Marco Belpoliti, Il ritorno di Valentina (Doppiozero)

“Nel giornale a fumetti, album cult degli anni Sessanta e Settanta, in cui compare La curva di Lesmo, la creatura di Crepax diventa nel giro di qualche puntata l’indiscussa protagonista della storia. È come se il suo creatore avesse trasferito il ruolo di alter-ego da Philip, personaggio maschile, con cui condivide molti aspetti, anche biografici, oltre che evidenti desideri, all’eroina femminile. Valentina diventa immediatamente un mito: più libera e disinibita di tutte le precedenti eroine del fumetto italiano; è una Brigitte Bardot, una Barbarella in versione bruna, l’eroina disegnata nel 1962 da Jean-Claude Forest e portata sullo schermo nel 1968 dall’attrice francese. Modellata sull’ideale femminile delle donne degli anni Venti e Trenta, Valentina assomiglia incredibilmente a Louise Brooks, diva del periodo (è una Anna Karina che imita Louise Brooks in Lulu, dice Bertolucci); possiede l’ambiguità legnosa, come hanno scritto i critici, delle donne di quel periodo.”

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https://www.doppiozero.com/rubriche/3/201412/il-ritorno-di-valentina

Il video della domenica. Andrea Pennacchi, “Finita la protesta” 4′

https://www.la7.it/propagandalive/video/il-monologo-di-andrea-pennacchi-finita-la-protesta-11-10-2019-287123?fbclid=IwAR0BHqys5CF_GFGrinO2gHqNSLyMRr3LEJeR4cBRhI9TpWbMrg9E5NOni1U

“Dov’erano i Curdi a Lepanto?… Dov’erano i Curdi all’assedio de Vienna?… O quando Napoleone g’ha invaso Venezia?… O quando che Equitalia g’ha invaso el me capanon?… Che casso m’han fato a mi i Curdi?… Gnente! Lassai stare che si copa tra lori!”

Miloš Crnjanski, Romanzo di Londra (Le parole e le cose)

“Tutti i romanzieri sembrano d’accordo quando prendono in esame il mondo in cui viviamo. È una sorta di grande, meraviglioso palcoscenico, dicono, sul quale ciascuno, per un certo tempo, recita la sua parte. E poi esce di scena, per non riapparirvi mai più. Nikogda. MaiCostui non sa, del resto, perché vi abbia recitato, né perché abbia avuto proprio quella parte, né chi gliela abbia assegnata, così come gli spettatori non sanno dove se ne vada, una volta uscito di scena («Uehal! Partito!», grida qualcuno in un vagone della metropolitana di Londra). Gli scrittori dicono anche che, quando si esce di scena, siamo tutti uguali. Re e mendicanti.”

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Walter Siti, Preghiere esaudite. Saviano e l’abdicazione della letteratura. (Le parole e le cose)

http://www.leparoleelecose.it/?p=36624

“Saviano ha preso le distanze da quella che lui considera la “pura letteratura” e dai letterati che si accontentano di “fare un buon libro, costruire una storia, limare le parole sino a ottenere uno stile bello e riconoscibile” – già in La bellezza e l’inferno dichiarava “preferirei non scrivere né assomigliare a queste persone” e nell’articolo sulla Politkovskaja si spingeva fino a un “non mi interessa la letteratura come vizio”; recentemente, di fronte all’emergenza dei migranti che rischiano di morire nel Mediterraneo, la sua insofferenza nei confronti dei ‘puri letterati’ si è fatta più acuta, fino a espliciti rimproveri di “codardia”.
Prendo sul serio la strigliata: personalmente mi ritengo piuttosto codardo, sono (quasi) sempre pronto al compromesso, preferisco l’eccepire al combattere – e poi sì, perdo molto tempo a “limare le parole”. Ma non credo che la letteratura sia mai stata ‘pura’ (che cosa è più ‘impuro’ della Divina Commedia ?), né che sia una faccenda di letterati ben pasciuti, che cincischiano coi soprammobili mentre la casa brucia o discutono sul sesso degli angeli mentre i turchi assediano le porte.”

