Valerio Carando, Luis Buñuel definitivo (Il Manifesto)

“Nel primo capitolo delle sue celebri memorie, «Mon dernier soupir», Luis Buñuel sosteneva che «il ricordo è costantemente contaminato dall’immaginazione e dal sogno». Nulla di più vero. Che siano il frutto di un evento corroborato da solide testimonianze o abbiano avuto luogo nei meandri della psiche, le esperienze registrate dalla memoria inglobano lo strascico del dubbio, del desiderio inappagato, dell’impulso alla rimozione (più o meno parziale, più o meno volontario). L’autobiografia è pura drammaturgia, un testo letterario dotato della più feconda autonomia. Viaggiare nella memoria è confrontarsi con un simulacro del vissuto, ri-costituire un’immagine di sé in cui far convergere il riflesso di un passato alterato dal ricordo e le tensioni esistenziali del presente, ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto/dovuto essere, manomissioni e omissioni. Silenzi, rumori di fondo, parole smorzate. E parole gridate, dall’alto di un pulpito insidiato – spesso, non sempre – dai sussulti dell’ego, dall’identità di sé che si vorrebbe consegnare alla posterità.”

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Le figurine di Radiospazio. Il banco dei surgelati (1907)

«Aprite, signor Holker» disse il notaio. «Sono impaziente di assistere alla risurrezione di quei due uomini.» Fecero il giro della piccola costruzione, finché scoprirono una porticina di ferro. Holker introdusse la chiave nella serratura ed aprì facilmente. Subito una corrente estremamente fredda investì i tre uomini, costringendoli a retrocedere rapidamente. «Vi è un banco di ghiaccio là dentro!» esclamò il sindaco. «Che cosa contiene quel vaso per produrre un simile gelo?»
Attesero alcuni minuti, poi, quando la corrente fredda diminuì, uno alla volta s’introdussero nel sepolcreto. Si trovarono in una stanza circolare, colle pareti coperte da lastre di vetro. Nel mezzo vi era un letto abbastanza largo e su di esso, avvolti in grosse coperte di feltro, si scorgevano due esseri umani coricati l’uno presso l’altro. I loro volti erano gialli, gli occhi chiusi, e le loro braccia, che tenevano sotto le coperte, parevano irrigidite. Non si riscontrava su di loro alcun indizio di corruzione delle carni. Il signor Holker si accostò rapidamente a loro e sollevò le coperte. «È incredibile!» esclamò. «Come si possono essere conservati così questi due uomini, dopo cent’anni? Possibile che siano ancora vivi?»
I suoi compagni si erano anche essi accostati e guardavano con una specie di terrore quei due uomini, chiedendosi ansiosamente se si trovavano dinanzi a due cadaveri o a due addormentati. Quello che si trovava a destra era un bel giovane di venticinque o trent’anni, coi capelli di color biondo rossiccio, di statura alta e slanciata; l’altro invece dimostrava cinquanta o sessant’anni, aveva i capelli brizzolati, ed era più basso di statura. Sia l’uno che l’altro erano meravigliosamente conservati: solo la pelle del viso, come abbiamo detto, aveva assunto una tinta giallastra, simile a quella delle razze mongoliche.
«Sono medico», disse Holker, «So come si deve operare. Non si tratta che di far due iniezioni.»

Il video della domenica. Per ricordare Max Von Sidow, La confessione di Antonius Block

  • Stamane è venuta da me la morte. Abbiamo iniziato una partita a scacchi. Col tempo che guadagnerò sistemerò una faccenda che mi sta a cuore.
  • E di che si tratta?
  • Ho passato la vita a far la guerra, ad andare a caccia, ad agitarmi, a parlare senza senno, senza ragione. Un vuoto. Lo dico senza amarezza e senza vergognarmi perché lo so che la maggior parte della vita della gente è tale. Ora voglio utilizzare il respiro che mi sarà concesso per un’azione utile…
  • Per questo hai sfidato a scacchi la morte?
  • Sì, conosce il gioco molto bene.

Il video della domenica. Riscritture: Peppe Barra canta De André. “Bocca di rosa” in dialetto napoletano

Nel 1994 ricevetti una telefonata alle sette del mattino. “Pronto, sono Fabrizio De André…”. E io pensai subito a uno scherzo.<
“Peppe Barra?… Ci possiamo dare del tu?”
E io: “Sì, ma è proprio lei, Fabrizio De André?”
“Sì, diamoci del tu”.
E mi disse: “Peppe, io sto incidendo ‘Canti randagi’, ti chiederei di cantare Bocca di rosa e di tradurla come vuoi tu”
Io rimasi colpito e fui felice di dire di sì. Feci un poco di ricerca su chi poteva tradurmi Bocca di rosa in napoletano e la mia scelta cadde su Vincenzo Salemme. E devo dire che la traduzione è una delle più belle, tant’è ce quando De André la ascoltò mi disse: “Peppe, questa la canterai tu, e solo tu”.

