Michel Tournier – Tristan Vox

 

nuovo tournier

14/05/2013

Autore di romanzi che molti lettori italiani hanno conosciuto grazie all’editore Garzanti, è a mio parere sulla breve misura che Michel Tournier mette in evidenza i tòpoi che caratterizzano la sua opera – e in particolare quello che può maggiormente interessare un drammaturgo: il rapporto binario. Nell’immaginario di Tournier a un Adamo nero corrisponde un’Eva bionda; nella grotta di Betlemme un poeta e chiacchierone fa coppia con un bue filosoficamente taciturno e meditativo; sull’isola di Agua Buena, Tournier, riscrivendo Defoe, rimette in scena la dialettica civilizzato/non civilizzato…In Tristan Vox, il racconto che abbiamo riscritto per la nostra scena radioteatrale, il rapporto binario si stabilisce e si gioca tra una voce e un corpo, complice la radio, cioè lo strumento che produce gli elaborati più immateriali che si possano immaginare. Siamo in Francia, negli anni Cinquanta, e la radio è il medium elettrico che domina incontrastato la comunicazione, emanando flussi di parole e musiche, che nascono quasi miracolosamente (occorre ben poco per costruire una trasmissione radiofonica) da studi grigi, anonimi, male illuminati e sostanzialmente vuoti, se si eccettua la irrilevante presenza di un locutore dall’aspetto insignificante, ma dalla voce suadente. Di che cosa parla Tristan Vox, al secolo Félix Robinet? Informa sulle condizioni del tempo, introduce canzoni di successo, divulga, quando è a corto di argomenti, La fisiologia del matrimonio di Balzac, adattata alla meglio, anzi modellata sul gusto delle ascoltatrici che sarebbero disposte ad ascoltare qualunque chiacchiera da quella meravigliosa voce senza corpo. Tristan Vox parla di radiofonicità o, senza rendersene conto, celebra il parlare, lo celebra tutte le sere dalle 21.30 alle 22.30 e il suo discorso, inteso come testimonianza della durata, della permanenza, del contatto tu (incorporeo) / io (che esisto solo in quanto destinatario del tuo discorso), riversa nell’etere vuoto e altrimenti inutile quella forma fantasmatica della vita che è la parola. Come altri racconti di Tournier, dicevamo, anche questo si sviluppa su un rapporto binario: in virtù del contratto stipulato con la sua emittente radiofonica, Tristan Vox deve rimanere anonimo, una condizione cui si sottopone volentieri dal momento che Félix Robinet è un animale a sangue tiepido che desidera solamente ritornare alla tana dopo la trasmissione. Il suo doppio, Frédéric Durateau, nasce all’improvviso, incarnandosi un mattino in una fotografia pubblicata dalla “Settimana radiofonica”. È un caso? Un errore? Un’incarnazione propiziata (provocata) dalle tensioni delle devote ascoltatrici? Tournier non ci chiarisce il mistero pur fornendoci alcune chiavi interpretative che possono tuttavia aprire solo alcune delle numerose serrature della cassaforte. E forse la mancata (impossibile) soluzione fa di questo racconto una gestalt incompiuta e sorridente che ci accompagna per un tratto di strada anche dopo la parola fine.

A.G.

Buzzati – Qualcuno o qualcosa sta salendo le scale

LOCANDINA BUZZATI

3/04/2013

La diffidenza con cui la critica accolse l’esordio di Buzzati, nel 1933, con Barnabo dalle montagne, non si è ancora dissipata dopo ottant’anni, nonostante le sue opere siano state tradotte in numerosissime lingue e il successo di un romanzo, Il deserto dei Tartari, che è rimasto nell’immaginario collettivo come poche altre opere del nostra Novecento. I peccati originali che gravavano su Buzzati erano due: il primo, quello di essere un giornalista, sia pure del “Corriere della sera”, che pretendeva di scrivere romanzi; il secondo, quello di non mostrare nessuna propensione per una qualsiasi forma di engagement. Bisogna dire che non mancarono i critici di alto profilo che si schierarono nettamente a favore di Buzzati, uno fra tutti Giacomo Debenedetti: “ci sono scrittori di cui si dice, a maggior lode, che per loro il mondo esterno non esiste. Buzzati è invece uno scrittore per cui il mondo esterno esiste, ma a patto che sia anche un indizio o uno stemma di qualcos’altro da ciò che è”. La necessità che la scrittura imponga un rinvio – spesso non chiaramente decifrabile – a una dimensione altra rispetto a quella del quotidiano, ha fatti sì che Buzzati venisse etichettato come scrittore “del fantastico”, un termine che rischia di essere riduttivo per il nostro autore, il quale gioca su una gamma molto ricca, nella quale si alternano il perturbante, la metamorfosi (la parola, nell’enunciazione, diviene cosa), l’uso della metafora come realtà e, ricorrente, il paradosso. Il giornalista Buzzati compare accanto al Buzzati narratore come alter ego, o se si vuole come complice, nei racconti brevi che Radiospazio Teatro riscrive scenicamente in questo spettacolo: banali gesti di vita quotidiana, un incidente d’auto, una visita, uno scarafaggio nella cucina appaiono come frammenti di cronaca, giornalistica e privata, che l’autore si diverte a dilatare nella narrazione, creando una risonanza fra l’infinitamente piccolo e il grande, non misurabile Mistero.

