La volontà di mantenere la popolazione nell’ignoranza sembra essere al centro di quel progetto populista che viene portato avanti da qualche anno da una fetta consistente del mondo politico contemporaneo. Mentre promette alle persone di farle partecipare, infatti, la politica oggi toglie loro quegli strumenti culturali senza i quali non sono in grado di raggiungere un reale livello di partecipazione. Conseguentemente, smantella l’istruzione pubblica (lasciando crollare il tasso di educazione fornita dalla scuola), indebolisce tutte le istituzioni culturali (privandole di fondi adeguati), ostacola lo sviluppo di un’informazione libera e, soprattutto, fa sparire dai media qualsiasi contenuto di tipo culturale”.
Alzati che si sta alzando la canzone popolare se c’è qualcosa da dire ancora se c’è qualcosa da fare alzati che si sta alzando la canzone popolare se c’è qualcosa da dire ancora ce lo dirà se c’è qualcosa da imparare ancora ce lo dirà.
Sono io oppure sei tu che hanno mandato più lontano per poi giocargli il ritorno sempre all’ultima mano e sono io oppure sei tu chi ha sbagliato più forte che per avere tutto il mondo tra le braccia ci si è trovato anche la morte sono io oppure sei tu ma sono io oppure sei tu.
Alzati che si sta alzando la canzone popolare se c’è qualcosa da dire ancora se c’è qualcosa da fare alzati che si sta alzando la canzone popolare se c’è qualcosa da capire ancora ce lo dirà se c’è qualcosa da chiarire ancora ce lo dirà.
Sono io oppure sei tu la donna che ha lottato tanto perché il brillare naturale dei suoi occhi non lo scambiassero per pianto e invece io, lo vedi da te arrivo sempre l’indomani e ti busso alla porta ancora e poi ti cerco le mani sono io, lo vedi da te mi riconosci, lo vedi da te.
Alzati che sta passando la canzone popolare.
Sono io sono proprio io che non mi guardo più allo specchio per non vedere le mie mani più veloci né il mio vestito più vecchio e prendiamola tra le braccia questa vita danzante questi pezzi di amore caro quest’esistenza tremante che sono io e che sei anche tu che sono io e che sei anche tu.
Alzati che si sta alzando la canzone popolare.
Alzati che sta passando la canzone popolare se c’è qualcosa da dire ancora ce lo dirà se c’è qualcosa da chiarire ancora ce lo dirà se c’è qualcosa da cantare ancora si capirà.
Trascorse gran parte della sua vita in azienda dimenticato in un ufficio che col tempo aveva arricchito (non senza qualche critica dell’Ufficio personale) di piante esotiche, collane papua e tronchi in forma di Leviatani mostruosi modellati da risacche lontane. Assolveva i suoi compiti manageriali con tiepida puntualità, preferendo a quelle pratiche sempre così uguali la lettura dei romanzi di Joseph Conrad (poteva citare a memoria ampi brani di Lord Jim e non solo). Il suo fisico, rinvigorito e abbronzato da queste letture, era molto apprezzato dalle colleghe del settimo piano, alle profferte più o meno esplicite delle quali rispondeva: «Grazie, ma sto appunto per imbarcarmi».
Dopo avere sopportato tutto quello che credeva possibile sopportare, c’era dell’altro ancora; un’esistenza precedente gli aveva abbassato la soglia che porta al crepacuore. Ah, la dolce padronanza della vita… Se solo fosse riuscito ad averla! Quanto più soffriva, per frequenti o sinceri che fossero i suoi propositi di cambiare, tanto più soffriva. Per qualsiasi motivo, sconosciuto o imprevedibile. Non s’illudeva, era lui la sua cattiva causa, causa di ciò che gli causava dolore («Ovunque io fugga è Inferno; sono io stesso Inferno»);a un certo punto del suo percorso aveva errato, di lì la sua vita era stata una serie, sempre più fitta, di sbagli. E quando Levin errava le conseguenze erano gravi, e non contavano le mille volte che si riprometteva di prendere la vita più alla leggera, di cercare meno freneticamente una presa buona per atterrarla. Rideva seriamente e soffriva allegramente, miserere.”
