Chiaroscuri ‘900 (II). FARFA. TUBERIE

tubi e città 3

In quel tempo, prima della rete, c’era il tubo. Molto, moltissimo tempo prima. Le comunicazioni fondamentali, primarie, avvenivano via tubo. Tramite il cordone ombelicale, anzitutto (un tubo tanto necessario quanto ingombrante). Viaggiamo all’interno di tubi ferroviari e autostradali, e nelle nostre città ci ripariamo dalla pioggia sotto tubi provvidenziali e aerati, impreziositi da colonne; un tempo, la posta pneumatica permetteva di inviare documenti da un piano all’altro degli uffici, ecc. Farfa, poeta e pittore futurista, compie una scorribanda nell’universo tubico, comparando i calibri degli innumerevoli soggetti che cita rapidamente, dai capillari delle stilografiche – per i quali inventa una squisita metafora: “colanti il pensiero! – ai tubi solipsistici che agiscono tanto per agire “in sempiterna operazione di masturbazione”. C’è tanto futurismo, in questa Tuberia, e anche, per fortuna, tanta invenzione.

Tuberie


tubi d’acqua d’aria di gas
di scolo di scarico di scappamento
di gres di terracotta di cemento
di vetro di gomma d’ebanite
tubi di tutta la merceologia
tubi del closet del sentimento
tubi della stufa e della noia
tubi tunnel avidi di ferrovia
tubi del tormento e della gioia
tubi di tutti i metalli
tubi dei guanti gialli
tubi idranti dei pompieri
lancianti cubi d’acqua fresca
per calmare il calore delle fiamme
tubi delle stilografiche
colanti il pensiero
nero come l’umore
rosso come l’amore
tubi di pressione sanguigna
tubi digerenti
pei valzer lenti della digestione
tubi di budella
per la tarantella
delle smorfie viscerali
tubi aggrovigliati di seni
tubi genitali e verginali
tubi di camini d’officine
di piroscafi di locomotive
con seme di fumo
dimostranti la nullità
della voluttà
tubi delle panche dei giardini
profumati dai gelsomini
tubi per tutti gli usi
tubi per tutti gli abusi
tubi di latteria curvati
a mano che ghermisce
cui l’acqua espulsa
prolunga le dita
tubi di canne di grondaie di bocchini
tubi bergmann
tubi togni tubi mannesmann
tubi di tutte le macchine
tubi di tutti i motori
tubi dei gambi dei fiori
tubi dei fucili e dei cannoni
pel cambio rapido delle generazioni
tubi ossi buchi dei polli
che furono pasciuti e satolli
tubi dei nasi infreddoliti
tubi dei cuori inteneriti
tubi dei cannocchiali
che nelle notti belle
si riempiono di stelle
tubi d’organi e d’argani
tubi d’istrumenti musicali
picchianti col fiato
sui timpani degli orecchi
motivi stravecchi
tubi turati e sturati
tubi nominati e innominati
tubi d’ogni specie e d’ogni tipo
tubi d’ogni spessore e dimensione
tubi ritti e a gomito acuto
tubi in sempiterna operazione
di masturbazione
del proprio contenuto
tubi di presa
di discesa
di salita
tutti in fregola universale
ogni tubo un cordone ombellicale
che lega che salda alla vita
tubi scroscianti e silenti
io sono il vostro cantore
sono un incantatore di serpenti

Farfa, Tuberie

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Chiaroscuri ‘900 (V). I fuochi d’artifizio di Govoni (1905)

illustrazione govoni

Questo è un davvero imprevedibile caleidoscopio, a incominciare dalla prima tessera: un missionario viene assalito da una turba di selvaggi scatenati mentre sta mangiando (brucando?) l’erba. La figurina potrebbe comparire su un giornaletto laicheggiante, oppure in una canzonetta demenziale, ma anche in un contesto più letterariamente nobile, come i nonsense di Edward Lear. Un trio di ciechi che, con un forte senso della finzione, indossano la maschera della malinconia sulle note della Cavalleria rusticana. Una squadra di suore (Orsoline) che Govoni sparge con gusto pre-felliniano su imprecisate rovine. Un pazzo che solfeggia sotto un albero. Queste accensioni trasformano lo spazio poetico in una scena sulla quale compare e si dissolve un rosario di personaggi scanditi sul tempo di altrettanti flash: eterogenei e combinati in dissonanze preziose; le figurine bislacche vengono contrappuntate da scorci gotici (due amanti che si baciano sopra una salma), oppure crepuscolari (il collegiale che tossisce nell’infermeria), o tratte da un repertorio decadentistico che non teme le vertigini dell’iperbole (il tubercoloso esangue che beve un calice di sangue). Ma le scapestrate terzine sono governate dalla metrica ilare e inflessibile delle rime che si baciano come in una canzone troppo sempliciotta per non rimandare a un metafisico terso e tragico.

Clinica di tristezza

Un missionario mentre mangia degli erbaggi
viene assalito da una turba di selvaggi
che lo spogliano nudo e gli fan mille oltraggi.

