La lingua italiana è una pantera. E la letteratura italiana non esiste. Dialogo con Mirko Volpi (Pangea)

V0023114 Zoological Society of London: a black panther. Coloured etch Credit: Wellcome Library, London. Wellcome Images images@wellcome.ac.uk http://wellcomeimages.org Zoological Society of London: a black panther. Coloured etching by H. Canton after W. Panormo. By: W. Panormoafter: H. CantonPublished: – Copyrighted work available under Creative Commons Attribution only licence CC BY 4.0 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

“La lingua italiana va braccata. Bisogna battere i boschi, per stanarla; bisogna muoversi con l’ingegno dei lacci, porre trappole e avere l’ostinata astronomia della tenacia, perché “questa fiera fa sentire il suo profumo ovunque, ma in nessun luogo si mostra”. Secondo Dante, il volgare “illustre, regale”, la lingua utopica degli “Italiani”, “appartiene a tutte le città senza apparire proprio di alcuna di esse”.

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Marcel Schwob, L’uomo che non aveva fiducia in se stesso (Racconto)

C’era una volta un uomo che non aveva fiducia in se stesso. Era un grande sapiente che conosceva a meraviglia tutte le lingue antiche e tutte le scienze. Ma credeva di non saperle. Spesso lavorava sino a notte fonda; scriveva e leggeva grossi libri rilegati in pelle e in pergamena; credo che sapesse anche l’ebraico e il cinese. E, lavorando tanto, il suo fisico era deperito e i suoi occhi sbattevano come quelli di un gufo. Tuttavia continuava a lavorare sui suoi grandi manoscritti, e nessuno sapeva a che cosa. Dio, che uomo era! Ma non aveva fiducia in se stesso; questo fu la sua rovina. Terminate due pagine, quando le rileggeva, le trovava pessime, le stracciava e le bruciava.
Nonostante fosse un bell’uomo, non osava avvicinarsi a una donna perché pensava di essere respinto. Era davvero uno strano tipo quest’uomo che non credeva in se stesso. Senza aver conosciuto niente della vita, divenne un vecchio misantropo; tanta era la sua paura di non riuscire, che non osava vivere al di fuori dei suoi grossi volumi in pergamena. Quando lo conobbi, era vecchio e malato e steso sul suo letto di morte; e si doleva dell’ignoranza nella quale Dio l’aveva abbandonato; perché, diceva, più sapeva e meno credeva di sapere. E mi fece accostare al suo letto e mi raccontò ciò che vi ho raccontato; e la sua voce era strana come quella di un essere soprannaturale; e quando la sua anima si separò dal corpo, sentii che il cuore mi batteva forte mentre la voce della mia coscienza mi diceva: “Questo essere è l’incarnazione dello Spirito Cattivo che mette il dubbio nel cuore dell’uomo”.

Marcel Schwob, Scritti giovanili

Poesia. Marilena Renda, Fate Morgane (Le parole e le cose)

Le illustrazioni della mandragora la rappresentano
alta cinque centimetri, in forma di uomo
o di bambino che dorme dentro la terra.
Prima o poi nasce, dopo uno strano parto,
e si ritiene che, essendo figlia di madre potente,
possa ribaltare le leggi di natura, donare l’amore,
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Walt Whitman, La democrazia deve affinarsi nella natura, tra le bestie (Pangea)

“I poeti americani hanno da racchiudere vecchio e nuovo perché America è la razza delle razze. Di codeste il bardo dev’essere commisurato a un popolo… La terra e il mare, gli animali pesci e uccelli, il cielo del firmamento e le orbite, le foreste montagne e fiumi, non sono temi da poco…”. Perfino la politica, in effetti, dovrebbe essere retta da una poetica. “La scelta quadriennale dei presidenti americani è uno spettacolo possente”, aveva detto il poeta, ormai leggenda, acciaccato, nel 1891. Si riferiva alla grande massa democratica che si muove, a fiumane, nell’immensità americana. Riguardo ai presidenti, però, non aveva la stessa opinione. Non si sono mai visti uomini tanto corrotti, mediocri, inaffidabili, piagnoni e falsi come quelli che occupano il potere pubblico”.

