Il video della domenica. Samuel Beckett in incognito. 4′

becketthttps://www.youtube.com/watch?v=LtMUL0aDFO8&feature=youtu.b

a cura di Francesco Ghisi

Come ogni monumento, anche Beckett è imprigionato nella sua immagine; il suo volto sbalzato con lo scalpello e sormontato dai capelli candidi e ventosi si affaccia sulle pareti delle librerie insieme agli altri pochi personaggi che compongono il gotha iconico del ‘900 (Enstein che mostra la lingua, Warhol dai capelli a carciofo, Marilyn…). In questo breve video, girato da un amatore anonimo e clandestino, il monumento si anima e, sorprendentemente, fa le cose che facciamo tutti: passeggia (con aria dinoccolata) chiede un’informazione, legge il giornale, si dirige da qualche parte in compagnia di una signora… Come si vede, la trama è molto scarna ma il video, pure rubato e approssimativo, riesce a illuderci di poter stabilire, per quattro minuti, un contatto anche solo voyeristico con uno dei grandi inconoscibili della letteratura.

Quattro formiche incappucciate su un foglio. Samuel Beckett, Quadrat. durata 5’23”

Se avete cinque minuti e ventitré secondi a disposizione, seguite le evoluzioni di queste quattro figure colorate (di bianco, di rosso, di blu, di giallo) su un quadrato: è una delle opere mature di Beckett (del 1981, otto anni prima della sua  morte), concepita per la televisione. La Süddeutscher Rudfunk  tedesca la trasmise l’8 ottobre 1981 ma dubito che possa trovare posto nei palinsesti di rai e mediaset. Come tutte le opere di Beckett, anche questa lascia il più ampio margine all’interpretazione del lettore o dello spettatore. Chi sono i quattro anonimi personaggi che entrano ed escono dal quadrato? A me piace pensare che siano le parole che s’incrociano su un foglio ancora da scrivere ma è una suggestione personale che non esclude quella, più filosofica, del nostro eterno vagare lungo diagonali prestabilite e solo apparentemente sensate, senza mai incontrare l’altro.

Un capolavoro della radiofonia. Samuel Beckett, Parole e Musica. Audio/Radiospazio. durata 17′

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Rappresentato da Radiospazio Teatro nel febbraio del 2011 presso la Biblioteca Arturo Graf di Torino. Interpreti: Roberto Accornero e Francesco Gargiulo. Regia di Alberto Gozzi

L’ascolto di questo radiodramma è impegnativo e non potrebbe essere altrimenti. Parole e musica, a più di cinquant’anni dalla sua nascita, si presenta ancora come una straordinaria e misteriosa macchina sonora che mette in conflitto due linguaggi, la parola e la musica e che pretende dall’ascoltatore una dedizione assoluta, forse addirittura un certo spirito di sacrificio. Come tutte le ascensioni, anche questa richiede fatica, e per l’ascoltatore la fatica più grande consiste nel rinunciare ad afferrare il senso immediato del dialogo per accettare le zone oscure dell’opera. Ne sarà ripagato. In Parole e Musica Beckett mette in campo il tema della creazione artistica e, specificamente, il tentativo (impossibile) di conciliare la Parola e la Musica. Il fallimento dell’impresa genera sgomento e frustrazione ma anche una comicità paradossale: c’è molto riso in questa scrittura, basta avere il coraggio di addentrarsi nella palude dell’Assurdo.
La trama, se si può parlare di trama, è semplice: c’è una coppia di personaggi, Musica (chiamato Bob) e Parola (chiamato Joe) fortemente dipendenti l’uno dall’altro, governati (dominata?) da un misterioso padrone di casa, Croack, che li blandisce, li accoppia, li pungola, nonostante egli stesso sia il primo a patire l’emozione che si sprigiona dal loro impossibile accoppiamento. (Quanti gemiti, in questo radiodramma! Quasi una colonna sonora parallela a quella della musica e delle parole). È un meccanismo sadomasochista? Forse sì, ma se riusciremo a entrarci senza pregiudizi ci accorgeremo che non è estraneo alla nostra individuale tragicommedia.

Paolo Poli.Teatro Carignano. Aquiloni.

paolo-poli-giovane-237457Nell’ “Intervista impossibile” con l’uomo di Neanderthal (scritta da Calvino per radio due nel 1974) il nostro progenitore polemizzava con l’azzimato giornalista che lo intervistava: “Ma cosa dici? Ma cosa parli? Non c’eri mica te! Io c’ero”. Probabilmente non è un merito “esserci stato”, cioè essere vecchi, così come non lo è, al contrario, essere giovani. Ma Paolo Poli, curiosamente, dava l’idea di esserci sempre stato anche da giovane, come un minerale fino a quel momento sconosciuto che il caso fa rinvenire a un gruppo di boy scout durante una passeggiata in montagna. A me è capitato di vedere i primi suoi spettacoli che risalgono alla fine degli anni Cinquanta nei quali egli era il mattatore ma che nascevano da una brillantissima idea di Aldo Trionfo. Insieme a Lele Luzzati, il grande regista genovese aveva dato vita a un’agile formazione teatrale, “La borsa di Arlecchino”. La formula era semplice e nuova: la prima parte era dedicata a un bouquet di poesie messe in musica (da Palazzeschi, a Penna ai classici della letteratura italiana), la seconda proponeva autori che in quegli anni erano del tutto sconosciuti o riservati a un’élite: Ionesco, Adamov, Beckett, Brecht, Genet, De Obaldia. Paolo Poli passava dal Tasso (memorabile un combattimento Clorinda/Tancredi insieme a Claudia Lawrence con cavalli e spade di cartapesta) alla prigione di Sorveglianza speciale con lo scafandro del grande attore che contrariamente al luogo comune non è un camaleonte, non ha bisogno di trasformarsi, gli basta solo esserci, anzi, nel caso di Poli, continuare ad esserci.