A.G.

Gadda – Una buona nutrizione

GADDA LOCANDINA27/02/2013

Sottrarre al lettore un testo narrativo per affidarlo alle voci degli attori è un gesto arbitrario, quasi violento e comunque azzardato come un salto di corsia. Un testo scritto è concepito per essere affidato a un lettore perché ne decodifichi lettere, parole, frasi, periodi, alla ricerca di un senso; è un’operazione che lo stesso lettore modella su una sua personale fisiologia – una sorta di orologio che regola il tempo del racconto su ritmi personali e mutevoli. Col procedere delle pagine il rapporto diventa sempre più stretto, più intimo; qualunque voce venisse a interferire nel dialogo autore/lettore sarebbe indiscreta, inaccettabile come quella di un importuno che tentasse di inserirsi tra le parole di un dialogo amoroso. Nella messa in scena di un testo narrativo (non sottoposto a una sceneggiatura e quindi presentato nella sua letteraria integrità) il circuito della comunicazione si presenta del tutto diverso: alla porta d’ingresso dell’occhio si sostituisce quella, non meno importante, dell’orecchio; la voce del racconto cede il posto a quella degli attori che nel nostro caso si combinano con le musiche di scena: un registro – o, se si vuole, un ulteriore arbitrio che viene a sparigliare le carte. Lo spettatore che scorre queste righe in attesa che lo spettacolo abbia inizio, può legittimamente chiedersi perché mettere in scena un testo che l’autore aveva destinato a tutt’altra fruizione. Credo che la risposta possa venire dalla stessa scrittura di Gadda e dal peso con cui le sue metafore intervengono nel racconto, immagini verbali che, ci pare, chiedano di essere rappresentate, mediante una trasformazione fisica, quella appunto del suono, sul palcoscenico. La trama del racconto di cui presentiamo la reinvenzione scenica è tanto semplice quanto ricco e articolato è il suo linguaggio: siamo in Toscana, al confine con la Liguria; i brontolii della seconda guerra mondiale appena iniziata raggiungono la sperduta proprietà dell’Alloro che ospita, l’una vicina all’altra, la famiglia della giovane Lisa e una pensione per fanciulle, gestita dalla signora Wedekind. (Qui l’omaggio alla malizia di Gadda è doveroso: Frank Wedekind, uno dei padri del teatro espressionista, fu anche autore di un’opera in prosa, Mine Haha, ambientata in un grande parco costellato di casette, dove centinaia di bambine e di fanciulle vengono educate alla consapevolezza del corpo). Dunque, in questo angolo di verde fuori dal mondo giunge dal nulla un monumentale giovanotto – una presenza tanto vistosa che non potrà fare a meno di generare turbamenti e delusioni. Accanto ai personaggi del racconto (Elena – una ragazza più grande della sua età – la mamma e la zia di Lisa, il servo Baciccia, la domestica Lena, il misterioso giardiniere Cesare) convivono, e con pari incidenza narrativa, i lauri che abbracciano la villa dell’Alloro (“Si direbbero cani assai belli, e un po’ inutili dopo spenta la caccia, che si raccolgano d’attorno al padrone, annusandogli a quando a quando le scarpe”), i passeri che “sfrullavano via dalle rame come altrettante pere che cadessero all’insù” e cento altre presenze che solcano per un attimo la scena grazie alle voci e ai corpi degli attori, testimoni e artefici del trasferimento di senso dalla pagina alla scena.

A.G.

