Gaia Terzulli, Dieci anni fa moriva Edoardo Sanguineti, il poeta «che non voleva essere capito» (La Sestina)

“«Non chiediamo di essere capiti. Ci vuole una grande forza conoscitiva per poterlo dire». Per Angelo Guglielmi, critico, giornalista e autore dei più popolari programmi radiotelevisivi italiani (da “Mi manda Raitre” a “Blob” a “Chi l’ha visto?”) era questo il senso della poetica di Edoardo Sanguineti, con lui protagonista del movimento di Neoavanguardia letteraria Gruppo 63, poeta, scrittore e drammaturgo scomparso dieci anni fa il 18 maggio 2010.”…

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http://www.lasestina.unimi.it/main/cultura/dieci-anni-fa-moriva-edoardo-sanguineti-il-poeta-che-non-voleva-essere-capito/

Le figurine di Radiospazio. Costumi lunari

Nel suo filosofico e fantastico Viaggio nella Luna, Cyrano de Bergerac propone una sorprendente galleria di personaggi; fra i tanti, egli vede passare un nobiluomo che porta alla cintura l’immagine di un fallo. L’ospite di Cyrano lo ragguaglia.

«Sappiate dunque che la cintura della quale quest’uomo si fregia e dalla quale pende quel medaglione con un membro virile è il simbolo del gentiluomo, il contrassegno che distingue il nobile dal plebeo.»
Questo paradosso mi parve così strambo che non potei trattenermi dal ridere. «Questa usanza mi sembra davvero incredibile! Nel nostro mondo i nobili portano una spada appesa alla cintura.»
«Povero piccolo uomo!» gridò il mio ospite, «I grandi del vostro mondo sono così folli che ostentano uno strumento degno di un boia, creato per uccidere, per distruggere ciò che vive, e invece nascondono un membro senza il quale noi non esisteremmo, il Prometeo di ogni animale. Sventurato mondo, nel quale viene considerato ignominioso ciò che genera la vita e si esalta ciò che provoca la morte!»

La storia della linguaccia dei Rolling Stones (Il Post)

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“Nei primi mesi del 1970 un rappresentante dei Rolling Stones contattò il Royal College of Art di Londra per chiedere che scegliesse uno studente a cui affidare la realizzazione della locandina del tour europeo che la band avrebbe fatto quell’anno. I Rolling Stones avevano già fatto cinque dischi di grande successo. Lo studente raccomandato dalla scuola si chiamava John Pasche e aveva 24 anni. Fece una prima proposta che fu scartata e poi ne fece una seconda che evidentemente piacque molto, tanto che Pasche fu ricontattato per un secondo lavoro da Jo Bergman, assistente personale della band.”

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https://www.ilpost.it/2020/04/25/logo-rolling-stones-storia/

Il video della domenica. La sottile coscienza della contemporaneità. LIONEL BAIER, UN AUTRE HOMME

https://www.youtube.com/watch?v=t5HehTpzFD

Un giovane uomo di cui non sappiamo storia personale e passato, all’apparenza critico cinematografico o meglio aspirante critico cinematografico senza vocazione, fantasmatico ma non casuale rovesciamento nel XXI secolo del Truffaut ricco di storia e di sentimento che amiamo. Su di lui è esperita una sorta di contemporanea educazione sentimentale, segnata quasi dal passaggio da una innevata e nascosta valle svizzera alla grande città di Losanna, una educazione sentimentale senza educatori che inquieta per il progressivo e paradossale bruciarsi di ogni affettività, sincerità essenziale o sentimento, così da costruire quasi il prototipo dell’uomo senza qualità di oggi, destinato al successo dell’apparenza e della bugia interiore. L’educatore in realtà c’è ed è una Società anch’essa ormai combusta nel furore di un capitalismo contemporaneo che quell’uomo alla fine costruisce, perduti valori e giudizi che non siano denaro e successo, perduta cioè l’umanità profonda ed essenziale che sembra confinata in una periferia urbana o mentale o psicologica. Perduta come la favola di Renart la volpe, che il personaggio recita a memoria ma è ormai incompreso simulacro di moralità, ovvero morta come la volpe che toglie dalla sua strada. Il protagonista colpisce, e ferisce anche, per una assenza che fa emergere la differenza del moderno eroe contemporaneo non solo rispetto alle tormentate figure di Dostoevskij, che accompagnavano delitti e menzogne con il senso di colpa di una coscienza viva, umana e profonda, ma anche le contraddizioni del primo novecento, tra Zeno Cosini e le maschere Pirandelliane che già affrontavano gli assalti di questa nuova società. Apparente celebrazione dunque di un ben triste trionfo, anticipato insieme da Marx e Freud ovvero da Gramsci, che ha imposto questa coscienza sottile, tutta superficie, senza valori e senza giudizi, incapace di selezionare e dunque di amare, trascinata dal pilota automatico di poteri nascosti che premiano la sottomissione e la perdita. È un uomo che si confessa incapace di percepire differenze, il bello o il brutto, il bene o il male, e che attende al suo apparente benessere e successo, aderendo all’altrui senso comune. “Un autre homme” girato nel 2008 e visto nell’ambito del Festival della cinematografia svizzera, organizzato via streaming della encomiabile Cineteca di Milano, è un bel film che si segnala per la profondità di uno sguardo che trafigge l’apparente normalità di una vita. Lionel Baier è il giovane regista che ha il dono di quello sguardo a luci infrarosse, implacabile nel tratteggiare i nuovi paradigmi dell’uomo della nostra contemporaneità e soprattutto nel raffigurare come si selezionano le attuali figure di potere.