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Gianmarco Aimi, ‘Un cazzo ebreo’ è il libro più esplosivo del 2021 (RollingStone)

Audace, ironico e sovversivo, l’esordio della scrittrice tedesca Katharina Volckmer parla di isolamento e del potere della riparazione, tra sogni di sesso con Hitler e il desiderio di superare l’Olocausto amando un ebreo

“Un cazzo ebreo” è probabilmente il libro sul quale si dibatterà di più nel 2021. Non solo per quel titolo così provocatorio, ma ancor di più per i contenuti dissacranti che (apparentemente) irridono il periodo storico più traumatico che il mondo occidentale abbia conosciuto. In realtà, finalmente. ci permette di farci i conti – senza sconti – grazie a un ininterrotto flusso di coscienza che, mischiando sogni sessuali con il Führer a un senso claustrofobico di isolamento per una società oppressiva, è in grado di metterci con le spalle al muro di fronte alle nostre sicurezze.

Il romanzo di Katharina Volckmer esce in Italia con La Nave di Teseo il 7 gennaio e già dall’incipit è tutto un programma: “So che potrebbe non essere il momento migliore per sollevare l’argomento, dottor Seligman, ma mi è appena venuto in mente che una volta ho sognato di essere Hitler”. Prosegue così una confessione irriverente e dissacrante in cui la protagonista passa da sogni di sesso con il dittatore nazista al senso di isolamento provocato dall’ambiente che la circonda.

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Igino Domanin, La scuola non ha mai chiuso (Le parole e le cose)

“La DAD non è salutare, mi anchilosa, m’innervosisce, mi coarta. Sono costretto a inventarmi forme di discorso e di interazione che ostentatamente rifiuto come essere umano un po’ preistorico che si aggira casualmente nel secolo corrente. Fin qui sono io e la mia carne, ma poi c’è il fatto che parlo di fronte a una platea che ogni mattina fatica perfino ad avere la linea, forse a svegliarsi, che guarda in direzione dello schermo e della webcam, ma magari sta con la testa su Instagram o Whatsapp. Si fanno ore asincrone, si registrano le lezioni abbassando ogni attenzione per la privacy, si condivide lo schermo e devi pure stare attento a non far comparire per sbaglio la pagina aperta della tua mail.
 Sono rapido e vado solo per cenni, soltanto per dire che certamente siamo in uno sfacelo lento e inesorabile, traumatico, che causa danni profondi. La scuola però esiste, è andata avanti, ci siamo stati tutti noi che ci lavoriamo o abbiamo figli: anche in questa forma. Non lo nego, anzi confesso che ho una paura fottuta di quel che succede, e che mi sveglio col timore che, per esempio, mia figlia che è al primo anno di liceo scientifico e ha frequentato sì e no 3 settimane e non conosce praticamente nessun compagno di scuola, molli tutto e mi dica (come è già successo), Guarda papà che non ce la faccio più, da domani non mi connetto.”

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Le figurine di Radiospazio. Lord Brummell

