
https://www.youtube.com/watch?v=wzeI4gcZ7so
“Prima ho suonato in un po’ in orchestra, poi in orchestrine da ballo… e poi ho abbandonato la musica, ma mi è rimasta un’enorme nostalgia”

https://www.youtube.com/watch?v=wzeI4gcZ7so
“Prima ho suonato in un po’ in orchestra, poi in orchestrine da ballo… e poi ho abbandonato la musica, ma mi è rimasta un’enorme nostalgia”

“Mitiche erano le prime letture dei testi appena scritti, cui Eduardo dava voce davanti alla compagnia. “Lo faceva senza aver assegnato ruoli. Alla fine nominava i personaggi, affidandoli ai presenti. Lui sapeva che io cantavo bene, e per Gli esami non finiscono mai io sperai che mi toccasse la Cantastorie, cui invece fu abbinata giustamente Isa Danieli. Mi capitò una cameriera, con una sola frase. Poi m’aggiunse due battute. E più tardi, per una sostituzione, mi dette pure i compiti di una ragazza del popolo, Bonaria, che tiene testa alla moglie del suo amante. Due volti: una domestica, e una donna in tailleur con infanzia crudele. Meraviglioso”.
Leggi l’articolo:
https://www.repubblica.it/spettacoli/teatro-danza/2020/05/24/news/_eduardo_quante_lezioni_e_quanti_rimproveri_il_ricordo_di_lina_sastri-257504598/

Vedi, i clienti sono come un mucchio di foglie morte. D’autunno, quando le foglie sono sull’albero, si potrebbe credono che vi resteranno per sempre. Come i clienti: vengono nel locale tutti i giorni e si potrebbe pensare che continueranno regolarmente a venirci. Ma ecco, il vento soffia e porta via le foglie che i netturbini ammucchiano ai lati del marciapiede in attesa che passi l’autocarro per la raccolta. Anch’io tutti gli anni faccio i miei piccoli mucchi quando viene l’autunno, piccoli mucchi di anime morte. Questo mi ricorda una divertente vignetta che ho visto l’altro giorno, nella quale un tizio precipita dal sesto piano. Quando passa davanti all’inquilino del terzo gli dice: «Fin qui tutto bene.» Questo è il punto: ciascuno trova il suo marciapiede quando arriva al pianterreno.
Raymond Queneau, Gli ultimi giorni
Quando nel 1967 ascoltai, come tanti, tantissimi, questa canzone al juke-box non immaginai che questa era la voce di un talento musicale smisurato (ma con un po’ più di perspicacia avrei potuto intuirlo).

