Beethoven “La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia. Chi penetra il senso della mia musica potrà liberarsi dalle miserie in cui si trascinano gli altri uomini.”
(Vero, ma con tutta la devozione per il Cigno di Bonn vale anche per questa piccola Sonata in Do maggiore K 95 di Domenico Scarlatti. N.d.R.)
Le figurine di Radiospazio. La farina

La farina! Masa sapeva bene quel che è la farina e quanto le costasse; la farina che le si attaccava alle dita, chiusa nella madia con un rispetto quasi fanatico. Mangiava le fette di pane come un ragazzo di montagna si mette in bocca per la prima volta un pezzo di dolce ed ha paura di finirlo troppo presto. Senza toccarlo con le labbra, tagliandolo a morsi, con un movimento ammodato di tutta la bocca, lo inghiottiva con gli occhi fermi su quello che stringeva tra le dita; con una gamba sopra l´altra. La farina era lei stessa e tutta la sua famiglia. E Giacco diceva: «Non siamo fatti di pane anche noi?». E quando ficcava il braccio nudo dentro un sacco di grano, per assicurarsi che non fosse riscaldato, pareva che tutti i chicchi volessero andarglici attorno. Masa gli chiedeva: «Ci sono entrati i farfallini?» «Sarebbe meglio che si rompessero le costole a te». Masa arrossiva; ma era contenta.
Michela Curcio, David Grossman: «Il coronavirus ci farà rivedere le nostre priorità» (Inchiostronline)

«Ci sarà – spiega – chi, per la prima volta si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi. Sugli amori che non ha osato amare. Sulla vita che non ha osato vivere. Uomini e donne si chiederanno perché sprecano l’esistenza in relazioni che provocano loro amarezza. Ci sarà forse chi si domanderà perché israeliani e palestinesi continuino a lottare a distruggersi la vita a vicenda da oltre un secolo, in una guerra che avrebbe potuto essere risolta da tempo». E conclude: «Ci sarà forse chi, osservando gli effetti distorti della società del benessere, si sentirà nauseato e fulminato dalla banale, ingenua consapevolezza che è terribile che ci sia gente molto ricca e tanta altra molto povera. Che è terribile che in un mondo opulento e sazio non tutti i neonati abbiano le stesse opportunità. E forse anche i mass media, presenti in modo quasi totale nelle nostre vite e nella nostra epoca, si chiederanno con onestà quale ruolo abbiano giocato nel suscitare il generale senso di disgusto che provavamo prima dell’epidemia».
Leggi l’articolo:
https://www.unisob.na.it/inchiostro/index.htm?idrt=9391&fbclid=IwAR3I0pedEyLVQ5Q_XkUtKv264HGH6j-vKjNsHqpbxURP5Bj4KvCL40XTQ6A
La piccola tragedia di un timido. CESARE ZAVATTINI, LETTERE ANONIME

