RADIOSPAZIO TEATRO VI ASPETTA IL 15 FEBBRAIO PER

RADIOSPAZIO TEATRO VI ASPETTA IL 15 FEBBRAIO PER

Tra gli eventi di “Un Natale con i fiocchi”, il calendario di iniziative organizzato dal Comune di Torino, al Teatro “Piccolo Regio” di Torino: il nastro di Natale
Natale all’italiana
drammaturgia e regia di Alberto Gozzi
4/01/2013
La città infestata da Babbi Natale, il diavolo alla messa di mezzanotte, il tacchino che corteggia una ragazza: nelle invenzioni di Buzzati, Serra, Calvino, Morante, Soldati, Benni, Moravia il sorprendente autoritratto della nostra comune famiglia letteraria.
La regia
Alberto Gozzi
Gli attori
Roberto Accornero, Alice Bertocchi, Alessandro Salvatore, Marco Intraia, Eleni Molos, Annalisa Usai, Arianna Abbruzzese, Francesco Gargiulo, Carlo Nigra
Lo staff
Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni
Gli ingredienti del Natale
drammaturgia e regia di Alberto Gozzi
28/12/2012
Il presepe, la poesia che il bimbo recita in piedi sulla sedia, i buoni sentimenti che per un giorno fanno sentire migliori sono gli ingredienti di una festa vissuta da molti come una rappresentazione giunta alla trecentesima replica, con gli attori che recitano stancamente le battute e i costumi logorati da una troppo lunga tournée. Eppure questa rappresentazione deve andare in scena, ineluttabile, ogni anno; per non subirla come una condanna o come un pedaggio che si versa controvoglia alla Tradizione, si può ricorrere a un’altra finzione più sfaccettata e gioiosa, quella della letteratura. Le invenzioni degli autori convenuti sul nostro palcoscenico disegnano sette scorci di sette Natali che ci permettono di rileggere questa festa con le lenti dell’intelligenza e del cuore.
La regia
Alberto Gozzi
Gli attori
Roberto Accornero, Alice Bertocchi, Alessandro Salvatore, Marco Intraia, Eleni Molos, Annalisa Usai, Arianna Abbruzzese, Francesco Gargiulo, Carlo Nigra
Lo staff
Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni
Fantanatale
riscrittura scenica di Alberto Gozzi di grandi autori della fantascienza
21/12/2012
Come saranno i nostri Natali fra due o tre secoli?
Ce lo raccontano i grandi autori della fantascienza e del fantastico, da Aasimov a Clarke a Buzzati e altri: una proiezione nel futuro che ci riporta, con un vertiginoso viaggio circolare, all’irrealtà del nostro presente.
La regia
Alberto Gozzi
Gli attori
Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Eleni Molos, Carlo Nigra, Marco Intraia, Alessandro Salvatore, Annalisa Usai
Lo staff
Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni
Fuga dal Natale
riscrittura scenica di Alberto Gozzi dal romanzo di John Grisham
14/12/2012
Con Fuga dal Natale John Grisham si è concesso un divertimento che lo porta lontano, per una volta, dal giallo giudiziario e dal monumentale impegno del best seller. A cercarlo bene, qualche elemento di suspense si ritrova anche nella storia di questa coppia di coniugi di mezza età che progettano di ribellarsi ai riti (e alle inutili spese) del Natale: riusciranno i nostri antieroi a resistere alle pressioni della loro piccola comunità alla quale appaiono improvvisamente come eversori delle tradizioni e dell’ordine costituito? Il plot è semplice, ma questo è il suo bello, perché l’autore gioca con la “variazione sul tema” come lo chef malizioso reinventa i piatti della tradizione aggiungendovi sapori inediti e imprevedibili. Nell’avventurarsi su un terreno così diverso da quello dei suoi più noti romanzi, Grisham procede con un passo abile e leggero che ricorda un genere ormai classico della cultura americana, la commedia alla Neil Simon; la riscrittura scenica, modellata sul radioteatro che stiamo sperimentando, ha assecondato la vocazione comica del testo originale, intervenendo, occorre dirlo, con una certa libertà. Confidiamo che l’autore, sicuramente un uomo di spirito, non se ne dispiacerebbe.
A. G.
La regia
Alberto Gozzi
Gli attori
Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Francesco Benedetto, Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Marco Gobetti, Eleni Molos, Marco Intraia, Alessandro Salvatore, Annalisa Usai
Lo staff
Luca Condotta, Enrico De Santis, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco, Francesco Rigoni