Lord Brummel, che dell’eleganza aveva fatto la propria ragione di vivere, aveva di essa un famoso concetto: la suprema eleganza consiste nel vestire in modo che non si venga notati. Donde, la sua notorietà. Poteva capitare che un amico, incontrandolo, gli dicesse: «Complimenti, quest’oggi siete davvero elegante.» L’elegantissimo Lord impallidiva sgomento: «Davvero? Mi si vede forse qualcosa?» E correva a casa a cambiarsi.. Quando l’elegantissimo si accorse che tutti più o meno l’imitavano, su questo terreno, riuscì a batterli con mezzi talvolta sleali. Un giorno, per esempio, in una festa a Corte, per non essere notato si nascose sotto un  tavolo. Un cameriere, passando, si fermò: «Che fa, vostro Onore, qui sotto?» «Zitto, non mi tradite! Non capite che sono qui per non farmi notare?» Quando si accorse che con questa storia di non farsi notare era diventato celebre, fu per lui una mazzata sul capo. Dovunque andava, si sentiva mormorare: «Quello è Lord Brummel. Guarda, guarda come non si nota.» «Hai ragione, è straordinario, non si nota affatto.» Brummel, non era felice. Dava nell’occhio con quello starsene tappato in casa per non essere notato. Vedendo che non riusciva a non farsi notare, s’ammalò di crepacuore. Il medico lo notò! Morì. La cosa non passò inosservata: fu chiuso in una cassa. Per disposizione testamentaria, Lord Brummel, dando ancora un’ultima prova di buon gusto, aveva voluto che il funerale passasse inosservato. La cosa incuriosì talmente che tutta Londra era lì a vedere come riusciva bene a passare inosservato.

Achille Campanile, Lord Brummel o del non farsi notare, in “Vite degli uomini illustri”, Rizzoli

Maria Dolores Pesce, Società a responsabilità limitata, a proposito di Family Romance, di Werner Herzog

http://youtube.com/watch?v=EvYVPobp3jM

Un mondo in cui la solitudine si è diffusa come un contagio, ben più grave forse di qualunque pandemia, tra megalopoli paradossalmente piene di gente prive di qualsiasi relazione affettiva con il suo numerosissimo prossimo e abbandoni della vita, in qualunque luogo, molto prima che sopraggiunga la morte fisica. È quello che indaga Werner Herzog con un questo suo film, riconoscibile ma diverso da tutti gli altri, in cui la narrazione e la fiction usano la sintassi del documentario per sovrapporre le finzioni, anche figurative in questi grandi e irreali parchi urbani, fino a costruire una verità in cui la realtà della vita sembra essersi definitivamente smarrita. Una Agenzia (reale) che affitta amici, parenti e anche fans (i famosi follower), in cui perciò si possono comprare gli affetti che non riusciamo a costruire, chiusi nella nostra solitudine e impauriti dal rischio della vita cui non siamo più educati e abituati come un tempo. Un film che è sociologico e anche politico in senso lato, mostrando la capacità di penetrazione del paradigma economico capitalista (tutto si compra e tutto ciò che si compra è reale più della realtà) in ogni anfratto della nostra coscienza. Ma è soprattutto un film che va oltre mostrando nell’alternarsi delle finzioni la metafisica della realtà di oggi, con uno sguardo filosofico che questo nostro oggi percorre e travalica, capace come è di mostrare sentimenti e affettività a partire proprio dalla loro assenza. Ma quando la realtà irrompe nelle forme di un sentimento e di un legame … Un film pieno perciò di suggestioni che affascinano straniando, dal Pirandello delle maschere diventate realtà, al Bontempelli metafisico dei “pesci elettrici” della candida Minnie con la sua fine tragica, diventati qui arredo di un freddo e inquietante hotel robotico. Ma che, infine, porta alla mente anche la inattesa e inattuale anticipazione di Edorado Erba e del suo “Vizio di famiglia” che data gli anni 90 del secolo scorso. Un film che prende e pretende attenzione, un documentario che non è un documentario, una finzione recitata che non è più una finzione, qualcosa di inatteso, di diverso, di profondo che anche in questo merita uno sguardo attento.