Maria Dolores Pesce

Un racconto di Georg Heym, Il pazzo (Le parole e le cose)

Il pazzo

Il custode gli diede la sua roba, il cassiere gli mise in mano il suo denaro, il portiere gli aprì la grande porta di ferro. Era ormai in giardino, spinse il cancello e fu fuori.
Ecco, e ora il mondo avrebbe visto qualcosa.
Camminò lungo le rotaie del tram, fra le case basse della periferia. Passò vicino a un campo e al margine di questo si gettò a terra fra grossi papaveri e cespi di cicuta. Vi si rannicchiò lasciandosi avvolgere dall’erba come da un folto tappeto verde. Solo la sua faccia ne spuntava fuori, come una bianca luna sorgente. Ecco, finalmente se ne stava seduto.
Dunque era libero. E proprio in tempo, altrimenti li avrebbe ammazzati tutti, tutti quanti. Quel grassone del direttore, lo avrebbe afferrato per la barbetta rossa e lo avrebbe infilato nella macchina per fare le salsicce. Che tipo odioso, quello. E come rideva, quando passava per la macelleria.

Diavolo, era un tipo proprio schifoso.

E il medico assistente, quel porco gobbo, a quello una volta o l’altra gli avrebbe schiacciato il cervello. E i custodi, coi loro camiciotti bianchi a strisce, parevano una banda di ergastolani, quei manigoldi, che rubavano agli uomini e violentavano le donne nei gabinetti. C’era da diventare matti.

Leggi il seguito del racconto:
http://www.leparoleelecose.it/?p=38305#more-38305

Manuel Santangelo, Come Irene Brin ci ha dimostrato che non esiste una cultura di serie A e una di serie B (Youmanist)

“Spesso la giornalista, di solito piuttosto restia a parlare di sé in prima persona, scriveva degli altri per raccontarsi. A volte inventava dei veri e propri alter-ego non dichiarati, come la miopissima e timidissima Giorgiana, che altri non era che lei stessa. La timidezza di Irene Brin venne spesso scambiata per snobismo e la cosa la fece soffrire molto, poiché in realtà aveva la modestia di definirsi “una provinciale rovinata dalla provincia” anche se era una donna che girava il mondo e parlava cinque lingue. Brin era l’antitesi dei nuovi ricchi e degli intellettuali che raccontava con sarcasmo, così pieni di sé e impegnati nel vantarsi.”