Avevo appena lasciato un lavoro da commesso viaggiatore e ne stavo cercando un altro che non mi portasse tanto in giro per il mondo. Intanto Doreen, mia moglie, si era messa a lavorare di sera come cameriera in una tavola calda aperta ventiquattr’ore ai margini della città. Una sera, dopo aver bevuto qualche bicchiere, decisi di fermarsi alla tavola calda a mangiare un boccone. Volevo vedere dove lavorava Doreen. Mi vide e venne al banco:
«Cosa fai qui? Vuoi ordinare, qualcosa, Earl?»
«Prendo del caffè e uno di quei sandwich Numero Due. Vedi un po’ se riesci a darmelo omaggio».
«Niente da fare, Earl: questa sera è in giro il principale.»
Mi misi a bere il mio caffè mentre aspettavo il sandwich. Due uomini in giacca, la cravatta slacciata, il colletto aperto, mi si sedettero accanto e ordinarono anche loro due caffè. Mentre Doreen si allontanava con il bricco del caffè, sentii che cosa si dicevano — neanche tanto a bassa voce.
«Visto quella, che schianto? Da non crederci».
«Ho visto di meglio»
«Questo volevo dire»
«Ma c’è chi va matto per quelle abbondanti»
«Non io»
«E io nemmeno»
«Questo stavo dicendo».
Doreen tornò con la mia ordinazione. «Ecco il tuo sandwich, Earl. con patatine fritte, maionese e cetrioli. Vuoi qualcos’altro?… Ehi, dico a te… Va bene, ti porto dell’altro caffè».
Tornò con il bricco e versò del caffè fresco anche nella tazza dei due uomini. Poi prese una ciotola e si girò per riempirla di gelato. Si chinò sul contenitore e cominciò a tirar su palettate di gelato. La sottana bianca le tirava sui fianchi e le si arrampicava su per le gambe. Quello che metteva in mostra era un reggicalze, rosa, le cosce flaccide, grigie e un po’ pelose, e un furibondo intreccio di vene. I due uomini seduti accanto a me si scambiarono un’occhiata. Uno dei due alzò le sopracciglia. L’altro fece un gran sorriso e continuò a guardare. Mi alzai, lasciando il cibo sul banco, e mi diressi alla porta. Sentì Doreen che mi chiamava, ma non si fermò. Giunto a casa, andai a dare un’occhiata ai bambini, poi passai nell’altra stanza e mi spogliai lentamente, mi girai sul fianco e mi addormentai. La mattina, dopo aver mandato a scuola i bambini, Doreen entrò in camera da letto e alzò le tapparelle. Io ero già sveglio.
«Earl, mi vuoi dire cosa c’è?».
«Niente. Guardati allo specchio».
«Cos’hai detto?».
«Ho detto di guardarti allo specchio».
«E cosa dovrei vedere?»
«Odio dire queste cose ma credo che faresti meglio a metterti a dieta. Pensaci. Qualche chilo in meno migliorerebbe la situazione».
«Ma cosa stai dicendo?».
«Quello che ho detto. Che qualche chilo in meno migliorerebbe la situazione. Solo qualche chilo».
«Non mi hai mai detto niente prima. Non mi era mai sembrato un problema prima».
Si alzò la camicia da notte fin sopra i fianchi e si girò per guardarsi la pancia allo specchio.
«Forse è un’idea mia».
«No, invece hai ragione: qualche chilo in meno mi farebbe bene. Ma non sarà facile perderlo»
«Be’, forse non sarà facile, ma ti aiuterò io».
«Sì, hai proprio ragione. Qualche chilo in meno».
Doreen lasciò ricadere la camicia da notte e mi guardò, poi se la tolse. Parlammo di diete. Diete di proteine, diete di sole verdure, diete a base di succo di pompelmo.
«Non esageriamo, Earl: lo sai benissimo che le verdure non mi piacciono. E neanche il succo di pompelmo. Non mi va giù. Credo proprio che dovrò fare una dieta d’altro genere».
«O.K., Doreen, lasciamo perdere».

“In situazioni di stress pensiamo peggio di quando avevamo cinque anni. Tendiamo semplicemente a reagire cercando il sollievo di una soluzione rapida, quale essa sia, senza stare troppo a ragionare sulle conseguenze ulteriori, sull’effettiva adeguatezza e sui rischi dell’eccesso di semplicismo quando si affrontano situazioni complesse.”
Leggi l’articolo:
aa https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2020/04/20/pensiero-lungo-termine

Entourage letterario. Scrivere m’è venuto in odio, e non so che fare. M’occuperei volentieri di medicina, accetterei un posto qualsiasi, ma mi manca ormai l’agilità fisica. Adesso, quando scrivo, o penso a quel che devo scrivere, mi vien un tal disgusto, come avessi mangiato una minestra di cavoli da cui abbiano tirato via uno scarafaggio – scusate il paragone. Non che mi nausei lo scrivere in sé; ma quell’entourage letterario dal quale non puoi salvarti, e che ti porti appresso dappertutto, come la terra si porta la sua atmosfera.
Anton Čechov, Né per fama né per denaro