Ennio Flaiano – Certo, certissimo, anzi probabile

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3 aprile 2012

La mitologia letteraria – come ogni altra mitologia, o se vogliamo come ogni pochade che si rispetti – ha sempre avuto bisogno di personaggi ben delineati e facilmente caricaturabili, pronti in qualche modo per la penna del vignettista – come ad esempio le sopracciglia di Moravia, rivelatrici di un carattere aspro e leonino; il basco di Soldati, copricapo ammiccante e troppo sobrio col quale l’autore cercava di mimetizzare la sua intima, dandistica eleganza; la magrezza muscolare di Pasolini, che lasciava trasparire l’attitudine alla battaglia; perfino il riserbo laconico di Calvino trovò posto nella mitologia della letteratura italiana del secolo scorso quando si decise che quel negarsi era lo specchio di un silenzio che era necessario al pensiero per diventare scrittura. Eccetera. Ennio Flaiano non entrò in nessun modo nella nostra mitologia letteraria, anche se i requisiti li aveva tutti: come il suo amico Fellini, avrebbe potuto sostenere il ruolo dello scrittore provinciale approdato alla Capitale ma, contrariamente a Federico, Ennio non aveva rimpianti per la sua città natale. Anche il ruolo dell’intellettuale un po’ cinico (che ne “La dolce vita” viene affidato a Mastroianni) gli sarebbe stato adatto ma Flaiano – pur presente sui set, nelle serate mondane e in quelle fra pochi amici, ai premi letterari, ecc. – non amava affatto mettersi in scena; preferiva un angolo tranquillo dal quale osservare, per poi tradurre quelle serate in rapide note volutamente non concluse, sospese. Il suo negarsi non era una tecnica di autopromozione ma un comportamento che ben traduceva le sue contraddizioni: romanziere di grande talento (lo dimostra il suo “Tempo di uccidere”) ma refrattario all’impegno di costruire un’opera sempre monumentale come un romanzo; prolifico sceneggiatore di film importanti, ma oppresso da un compagno impegnativo come Fellini; brillante critico teatrale, ma troppo intelligente per credere alla nostra drammaturgia degli anni ‘50/’70. Scrisse molto, ma frammentando la sua scrittura in aforismi, appunti, minuscoli racconti, come se quel pulviscolo letterario potesse costituire una sorta di nuvola nella quale sparire. In questa cortina di elementi spesso eterogenei ci siamo avventurati per ricostruire un Flaiano di parole, l’unico che ci sia concesso conoscere – ed è, tutto sommato, quello che davvero ci può interessare oggi.

A. G.

 

Jean Tardieu – Nostro assurdo quotidiano

tardieu

26 febbraio 2012

Nonostante una lunga vita dedicata alla drammaturgia (morì nel 1995, a 92 anni), Tardieu si considerò sempre un poeta, anche se il suo nome è rimasto legato al teatro e alla radiofonia. Senza entrare nel merito della questione poetica, il lavoro sul verso dovette servire al giovane Tardieu come laboratorio di sperimentazione linguistica: per quanto riguarda l’attenzione alla semantica e ancor più alle gabbie linguistiche che intrappolano il pensiero. Le locuzioni, i luoghi comuni sono il propellente che alimenta i dialoghi di questo teatro da camera che sembra destinato a mettere in scena ciò che è già stato detto, come se l’atto stesso del comunicare non fosse altro che un rito tanto inevitabile quanto inutile. O risibile. O, nel migliore dei casi, comico. Ci sono delle sfumature (anticipatrici) del concetto di postmoderno, in questo teatro: sicuramente lo è la premessa: “tutto è già stato detto e l’atto teatrale è tragicomico nella sua pretesa di dirlo di nuovo” – e la ripetizione, lo si sa, è uno dei meccanismi di cui si alimenta il comico. Un’altra tecnica che Tardieu pratica con la sua grazie feroce è quella del calco. Le quattro pièces che vi proponiamo rinviano infatti ad altrettanti modelli:

Il signor Io mette in scena due filosofici viaggiatori che provengono da un nulla per dirigersi dopo una breve sosta in palcoscenico, verso un altro nulla. La palese sproporzione degli apparati retorici dei personaggi (uno pseudo-filosofo e uno pseudo-demente) non può non ricordare un grande romanzo di Diderot, Jacques il fatalista, nel quale Jacques e il suo Padrone girano a vuoto e con moto compulsivo lungo un non-itinerario che serve da pretesto per dipanare, attraverso infinite digressioni e contorsioni, un racconto del tutto antiromanzesco: gli amori del servo Jacques.
Osvaldo e Zenaide è il calco di un immaginario melodramma (un amore infelice in quanto contrastato dai genitori dei due innamorati), e al tempo stesso la parodia di un espediente caro al teatro classico l’a parte, cioè di quella sorta di monologo (o riflessione, o confessione, o puntualizzazione) che il personaggio indirizza al pubblico e che, per convenzione, non viene udito dagli altri personaggi in scena.
C’era folla al castello è, ancora una volta, un calco: questa volta si tratta di un poliziesco scombinato, di quelli che gli autori buttano giù dalla sera alla mattina senza preoccuparsi troppo della coerenza della trama. Ma soprattutto è un elegante esercizio di teatro del racconto (ancora un’anticipazione): l’azione non si struttura nel dialogo ma in rapidi racconti e monologhi dei personaggi.
E, per finire, Conversazione-sinfonietta può essere definita la sublimazione – o il sublime virtuosismo – del calco: quello della piccola sinfonia da camera. Le parole prendono il posto delle note musicali; la sonorità, il ritmo, lo spirito che emana dalle bocche degli attori-strumenti sono molto più importanti delle parole che compongono la partitura. E’ un vero e proprio monumento al nonsense, o forse a un senso altro che dovrebbe annidarsi sotto il nostro lessico ormai inservibile. Come dire: sotto la beffa (forse) una speranza.

A. G.