Leggi l’articolo:
https://youmanist.it/categories/cultura/irene-brin-cultura-serie-a-serie-b?fbclid=IwAR3zbuPF7owhtPAHMi59pdZfXcl-X_pZnrjPfRi-WGAiQ1MALc6Ld-8VOeE

Le figurine di Radiospazio. Ritratti di famiglia, Il Kù-cè

Una sorta di bugia senza riscatto veniva intessendosi in que’ raduni. Porgeva egli alla moltitudine la sua incontinenza buccale, ed ella vi metteva spola di clamori, e di folli gridi, secondo ritmi concitati e turpissimi.
Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè.
La moltitudine, che al dire di messer Nicolò amaro la è femmina, e femmina a certi momenti nottivaga, simulava a quegli ululati l’amore e l’amoroso delirio, siccome lo suol mentire una qualunque di quelle, ad «accelerare i tempi»: e a sbrigare il cliente
Il mascelluto, tronfio a stiantare, a quelle prime strida della ragazzaglia era già ebbro d’un suo pazzo smarrimento, simile ad alcoolòmane, cui basta abbassare il bicchiere da sentirsi preso e dato alla mercè del destino. Una bugia sporca, su dalla tenebra delle anime. Dalle bocche, una bava incontenuta.
Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè.
Cuce il sacco delle sue menzogne, un gradasso: capocamorra che distribuisce le coltella a’ ragazzi, pronto sempre da issu’ poggiuolo a dismentire ogni cosa, a rimentire ogni volta.
Questo qui, Madonna bona!, non avea manco finito di imparucchiare quattro sue scolaresche certezze, che son qua mè son qua mè, a fò tutt mè. Venuto dalla più scipita semplicità, parolaio da raduno munitosi del più misero bagaglio di frasi fatte, prese a sbraitare, a minacciare i fochi ne’ pagliai, a concitare ed esagitare le genti: e pervenne infine, dopo le sovvenzioni del capitale e dopo una carriera da spergiuro, a depositare in càtedra il suo deretano di Pirgopolinice smargiasso sulla cadrega di Presidente del Conziglio in bombetta e guanti giallo canarino.
Pervenne, pervenne.
Pervenne alle ghette color tortora, che portava con la disinvoltura d’un orango, ai pantaloni a righe, al tight, ai guanti bianchi del commendatore e dell’agente di cambio uricemico: dell’odiato ma lividamente invidiato borghese. Con que’ du’ grappoloni di banane delle du’ mani, che gli dependevano da du’ braccini corti corti: le quali non ebbero mai conosciuto lavoro e gli stavano attaccate a’ bracci come le fussero morte e di pezza.
Pervenne al pennacchione dell’emiro, del condottiero di quadrate legioni in precipitosa ritirata. (Non per colpa loro, poveri morti; poveri vivi!) Sulle trippe, al cinturone, il coltello: lo strumento osceno della rissa civile: datoché a guerra non serve: il vecchio cortello italiano de’ chiassi tenebrosi e degli insidiosi mal cantoni, la meno militare e la più abbietta delle armi.
Il coltello del principe Maramaldo: argentato, dorato: perché di sul trippone figurasse, e rifulgesse: come s’indorano radianti ostensori. Sui morti, sui mummificati e risecchi dalle orbite nere contro il cielo, sui morti e dentro il fetore della morte lui ci aveva già lesto il caval bianco, il pennacchio, la spada dell’Islam, fattagli da’ maomettani di Via Durini a Milano.

Alfonso Berardinelli, Siamo arrivati al punto di liquidare ciò che dice la letteratura quando ci disturba (Il Foglio)

“Da tempo l’accademizzazione della critica letteraria e degli studi umanistici hanno creato intorno al poemetto di Eliot un cordone sanitario che ci immunizza dalle sue radiazioni. C’è ancora qualcuno che prenda sul serio “La terra desolata”? Siamo arrivati al punto di riderci sopra e liquidare con scetticismo da persone mature quello che dice la letteratura quando ci disturba, anche la letteratura più famosa e canonizzata, o soprattutto quella.”

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https://www.ilfoglio.it/cultura/2020/04/19/news/siamo-arrivati-al-punto-di-liquidare-cio-che-dice-la-letteratura-quando-ci-disturba-313532/?fbclid=IwAR1VngdOzDLfDw8qFi-ESv8q5ssL3nElXpF6FGMmKkW2mOSF5dGPVhyfRAU

Il video della domenica. Esplora la tomba del faraone Ramsete VI

https://my.matterport.com/show/?m=NeiMEZa9d93&mls=1&fbclid=IwAR02rbhGxjFDq3iV6fl47npc02RIQ7tiMFVx3tqVa4qrfMqpVpKBNfMK09I

Rosa Balistreri, Mi votu e mi rivotu (con testo italiano)

Una delle più belle e famose canzoni d’amore siciliane, pezzo di bravura di Rosa Balistreri.

