Greta Giglio.“Ah, mi dispiace: ma io so’ io e voi…” (BombaCarta)

Qual è il senso del nome che ognuno di noi porta, dal momento in cui nasce fino alla sua morte?
“Certamente il nome è qualcosa di tuo, ma non sei tu a sceglierlo, poiché ti viene dato; né sei tu a usarlo, nonostante serva a te per distinguerti dagli altri. Sono proprio gli altri a dare senso al nome, nel momento in cui ci viene chiesto: “Come ti chiami?”, a cui rispondiamo con facilità.
Non è altrettanto immediato rispondere alla domanda “Chi sei?” perché la mediazione del nome sparisce e ci viene richiesto qualcosa di più complesso: la nostra identità. L’identità non ci viene data, ma si costruisce nel tempo, attraverso quelle stesse relazioni con gli altri che consentono a un individuo di trovare il suo senso d’essere.”
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https://bombacarta.com/2020/03/02/ah-mi-dispiace-ma-io-so-io-e-voi/
1° maggio. Paolo Volponi, Il primo giorno di fabbrica (da Memoriale)

Io avevo paura di questo inizio, soprattutto paura che la fabbrica potesse assomigliare all’esercito ma mi trascinava il pensiero del lavoro da imparare. Aspettando per pochi minuti Grosset guardavo la macchina che egli prima stava riparando. Forse proprio quella sarebbe capitata a me: lo speravo, lieto che anch’essa dovesse ricominciare dopo un guasto. Grosset arrivò puntualmente; ripose i giornali, riprese il suo camice e ricompose con il suo sguardo la nostra squadretta di nuovi. Intanto arrivavano alla spicciolata tutti gli altri operai, con aria indolente e quasi ribelle.
Alle cinque, noi quattro nuovi avevamo avuto la prima spiegazione di Grosset e potevamo incominciare qualche esercizio pratico. Tutto andò bene. Io mi sentivo bene, anche se lavoravo con il mio abito buono e pesantissimo che mi faceva sentire molto caldo; ma Grosset non mi disse mai di togliermi la giacca.
Un quarto d’ora prima dell’orario di chiusura, il capo ci rimandò all’Ufficio Personale. Lì ci consegnarono la cartolina-orologio, indicandoci dove custodirla e come servirsene. Ci dissero di andare allo spaccio interno per l’acquisto degli indumenti da lavoro. Io comperai una tuta, a due pezzi come un abito borghese.
Uscii dalla fabbrica con il mio pacchetto sotto braccio, molto stanco e, appena l’aria di fuori mi investì con un caldo diverso, ebbi paura; mi sembrava di essere lontanissimo da Candia e da casa mia e di non poter trovare la strada per tornarci, tra tutta quella gente che usciva e che si salutava con un ultimo discorso, a voce alta e con una convivenza che mi allontanava ancora di più da tutti loro.
Arrivai a casa che era già notte. Trovai mia madre in cucina, seduta al buio; appena mi vide cominciò a piangere. Io la tranquillizzai su tutto e le dissi che avevo un lavoro, un buon lavoro con un salario di quarantamila lire, la mensa, le corriere e tutto il resto.
Lei mi diede da mangiare verdure del nostro orto, che ancora alla fine di luglio, dava piselli e fagiolini, oltre ai pomidori, nel pezzo dietro a casa, a nord, più umido e riparato da due alberi di noce. Io le mostrai la divisa di lavoro che avevo acquistato e lei volle subito, mentre io mangiavo, rinforzare tutti i bottoni con un filo più grosso.
Angela D’Agostino. La Tintoretta: “Anima mia, tu sei il mio capolavoro” (L’Undici)

