Un capolavoro della radiofonia. Samuel Beckett, Parole e Musica. Audio/Radiospazio. durata 17′

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Rappresentato da Radiospazio Teatro nel febbraio del 2011 presso la Biblioteca Arturo Graf di Torino. Interpreti: Roberto Accornero e Francesco Gargiulo. Regia di Alberto Gozzi

L’ascolto di questo radiodramma è impegnativo e non potrebbe essere altrimenti. Parole e musica, a più di cinquant’anni dalla sua nascita, si presenta ancora come una straordinaria e misteriosa macchina sonora che mette in conflitto due linguaggi, la parola e la musica e che pretende dall’ascoltatore una dedizione assoluta, forse addirittura un certo spirito di sacrificio. Come tutte le ascensioni, anche questa richiede fatica, e per l’ascoltatore la fatica più grande consiste nel rinunciare ad afferrare il senso immediato del dialogo per accettare le zone oscure dell’opera. Ne sarà ripagato. In Parole e Musica Beckett mette in campo il tema della creazione artistica e, specificamente, il tentativo (impossibile) di conciliare la Parola e la Musica. Il fallimento dell’impresa genera sgomento e frustrazione ma anche una comicità paradossale: c’è molto riso in questa scrittura, basta avere il coraggio di addentrarsi nella palude dell’Assurdo.
La trama, se si può parlare di trama, è semplice: c’è una coppia di personaggi, Musica (chiamato Bob) e Parola (chiamato Joe) fortemente dipendenti l’uno dall’altro, governati (dominata?) da un misterioso padrone di casa, Croack, che li blandisce, li accoppia, li pungola, nonostante egli stesso sia il primo a patire l’emozione che si sprigiona dal loro impossibile accoppiamento. (Quanti gemiti, in questo radiodramma! Quasi una colonna sonora parallela a quella della musica e delle parole). È un meccanismo sadomasochista? Forse sì, ma se riusciremo a entrarci senza pregiudizi ci accorgeremo che non è estraneo alla nostra individuale tragicommedia.

Sul filo del comico – nota a margine del “Pipistrello”

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Wally è una giovane aspirante attrice appena entrata in compagnia grazie a un protettore che finanzia l’impresa teatrale ma la raccomandazione arriva tardi, quando quasi tutti i ruoli sono occupati, così Wally deve accettare controvoglia la parte di una vecchia perpetua che si aggira per il Vescovado ciabattando. Per la bella e inesperta attrice è quasi impossibile costruire il personaggio di una megera catarrosa e bisbetica e la sua caratterizzazione non può che essere catastrofica.

L’attore che rappresenta la sua evidente inadeguatezza a sostenere un ruolo è un tema ricorrente nello spettacolo. Un esempio magistrale lo ritroviamo nel “Circo” di Chaplin, quando Charlot, cercando di rimediare come sempre la giornata, capita in un circo che deve sostituire un clown. Nella finzione del film, l’omino in bombetta è palesemente estraneo all’arte circense ma il provino che deve improvvisare sotto gli occhi di un accigliato, imperioso Direttore (“E adesso fammi ridere!”) è così disastroso che finisce per diventare comico suo malgrado.

Di fronte agli innumerevoli “comici” che spuntano sugli schermi televisivi verrebbe da pensare che la loro abissale inadeguatezza dovrebbe risultare esilarante, invece produce solo una sgradevole malinconia; i ragazzotti che vengono catapultati in scena da chissà dove sono convinti che il loro strabuzzare degli occhi e i loro berci siano divertenti; l’esibizione di Chaplin compiva un doppio salto mortale nel comico partendo da una maliziosa, presunta incapacità. Considerando la grandezza di Chaplin, il paragone può sembrare improprio e blasfemo: forse lo è ma serve a ricordare che, anche nel nostro piccolo mestiere, la consapevolezza è la premessa indispensabile, in barba a ogni preteso talento.