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Giovanni Bitetto, Il potere sarà sempre in mano a chi non se lo merita, ci disse Pasolini in “Petrolio” (The Vision)

“Karl si approccia ai rimasugli di quell’Italia contadina che, nella repentina industrializzazione italiana, è stata spazzata via dalla Storia. Il suo modo di relazionarsi è fisico, diretto, Karl è l’incarnazione del desiderio. Per questo la sua storia è corredata di rapporti sessuali, una riscoperta della corporeità che si apre anche alla critica di genere. Pasolini descrive Karl in grado di provare il desiderio maschile e quello femminile allo stesso tempo, attraverso il prisma del sesso conosce tutte le figure di un’Italia mutata nei costumi: gli studenti di umili origini che cercano di elevarsi dalla propria condizione, i contadini convertiti in operai, i proletari diventati criminali, le comunità rurali smembrate dall’urbanizzazione.”

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https://thevision.com/cultura/petrolio-pier-paolo-pasolini/

Giuliano Scabia, Lucia è l’autoritratto di Manzoni giovinetta e fidanzata? (Doppiozero)

“Si sa della storia del padre, che non era Pietro Manzoni ma Giovanni Verri. E lui Alessandro lo sapeva. E probabilmente aveva ben studiato le carte dell’archivio di famiglia, l’archivio Manzoni – con le tracce dell’antenato Giovanni Maria sfiorato dall’accusa di essere untore, negli anni della famosa peste.
A mano a mano che scendiamo verso Lecco sempre più mi si rivela il paesaggio e prendo appunti. Arriviamo al Caleotto – ecco, da qui si vede tutto: il palazzotto di don Rodrigo (adesso c’è una casa farmaceutica, l’hanno sconciato, è un edificio nuovo a strisce bianche e verdi) – e la chiesa di Olate e i muretti – e davanti al palazzotto, oltre il torrente, la presunta casa di Lucia di Acquate (lui, don Rodrigo, la vedeva dunque, immagina Alessandro scrittore, la vedeva ricamare, andare a letto a lume di candela) – e la stradina dei bravi e la chiesa di don Abbondio – e sotto Pescarenico – e verso Sud il colle di
Vercurago, si vede la rocca dell’Innominato.”

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https://www.doppiozero.com/materiali/lucia-e-lautoritratto-di-manzoni-giovinetta-e-fidanzata

Il video della domenica. Stefania Gaudiosi, L’arte è un delfino. Intervista a Lea Vergine (Artribune)

Lea Vergine ci dice che l’arte è il superfluo. Perché quello che ci serve per essere un po’ felici, o meno infelici, è il superfluo. Quanto questo superfluo possa essere vitale lo lascia intendere attraverso tutto il resto e il resto non sono parole.
È disperatamente inutile, dunque?
L’arte è sempre organizzata attorno al vuoto della cosa impossibile e reale.

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https://www.artribune.com/television/2019/06/video-l-arte-e-un-delfino-intervista-a-lea-vergine/?fbclid=IwAR301YVz2OXAPc8YOsmJkOoXJAfXAiAxGbDMO_7QVF4aJKJVDjolOKRFLPk

Saul Bellow, Radici

Ho iniziato a notare che, quanto più attivo diventa il resto del mondo, tanto più lentamente io mi muovo, e la mia solitudine aumenta in proporzione al crescere del baccano e della frenesia. Stamane mi arriva da Washington una lettera della moglie di Tad che mi dice che Tad è partito per il Nord Africa. In vita mia non sono mai rimasto così annichilito. Non riesco neppure ad andare dal tabaccaio, anche se fumerei volentieri una sigaretta. Aspetterò. E solo perché Tad sta ora atterrando ad Algeri o a Orano o sta già facendo la sua prima passeggiata per la Casbah – abbiamo visto assieme Pepé le Moko l’anno scorso. Sono sinceramente contento per lui, non invidioso. Ma la sensazione rimane, che, mentre lui sfreccia verso l’Africa e il nostro amico Stillman viaggia in Brasile, io metto sempre più radici nella mia sedia. È una sensazione reale, fisica. Non provo nemmeno ad alzarmi. Forse potrei anche farcela a muovere due passi per la stanza, a uscire e a spingermi fino al tabaccaio, ma lo sforzo mi metterebbe di pessimo umore.
Passera, se non ci faccio caso. Sono sempre stato soggetto a questo genere di allucinazioni. Nel bel mezzo dell’inverno, avendo individuato un muro illuminato dal sole, sono stato capace di convincermi, malgrado il ghiaccio circostante, che era luglio e non febbraio. Alla stessa maniera, ho invertito l’estate fino a tremare in mezzo al caldo. E lo stesso anche con l’ora del giorno. È un trucco banale, immagino, ma esagerando forse si può arrivare a danneggiare la percezione della realtà. Quando Marie verrà per fare il  letto, mi alzerò in piedi, mi abbottonerò il cappotto, e andrò dal tabaccaio, e così metterò fine a questa sensazione.