Chi si ricorda di Cesare Zavattini? Gli spettatori cinematografici che conoscono un poco la grande stagione neorealista lo associano, come sceneggiatore, a Vittorio De Sica col quale firmò alcuni capolavori. Tre titoli bastano: Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano.
Agli spettatori più giovani o più disattenti il nome di Zavattini forse non dice molto; invece dovrebbero vedere in lui un battistrada, un precursore.
La cosa andò così: la mattina del 12 novembre 1976, Zavattini era stato invitato come ospite ai microfoni di radio rai. In quegli anni gli speaker della radio (per non parlare degli attori) erano tenuti a parlare un italiano forbito, asettico, dignitoso, senza inflessioni dialettali e soprattutto attento a non urtare la suscettibilità di nessuno.
Sul finire della trasmissione il conduttore chiese a Zavattini se avesse un messaggio col quale chiudere, un concetto che gli sarebbe sempre piaciuto esprimere ma che per qualche ragione non aveva mai reso pubblico. Zavattini si avvicinà sul microfono per ottenere un robusto primo piano e con la sua vociona emiliana disse: “Cazzo!” Raramente una parola sola ne produsse tante quante quel semplice bisillabo: prime pagine, interpellanze parlamentari, tavole rotonde con sociologi, moralisti, studiosi di costume, ecc. L’Italia per un giorno si fermò: nessuno pensava che qualche decennio più tardi il bisillabo sarebbe diventato un condimento linguistico diffuso come l’aceto balsamico di serie b.
Ho ricordato questo piccolo episodio perché, non so come, mi sembra da mettere in relazione col breve racconto di Zavattini sul tragicomico stratagemma di un timido che tenta di evadere dal controllo della moglie. Non so se questo nesso lo vedo solamente io.
Il signor Picotin si affacciò alla finestra. — Che bella sera, — esclamò volgendosi alla signora Picotin che stava leggendo. Ma la sua timidezza gli impediva di esprimere i suoi reali pensieri, infatti dopo un lungo silenzio, disse: — Elvira, vado a comperare un sigaro —. La moglie alzò lentamente il capo dal giornale, suonò il campanello: accorse la donna di servizio. — Maria, il signore ti manda a comperare un sigaro…
La signora s’immerse nella lettura. Maria andò a comperare il sigaro, Picotin si affacciò di nuovo alla finestra. «Mai, mai ch’io possa uscire solo soletto alla sera?» pensava.
Alcune sere dopo i coniugi Picotin stavano terminando il pranzo quando Maria portò una lettera per Picotin. Questi pian piano l’aprì, si mise gli occhiali, la scorse in un baleno. Erano poche parole. Il signor Picotin si alzò in piedi e gridò: — Ah, ah, ah… — Si fermò in faccia alla signora Picotin, agitò la lettera in aria, poi la gettò sul tavolo esclamando con voce drammatica: — È terribile, è terribile… — E prese il cappello e il bastone e uscì ripetendo: — È terribile, è terribile, — mentre sua moglie esterrefatta leggeva le poche parole della misteriosa lettera: «Vostra moglie vi tradisce».
All’angolo della strada il signor Picotin trovò il suo amico Salon che lo aspettava.
— Com’è andata? — gli chiese Salon.
— Benissimo, – rispose Picotin ridendo, — benissimo. Elvira è rimasta senza parola: io, naturalmente facendo fuoco e fiamme, me ne sono venuto via.
I due amici passarono una serata allegrissima. Quando si separarono, a mezzanotte, Salon disse: — E sabato? Sabato verrà anche Perier, andremo a teatro.
— Sabato, altra lettera anonima. Farò una scenata, una spaventosa scenata e uscirò sbattendo la porta. Tu aspettami alle otto in punto all’angolo della strada.
Il sabato, alle otto in punto, recapitarono una lettera al signor Picotin. La moglie era visibilmente impallidita. Picotin inforcò gli occhiali, lesse la lettera, si alzò in piedi, levò in alto i pugni, poi li abbatté fragorosamente sul tavolo urlando: — È vero, è vero, non può essere che vero. Tu mi tradisci !—
Picotin si avviò verso l’uscio emettendo dei suoni che secondo lui, dovevano dimostrare quanto fosse esacerbato il suo animo.
Stava per varcare la soglia della camera da pranzo quando la moglie lo chiamò: — Picotin… — Picotin aveva appena fatto in tempo a voltarsi che la signora Elvira gli si gettava ai piedi piangendo: — Picotin uccidimi, Picotin scacciami, hai ragione… sono stata un’ingrata; ma fu un momento di debolezza, te lo giuro, Picotin.
La signora Picotin, sempre aggrappata ai piedi del marito, si confessò per un’ora. E non è necessario riferire tutti i particolari che Picotin apprese da lei sulla sua adultera relazione con il signor Dodette.
Cesare Zavattini, Lettere anonime, “Al macero”, Einaudi
Wu Ming, Sisyphus. Il devastante impatto dell’emergenza coronavirus su librerie e case editrici

