
A quel tempo mio padre era ormai morto definitivamente. Era morto molte volte, mai completamente, sempre con certe riserve, che costringevano quel fatto a una revisione. Il che aveva il suo lato buono. Sminuzzando cosí a rate la morte, mio padre ci aveva familiarizzato con la sua dipartita. Eravamo diventati ormai indifferenti ai suoi ritorni, ogni volta sempre piú ridotti e sempre piú incresciosi. La fisionomia dell’assente si era come disseminata nella stanza in cui viveva, si era ramificata creando in certi punti stranissimi legami di somiglianza, di incredibile espressività. Le tappezzerie imitavano qua e là le contrazioni del suo tic, gli arabeschi si conformavano all’anatomia dolorosa del suo sorriso, scomposta in membri simmetrici come l’impronta pietrificata di un trilobite. Per un certo tempo girammo attorno al suo pastrano foderato di pelli di puzzola. La pelliccia respirava. Il panico delle bestiole, appuntate e cucite assieme, la percorreva di fremiti impotenti, perdendosi nelle pieghe delle pelli. Appoggiando l’orecchio si poteva udire il melodioso ronzio del loro sonno concorde. In quella forma ben conciata, con quel lieve odore di puzzola, di uccisione e di fregola notturna, avrebbe potuto conservarsi per anni. Ma anche là non durò a lungo.
Bruno Schulz, Le botteghe color cannella, Einaudi