Maria Dolores Pesce

Galleria. Nella rimessa

Avevano avuto una discussione, ma come tante altre. Ancora sulle scatolette al tonno col pesce bianco che lui si rifiutava di mangiare. Era la sua unica preclusione; per tutto il resto, rispetto a molti altri gatti, era di bocca buona. Questa volta, il padrone ne aveva fatto una tragedia di quelle brutte. Mai stato così. Non era un buon periodo, si era chiuso in casa, non rispondeva al telefono e neppure quando suonavano alla porta; usciva solo per andare qualche volta al supermercato. Di fronte alle escandescenze del padrone, il gatto aveva fatto una corsa fino alla rimessa e si era addormentato sotto le ragnatele di una vecchia automobile. Quando si svegliò, l’ora del pranzo era passata da un pezzo. Si augurò che anche la tempesta lo fosse. Socchiuse appena la porta sgangherata. Lui era là. Non lo aveva mai visto così rilassato: appeso al ramo di un vecchio nocciolo a un paio di metri da terra si lasciava oscillare al vento.

L’ultimo Camion di Carlo Quartucci

Questo è Carlo Quartucci sul suo Lancia Esatau degli anni Trenta. La foto risale al 1974 circa. A bordo di quel camion salii anch’io per un tormentato viaggio da Torino a Bologna. Il quel periodo lavoravo con Carlo come drammaturgo e sembrava necessario che mi trasformassi, anche per una sola volta, da uomo di tavolino in viaggiatore sul camion reale.  Fino a quel momento Camion (così lo si chiamava, senza l’articolo, come se fosse un Moby Dick addomesticato oppure un manifesto di  poetica, come Dada) era stato un contenitore dell’immaginario. Nel progetto di Quartucci i camionisti erano eroi omerici decaduti, le strade oceani, e gli attori, che solamente nel suo racconto se ne stavano ammucchiati sul pianale, una ciurma eterogenea di comici mescolati alla più svariata umanità. Il viaggio Torino/Bologna, alla velocità media di trenta chilometri orari, non offrì nessuna emozione, se si escludono innumerevoli soste a ogni piazzuola dell’autostrada per far bere Camion che ogni qualche chilometro incominciava a bollire. Ogni sosta poteva essere l’ultima e a Bologna, quella sera stessa, saremmo dovuti andare in scena. I camionisti che incontrammo non avevano nulla di epico, l’autostrada era solo un nastro bollente e monotono, quanto ai comici viaggiavano per conto loro. La realtà non aveva niente da dire. Tuttavia, io il copione lo scrissi: era la riscrittura di ciò che sarebbe potuto accadere se la vita fosse stata uno spettacolo anziché una semplice vita. Per la verità, ciò che io scrissi non era un copione, ma un romanzo a puntate che, di replica in replica, veniva recitato da Carla Tatò in veste di attrice/narratrice. Si intitolava Il romanzo di Camion, ed è un vero peccato che gli storici del teatro (e anche molti esegeti di Quartucci) non ne facciano menzione. Lo videro in pochissimi, ma i ricercatori solerti di oggi dovrebbero trovarne traccia. Il romanzo di Camion trovò la sua epifania al Festival del teatro di Chieri (l’anno esatto non lo ricordo, ma siamo sempre entro la metà degli anni Settanta). Forse non lo si ricorda perché fu uno un “grande insuccesso”, come avrebbe detto Carmelo Bene. Ma non mi sembra una buona ragione, esistono insuccessi affascinanti così come successi del tutto banali. Quell’insuccesso era del primo tipo. Il mio romanzo era molto scritto, e forse troppo lungo. Il pubblico incominciò a rumoreggiare. Carla smise di recitare, s’inalberò e investì il pubblico con crude parole. Suggerii a Quartucci (eravamo in scena anche noi) di aprire la gabbia dell’attore trasformista (Gigi Mezzanotte). La gabbia era un cubo di due metri per due metri a listelli di legno. Fra un listello e l’altro, il pubblico poteva intravedere una sagoma umana informe e impaziente come una belva. Carlo seguì il mio consiglio e aprì lo sportello. Gigi Mezzanotte uscì, ricoperto di una quantità inverosimile di costumi dei quali si liberò mentre apostrofava (secondo la scuola di Carmelo Bene) una signora in prima fila con un “Taci, Sofronia torinese!”, quindi incominciò a cercare per terra piccoli oggetti insignificanti che avevamo sparso in precedenza. Ogni oggetto richiamava una battuta del grande repertorio teatrale (la maschera di Lelio, dal Bugiardo di Goldoni, un monile perduto da Nora Helmer, e così via). Peccato che i critici e gli esegeti non lo ricordino, anche se oggi hanno l’attenuante di essere morti, ma potevano ricordarsene per tempo. Peccato, perché, per esempio, a Italo Calvino e a Giulio Einaudi, che erano venuti di loro iniziativa a Chieri, era piaciuto assai. Calvino mi chiese di leggere il romanzo, ma erano anni disordinati e le puntate che lo costituivano si erano dissolte insieme alle repliche – pensando all’oblio in cui cadde subito Il romanzo di Camion, mi verrebbe da dire che quei copioni erano morti per tempo, appena nati, beffardamente. Oggi è morto anche Carlo Quartucci, dopo una vita dedicata a una sperimentazione inesausta. I sopravvissuti a quella stagione sono pochi. Ancora qualche anno, e l’indifferenza potrà regnare tranquilla in un mare che assomiglierà molto a uno stagno.