“Quale è stato il criterio adottato nella scelta dei beni considerati di prima necessità? In molti si sono chiesti come mai i negozi di informatica e telecomunicazioni e le profumerie fossero stati inclusi e le librerie no. Non è il caso di buttare la croce addosso alle profumerie: la cura e l’igiene del corpo sono sacrosante, anche in tempi di distanziamento sociale, tanto quanto la cura e l’igiene della mente. La produzione e la circolazione di cultura e sapere critico sono fondamentali soprattutto in momenti come questo, momenti di crisi in cui non esistono ricette pronte e si prendono misure emergenziali che potranno modificare per sempre le nostre vite.
Il rigore con cui sono state chiuse le librerie stride col modo in cui si è concesso a Confindustria di tenere aperti comparti realmente inutili come per esempio la produzione delle armi – produzioni dannose in tempi normali, figuriamoci in tempi di epidemia.”
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https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/sisyphus-coronavirus-editoria/?fbclid=IwAR14-9wGIwbuc3GIa5s3n71QPxivyzzqHQl_y5Hc8Re91R3QktG174vFoas
Annie Arnaux, Lettera al Presidente Emmanuel Macron (Le parole e le cose)

“Sappia, signor Presidente, che non ci lasceremo più rubare la nostra vita, non abbiamo che questa e “nulla vale quanto la vita”…
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http://www.leparoleelecose.it/?tag=annie-ernaux
Goffredo Parise, Il rimedio è la povertà (1974) (Italia che cambia)

“Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.
I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia.”
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https://www.italiachecambia.org/2017/12/goffredo-parise-rimedio-poverta/
Le figurine di Radiospazio. La scoperta dell’utile

La natura e l’esperienza, dopo matura riflessione, mi insegnarono che tutte le buone cose di questo mondo sono buone per noi solamente in quanto ci sono utili; e che, per quanto ne accumuliamo per darle agli altri, noi stessi ne possiamo godere appena quel tanto che possiamo usare e non di più. L’avaro più avido e rapace del mondo, sarebbe guarito due volte del suo vizio se si fosse trovato nei miei panni, possedendo infinitamente di più di quello che avrebbe potuto usare. Non avevo ragione di desiderare nulla, tranne cose che non avevo e queste non erano che piccolezze, sebbene molto utili per me. Avevo, come ho accennato prima, un mucchietto di danaro, in oro e argento, circa trentasei lire sterline. Ahimè! quella robaccia vana ed inutile era stata buttata da una parte; non sapevo che farne; e spesso dicevo fra me che ne avrei data una manciata in cambio di una grossa di pipe o di un mulino a mano per macinare il mio grano; anzi, l’avrei data tutta per pochi centesimi di semi di rapa o di carota inglese o per un pugno di piselli e di fagioli e una bottiglia d’inchiostro. Così com’era, non me ne veniva il minimo vantaggio, né il minimo beneficio; giaceva in fondo a una cassetta e durante la stagione delle piogge l’umidità della grotta vi faceva crescere sopra la muffa; se la cassetta fosse stata piena di diamanti sarebbe stata la stessa cosa per me; non avrebbero avuto nessun valore, perché non mi sarebbero stati di nessuna utilità.
Il video della domenica. Lucia Bosè (da "Non c'è pace tra gli ulivi", di Giuseppe De Santis, 1950)
Laura Marchetti, La civiltà è Enea che porta Anchise sulle spalle (Il Manifesto)

“La civiltà si fonda e nasce quando Enea in fuga dall’incendio, porta con se il vecchio padre sulle spalle e, per mano, il giovane figlio.
La pietà, che è la sua qualità esistenziale e la sua qualità sociale, lo spinge nell’aiutare, includere tutti, curare tutti, anche a scapito della propria sopravvivenza, del proprio potere.
Quella pietà è anche l’intelligenza della specie, in quanto la specie sopravvive, sottolineano i biologi della complessità, non nella lotta ma perché la madre continua ad allattare il figlio e perché gli uomini, anche quando vivono rintanati, non sono topi che si distruggono ma anzi si prestano soccorso.”
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https://ilmanifesto.it/la-civilta-e-enea-che-porta-anchise-sulle-spalle/Leggi il resto dell’articolo
#IoRestoacasa… ma posso andare a teatro in streaming
https://www.teatro.it/notizie/lirica/iorestoacasa-30-produzioni-della-scala-su-raiplay-e-rai5
Tutti (o quasi) siamo tappati in casa. E i teatri resteranno off limits per un bel po’. Per chi non vuole rinunciare all’opera, alla prosa e alla musica, ecco una piccola guida all’offerta on line gratuita.
Intervista con Borges, La letteratura non è fatta di parole
Giuseppe Rizzo, Alberto Arbasino. Intervista Frankenstein (Rivista Studio)

