nel tempo; probabilmente i lettori più giovani non hanno presente né la Madama, che è collaterale al discorso, né i libroni cui mi riferivo. Dicevo che se ne stavano nelle case e nessuno si ricordava di averli comprati, per la buona ragione che aveva provveduto qualcuno sempre irrimediabilmente morto in precedenza (un nonno, o forse un avo); d’altra parte, la prima edizione italiana dell’opera era del 1868 e c’è da credere che tutte le famiglie italiane dell’epoca si fossero affrettate ad acquistarne una per trasmetterla ai discendenti. Quelle Divine commedie erano, come tutte le altre, di Dante Alighieri, ma la loro paternità, nel parlare comune, era attribuita a Gustave Doré, e non era del tutto sbagliato perché le incisioni che le illustravano finivano per rubare la scena ai versi del poema; si trattava di raffigurazioni potenti (solitamente si usava questo aggettivo) e di solito piuttosto affollate: il Doré dava il suo meglio nelle scene di massa, là dove poteva disegnare cataste di dannati avvinghiate in grovigli di corpi inestricabili che pretendevano (riuscendoci) di essere i veri protagonisti. Su questa poderosa opera incisoria, due registi del cinema d’animazione, Lorenzo Papace e Vincent Pianina,  si sono esercitati con grande eleganza e malizia, ripercorrendo in pochi minuti il cammino ultraterreno di Dante e Virgilio del quale Doré finisce per essere ancora una volta il protagonista.

Le orbite del Sublime. Guardare Bach. Video. 3′

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http://www.3nz.it/2603/bach-preludio-suite-violoncello-matematica-baroque-me/?ncid=fcbklnkithpmg00000001

Chi, bambino, non ha mai pizzicato un elastico tenuto coi denti tendendolo o allentandolo in modo da ottenere note acute o gravi e, in fin dei conti una primitiva, sconclusionata melodia? Appena scritta, la domanda appare, oltre che retorica, anche impropria: di elastici ne circolano pochissimi e i bambini, ammesso che ne trovino uno, non lo vedono come strumento di gioco. Cambiamo incipit, allora, e immaginiamo quattro sfere che ruotano su due orbite fisse con moto uniforme, andando a intersecare otto corde (elastiche, ci risiamo) che si tendono e si allentano dando vita a suoni gravi o acuti. Lo spettacolo è ipnotico come un videogioco ma non mette in scena una corsa automobilistica e nemmeno una strage di alieni, bensì il Sublime, incarnato dal Preludio dalla Prima Suite per violoncello di Bach, da guardare come sprofondati in un planetario che produce la musica assoluta e perfetta.

Videogiocando con Baricco. ANNA ANGELUCCI, SE A SCUOLA NON SEI BARICCO SEI OUT

baricco tagliato

http://ilmanifesto.info/se-non-sei-baricco-sei-out/

Dice: forse ci sarebbero altri argomenti, diversi da Baricco. A parte che questo è un blog di non strettissima attualità e piuttosto digressivo per natura, anche occupari di Baricco può essere interessante, soprattutto se lo si fa con la lucidità di Anna Angelucci, che ci sembra tanto condivisibile quanto invidiabile.