“Vi racconto la storia di Maria Robusti figlia illegittima del Tintoretto, di una bambina nata fuori dal matrimonio e cresciuta fuori dalle regole, una immagine forte di una figlia unita dall’amore e dall’arte con il padre, in una Venezia cinquecentesca centro cosmopolita del commercio e dell’arte, dove le donne o si sposavano o erano monache. Le donne pittrici erano per lo più le vedove di pittori, che, trovandosi in difficoltà economiche, tiravano avanti con la bottega dei mariti. Così ne parla il Ridolfi, nel 1648: ” Visse dunque in Venetia Marietta Tintoretta, figliola del famoso Tintoretto, e delitie più care del genio suo, da lui allevata nel disegno e nel colorire, onde poscia fece opere tali, che n’hebbero gli Huomini a meravigliiarsi del vivace suo ingegno; ed essendo piccoletta vestiva da fanciullo, e conducevala seco il Padre dovunque andava, onde era tenuta da tutti un maschio“.”
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http://www.lundici.it/2015/04/la-tintoretta-anima-mia-tu-sei-il-mio-capolavoro/
Le figurine di Radiospazio. Il principe di Palagonia

Palermo, giovedì 12 Aprile 1787
Questa sera vidi soddisfatto un mio desiderio e a dire il vero in modo abbastanza strano. Stavo sul marciapiede della strada maestra davanti alla bottega di un certo merciaiolo, scherzando con lui; quando tutto ad un tratto mi passò davanti uno staffiere di alta statura vestito con eleganza, il quale portava un piatto d’argento su cui stavano molte piccole monete di rame e alcuni pezzi pure d’argento. Non sapendo che cosa volesse ciò significare, crollai il capo e alzai le spalle come si suol fare quando uno si vuole liberare da una domanda alla quale non si sa come, ovvero non si vuole dare risposta. Lo staffiere continuò la sua strada ed osservai allora sul marciapiede di fronte un suo compagno intento allo stesso ufficio. «Che cosa vuole ciò significare?» domandai al merciaiolo il quale, quasi nascondendosi, mi additò col gesto un signore di alta statura, magro, vestito con ricercatezza, che camminava con grande sussiego al centro della strada e in mezzo al fango. Aveva il capo ricciuto, colla cipria, teneva il cappello sotto il braccio, portava la spada al fianco ed era vestito di seta con calze, scarpe e fibbie guernite di brillanti. Era persona già attempata e camminava serio nell’aspetto senza darsi pensiero di tutti gli sguardi sopra di lui rivolti. «Egli è il principe di Palagonia», mi disse il merciaiolo, «il quale, di quando in quando, percorre la città allo facendo la colletta per il riscatto degli schiavi che stanno in Barberia. A dir la verità, raccoglie poco danaro, ma ciò vale sempre a mantenere viva la memoria di quei poveretti, e spesso chi ha conosciuto una sorte simile a quella di quei disgraziati, quando è in punto di morte lascia somme cospicue per il riscatto degli schiavi berberi. Da molti anni il principe di Palagonia è presidente dell’opera pia che mira a questo scopo, e ha fatto molto bene.» «Avrebbe dovuto impiegare a questo nobile fine il danaro che ha sprecato malamente nelle pazzie della sua villa,» commentai io. «Siamo fatti tutti così,» replicò il merciaiolo, «sprechiamo volentieri il nostro danaro per mantenere le nostre pazzie; per praticare la virtù, lo domandiamo agli altri.»
25 aprile. Yves Montand, Il canto dei partigiani francesi (con traduzione)