Fotografia – La trascrizione visiva del lutto di Eamonn Doyle (Il blog di Barbara Picci)

“Tutto è iniziato con la morte della madre, momento in cui il fotografo di Dublino Eamonn Doyle ha scoperto delle lettere in cui essa riversava il suo dolore verso la perdita di Ciarán, il fratello di Doyle, morto inaspettatamente nel 1999. Così egli scoprì che sua madre non era mai stata libera da questa tragedia e si rese conto di non aver egli stesso superato il trauma.
Inoltre, successivamente alla morte della made, Dolyle fece un viaggio in cui gli successero dei fatti improbabili che, in qualche modo, collegò a questa nuova consapevolezza. Prima, nel parcheggio di un hotel, egli notò una donna vestita con un velo, che gli nascondeva il viso, che gli passò accanto silenziosamente.”

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Chiaroscuri ‘900. Piero Jahier, Il canto della sposa (1916). Con una riflessione di Roberto Roversi

 Se i pavimenti odorano di ragia
       se splende in ordine la sua povera casa
       se respira nei fiori
       se gli salta in collo il più chiaro bambino
5        se riposa
       la gota fresca di bagno contro la sua mascella dura
       forse m’incoronerà di uno sguardo
       forse scioglierà in un sorriso la sua cura.
       Ma chi conosce il suo pensiero
10        forse il suo desiderio si è già allontanato.
       Voltati e ricevi la casa dell’amore
       tutta ricordi di anima che quando li abbiamo portati
       nelle stanze vuote si sente battere il nostro cuore.
       Per una amara parola che ci hai lasciato stamani
15        tutt’oggi non mi sono seduta.
       Ma ci nega uno sguardo la sera
       ma anche questa giornata è perduta.
       Se non si dimentica, se non si consola
       se non si rasserena
20        se la sua carezza è mancata
       se non confida la sua pena
       allora questa casa è sbagliata
       allora la vecchia fede è vilipesa.
       Sei un uomo e forse volevi una donna di gioia
25        non una fedeltà, ma una sorpresa.
       O se non mi avesse sposata!
       almeno sarebbe durato l’amore
       un poco per giorno te l’avrei misurato.
       Ma chi conosce il suo pensiero
30        il suo desiderio si è allontanato.
       Mi sono aperta troppo, mi sono sfogliata
       son brutta e non ho più nulla da dare;
       nessuno mi ha insegnato a vestire
       e perché mi levavano i fiocchi quand’ero piccina.
35        Allora la vecchia fede mi ha ingannata
       Allora non gli son più vicina.
       Sei brutta e hai perso il suo pensiero
       il suo desiderio si è allontanato.
       Ma dicevi che è bello il viso più usato
40        dolce carezza la mano operosa:
       ora ti aspetta la mano ruvida
       ora ti aspetta il viso scavato
       ora, finita la donna
       ti aspetta la tua sposa.
45        Ritorna, te che sei stato il mio fidanzato
       quando camminavamo sulle cime
       la strada d’oro che solo insieme possiamo scoprire.
       Quel che ti manca in me, l’amore te lo fa mancare.
       Amami e sono vergine ancora
50        tanto bene nuovo ti debbo ancora dare.
       Ma solo cose assenti lo fanno amare
       cose invisibili lo fanno soffrire
       non per me che son sempre uguale
       io che sono tanto noiosa, vero
55        allora se fossi lontana
       allora se potessi morire
       ma chi conosce il suo pensiero…

“Che uomo era, dunque, Piero Jahier? che scrittore, che poeta era, dunque, Piero Jahier? Ciascuno ha il suo giudizio, oggi; io seguo, direi insegno, il mio. Sia giusto o meno, e per le generali intanto, lo avvicino e lo raffronto, per segni continui e particolari, a Rebora e a Mandel’stam. A uno, per la costante tensione, che incrudeliva e poi finiva a sovrastare, per perdersi, dico meglio: immergersi negli altri come atto inevitabile necessario urgente di conoscenza di sé e del mondo, di cui tuttavia era, il prossimo, in ogni momento protagonista inesorabile. Ricercare e avvicinarsi agli altri era come ferirsi di volta in volta per riconoscere il proprio sangue, assaporare quasi amaramente la propria vita già trascorsa, trasferirsi in una disposizione di quotidiana attesa. Era insomma una forma dura di donazione. All’altro, per questo impedimento esistenziale di trovare riposo, di rasserenare il cuore e soprattutto i pensieri; per questa continua, prolungata ambivalenza esistenziale fra la ricerca di un approdo dell’anima e la pulsione acuminata dell’esistenza quotidiana che non dava tregua: ‘Se l’anima indietreggia, indietreggia anche la poesia’”. 
Roberto Roversi
Leggi l’intero saggio di Roversi:
http://www.robertoroversi.it/saggi-critici/item/634-uno-scrittore-dipinto-da-uno-scrittore-pietro-jahier.html

