“Cosa avrebbe scritto David Foster Wallace a proposito dei social network? Come avrebbe raccontato il movimento Occupy Wall street? E l’elezione di Donald Trump? E la crisi della democrazia rappresentativa? E il #MeToo? C’è una dolorosa ovvietà nel constatare il vuoto di riflessione e d’immaginazione, di parole, di concetti inediti, di quella complessità febbrile che ha lasciato uno scrittore come lui, nel racconto e nell’analisi del mondo.”
Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico le donne nelle cartolerie dei sobborghi comprano i libri di scuola e i quaderni per i loro bambini. Disperate cavano i loro ultimi soldi dai borsellini logori, lamentando che il sapere sia così caro. E dire che non hanno la minima idea di quanto sia cattivo il sapere destinato ai loro bambini.
“Scrivere o leggere per
intrattenere e intrattenersi non credo sia qualcosa di sbagliato in sé. Penso a come leggeva mio nonno: leggeva per intrattenersi.
Persona curiosa, vivace, oltremodo vitale. Di stare senza far nulla non se ne
parlava, per cui, in mancanza di passatempi, ecco i libri. Quelli che c’erano,
quelli che si scrivevano, che si vedevano in giro,
quelli che si vendevano; i capolavori di quegli anni. Nessuna ricerca di
chicche in librerie dell’usato. Non leggeva per un’idea precostituita sul
leggere, o perché riconosceva a quest’azione un valore positivo/negativo, o
politico, o militante, o pedagogico; mio nonno
leggeva per motivi del tutto concreti: far passare il tempo immaginando una
storia, esattamente come poteva fare vedendo un film: soddisfare curiosità,
conoscere le cose, ma principalmente divertirsi.”
Sono passati esattamente cinquant’anni eppure è come girare l’angolo in un quartiere di una qualunque città tedesca, italiana ed europea, oggi e allora. KATZELMACHER (letteralmente fabbricante di gatti) nello slang della provincia nella Germania profonda identificava gli immigrati dal sud, come il nostro terrone, parola forse dimenticata da chi ha meno di sessant’anni ma ancora cattiva, ed appunto cinquanta anni fa un giovanissimo Rainer Werner Fassbinder traslava sul grande schermo, con impura fedeltà, la sua omonima drammaturgia. La sintassi cinematografica ne enfatizza la bidimensionalità, quasi che l’appiattimento dello sguardo configurasse la tragica crasi di un pensiero di sé omesso, o forse solo interrotto. Sei giovani coppie, un muro anonimo, una strada di periferia e una birreria, sfondo teatrale sempre uguale a sé stesso. Lì quei sei giovani vivono la loro vita, anzi perdono man mano la loro vita nell’incapacità di configurarsi una identità, che solo il denaro man mano dominante sembra promettergli. L’apparizione dell’altro, dello straniero, del greco Jorgos (interpretato dallo stesso Fassbinder) per un attimo li compatta nella violenza, in una relazione contro in cui appaiono finalmente complici e alleati. Poi tutto può riprendere come prima, inesorabilmente. È un film dalla rara, claustrofobica e tragica bellezza in cui paradossalmente più che gli echi di un nero passato tedesco ci pare di riconoscere i lineamenti distopici di un futuro globalizzante, i segni di quell’oggi che ancora si compatta nelle grida politiche contro lo straniero mentre lascia disperdersi nel nulla le mille ricchezze di una gioventù orfana nell’incertezza e nell’incapacità di costruire e condividere la propria nuova esistenza.
Maria Dolores Pesce
Versione originale sottotitolata in italiano: Il fabbricante di gattini
“Guardare gli anni di composizione e di pubblicazione dei libri di Magda Szabó e accostarli agli anni in cui sono usciti grandi romanzi di altre scrittrici nel Novecento è interessante. Lettera aperta di Goliarda Sapienza esce nel 1967, Il Filo di mezzogiorno nel 1968; Giù in piazza non c’è nessuno l’autobiografia letteraria di Dolores Prato uscita nell’80 in edizione ridotta e scritta durante tutta una vita; la scrittura intrisa di quotidiano di Natalia Ginzburg, con Tutti i nostri ieri del ’53 e Lessico famigliare del ’63; Alba de Céspedes con Quaderno proibito nel ’52; Fausta Cialente nel ’62 con Interno con figure; La penombra che abbiamo attraversato di Lalla Romano del ’64; Menzogna e sortilegio della Morante del ’48.”