Mi giro e mi rigiro sospirando
Passo le intere notti senza sonno
E le tue bellezze vado contemplando
Mi passa dalla notte fino al giorno
Per te non posso più riposare
Pace non ha più questo cuore afflitto
Lo vuoi sapere quando ti lascerò?
Quando la vita mia finisce e muore
Ci pensi quando insieme ballammo
e trascorremmo la serata con la musica
Dentro gli occhi tutti e due ci siamo guardati
ci diventò rossa la faccia e poi ridemmo
ballando e sospirando
ci siamo presi la mano e ci siamo stretti ..
Lo vuoi sapere quando ti lascerò?
Quando la vita mia finisce e muore

Alessio Giacometti, Uomini e pipistrelli (Il tascabile)

“Nella mitologia antica e nei bestiari medievali, nell’iconografia rinascimentale e nella simbologia gotica, i pipistrelli sono immancabilmente dipinti come esseri ambigui, mortiferi, sinistri e pulsionali. Perseguitati e demonizzati, con l’affermarsi dell’estetica horror nel folclore popolare europeo divennero emblema del vampirismo, anche se sono soltanto tre le specie di chirotteri acclaratamene ematofaghe, per di più tutte endemiche del Sud America e assolutamente innocue per gli esseri umani. Persino quando è associato a un supereroe notturno ma virtuoso come Batman, il pipistrello viene culturalmente adoperato per evocare turbamento e timore. “Perché i pipistrelli, signor Wayne?”, chiede il maggiordomo Alfred in Batman Begins, di Cristopher Nolan (2005). “Perché mi fanno paura”, risponde quello. “Che li temano anche i miei avversari”.

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https://www.iltascabile.com/scienze/uomini-e-pipistrelli/

Aristotele, Tragedia, commedia, teatri chiusi. Oliviero Ponte di Pino racconta Borges, “La ricerca di Averroè”. 4’

http://www.ateatro.it/webzine/2020/05/01/coronavirus-17-lo-spettacolo-deve-ricominciare-in-sicurezza-ma-al-piu-presto/?fbclid=IwAR3N2Y4G1k2A7irTV8WoIKARUI3iDjzf98NTzJzs4lNoIg7859fBs25Hhc8

Le figurine di Radiospazio. L’orizzonte

Bel: – Il tuo nuovo orizzonte è la morte.
Andy: – Questo può essere. Questo può essere. Ma il grosso problema è: attraverserò l’orizzonte mentre muoio o dopo morto? Magari non lo attraverserò affatto. Magari rimarrò incastrato a metà orizzonte. E se così fosse riuscirò a vedere oltre, riuscirò a vedere l’altra faccia? O l’orizzonte è davvero infinito? E come sarà il clima? Incerto, con qualche rovescio, o soleggiato con bachi di nebbia? O ci sarà un chiaro di luna perenne e senza nuvole? O sarà buio pesto per sempre? Puoi anche rispondermi che non hai il benché minimo cazzo di idea, e avresti ragione. Ma io personalmente non posso credere che possa essere buio pesto per sempre, che senso avrebbe anche solo cominciare a porsi questo insopportabile indovinello? Ci deve essere una scappatoia. Ma è che non riesco a trovarla. Se solo riuscissi a trovarla potrei infilarmici dentro e incontrare e stesso mentre ne esco fuori. È come urlare di paura alla vista di un estraneo e poi rendersi conto che ci si stava guardando allo specchio.

Mauro Piras, di bocciature, voti e altre amenità (Le parole e le cose)

Lo dico subito: questo è uno sfogo. Una reazione irritata a una serie di cose che abbiamo dovuto sentire in giro sulla scuola in queste settimane, nel pieno dell’emergenza. Una reazione ai luoghi comuni, alla pigrizia intellettuale, ai riflessi condizionati, o forse a una visione reazionaria della scuola talmente radicata nella cultura dell’italiano medio (del giornalista medio, del politico medio, dell’opinionista medio) che neanche ce ne rendiamo più conto. “È un 6 politico!”, “Se li promuoviamo tutti non c’è più serietà!”, “Così si deresponsabilizzano gli studenti!”, “Il lavoro dei docenti non ha più nessuna dignità!”, “Non ha più senso mettere i voti!”. Ecc. Tutto più o meno riassumibile nel sommo principio: “Signora mia, non c’è più la scuola di una volta!”. 

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