Su e giù per il suo castello diroccato
passeggia con un giustacuore di broccato
un vecchissimo principe diseredato.

Tre ciechi, al sole, contro un muro, in una via,
suonano un’aria della Cavalleria,
nelle attitudini della Malinconia.

Degli amanti si baciano sopra una salma
presso una lampada che sboccia la sua palma
di luce pallida per l’ombra che si calma.

Con una paglia, nell’ora della ricreazione
un pazzo sotto un albero in germogliazione
batte il solfeggio, lento, con ostentazione.

Un meriggio una bianca squadra d’Orsoline
sfinite da una passeggiata senza fine
siedono silenziose tra de le ruine.

Un collegiale nell’infermeria tossisce
con la fronte appoggiata a un vetro che gualcisce
un ricamo di gelo delicato che appassisce.

In un albergo di Norvegia un re in esiglio
guarda stando ad una finestra suo figlio
ch’è intento nel giardino a distaccare un giglio.

Dentro la chiesa d’un convento di clausura
nelle gran fiaccola d’una cappellatura
una forbice stride con paura.

In un macello, quando l’alba rosea langue
sopra una seggiola un tubercoloso esangue
beve chiudendo gli occhi un calice di sangue.

Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet

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Chiaroscuri ‘900 (VI). Corrado Govoni, Armonie (di un mondo alla rovescia)

Senza titolo-1

Non so quanto Corrado Govoni si studi nelle scuole. Credo che si legga di passaggio e che venga sbrigativamente catalogato come crepuscolar-futurista,  prima di passare ad altro. Come tutti gli strumenti, anche il concetto di poetica può diventare soffocante o riduttivo quando viene usato come semplice etichetta. In Armonie, un titolo del quale il lettore scopre l’intento beffardo già dopo pochi versi, qualche lucina crepuscolare è accesa (il girovago, la bimba malata…), ma sono fanali disseminati lungo il percorso solo per consentire al poeta ragazzaccio di prenderli a sassate assecondando un impeto di antipoesia o per raffigurare un mondo crudelmente rovesciato: a incominciare da quella scimmia che non è più la bestiolina ridicola delle fiere paesane, ma la parodia di una prostituta. Ogni strofa ci propone un capovolgimento – parodistico, ma anche orrifico – di un mondo inaccettabile, culminante nel delirio del paziente che canta mentre gli viene cavato un occhio. 

Armonie

Un girovago porta in giro su una spalla
una scimmia vestita alla garibaldina
che si gratta il didietro lustro come una cipolla,
rialzandosi comicamente la gabbana.

Una tribù di Pelli Rosse infilza sopra un’asta
un marinaio e poi gli balla intorno urlando percuotendosi nel petto.
Alla porta d’un gran palazzo in mezzo a una foresta
un servo attacca a un chiodo un cartello d’affitto.

In una piazza un orso zoppo salta
con un fantoccio acconciato di fasce.
Piangendo, nella gabbia, un innocente ascolta
legger la sua condanna mentre il popolo applaudisce.

Una bimba malata, in un cortile senza erba,
mangia svogliatamente dei pasticcini caldi.
Su la soglia d’una chiesetta un’orba
conta nella saccoccia il suoi soldi.

Dei collegiali vedon stando dentro l’oratorio
una giovine pettinarsi con il petto aperto,
a una finestra. Ed una pazza recita il rosario
ridendo accanto al suo figlio morto.

Una vedova in una stanza osserva attenta
la sua dentatura guasta in uno specchio.
Nella sala d’un ospedale un uomo canta
mentre i chirurghi gli cavano un occhio.

Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet, a cura di Francesco Targhetta

Altri chiaroscuri ‘900:

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Farfa: https://radiospazioteatro.com/2014/12/16/chiaroscuri-900-ii-farfa-tuberie/

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Chiaroscuri ‘900 (I). ALDO PALAZZESCHI, L’ANTIDOLORE

saltimbanchi

C’è un’oscena, maleodorante parola che circola nel quadrivio politico televisivo, “buonista”: è simile a quei virus che sembrano estinti, finalmente!, dopo aver svolto il loro sgradevole ufficio, ma che rispuntano dopo qualche anno, richiamati in servizio da uno stupido retore a corto di idee e con un vocabolario basico, a essere generosi. Cugina del “politicamente scorretto”, questa parola viene usata come una clava:  basta che qualcuno osservi che tremila cadaveri gli sembrano troppi anche per una tomba capiente come il Mediterraneo, e subito parte il colpo. Il gioco è fin troppo chiaro: si tratta di parlare alla “pancia della gente” (ma sarebbe più esatto dire: all’intestino) che non ne può più per via della crisi, dell’assistenzialismo, delle ruberie, ecc., dunque un po’ di “cattivismo” può sembrare perfino una brillante trovata dialettico/elettorale. Per uscire da questo sotterraneo mefitico non resta che far ricorso alla letteratura. Nel caso specifico, un ottimo antidoto è il Manifesto dell’Antidolore. Aldo Palazzeschi lo scrisse nel 1914, cent’anni fa, durante il suo periodo futurista. Questo breve frammento che pubblichiamo concilia il paradosso con la potenza della rappresentazione iconica, la levità con l’ironia, e la sublime eleganza della scrittura di Palazzeschi ci guida sul sentiero di una retorica che, dopo averci sedotti e persuasi, ci deposita in una landa sconosciuta ai più, quella dell’ironia.