La scena del racconto risale alle vacanze del 1950, l’ultima
estate dei grandi giochi da mattina a sera, con le cugine, qualche ragazzina
del quartiere e alcune bambine di città in vacanza a Yvetot. Giocavamo alla
bottegaia, a fare le grandi, ci costruivamo case nei numerosi anfratti del
cortile del negozio dei genitori, utilizzando casse di bottiglie, cartoni,
vecchi tessuti. A turno, ciascuna cantava, in piedi sull’altalena, Il fait bon chez vous Maître Pierre e Ma guêpière et mes longs jupons, come
nei concorsi radiofonici. Ci allontanavamo di nascosto per raccogliere le more.
I genitori ci vietavano di giocare con i ragazzi con la scusa che preferivano
passatempi più violenti. La sera ci separavamo, sporche fino al midollo. Mi
lavavo braccia e gambe, felice di poter ricominciare da capo l’indomani. L’anno
dopo tutte le ragazze si sarebbero disperse, o avrebbero litigato, mi sarei
annoiata e non avrei fatto altro che leggere.
Un genio che poco prima dell’alba girava rastrellando l’estrema landa per raccogliere le anime appena giunte e avviarle alla grande porta, avvistò da lontano qualcosa di chiaro proprio ai piedi della muraglia che recinge la città dei morti. Avvicinatosi, trovò una giovane e bellissima donna nuda apparentemente addormentata. Si inginocchiò a toccarla. Non era spirito, era tenera e tiepida carne. Allora, prendendole un polso, la scosse per ridestarla. Con un gemito lei si stirò languidamente e balbettò come ubriaca: – Oh lasciatemi dormire.
“L’arte topiaria è l’antica arte di potare alberi e arbusti a scopo ornamentale. Nasce all’epoca dell’Antica Roma, nella progettazione di ville e palazzi. Raggiunge poi la massima espansione nei giardini italiani del Rinascimento, abbelliti con forme artistiche date alle piante. Affinché la topiaria sia bella tutto l’anno è fondamentale scegliere la giusta pianta, dal fogliame denso e persistente, rustica e forte per tollerare bene le tante potature, come il bosso (Buxus), l’agrifoglio (Ilex), l’alloro (Laurus), il ginepro (Juniperus), il ligustro (Ligustrum), il tasso (Taxus), l’edera (Hedera). Tra i maggiori di esempi di giardini topiati, Les Jardins d’Étretat si affacciano sulle spettacolari scogliere in alabastro della Normandia, le famose Falesie di Étretat, amate e dipinte da Claude Monet in oltre cinquanta tele.”
Vide un giorno un somaro un usignolo: «Amico», gli disse, «è ver che tanto, come m’han riferito, esperto sei nel canto? Oh, molto avrei pur caro, udendoti cantar farmi da me un concetto E l’usignol fischiando e gorgheggiando allora sfogò l’arte canora in mille modi varî. Cantava dolcemente, con voce alta e sonora, che parea di zampogna talor l’eco languente, talor di mitraglia lo scoppiettio frequente. Allor tutto ascoltava: ascoltava de l’alba l’annunciator canoro, taceano i venti intorno e degli uccelli il coro. Il gregge si fermava e respirando appena il pastorello, attento al canto, si beava e volto a la campagna, sorrideva contento. Terminò il canto. L’asino, china la fronte al suolo: «Be’, non c’è male!», disse. «Proprio a parlarti franco, udendoti cantare, in fondo non mi stanco. Certo è peccato solo mio povero usignolo, che tu il galletto nostro non abbia conosciuto: perfezionarti, udendolo, avresti ancor potuto». Sentendo un tal giudizio il povero cantore spiccò il volo sui campi e sparve in un bagliore.
Ho visto foto della vecchia via Roma (a Torino, N.d.R) prima che cadesse nelle mani dell’architetto pazzo Piacentini. Era una via barocca, raffinata senza supponenza, un frac elegante e consunto, che, a colpi irrevocabili di bisturi e colate di cemento, si trasformò in una via marmorea, lucida di vetrine curve, di gigantesche colonne, lucida di pavimenti marmorei per incedere al riparo di portici giganti di marmo attraverso l’intera città. Fu appunto in una gelida giornata, tutta torinese, di ghiaccio, nasi rossi e raffiche di neve, che venne inaugurata la fulgente strada del futuro fascista. Ma purtroppo la neve si appiccica sotto le scarpe e, una volta entrati nei portici, si compatta in una terrificante suola senza attrito. E così, quando le famiglie (tutte iscritte al Partito fascista, e lo si sapeva dal distintivo all’occhiello soprannominato “la cimice”) incedevano estasiate di tanta glaciale lucidità, come pervenivano agli scivoli voluti dall’arcipiacentini per non interrompere con banali gradini l’incedere sontuoso, tutti scivolavano come perognocchi, battendo culate da far spavento.