Una poesia che usa i materiali e il linguaggio del teatro; forse si potrebbe ricrearla, raccontarla, agirla in palcoscenico.
Un oggetto di scena Sopra il tavolo c’è una cartella clinica dentro una plastica rosa. È snella: la patologia non è grave ma lo spessore lo danno i pensierini che mai lei dimentica di portare. Fogliettini colorati con piccole poesie, brevi fumetti ritagliati, bigliettini baciati di nascosto prima di entrare in scena.
“Che cosa sta accadendo? La poesia, fino a ieri cenerentola dell’industria culturale contemporanea, è forse pronta a essere incoronata dal principe dell’estetizzazione? Una semplice estensione alla poesia odierna delle tesi di Franco Fortini, già riprese da Walter Siti e Valerio Magrelli, sul surrealismo di massa gestito da televisione e nuovi media – una sorta di avanguardia per tutti che utilizzerebbe parassitariamente le tecniche della finzione letteraria neutralizzandone il potenziale dirompente “
“The Company” è la prima mostra a Roma di Huma Bhabha, e arriva dopo un percorso della notissima artista di origini pakistane già piuttosto lungo. Il suo linguaggio è andato formulandosi nel solco delle pratiche legate al Post-Human e all’anti-monumentalità – dunque due momenti nodali della storia dell’arte recente, a cavallo tra anni Novanta e Duemila, che possono offrire il fianco a rapide e approssimative definizioni – senza risultarne troppo invischiato. La mostra individua e sottolinea alcune specificità che da sempre appartengono alla sua poetica: un’idea di scultura veloce (uno dei suoi materiali d’elezione è da sempre il polistirolo, che permette una certa agilità compositiva), tendente alla performatività e a un flusso di coscienza che fa agglutinare attorno alle sue figure uno spettro di rimandi molto ampio – dall’arte primitiva e arcaica afferente a tradizioni diverse, fino al fumetto e al cinema horror”.
Visse per anni trentacinque in mansarda. Di tanto in tanto qualche uomo affrontava l’impresa e saliva quegli ottantaquattro gradini smoccolando. Non senza pena ridusse il suo già modesto tenore di vita. Affittò finalmente un bilocale con ascensore. Lo arredò con amore e molto buon gusto (così almeno le parve). “Ecco!”, si disse, e se lo rimirò. Da quel giorno il telefono tacque, e così il campanello.
Non era più tanto giovane, se lo ripeteva, e alla sua età avrebbe dovuto sapere che non si accetta un appuntamento con una persona che si è conosciuta in treno. Mabel, la sua migliore amica si era prima scandalizzata, poi preoccupata: “Nel migliore dei casi è un truffatore che ti prosciugherà il conto corrente, nel peggiore un assassino .” Mentre l’amica continuava a parlare tentando di dissuaderla, Ethel passava in rassegna gli uomini della sua vita; non ci aveva messo molto, erano stati solamente due: il primo, l’aveva sposato dopo cinque anni di fidanzamento ma si era dileguato dopo sette mesi di matrimonio; il secondo, un vecchio, caro collega divorziato che diceva di averla amata in silenzio per vent’anni, si era dileguato quasi subito in preda alla nostalgia della moglie. Mentre aspettava, Ethel sorrideva pensando ai timori assurdi di Mabel sul suo conto corrente, che era in rosso, così come la sua vita. Sorrideva anche allo sconosciuto che non sarebbe venuto, ma che le aveva fatto palpitare il cuore quando era uscita di casa dopo essersi fatta carina. Adesso, il cuore si era rimesso tranquillo. Poteva tornare a casa.