https://www.youtube.com/watch?v=DeXraool4QE
Il Canto dei partigiani o Canto della liberazione è l’inno della Resistenza francese sotto l’occupazione nazista durante la Seconda Guerra Mondiale. Scritto nel 1943, le parole sono di Joseph Kessel e di Maurice Druon, la musica è di Anna Marly
[La canzone comincia con i rumori e le voci di soldati tedeschi che marciano su Parigi]
Amico, lo senti il nero volo dei corvi sulle nostre pianure?
Amico, le senti le grida sorde del paese che è incatenato?
Ohé, partigiani, operai, contadini, è l’allarme.
Stasera il nemico saprà il prezzo del sangue e delle lacrime.
Salite dalla miniera, scendete dalle colline, compagni!
Fuori i fucili dalla paglia, e le granate, e la mitraglia.
Ohé, uccisori all’arma bianca e da fuoco, fate presto!
Ohé, sabotatore, attento al tuo fardello: dinamite…
Siamo noi che spezziamo le sbarre delle prigioni per i nostri fratelli
Con l’odio in bisaccia e la fame che ci spinge, e la miseria.
Ci son dei paesi dove la gente sogna nel proprio letto.
E qui, lo vedi, noi si marcia, si uccide e si crepa.
Qui ognuno sa quel che vuole e che fa quando passa.
Amico, se cadi un amico esce dall’ombra al tuo posto.
Domani, nero sangue seccherà al sole vivo sulle strade.
Cantate, compagni, nella notte la Libertà ci ascolta.
Amico, le senti le grida sorde del paese che è incatenato?
Amico, lo senti il nero volo dei corvi sulle nostre pianure?
Oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh…
Ute Lemper, “Wiegenlied” (“Ninna Nanna”). Sottotitoli in italiano
“Quando Johanna Spector era a Buchenwald, ascoltò una ninna nanna in versi, una filastrocca della buona notte
Danuta, la donna con la borsetta. (I viaggiatori ignoranti)

Era il 13 aprile del 1985 quando a Växjö, Svezia, alcuni aderenti al Partito del Reich Nordico, movimento d’ispirazione nazista fondato nel 1956 sempre in Svezia, decisero di manifestare attraversando la città. Durante lo svolgimento della mesta processione, un uomo scattò una fotografia entrata nella storia: la donna con la borsetta (in svedese Kvinnan med handväskan). Il fotografo, Hans Runesson, immortalò una donna nel momento in cui picchiava, con la propria borsetta, un nazista.
La fotografia, apparsa il giorno seguente su alcuni quotidiani svedesi, fece ben presto il giro del mondo grazie alla pubblicazione sui quotidiani inglesi due giorni dopo gli avvenimenti della piccola cittadina svedese.
La donna protagonista della fotografia si chiamava Danuta Danielsson, mentre il nazista è Seppo Seluska.
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Le figurine di Radiospazio. Acqua e sapone

Tom fu chiamato a vestirsi per la scuola domenicale. Mary gli diede un catino pieno d’acqua e un pezzo di sapone, e lui uscì dalla porta e mise il catino su un panchetto; poi tuffò il sapone nell’acqua e lo depose; si rimboccò le maniche; versò adagio l’acqua per terra, e poi entrò in cucina, e prese ad asciugarsi diligentemente la faccia sull’asciugamano dietro l’uscio. Ma Mary tolse l’asciugamano e disse: “ Ma non ti vergogni, Tom? Non devi essere tanto cattivo. L’acqua non ti farà male.” Tom rimase un tantino sconcertato. Il catino fu riempito di nuovo, e stavolta lui gli si piazzò davanti, per un po’, prendendo il coraggio a due mani; poi trasse un profondo respiro e cominciò. Quando entrò in cucina, poco dopo, tenendo gli occhi chiusi e cercando l’asciugamano a tentoni, un’onesta testimonianza d’acqua saponata gli gocciolava dal viso. Ma quando emerse dall’asciugamano, non era ancora a posto; perché il territorio ripulito finiva bruscamente al mento e alle mascelle, come una maschera; sotto e oltre questa linea c’era una scura distesa di terreno non irrigato che davanti si spandeva verso il basso e dietro intorno al collo. Mary prese in mano la faccenda, e quando ebbe finito Tom era ridiventato un bianco, senza possibilità di errore.
Cento anni di leggerezza. Auguri all’inimitabile Gianrico Tedeschi
Da “Il poeta e il contadino” (1973)
Anna Meldolesi. Il ritorno del rame: su questo metallo, il virus ha le ore contate (7 Il Corriere della sera)