Le abbiamo chiamate Interviste Frankenstein per un motivo semplice: sono composte da decine di pezzi di decine di diverse interviste, vecchie e nuove, ripescate dagli archivi dei giornali e del web, smontate e rimontate e riscritte per noi da Giuseppe Rizzo. Ogni domanda modificata, è modificata a fin di bene.
“Alberto Arbasino è uno stronzo. Oppure no. Alberto Arbasino è un genio. Oppure no. Alberto Arbasino è: il più grande stronzo geniale leggerino provinciale complesso cosmopolita narciso moralista vago vecchio chirurgico snob scrittore pop italiano. A seconda che siate un guelfo o un ghibellino (eterna divisione nazionale) potete cancellare gli aggettivi che vi piacciono meno. Li ho incontrati passando in rassegna molto del materiale pubblicato su Arbasino dalla pubblicazione del suo primo libro, Le piccole vacanze (1957), fino al suo ultimo, Pensieri selvaggi a Buenos Aires (2012).”
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https://www.rivistastudio.com/alberto-arbasino/
Le figurine di Radiospazio. Alberto Arbasino, Il 63

L’annata letteraria 1963 può anche fare impressione, adesso, retrospettivamente, paragonando la quantità e qualità dei titoli usciti allora (dalla Cognizione del dolore in giù…) con i prodotti di qualunque stagione più attuale. Ma per Anceschi e il verri c’era ancora parecchio da rifare, nelle annate seguenti. E del Gruppo 63 si sono date per decenni letture malevole e pettegole. Ma al di là degli ambiziosi ed elaborati progetti intellettuali, ecco a Palermo una piattaforma generazionale di coetanei trentenni piuttosto disparati: vasta gamma! E soprattutto, già piuttosto ben sistemati, nelle università e nell’editoria e in vari media. Però, su impulso del Professore [Luciano Anceschi, N.d.R], uniti e decisi a risollevare gli standard qualitativi della patria cultura, approfittando di quella prima congiuntura economica favorevole dopo secoli – il famoso boom – per liberare il letterato italiano tradizionalmente clientelare e bisognoso e famelico, dunque prono ai più ossequiosi compromessi davanti al Potere. E lo si era appena visto col Fascio. Basterà però qui ricordare il divario fra le tante colazioni e tavole apparecchiate nella pittura post-impressionista, e le innumerevoli varianti del popolare sketch nostrano col comico affamato di spaghetti in visita dai parenti più agiati con la marmitta fumante all’ora del pasto. D’accordo, allora: utilizzare quell’inizio di prosperità inopinata non per far carrierismi istituzionali. Nelle stanze dei bottoni culturali c’eravamo già un po’ tutti. Né eravamo ‘contestatori’ da mansuefare con l’offerta di un Posto. E nemmeno ‘sfruttatori’ per approfittare commercialmente del mercato piccolo-borghese. Piuttosto, si tendeva a svolgere una ricerca letteraria disinteressata e ‘alta’, rivisitando le avanguardie storiche secondo un pensiero ‘novissimo’, senza l’assillo o l’alibi della famigliuola pigolante per cui – «Nato con Ideali Elevatissimi» – il Poeta si riduceva a far la serva per ‘sbarcare’ quella robaccia italiana che è il lunario. E non cadere nell’altrettanto abominevole e tipico dimenticatoio.
Il video della domenica La classe morta, ricostruzione del capolavoro di Tadeus Kantor, spettacolo completo

“Non è vero che l’uomo moderno è uno spirito che ha vinto la paura. Non è vero. La paura esiste. La paura davanti al mondo esterno. La paura davanti alla morte, davanti all’ignoto. La paura davanti al nulla, davanti al vuoto. Non è vero che l’artista è un eroe o un conquistatore intrepido, come vuole una leggenda convenzionale. Credetemi, l’artista è un uomo povero, senza armi e senza difese che ha scelto il suo testo faccia a faccia con la paura, pienamente consapevole.”
Dalla allocuzione pronunciata da Tadeus Kantor a Basilea nel 1978 in occasione del conferimento del Premio Rembrandt