Gli animali non solo ci riguardano e costituiscono i nostri compagni di strada sul pianeta, ma sono in noi e noi in loro. Il DNA, dal microbo alla balena, dallo scimpanzé a Leonardo da Vinci, parla la stessa lingua molecolare, per cui dal punto di vista biochimico, tra tutti gli esseri viventi circola una «cert’aria di famiglia». E questa circostanza biologica inconfutabile, che suffraga la teoria darwiniana che sia esistita l’evoluzione, e che, dopo tutto, gli esseri viventi derivino gli uni dagli altri, ha definitivamente rovesciato l’idea socratica che l’uomo sia specchio e spiegazione di se stesso, e ci ha suggerito come nel nostro passato, quando eravamo ancora degli animali, si nasconda, come un crittogramma da decifrare, il segreto della natura umana. L’analisi freudiana deve essere così completata con l’analisi etologica e filogenetica, perché se noi siamo quello che siamo, siamo anche quello che eravamo, e in parte quello che continuiamo ad essere nello scimpanzé.

Nell’Inghilterra vittoriana, in un’epoca in cui le donne non potevano accedere all’università, Beatrix Potter trovò nel disegno un viatico per osservare ed elaborare teorie sulla botanica, sua grande passione. Respinta dalla prestigiosa Linnean Society di Londra, Beatrix otterrà finalmente la propria indipendenza con la letteratura illustrata per bambini, inventando il celebre personaggio Peter il coniglio.
A 30 anni dalla morte di Giorgio Manganelli

“Una leggenda racconta che Manganelli, nella sua infanzia, dopo aver finito di leggere Pinocchio per la prima volta, avesse battuto per diversi minuti i pugni sul pavimento, non riusciva a capacitarsi del fatto che quel burattino inafferrabile, irrequieto, sempre pronto a sbagliare, fosse diventato un ragazzino per bene come tanti altri. Perché, come recitava il titolo di una sua celebre raccolta di saggi, secondo Manganelli la letteratura era una menzogna, fatta di “diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto dell’anima”, e lo scrittore, da immaginare come una persona immorale, aveva il ruolo del negromante, al servizio di quelle parole (morte) che riposavano nei dizionari, e che aspettavano solo di essere evocate. E lo stile, per uno scrittore, corrispondeva alla sua solitudine. Tutti quelli che andavano in un’altra direzione, che pensavano alla morale, alla condivisione, a qualche strano fine consolatorio della letteratura, avevano semplicemente frainteso il messaggio.”
Leggi l’intero articolo:
https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a32686829/giorgio-manganelli-anniversario/

Devo confessare che da giovane ero preda di passioni violente, di una intensità a volte riprovevole, ma che fortunatamente sparivano con la stessa velocità con cui mi assalivano. Avevo molto letto Apuleio, Petronio, Catullo, Longo e Anacreonte; tutte le donne mi sembravano fiori meravigliosi e credevo di essere la loro farfalla. Nonostante fossi un po’ sovrappeso, me la tiravo non poco e mi atteggiavo a poeta. Non scrivevo versi ma avrei potuto scriverne (tracotanza dell’età!). Mi lasciavo crescere i capelli; criticavo Hugo dopo averlo osannato – ero un giovane Zola, un Alceste malriuscito – e, parola d’onore, mi credevo affascinante.
Nella corte vicina c’erano molte giovani che attiravano i miei sguardi. Mi aveva colpito una in particolare: alternava i lavori di cucito alla lettura dei giornali e dei romanzi alla moda; mi sembrava l’incarnazione del poetico. Bruciavo per lei dell’amore più byroniano, e poiché ero miope mi sembrava la Venere di Milo. Presto mi parve di aver fatto colpo su di lei e aspettai il momento della conferma.
Un giorno – era estate, e la ragazza cuciva alla finestra – si fermò improvvisamente; mi parve che mi avesse lanciato uno sguardo languido; vidi che portava la mano alle labbra; forse mi aveva mandato il più casto dei baci. Mi precipitai a prendere gli occhiali e corsi alla finestra; la sua mano era ancora sulle labbra. “Io vi amo!”, le gridai.
Presi gli occhiali e guardai.
Orrore! Si stava infilando le dita nel naso!
Marcel Schwob (1867-1905) Scritti giovanili