“Immaginate uno spettacolo che si svolge lungo una carreggiata stradale larga 9 metri e lunga 60, cui gli spettatori assistono da lunghissime gradinate che si fronteggiano ai lati del percorso: come una processione, una marcia, una manifestazione. Immaginate che all’inizio siano appena illuminati i due enormi sipari di un bianco polveroso, simili a nebbia, pendenti da sbarre a 4 metri d’altezza su supporti a trapezio con ruote ( in termine tecnico ‘cavalle mobili’ ), che delimitano da una parte e dall’altra l’enorme percorso, e immaginate ancora che nella penombra e nel silenzio totale dell’attesa sbuchino da uno dei sipari due uomini curvi sotto il peso di corde grandi come gomene di una nave e che, lentamente, ipnoticamente, dietro di loro il sipario avanzi e man mano riveli il mondo parallelo che celava: un mondo di dormienti stesi sui loro letti (25 letti su rotelle legati uno all’altro che avanzano in doppia formazione) appena illuminati da piccole abat-jours sui comodini collegati ai letti. Una città che dorme e scorre lentamente, come il tempo, una città che emerge dalla nebbia del passato, forse sempre uguale nei suoi sonni e nei suoi sogni.” Così Ida Bassignano, regista, drammaturga e narratrice, incomincia il racconto di Utopia, un mitico spettacolo del 1975 nel quale Luca Ronconi accorpava cinque commedie di Aristofane (Cavalieri Donne al Parlamento, Pluto, Uccelli, Lisistrata) trasferendole in un impianto scenico sorprendente, quasi al limite dell’impossibile. Di quell’allestimento, ci ricorda l’autrice in una sua nota introduttiva, non esistono che poche e labili tracce, ma è connaturata al teatro la sua non riproducibilità (nonostante il fiorire dei video in rete sembri gridare il contrario). Il teatro, invece, può rinascere nella riscrittura: quella del regista Ronconi che riscrive sulla scena Aristofane e quella, oggi, della sua ex-assistente Bassignano che fa rivivere sulla pagina quella lontana Utopia. Il racconto si sviluppa secondo due angoli di visuale complementari, quello della regista esperta e quello della giovane assistente del 1975 che si misura (non senza un pizzico d’incoscienza, confessa) con un’impresa tanto più grande di lei. Il risultato di questo viaggio nel mondo dell’Utopia ronconiana è una narrazione che trascende la ricostruzione storica per diventare racconto di formazione e testimonianza di un teatro lontano nel tempo ma non perduto. Magnificamente antiaccademica, arricchisce il volume, pubblicato dall’editore Ianieri, una conversazione di Nando Taviani e Gianfranco Capitta.
Philip pensò che abbandonando il desiderio di felicità egli abbandonava l’ultima delle sue illusioni. La sua vita era orribile se misurata col metro della felicità, ma ora gli sembrava di trarre forza dal rendersi conto che si poteva misurarla con qualcos’altro. La felicità non contava, come non contava la sofferenza. L’una e l’altra contribuivano, come ogni dettaglio della vita, all’elaborazione del disegno. Gli sembrò per un attimo di essere al disopra dei casi della sua esistenza, e sentì che essi non avrebbero più potuto toccarlo come in passato. Qualunque cosa gli accadesse sarebbe stata un motivo in più da aggiungere alla complessità del disegno, e all’avvicinarsi della fine egli avrebbe gioito del compimento di quest’ultimo. Sarebbe stato un’opera d’arte, e non meno bella perché lui soltanto ne conosceva l’esistenza, e perché con la sua morte il disegno avrebbe cessato di esistere. Philip era felice.
Dopo avere sopportato tutto quello che credeva possibile sopportare, c’era dell’altro ancora; un’esistenza precedente gli aveva abbassato la soglia che porta al crepacuore. Ah, la dolce padronanza della vita… Se solo fosse riuscito ad averla! Quanto più soffriva, per frequenti o sinceri che fossero i suoi propositi di cambiare, tanto più soffriva. Per qualsiasi motivo, sconosciuto o imprevedibile. Non s’illudeva, era lui la sua cattiva causa, causa di ciò che gli causava dolore («Ovunque io fugga è Inferno; sono io stesso Inferno»);a un certo punto del suo percorso aveva errato, di lì la sua vita era stata una serie, sempre più fitta, di sbagli. E quando Levin errava le conseguenze erano gravi, e non contavano le mille volte che si riprometteva di prendere la vita più alla leggera, di cercare meno freneticamente una presa buona per atterrarla. Rideva seriamente e soffriva allegramente, miserere.”