Saul Bellow, Uomo in bilico, Einaudi, Traduzione Beniamino Placido

Mariangela Mianiti, La cognizione dell’orrore (Il Manifesto)

“Con un padre affetto da bipolarismo e una madre schizofrenica, Rachel Moran ha conosciuto presto la fatica di trovare un baricentro. Ma il peggio è arrivato quando, per sfuggire alla condizione di senza tetto, a 15 anni ha cominciato a prostituirsi nelle strade di Dublino. Da quel baratro è uscita sette anni dopo, si è laureata in giornalismo, ha avuto un figlio, ma il passato continuava a pesare. Doveva e voleva capire, così ha scritto. Ha impiegato più di dieci anni per raccontare in un libro che cos’è davvero la prostituzione.”

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Chiaroscuri ‘900 (I). ALDO PALAZZESCHI, L’ANTIDOLORE

saltimbanchi

C’è un’oscena, maleodorante parola che circola nel quadrivio politico televisivo, “buonista”: è simile a quei virus che sembrano estinti, finalmente!, dopo aver svolto il loro sgradevole ufficio, ma che rispuntano dopo qualche anno, richiamati in servizio da uno stupido retore a corto di idee e con un vocabolario basico, a essere generosi. Cugina del “politicamente scorretto”, questa parola viene usata come una clava:  basta che qualcuno osservi che tremila cadaveri gli sembrano troppi anche per una tomba capiente come il Mediterraneo, e subito parte il colpo. Il gioco è fin troppo chiaro: si tratta di parlare alla “pancia della gente” (ma sarebbe più esatto dire: all’intestino) che non ne può più per via della crisi, dell’assistenzialismo, delle ruberie, ecc., dunque un po’ di “cattivismo” può sembrare perfino una brillante trovata dialettico/elettorale. Per uscire da questo sotterraneo mefitico non resta che far ricorso alla letteratura. Nel caso specifico, un ottimo antidoto è il Manifesto dell’Antidolore. Aldo Palazzeschi lo scrisse nel 1914, cent’anni fa, durante il suo periodo futurista. Questo breve frammento che pubblichiamo concilia il paradosso con la potenza della rappresentazione iconica, la levità con l’ironia, e la sublime eleganza della scrittura di Palazzeschi ci guida sul sentiero di una retorica che, dopo averci sedotti e persuasi, ci deposita in una landa sconosciuta ai più, quella dell’ironia.