14/05/2013
Autore di romanzi che molti lettori italiani hanno conosciuto grazie all’editore Garzanti, è a mio parere sulla breve misura che Michel Tournier mette in evidenza i tòpoi che caratterizzano la sua opera – e in particolare quello che può maggiormente interessare un drammaturgo: il rapporto binario. Nell’immaginario di Tournier a un Adamo nero corrisponde un’Eva bionda; nella grotta di Betlemme un poeta e chiacchierone fa coppia con un bue filosoficamente taciturno e meditativo; sull’isola di Agua Buena, Tournier, riscrivendo Defoe, rimette in scena la dialettica civilizzato/non civilizzato…In Tristan Vox, il racconto che abbiamo riscritto per la nostra scena radioteatrale, il rapporto binario si stabilisce e si gioca tra una voce e un corpo, complice la radio, cioè lo strumento che produce gli elaborati più immateriali che si possano immaginare. Siamo in Francia, negli anni Cinquanta, e la radio è il medium elettrico che domina incontrastato la comunicazione, emanando flussi di parole e musiche, che nascono quasi miracolosamente (occorre ben poco per costruire una trasmissione radiofonica) da studi grigi, anonimi, male illuminati e sostanzialmente vuoti, se si eccettua la irrilevante presenza di un locutore dall’aspetto insignificante, ma dalla voce suadente. Di che cosa parla Tristan Vox, al secolo Félix Robinet? Informa sulle condizioni del tempo, introduce canzoni di successo, divulga, quando è a corto di argomenti, La fisiologia del matrimonio di Balzac, adattata alla meglio, anzi modellata sul gusto delle ascoltatrici che sarebbero disposte ad ascoltare qualunque chiacchiera da quella meravigliosa voce senza corpo. Tristan Vox parla di radiofonicità o, senza rendersene conto, celebra il parlare, lo celebra tutte le sere dalle 21.30 alle 22.30 e il suo discorso, inteso come testimonianza della durata, della permanenza, del contatto tu (incorporeo) / io (che esisto solo in quanto destinatario del tuo discorso), riversa nell’etere vuoto e altrimenti inutile quella forma fantasmatica della vita che è la parola. Come altri racconti di Tournier, dicevamo, anche questo si sviluppa su un rapporto binario: in virtù del contratto stipulato con la sua emittente radiofonica, Tristan Vox deve rimanere anonimo, una condizione cui si sottopone volentieri dal momento che Félix Robinet è un animale a sangue tiepido che desidera solamente ritornare alla tana dopo la trasmissione. Il suo doppio, Frédéric Durateau, nasce all’improvviso, incarnandosi un mattino in una fotografia pubblicata dalla “Settimana radiofonica”. È un caso? Un errore? Un’incarnazione propiziata (provocata) dalle tensioni delle devote ascoltatrici? Tournier non ci chiarisce il mistero pur fornendoci alcune chiavi interpretative che possono tuttavia aprire solo alcune delle numerose serrature della cassaforte. E forse la mancata (impossibile) soluzione fa di questo racconto una gestalt incompiuta e sorridente che ci accompagna per un tratto di strada anche dopo la parola fine.
A.G.
Sottrarre al lettore un testo narrativo per affidarlo alle voci degli attori è un gesto arbitrario, quasi violento e comunque azzardato come un salto di corsia. Un testo scritto è concepito per essere affidato a un lettore perché ne decodifichi lettere, parole, frasi, periodi, alla ricerca di un senso; è un’operazione che lo stesso lettore modella su una sua personale fisiologia – una sorta di orologio che regola il tempo del racconto su ritmi personali e mutevoli. Col procedere delle pagine il rapporto diventa sempre più stretto, più intimo; qualunque voce venisse a interferire nel dialogo autore/lettore sarebbe indiscreta, inaccettabile come quella di un importuno che tentasse di inserirsi tra le parole di un dialogo amoroso. Nella messa in scena di un testo narrativo (non sottoposto a una sceneggiatura e quindi presentato nella sua letteraria integrità) il circuito della comunicazione si presenta del tutto diverso: alla porta d’ingresso dell’occhio si sostituisce quella, non meno importante, dell’orecchio; la voce del racconto cede il posto a quella degli attori che nel nostro caso si combinano con le musiche di scena: un registro – o, se si vuole, un ulteriore arbitrio che viene a sparigliare le carte. Lo spettatore che scorre queste righe in attesa che lo spettacolo abbia inizio, può legittimamente chiedersi perché mettere in scena un testo che l’autore aveva destinato a tutt’altra fruizione. Credo che la risposta possa venire dalla stessa scrittura di Gadda e dal peso con cui le sue metafore intervengono nel racconto, immagini verbali che, ci pare, chiedano di essere rappresentate, mediante una trasformazione fisica, quella appunto del suono, sul palcoscenico. La trama del racconto di cui presentiamo la reinvenzione scenica è tanto semplice quanto ricco e articolato è il suo linguaggio: siamo in Toscana, al confine con la Liguria; i brontolii della seconda guerra mondiale appena iniziata raggiungono la sperduta proprietà dell’Alloro che ospita, l’una vicina all’altra, la famiglia della giovane Lisa e una pensione per fanciulle, gestita dalla signora Wedekind. (Qui l’omaggio alla malizia di Gadda è doveroso: Frank Wedekind, uno dei padri del teatro espressionista, fu anche autore di un’opera in prosa, Mine Haha, ambientata in un grande parco costellato di casette, dove centinaia di bambine e di fanciulle vengono educate alla consapevolezza del corpo). Dunque, in questo angolo di verde fuori dal mondo giunge dal nulla un monumentale giovanotto – una presenza tanto vistosa che non potrà fare a meno di generare turbamenti e delusioni. Accanto ai personaggi del racconto (Elena – una ragazza più grande della sua età – la mamma e la zia di Lisa, il servo Baciccia, la domestica Lena, il misterioso giardiniere Cesare) convivono, e con pari incidenza narrativa, i lauri che abbracciano la villa dell’Alloro (“Si direbbero cani assai belli, e un po’ inutili dopo spenta la caccia, che si raccolgano d’attorno al padrone, annusandogli a quando a quando le scarpe”), i passeri che “sfrullavano via dalle rame come altrettante pere che cadessero all’insù” e cento altre presenze che solcano per un attimo la scena grazie alle voci e ai corpi degli attori, testimoni e artefici del trasferimento di senso dalla pagina alla scena.
A.G.