L’uomo non può essere considerato seriamente che quando ride: la serietà, in tal caso, è data dall’ammirazione, dalla vanità, dalla gelosia, dall’invidia.
Quello che volgarmente si dice “dolore umano”, altro non è che il corpo caldo della gioia rivestito da un’incrostazione di congelate lacrime grigie. Scortecciate e troverete la felicità. Con le unghie, coi denti, rabbiosamente, affannosamente e ad ogni costo scortecciate, la troverete sotto splendida e incorruttibile come il diamante. Il dolore non è che il vestito lacero e pauroso della gioia. Oh! eletti, se vi sarà dato di saperla spogliare. Tastate, alzate, strappate, audacemente, senza ritegno, senza paura, senza pudore; non lasciatevi intimorire e vi si darà per sempre la divina amante.
Per mantenere, esercitare e sviluppare questo naturale istinto di esplorazione, fino dai primi anni sottoporremo i nostri figli a prove facili. Tu non darai al tuo bimbetto, per trastullo, un bel cavallino né una pupattola dalla guance paffute e rosee, dai grandi occhi celesti e dai capelli d’oro, ma il cavallino avrà tre gambe, e il piccolino si divertirà a farlo camminare zoppo, sbilenco. La pupattola sarà orba, con la faccia divorata dal vaiolo, senza naso, vecchia e con una ganascia marcita, avrà la bocca storta e le gambe a x, i piedi gonfi, e per mezzo di un meccanismo sputerà i denti, vomiterà roba oscura, come assalita dal colera.
La loro maestra sarà obesa, idropica, ammalata di elefantiasi; avrà l’asma, i piedi piatti, calva, guercia, nana, gobba, scalcinata, tutta bitorzoli, con la coda, oppure secca secca e lunga lunga come una serpe che si sia drizzata, e agiterà lesta lesta la linguina davanti alla scolaresca.
Gl’insegnanti entreranno nelle classi sempre in nuove, sapientissime maniere. Se una mattina il maestro sarà fasciato per la risipola o il mal di denti, l’altro avrà un occhio nero per qualche manrovescio ricevuto o per essere stato preso a torzoli e patate nella via. Un’altra mattina, invece, lo si vedrà piombare nell’aula con delle enormi corna di cartapesta (questo nelle università) e girando come il leone dentro la gabbia, le sbatterà contro il muro, gridando spaventosamente la propria vendetta per la moglie sorpresa in flagrante adulterio.
I giovani tardivi, quelli predisposti irrimediabilmente alla malinconia, incapaci di addentrarsi un solo millimetro nello spessore delle cose, quelli che ridono poco e male, gl’imbecilli delle nuove generazioni, verranno prima curati con pazienza, con amore, con disciplina, con esortazioni amorevoli, premi e castighi, per svegliare e sviluppare ogni latente possibilità, quindi espulsi, perché non rallentino col loro disgraziato carattere il cammino degli intelligenti, dei forti e dei coraggiosi, e messi in appositi ricoveri dove cresceranno e vegeteranno i poveri infelici seri.

Aldo Palazzeschi, da Manifesto dell’Antidolore,  “Opere giovanili”, Mondadori

Chiaroscuri ‘900. Carlo Michelstaedter, Il canto delle crisalidi

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“Prima che un grande filosofo del Novecento, Carlo Michelstaedter è stato un vero paradosso culturale. Goriziano di famiglia tedesca e di religione ebraica, nato nel 1887, Michelstaedter è un autore pienamente novecentesco, e infatti del secolo “breve” reca su di se le stigmate della sua tragica pesantezza, ma in realtà di questo Novecento, secolo delle grandi ubriacature ideologiche, il nostro non riuscì che a bere brevissimi sorsi, interrompendo la propria vita ben prima dello scoppio di una Grande Guerra che come ha scritto Massimo Salvadori su Repubblica «avvelenò l’inizio del Novecento». Un lustro divide infatti il suo suicidio dal primo sangue versato dai soldati italiani, proprio nei pressi della terra d’origine.”

Leggi il seguito del saggio di Marco Iacona:
https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=22814

Vita, morte,
la vita nella morte;
morte, vita,
la morte nella vita.

Noi col filo
col filo della vita
nostra sorte
filammo a questa morte.

E più forte
è il sogno della vita –
se la morte
a vivere ci aita

ma la vita
la vita non è vita
se la morte
la morte è nella vita

e la morte
morte non è finita
se più forte
per lei vive la vita.

Ma se vita
sarà la nostra morte
nella vita
viviam solo la morte

morte, vita,
la morte nella vita;
vita, morte,
la vita nella morte. –

Carlo Michelstaedter, Poesie, Adelphi

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