L’uomo non può essere considerato seriamente che quando ride: la serietà, in tal caso, è data dall’ammirazione, dalla vanità, dalla gelosia, dall’invidia.
Quello che volgarmente si dice “dolore umano”, altro non è che il corpo caldo della gioia rivestito da un’incrostazione di congelate lacrime grigie. Scortecciate e troverete la felicità. Con le unghie, coi denti, rabbiosamente, affannosamente e ad ogni costo scortecciate, la troverete sotto splendida e incorruttibile come il diamante. Il dolore non è che il vestito lacero e pauroso della gioia. Oh! eletti, se vi sarà dato di saperla spogliare. Tastate, alzate, strappate, audacemente, senza ritegno, senza paura, senza pudore; non lasciatevi intimorire e vi si darà per sempre la divina amante.
Per mantenere, esercitare e sviluppare questo naturale istinto di esplorazione, fino dai primi anni sottoporremo i nostri figli a prove facili. Tu non darai al tuo bimbetto, per trastullo, un bel cavallino né una pupattola dalla guance paffute e rosee, dai grandi occhi celesti e dai capelli d’oro, ma il cavallino avrà tre gambe, e il piccolino si divertirà a farlo camminare zoppo, sbilenco. La pupattola sarà orba, con la faccia divorata dal vaiolo, senza naso, vecchia e con una ganascia marcita, avrà la bocca storta e le gambe a x, i piedi gonfi, e per mezzo di un meccanismo sputerà i denti, vomiterà roba oscura, come assalita dal colera.
La loro maestra sarà obesa, idropica, ammalata di elefantiasi; avrà l’asma, i piedi piatti, calva, guercia, nana, gobba, scalcinata, tutta bitorzoli, con la coda, oppure secca secca e lunga lunga come una serpe che si sia drizzata, e agiterà lesta lesta la linguina davanti alla scolaresca.
Gl’insegnanti entreranno nelle classi sempre in nuove, sapientissime maniere. Se una mattina il maestro sarà fasciato per la risipola o il mal di denti, l’altro avrà un occhio nero per qualche manrovescio ricevuto o per essere stato preso a torzoli e patate nella via. Un’altra mattina, invece, lo si vedrà piombare nell’aula con delle enormi corna di cartapesta (questo nelle università) e girando come il leone dentro la gabbia, le sbatterà contro il muro, gridando spaventosamente la propria vendetta per la moglie sorpresa in flagrante adulterio.
I giovani tardivi, quelli predisposti irrimediabilmente alla malinconia, incapaci di addentrarsi un solo millimetro nello spessore delle cose, quelli che ridono poco e male, gl’imbecilli delle nuove generazioni, verranno prima curati con pazienza, con amore, con disciplina, con esortazioni amorevoli, premi e castighi, per svegliare e sviluppare ogni latente possibilità, quindi espulsi, perché non rallentino col loro disgraziato carattere il cammino degli intelligenti, dei forti e dei coraggiosi, e messi in appositi ricoveri dove cresceranno e vegeteranno i poveri infelici seri.

Aldo Palazzeschi, da Manifesto dell’Antidolore,  “Opere giovanili”, Mondadori

Elena Ferrante è una scrittrice tanto grande che leggerla non serve (L’Inkiesta)

“Poche storie, poche lagne, poche cianceElena Ferrante è la più grande scrittrice italiana, e forse anzi sicuro una delle più grandi artiste del mondo, se non la più grande.” 

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https://www.linkiesta.it/it/article/2019/09/11/elena-ferrante-nuovo-romanzo-amica-geniale/43507/

Le figurine di Radiospazio. Il tempo e l’amore

Gianna, quand’io ti bacio,
dici che ho già quasi canuto il capo:
sempre, quando mi baci,
vuoi scostarne con l’unghia or questo or quello;
come se un mio capello,
o sia bianco o sia nero,
sulla forza dei baci abbia potere.

Gianna, t’inganni: e fai
male; un capello bianco ha forza assai
per un dolce baciare,
purché tu, mia golosa,
non chieda, oltre il baciare, anche altra cosa.

Il video della domenica. Andrea Pennacchi, Carro allegorico. La sconfitta di Salvini vista dal leghista storico.

https://www.la7.it/propagandalive/video/il-monologo-di-andrea-pennacchi-carro-allegorico-13-09-2019-282029

“Come l’avrà presa la Lega, il Nord, il leghista della prima ora questa sconfitta di Salvini, di tutta la Lega, un metro dal traguardo? Ce ne abbiamo uno qui, Andrea Pennacchi.”

Nel paese degli immortali. JEAN PAUL, L’ORIGINE DEL SOGNO

Caspar-David-Friedrich-Zwei_Maenner_in_Betrachtung_des_Mondes-639x400Caspar David Friedrich, 1774 – 1840

