Francesco Guccini, Qualcosa di surreale e di molto concreto

La realtà della città si scontrava con la nostra immaginazione. Però, non a caso, da quel gruppetto di giovinetti ottusi e un po’ ignoranti, alla fine degli anni Cinquanta sono nati due gruppi di musica pop: l’Equipe 84, che è stata in testa alle classifiche nei primi anni Sessanta, e i Nomadi, che hanno ancora, al giorno d’oggi, un notevole successo di pubblico. Poi ci mettiamo anche il disegnatore e sceneggiatore di fumetti Bonvi, creatore delle Sturmtruppen e di innumerevoli altre storie e, se permettete, il sottoscritto con le sue canzoni e i suoi libri. Eravamo anche creatori di linguaggio. Non parlavamo il dialetto ma lo conoscevamo e ogni tanto lo usavamo in qualche espressione idiomatica. Parlavamo (non so attraverso quali misteriose strade) un gergo derivato da quello degli imbonitori di piazza, dei giostrai, della piccola mala, e catturavamo e usavamo e inventavamo parole di vario tipo; per esempio, fingevamo di parlare pachistano, come lingua di una nazione lontana e sconosciuta, di una lontana Shangri La, lingua che ovviamente nessuno di noi conosceva. Ed era nato uno pseudolinguaggio, tipo “Un buna farfa perepee”, che ovviamente non ha significato, se non quello del nonsenso, del surreale. A questa lingua inesistente si aggiunga qualcosa derivato dal dialetto, come la parola “sgalbédro”. Una sera, verso le diciotto, ora della consueta tipica passeggiata in centro di quei tempi, incontrammo un conoscente, un batterista, un certo Nano Sola, oggi, mi dicono, passato al mondo dei più. Questi, guardando uno del gruppo che quella sera appariva particolarmente pallido, lo apostrofò in dialetto: «S’et fat? Te zal come un galbéder». Ripeto, conoscevamo il dialetto ma non lo usavamo. Non sapevamo che “galbéder” in modenese indica il rigogolo, uccelletto dal piumaggio del ventre giallo dorato. La parola ci affascinò, rimase incisa nella nostra mente e, dotata di una “s” intensiva, diventò per noi “sgalbédro”, a indicare qualcosa di inesistente, di volatile, un qualcosa di surreale.

Francesco Guccini, La legge del bar: E altre irresistibili leggi dell’essere, Giunti

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