Mario Pezzella, Sarà un 8 settembre? (Le parole e le cose)

“Vedo che i filosofi discutono a proposito del contagio: è vero, è falso, è virtuale, è biopolitico, serve a introdurre uno stato d’emergenza, no l’emergenza c’è già, bisogna confidare nella scienza, no la scienza è una macchinazione, etc. È probabile che il paradigma biopolitico non spieghi interamente il presente stato di cose. Il “governo dei corpi” sta lasciando il posto a un disordine reattivo della natura, che pone in primo piano l’emergenza ecologica: la situazione attuale deriva dall’incapacità crescente a governare in modo non autodistruttivo la vita biologica.” Leggi il resto dell’articolo:
http://www.leparoleelecose.it/?p=37917#more-37917

Chiaroscuri ‘900 (VI). Corrado Govoni, Armonie (di un mondo alla rovescia)

Senza titolo-1

Non so quanto Corrado Govoni si studi nelle scuole. Credo che si legga di passaggio e che venga sbrigativamente catalogato come crepuscolar-futurista,  prima di passare ad altro. Come tutti gli strumenti, anche il concetto di poetica può diventare soffocante o riduttivo quando viene usato come semplice etichetta. In Armonie, un titolo del quale il lettore scopre l’intento beffardo già dopo pochi versi, qualche lucina crepuscolare è accesa (il girovago, la bimba malata…), ma sono fanali disseminati lungo il percorso solo per consentire al poeta ragazzaccio di prenderli a sassate assecondando un impeto di antipoesia o per raffigurare un mondo crudelmente rovesciato: a incominciare da quella scimmia che non è più la bestiolina ridicola delle fiere paesane, ma la parodia di una prostituta. Ogni strofa ci propone un capovolgimento – parodistico, ma anche orrifico – di un mondo inaccettabile, culminante nel delirio del paziente che canta mentre gli viene cavato un occhio. 

Armonie

Un girovago porta in giro su una spalla
una scimmia vestita alla garibaldina
che si gratta il didietro lustro come una cipolla,
rialzandosi comicamente la gabbana.

Una tribù di Pelli Rosse infilza sopra un’asta
un marinaio e poi gli balla intorno urlando percuotendosi nel petto.
Alla porta d’un gran palazzo in mezzo a una foresta
un servo attacca a un chiodo un cartello d’affitto.

In una piazza un orso zoppo salta
con un fantoccio acconciato di fasce.
Piangendo, nella gabbia, un innocente ascolta
legger la sua condanna mentre il popolo applaudisce.

Una bimba malata, in un cortile senza erba,
mangia svogliatamente dei pasticcini caldi.
Su la soglia d’una chiesetta un’orba
conta nella saccoccia il suoi soldi.

Dei collegiali vedon stando dentro l’oratorio
una giovine pettinarsi con il petto aperto,
a una finestra. Ed una pazza recita il rosario
ridendo accanto al suo figlio morto.

Una vedova in una stanza osserva attenta
la sua dentatura guasta in uno specchio.
Nella sala d’un ospedale un uomo canta
mentre i chirurghi gli cavano un occhio.

Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet, a cura di Francesco Targhetta

Altri chiaroscuri ‘900:

Palazzeschi: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/15/chiaroscuri-900-aldo-palazzeschi-lantidolore/

Farfa: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/16/chiaroscuri-900-ii-farfa-tuberie/

Govoni: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/17/chiaroscuri-900-iii-il-poeta-dentro-e-fuori-corrado-govoni/

Depero: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/01/26/un-futurista-fuori-sede-fortunato-depero-a-new-york/

Govoni: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/05/05/chiaroscuri-900-iv-i-fuochi-dartificio-di-govoni-1905/