Jean Paul (pseudonimo di Johann Paul Friedrich Ritter) non ebbe molti riconoscimenti, in vita – e  bisogna dire che nessuna riscoperta si annuncia, almeno in tempi brevi – ma la sua influenza sul Romanticismo tedesco fu grande. A parte Schumann, che gli era quasi fratello spirituale nella Visione, furono molti gli autori per i quali egli, dopo, fu un punto di riferimento, da Keller a Heine, a Hoffmann. Conobbe anche Goethe e Schiller ma senza destare in essi grandi entusiasmi: al primo scrisse cinque lettere che non ricevettero risposta, a dimostrazione di quanto Jean Paul vivesse in un mondo fantastico: chiunque altro se ne sarebbe astenuto: i monumenti letterari hanno troppo da fare, e i ritagli di tempo li passano misurandosi con i grandi ingegni dell’Umanità o contemplando se stessi, certo non rispondono alle lettere dei giovani autori. Jean Paul viveva nel sogno o meglio ancora permetteva, attraverso chissà quale misteriosa porta, che il sogno fluisse nella sua scrittura. Il sogno è il grande dono degli dei, come ci racconta in questa sua pagina:  ristoro ma anche inesauribile fonte di scrittura.

Quando Prometeo con una scintilla celeste infuse la vita nell’effigie di terra, trasformandola in uomo, Giove si indignò e disse: “Il tuo uomo morirà ogni giorno e, per metà della sua vita, ti giacerà davanti privo di sensi e di pensieri, finché si estinguerà per sempre”. Alla sera l’uomo nuovo si accasciò al suolo per piombò nel sonno. Un giorno le Muse, le dolci figliole di Giove, lo trovarono addormentato, e guardarono piene di amore e di compassione gli occhi chiusi di colui che moriva ogni notte. “Povero caro essere,”, discepole Muse “bello e giovane come Apollo! E ogni giorno, se vuole riposare, deve perdere il cielo e la terra, circondato dalle dense, fredde ombre dell’Ade?”.
“Penetriamo nel suo Ade,” disse Calliope, la Musa più ardita “offriamogli i nostri doni e diamogli un mondo più bello e l’olimpo, finché il padre severo gli permetterà di gustare di nuovo il giorno dei vivi!
Allora le dee che allietano le divinità dell’Olimpo sfiorarono il mortale, la nobile Musa della poesia con la tuba – la Musa dei suoni con il flauto – Talia con i campanelli del giullare – e Urania con la sfera stellata – e Erato con la freccia dell’amore – e persino Melpomene con il pugnale – e tutte le altre Muse lo toccarono.
D’improvviso il cadavere della notte, il dormiente, rifiorì, perché il sogno giungeva e gli creava intorno un cielo e una terra e glieli offriva – figure ardite e lievi rappresentavano la loro vita davanti a lui ed egli stava in mezzo a loro – frutti si trasformavano in boccioli e i riccioli in fiori che rimanevano frutti, e la giovinezza più bella ringiovaniva ancora – la tela aveva perduto la sua pesantezza e uno zefiro lieve muoveva le alte montagne davanti al tramonto – una spina di rosa, che aveva l’aspetto del pugnale di Melpomene, scalfiva il petto, e il sangue diventava una rosa bianca o rossa – suoni di flauto restituivano alla beatitudine un desiderio struggente e difendevano in un soffio, dai cieli più lontani e profondi nel cuore. –
L’uomo addormentato sorrise felice e pianse. Allora il dio delle Muse sveglia l’uomo con la luce del sole, affinché il mortale non scorgesse gli immortali.

Jean Paul, Sogni e Visioni, Mondadori, Traduzione Marina Bistolfi

Mariangela Caprara, Il re leone e i poemi omerici (Le parole e le cose)

“Un pubblico intergenerazionale. Una storia epica, classica: un racconto di formazione con ricerca di sé attraverso il padre perduto. Valori forti: la famiglia, la terra, la giustizia, la responsabilità verso il gruppo, l’amicizia. Uno scopo dichiaratamente didattico, quindi. Una storia già nota, profondamente nota al pubblico, nota fin nelle virgole, nelle inquadrature più marginali, nella colonna sonora. Eppure la tensione, la commozione palpabile, che fa esplodere il grido canoro del bimbetto prima ancora che tutto cominci, e che equivale ad un invito all’aedo a cantare, a cominciare, perché siamo emozionati e impazienti per quello che ri-vedremo; la commozione per il visto, il rivisto, lo stravisto, commovente perché ci siamo già commossi un’altra volta, perché sappiamo la storia, in una fruizione paradossale per chi crede ingenuamente che, per attrarre, le storie debbano essere sempre nuove e originali.”

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