“Anche il Museo Egizio di Torino sta lottando per sopravvivere al coronavirus. Dopo quasi due mesi di incasso zero, iniziano a far paura i 600.000 euro mensili di costi fissi: per quanto le utenze siano state ridotte del 40% e il Cura Italia stia fornendo un contributo per gli stipendi dei 55 dipendenti, il Museo non può farcela da solo.”
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https://emergenzacultura.org/2020/04/22/un-virus-contro-i-faraoni-legizio-rischia-la-chiusura-con-post-scriptum-dellautore/

Durante i suoi dieci anni da cooperante, aveva assistito a moltissimi parti, però era la prima volta che una madre moriva davanti a lei. Quella consapevolezza la prese alla sprovvista e, mentre osservava la neonata, avvertì l’immensa solitudine di quella bambina, sola nel deserto africano. Con un fazzoletto bagnato la pulì dai resti di sangue, liquido amniotico e placenta che aveva ancora addosso. La avvolse in un lenzuolo verde come quello che copriva il corpo della madre e la prese in braccio. La piccola aprì la boccuccia cercando il seno, il capezzolo della mamma. Marina andò al frigo. Da una scatola con il logo di Medici senza frontiere tirò fuori un biberon di acqua e latte in polvere già pronto. Lo appoggiò sul davanzale perché i primi raggi del sole lo scaldassero. Quando glielo offrì, la bambina giocò con la tettarella per una frazione di secondo, poi, come se fosse stato il seno della mamma, si attaccò con un’incredibile voracità. Continuava a muovere le labbra quasi ne volesse ancora. Ma secondo Marina aveva mangiato a sufficienza. Con dolcezza la cullò, la testolina adagiata contro il petto per farle sentire i battiti del proprio cuore. I battiti che aveva ascoltato per nove mesi dentro la pancia di sua madre. La bambina sembrava inquieta, così la portò fuori dal dispensario. Il sole stava sorgendo e c’erano già quarantotto gradi. Come ogni mattina il cielo si tingeva di rosa e arancione, fondendosi nel bellissimo paesaggio. La neonata cominciò a piangere. Marina le fece una carezza e iniziò a cantare piano: “Nanna ni, ninna na/ corre il fiume e se ne va, / passa l’acqua sotto il ponte/ e lontana è la sua fonte. /Nanna ni, ninna na l’uccellino vola e va, /va lontano nell’azzurro /non è un volo, è un sussurro. /Nanna ni, ninna na /anche il fiore si apre già, /ha il colore della neve /col profumo lieve lieve. /Nanna ni, ninna na s/on vicina, sono qua /chiudi gli occhi, resto qui /ninna na, nanna ni.” Era la ninnananna che sua nonna Nerea le cantava durante le dolci notti maiorchine. La piccola si addormentò. E così rimasero sole di fronte al deserto dei Dancali, tra la sabbia, il sale e lo zolfo.

“Aveva fatto bene Deleuze, da filosofo, ad occuparsene: se non è possibile pensare al capitalismo di sorveglianza senza la tecnologia, è possibile invece pensare la tecnologia senza capitalismo di sorveglianza. Dipende dai meccanismi sociali, economici e quindi politici che se ne occupano di determinare le logiche e i limiti dell’azione del controllo. La soluzione filosofica che darebbe Deleuze sarebbe quella di rendere il desiderio più creativo, capace di scappare dalla conoscenza stabilita e dal potere: fai la differenza, celebrala, rifiutati di accettare le distinzioni binarie espresse dal mercato e rendi la tua una scelta politica. La resistenza nasce dalla creazione del nuovo.”
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https://thevision.com/cultura/deleuze-societa-del-controllo/