Mariangela Gualtieri, 9 marzo 2020

Questo ti voglio direci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.
Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.
E poiché questo
era desiderio tacito comune
come un inconscio volere –
forse la specie nostra ha ubbidito
slacciato le catene che tengono blindato
il nostro seme. Aperto
le fessure più segrete
e fatto entrare.
Forse per questo dopo c’è stato un salto
di specie – dal pipistrello a noi.
Qualcosa in noi ha voluto spalancare.
Forse, non so.
Adesso siamo a casa.
È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.
È potente la terra. Viva per davvero.
Io la sento pensante d’un pensiero
che noi non conosciamo.
E quello che succede? Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato
l’universo intero, se quanto accade mi chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come
ogni stella – ogni particella di cosmo.
Se la materia oscura fosse questo
tenersi insieme di tutto in un ardore
di vita, con la spazzina morte che viene
a equilibrare ogni specie.
Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,
guidata. Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.
Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze
delle antiche antenate, delle madri.
Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.
A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro

Il video della domenica 2. Il virus e la divulgazione culturale

Il video della domenica. Andrea Pennacchi, “Orizzonti di mona”, monologo

https://www.la7.it/propagandalive/video/andrea-pennacchi-e-il-monologo-del-suo-pojana-orizzonti-di-mona-14-02-2020-307541?fbclid=IwAR37THkd9G0_geBpLa0oRepRBJQbLVbOaK_bQDsL5R61-Jd0DABsbR2G9DA

Jean Tardieu. Conversazione sinfonietta. Audio/Radiospazio. durata 11′

07. tardieu.conversazione sinfonietta

Che cosa succede quando agli strumenti di un concerto si sostituiscono le voci degli attori? Verrebbe da rispondere: l’Ineffabile della Musica si trasforma in chiacchiera. Infatti quello che Tardieu mette in scena travestendolo della prosopopea della musica è il nostro parlato quotidiano, la nostra propensione a raccontare banalità spacciandole per romanzi e riflessioni profonde. Il risultato di questa mascherata linguistico-musicale è un grottesco esilarante che fa di questa piccola pièce un gioiello del teatro dell’Assurdo.

 

Alice Oliveri, Ce lo meritiamo Ecce Bombo (The Vision)

“Giusto un paio di anni fa, quando il fenomeno Rovazzi era nel pieno del suo splendore, nella sua seconda grande hit Tutto molto interessante c’era una citazione molto familiare: “Faccio cose, vedo gente”. Tra Fabio Rovazzi e Nanni Moretti, mi sembra inutile sottolinearlo, intercorre una distanza generazionale considerevole – oltre che un’evidente lontananza in fatto di forma e contenuto. Eppure, quella frase ormai completamente svuotata dal suo valore originario suona comunque bene nella canzone, richiamando a quello che ormai più che una citazione è un modo di dire.”

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Le figurine di Radiospazio. La ricerca dell’intimità

Durante il viaggio di ritorno lui le chiese: «Come fai? La tieni?».
«Cosa?»
«La tieni per due giorni. Finché non torni a casa.»
Quando comprese il significato delle parole di Leonard Madeleine gridò: «Ma cosa stai dicendo?».
«Non hai mai cagato nemmeno una volta in mia presenza.»
«In tua presenza?»
«Quando sono presente. O nei paraggi.» «E qual è il problema?»
«Il problema? Non c’è problema se dormi con me una notte e al mattino vai a lezione e poi torni a casa tua a farla. Si può capire. Ma se stiamo insieme due giorni, quasi tre, e mangiamo carne e pesce e tu non caghi neanche una volta, posso solo concludere che sei decisamente un tipo anale.» «E allora? È una cosa imbarazzante!» disse Madeleine. «Okay? Per me lo è.»
Leonard la fissò inespressivo e disse: «Ti disturba quando cago io?».
«Ne dobbiamo proprio parlare? È un po’ volgare.»
«Ritengo che sia necessario. È evidente che quando siamo insieme tu non sei molto rilassata, e io sono – o così credevo – il tuo ragazzo, e questo vuol dire – o dovrebbe voler dire – che sono la persona con cui dovresti essere più rilassata. Leonard uguale massima rilassatezza.»

Igino Domanin, Pensare dentro l’emergenza (Le parole e le cose)

“Cosa succede, invece, quando arriva un pericolo esterno, un’aggressione della nostra natura umana, che non è in nostro potere e che sconvolge quella idea molto radicata per cui il tratto fondamentale della condizione umana parrebbe determinato da questa onnipotenza del volere, da una supposta artificializzazione assoluta, da una decisione a cui è appesa l’intera possibilità della realtà? In effetti, il disagio che provoca la situazione dell’epidemia di Coronavirus, in me e in molti altri, è la mancanza di risposte. Un’alterità insorta naturalmente, che si rapporta a me e che non dipende da me e che mi condiziona in modo radicale fino a minacciare sordamente la mia stessa esistenza. Un’alterità che non è costrutto, che esorbita dalla mia decisione, che è un Fuori, una Esteriorità senza ancora un linguaggio in grado di descriverla, ma posso solo nominarla: Covid 19.”

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