 

Samuel Beckett – Parole e musica – Radio II

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dicembre 2011

Parole e musica, scritto in inglese (Words and Music) nel 1961, venne trasmesso per la prima volta dal Terzo Programma della Bbc il 13 novembre 1962. Il radiodramma prevede tre personaggi: Parole, Musica e Croack.

Il titolo Parole e musica suona come la limpida enunciazione di un ritorno ai fondamenti della radio: nella buia caverna risonante possono esistere solo la parola e la musica. Da sole, oppure insieme, sovrapposte (un amplesso, dunque? sì, letteralmente: una sopra l’altra – e nel finale vedremo anche la malinconia conseguente la fine dell’amplesso). Oppure una contro l’altra. Oppure l’una desiderante l’altra. L’una orfana dell’altra. L’una che suggerisce all’altra, incoraggiandola. O che polemicamente distorce il suo messaggio in parodia. Eccetera. La dinamica della coppia Parola/Musica – come la dinamica di tutte le coppie – si sviluppa in infinite variazioni, cioè, verrebbe da dire: può produrre innumerevoli storie, simili e al tempo stesso uniche. A proposito di storie, possiamo ricordare che recensendo sull’«Observer» la prima emissione di Words and Music, il critico Paul Ferris dichiarò ai lettori il suo smarrimento di fronte all’anomalia di un testo che «quasi nulla concede alla forma drammatica così come viene normalmente intesa». Credo che in realtà lo sgomento di Ferris non derivasse tanto dalla “forma drammatica” quanto dall’assenza di una trama decifrabile. Ma la radio (e il teatro) di Beckett non sviluppano trame: propongono, invece, rapporti che lo spettatore è chiamato a decifrare in piena e angosciosa libertà: lo smarrimento dello spettatore è lo smarrimento dell’autore stesso il quale, contrariamente a quanto afferma una ricorrente formula piuttosto sbrigativa, non “mette in scena il nulla”, mette in scena l’impossibilità di raccontare ciò che deve comunque essere raccontato. Per tornare al nostro Parole e Musica, le sue componenti narrative sono davvero scarne: c’è una coppia di personaggi fortemente dipendenti l’uno dall’altro (come lo sono la parola e la musica nel linguaggio radiofonico) governata (dominata?) da un misterioso padrone di casa, Croack, che li placa li accoppia, li pungola, nonostante egli stesso sia il primo a patire l’emozione che si sprigiona dalla musica e dalla parola. (Quanti gemiti, in questo radiodramma! Quasi una colonna sonora parallela a quella della musica e delle parole). È un meccanismo sadomasochista? Probabilmente sì, ma se osassimo far cadere qualcuna delle molte maschere che ci proteggono non lo sentiremmo come del tutto estraneo a noi.

 

Radio II – scritto in francese (Pochade radiophonique) nei primi anni Sessanta, fu trasmesso dalla Bbc nel 1976 in occasione del settantesimo compleanno di Beckett. Diciamo subito dell’argomento: in un luogo imprecisato (ma la radio non ha bisogno di scenografie) agiscono un aguzzino, la sua stenografa, una vittima e un torturatore, che un’esplicita didascalia di Beckett indica come muto (l’unico personaggio, nella storia della radiofonia, che non parla, almeno a mia memoria). Data la situazione, il plot è canonico: si tratta di costringere la vittima a parlare. Non “confessare”, ma parlare, nel senso di “raccontare”. Siamo tornati al tema che percorre il radiodramma Parole e Musica di cui abbiamo appena detto, così come l’intera opera di Beckett: solo a condizione che si realizzi il racconto l’aguzzino e la sua stenografa potranno sottrarsi alla schiavitù di una non meglio identificata commissione che sorveglia dall’alto il loro perverso lavoro. Ma la vittima fornisce solo brandelli di narrazione, straccetti di un vissuto nebbioso in cui si intravedono un gemello cresciuto nel suo ventre, un seno e poco altro: immagini (parole) immerse in una geografia sfocata, generica: gallerie, oceani, un alto e un basso, un muro che delimita un qualche cosa… Troppo poco per ricostruire un racconto compiuto: il lavoro di estrazione (tortura) deve continuare, e se non basta gli aguzzini devono ricorrere alla manipolazione.

Invitiamo gli spettatori che leggono queste brevi note prima dello spettacolo a tenere a mente il titolo di questo radiodramma, Pochade radiophonique chiedendosi che rapporto possa intercorrere tra la frivolezza della pochade e la tortura: forse in questa contraddizione troverà la chiave di un imprevedibile, sottile divertimento.

A. G.