Antonio Bueno, Il carabiniere, 1969 (olio e pastelli su carta)
Dacché il figliolo era partito soldato per un paese lontano di cui non ricordava il nome, Leonina non l’aveva più visto. E neppure sentito: diceva così poco dalle sue parche lettere. Ma ora il figlio torna in licenza di quindici giorni. Il suo ragazzo tornerà domani alla stazione di Marotta alle quattro, poi farà quei tre chilometri a piedi. Leonina si domandava se sarebbe andata incontro al suo Adamo o se l’avrebbe aspettato sul focolare dopo aver socchiuso la porta. Poi le venne in mente che i soldati non son tutti uguali. Il colore, sì, è uguale per tutti, ma ci son quelli che hanno la mantellina corta, quelli che hanno i gambali, quelli che hanno le penne… Insomma questa disgraziata mamma d’un milite s’era dimenticata di chiedere se il suo figliolo fosse fantaccino o bersagliere o cavalleggere o aviere o artigliere. Naturalmente all’indomani, all’ora giusta, la Leonina non resistette e si ritrovò sulla strada di campagna a guardare i pali e i mucchi di ghiaia. Il suo Adamo doveva spuntare di là. Era così assorta e stravolta che non s’accorse di qualcuno che sorgeva in capo alla strada e s’avvicinava e ingrandiva. Poi sussultò. Chi era questo? Era un carabiniere. Pareva quasi che il carabiniere venisse verso di lei, facesse un segno, intimasse il silenzio. Allora la poveretta ricordò d’aver rubato un fascio di legna proprio da quelle parti, ebbe paura (i carabinieri le avevan sempre fatto paura) e pensò di mettersi in salvo. Correva in un viottolo spaventando un branco di anitre che correva avanti a lei e, dietro di lei, correva anche il carabiniere, un diavolo di carabiniere deciso d’agguantarla alle spalle. Le anitre che starnazzavano avanti, il carabiniere che urlava dietro per intimarle la resa… la poveretta non poté salvarsi: era già caduta su un letto d’erba lieve, dolcissima, tutta trapunta di fiorellini gialli di campo. Quando aprì gli occhi, il carabiniere s’inginocchiava dinanzi a lei e le tergeva il sudore. Allora, come se tornasse in vita, la madre sorrise: «Sei tu, figlio mio?»
Starsene seduti su uno sgabello, integralmente nudi e circondati da un piccolo stuolo di ragazzine è una situazione davvero anomala, come peraltro lo sono le dimensioni di questo signore che si guarda intorno sgomento dall’alto dei suoi tre metri e ottanta. Il suo creatore, Ron Mueck, gioca con le misure creando, a volte, giganti e, più raramente, lillipuziani; l’iperrealismo moltiplicato per il gigantismo suscita, in chi guarda, lo spaesamento e la meraviglia, oppure il dileggio, come nel caso di queste visitatrici adolescenti, convinte, fino a un attimo fa, che i giganti esistessero solo nelle favole. Quando Swift raccontò il risveglio di Gulliver a Lilliput, lo ritrasse legato al suolo da innumerevoli funicelle, e non spese una parola sugli abiti del suo protagonista, tutto preso com’era dalla componente filosofica di quell’avventura; Mueck, nel suo iperrealismo ossessivo, inchioda il suo soggetto a un duplice disagio: la nudità e la smisuratezza e, così facendo, mette in scena una situazione di sogno che abbiamo tutti sperimentato, quella dell’onnipotenza connessa alla vergogna.
Nel moto pendolare delle cose che sembrano estinguersi ma che all’ultimo momento ritornano, ecco la carta, anzi il cartoncino, il libriccino su misura per chi non trova le parole per dirlo. Sfogliando rapidamente questo blocchetto, la storia si dipana, muta, e in pochi secondi svapora. La storia la si può commissionare a theflippist.com e sarà la vostra storia. La casa produttrice, pubblicizzando il suo prodotto, ne riduce purtroppo le potenzialità proponendolo come un mezzo per chiedere scusa, per fare una domanda di matrimonio, per proporre una vacanza… insomma un impiego strumentale. Molto più interessante sarebbe costruire un racconto della durata di pochi secondi, commissionando ai disegnatori della theflippist una piccola autobiografia da stampare in qualche centinaio di esemplari e da recapitare ad amici e parenti come ricordo dopo la propria dipartita, al posto del logoro santino. Una vita che si consuma in qualche battito di ciglia e vola via.