A contatto con il rame il Covid-19 sopravvive 240 minuti, poco rispetto ad altre superfici. E, anche se sembra scomparso, in casa è ovunque: dentro tv, lampade, cellulari, frigoriferi, automobili. Perché non usarlo di più?
Ai giorni nostri fa funzionare i cavi superconduttori del tempio mondiale della fisica, il Cern di Ginevra. Cinquemila anni fa Ötzi, l’Uomo del Similaun, ci aveva fatto un’ascia, per difendersi e lavorare. Può sembrare che il rame sia scomparso dalle nostre abitazioni, sostituito da materiali dall’aspetto più moderno, ma è ovunque intorno a noi. Dentro tv, lampade, cellulari, frigoriferi, automobili. Ora che la pandemia ci ha reso più consapevoli delle minacce nascoste nel mondo microbico, chissà che ad architetti e designer non torni la voglia di usarlo anche per le sue proprietà igienizzanti. Magari per ricoprire le superfici più esposte: maniglie, corrimani, pulsantiere, tastiere.
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https://www.corriere.it/sette/tecnologia/20_aprile_17/ritorno-rame-questo-metallo-virus-ha-ore-contate-459ce2ce-7e6b-11ea-9d1e-3b71f043fc58.shtmlLeggi l’articolo:
Una febbre di sessant’anni. INGMAR BERGMAN, LANTERNA MAGICA. AUTOBIOGRAFIA
Per il suo quarto compleanno Goethe ricevette in dono un teatrino con gli annessi burattini – ciò non implica che un bimbo, una volta cresciuto, scriva necessariamente un Faust, ma può aiutare. Ingmar Bergman, al contrario, che desiderava più di ogni altra cosa un proiettore, lo vide regalare per Natale al fratello. Ma l’amore per il cinema fu più forte della delusione e alla fine trionfò. Anzi, più che dal fascino del cinema il piccolo Ingmar era attratto dal Miracolo del fantasma che si muove di vita autonoma sullo schermo, come racconta in questa pagina della sua autobiografia, nella quale accanto al personaggio del grande regista affiora sorprendentemente lo scrittore.
Più di ogni altra cosa desideravo un proiettore. L’anno precedente ero stato al cinema per la prima volta e avevo visto un film che trattava di un cavallo, credo s’intitolasse Il bel nero. Per me fu l’inizio. Fui assalito da una febbre da cui non guarii mai più. Le ombre silenziose volgono verso di me i loro volti pallidi e parlano con voci inudibili ai miei più segreti sentimenti. Sono passati sessant’anni, non è cambiato niente, è la stessa febbre.
Venne il Natale, col pranzo e la distribuzione dei regali. Il papà officiava con il sigaro e il bicchiere del punch, i doni venivano consegnati, a ogni dono la sua poesia.
E adesso arriva la storia del proiettore. Fu mio fratello a riceverlo.
Io cominciai a ululare, fui sgridato, sparii sotto il tavolo e continuai a fare il diavolo a quattro, mi fu intimato che stessi almeno zitto; mi precipitai nella camera dei ragazzi, imprecai e maledissi, pensai di fuggire, infine mi addormentai per il troppo dolore. Più tardi, in serata, mi svegliai. Sul tavolo, tra gli altri regali di mio fratello, c’era il proiettore.
Presi una rapida decisione, svegliai mio fratello e gli proposi un affare. Gli offrivo i miei cento soldatini di stagno in cambio del proiettore. L’accordo fu raggiunto con reciproca soddisfazione.
Il proiettore era mio.
L’apparecchio era corredato da una scatola viola quadrata. Conteneva alcune immagini su vetro e una pellicole color seppia (35 mm), lunga circa tre metri, i cui capi erano incollati a formare un cerchio perpetuo. Sul coperchio c’era un’indicazione: il film s’intitolava «Frau Hölle». Chi fosse questa Frau Hölle non lo sapeva nessuno.
Il giorno successivo mi ritirai nel guardaroba, sistemai il proiettore e inserii la pellicola.
Sulla parte si presentò l’immagine di una giovane donna. Quando girai la manovella (e qui non posso spiegare, non posso trovare le parole per la mia eccitazione, in qualsiasi momento riesco a rievocare l’odore del metallo riscaldato, quello di naftalina e polvere del guardaroba, la manovella a contatto con la mia mano, il rettangolo tremolante sulla parete).
Girai la manovella e la ragazza si svegliò, si mise a sedere, si alzò lentamente, tese le braccia, girò su se stessa e scomparve verso destra. Se proseguivo a girare lei era di nuovo là e ripeteva esattamente gli stessi movimenti.
Si muoveva.
Ingmar Bergman, Lanterna magica, Garzanti, Traduzione Fulvio Ferrari
Matteo Moca, A proposito di niente. Woody Allen riavvolge il nastro (Minima et Moralia)

“Come riassumere la mia vita? Tanti stupidi errori compensati dalla fortuna. Il mio rimpianto più grande? Che ho avuto milioni per fare film in totale libertà, e non ho mai girato un capolavoro. E davvero non sono interessato a lasciare qualcosa dopo di me? Mi sono già espresso in merito, e la metterò in questo modo: di vivere nel cuore e nella mente del pubblico non mi importa niente, preferisco vivere a casa mia».”
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http://www.minimaetmoralia.it/wp/proposito-niente-woody-allen-riavvolge-nastro/#comment-2008994
Le figurine di Radiospazio. L’ansia

Durante la mia infanzia avevo paura di tutto, cosa che dava fastidio mia madre per la quale un sacrosanto principio educativo era non alzare mai le mani su un bambino. Non avendomi mai picchiato, non capiva come mai fossi così timoroso. «Ma non essere così pauroso, bambino mio! Tutti penseranno che io ti martirizzi.» A forza di sentirmi rimproverare di aver paura, sorse in me il timore di avere paura, ciò che raddoppiava la mia timidezza e mi faceva scoppiare in singhiozzi per un niente, perché mi sembrava che le lacrime fossero una sorta di spazzola che cancellava tutto. Contro quelle lacrime, mia madre insorse. Non venivo più accusato di aver paura di tutto, ma di piangere come se fossi infelice, mentre invece era il terrore che mi sprofondava in questi stati di trance. Se rovesciavo un oggetto, subito pensavo di aver commesso una cosa terribile. Dimenticavo di abbracciare mio padre, e non osavo più comparire davanti a lui. Mi sembrava sempre di aver commesso qualcosa di riprovevole per cui sarei stato punito, nonostante non mi punissero mai. Il timore della punizione e dei rimproveri mi paralizzava. Capitava anche che, mentre giocavo con altri bambini della mia età correndo e ridendo, all’improvviso mi tornasse in mente qualcosa di insignificante che avevo fatto, una macchia sulla blusa o una sbucciatura a una gamba, allora tremavo come se dovessero punirmi per essermi sporcato o per essere caduto. Diventando grande, questa ansia, invece di sparire, aumentò.
Pier Aldo Rovatti, Siamo diventati analfabeti della riflessione, ecco perché la solitudine ci spaventa (L’Espresso)

“Una delle più celebri poesia di Francesco Petrarca comincia con questi versi: “Solo e pensoso i più deserti campi/vo mesurando a passi tardi e menti”.
Quelli della mia età li hanno imparati a memoria, e poi sono rimasti stampati nella nostra mente. Non saprei dire delle generazioni più giovani, dubito però che ne abbiano una famigliarità quasi automatica.”
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https://espresso.repubblica.it/visioni/2018/03/06/news/siamo-diventati-analfabeti-della-riflessione-ecco-perche-la-solitudine-ci-spaventa-1.319241