Video di fine anno. Ermanno Olmi, Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggiere (da Leopardi) 4′

https://youtu.be/hiJOBKJZNaU?t=292

“Quella vita che è una cosa bella non è quella che si conosce, ma quella che non si conosce. Non la vita passata, ma la futura”.

Racconto di Natale. Fëdor Dostoevskij, Il fanciullo presso Gesù

Mi si presenta l’immagine di un fanciullo, molto piccino ancora, di forse sei anni o anche meno. Questo fanciullo si destò un mattino in un sotterraneo umido e freddo. Aveva indosso una specie di giubboncino e tremava. Il suo alito si sprigionava come un bianco vapore, ed egli, stando seduto in un angolo, su un baule, di proposito emetteva quel vapore e si divertiva a vederlo uscir dalla bocca. Aveva però una gran voglia di mangiare. Più volte, fin dal mattino, si era accostato a un tavolaccio dove, sopra un misero pagliericcio e con un fagotto sotto il capo a mo’ di guanciale, giaceva la sua madre inferma. Come mai ella si trovava lì?

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Leggi il racconto:
http://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/arte/fanciullogesu.htm

In equilibrio fra la pancia e il cuore. THOMAS HOOD, RICORDI DI UN SENTIMENTALE EPICUREO

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Thomas Hood (1799-1845), dopo una breve escursione giovanile nei giardini di una poesia lieve e delicatamente pre-romantica, imboccò decisamente la via dell’umorismo. Fortunatamente la sua mano rimase leggera, come dimostra questo suo ritratto del sentimentale epicureo che mette nel mirino della sua satira, e con curiosa preveggenza, i gourmet da strapazzo dei nostri giorni.

RICORDI DI UN SENTIMENTALE EPICUREO

S’era di maggio, credo, l’ho scordato
quando nacque la mia passion fatale
ma so che si mangiava il biancostato
e non era più tempo di maiale.

O fu a Natale? So ch’ero invitato
a un pranzo, e là conobbi la mia bella
e sospirai: che viso delicato
e che squisito fritto di cervella!

Fremevano d’invidia i giovanotti
quando, proprio al suo fianco, presi posto
e lei sorrise sopra gli agnolotti
ed arrossì quando le offrii l’arrosto.

Affascinato dal suo sguardo fiero
io soffersi e languii per tre portate
e mi trovai col cuore prigioniero
quando si giunse ai dolci e alle cassate.

Con il mio estratto conto, e non è strano,
ai suoi mi presentai… fu un grave passo
e poscia a Lei offersi la mia mano
che reggeva un vasetto d’ananasso.

Le chiesi di divider la mia vita,
ella non fé la minima obiezione
e la sposai. La data mi è sfuggita,
ma so che, al pranzo, offrimmo cacciagione.

E andammo a… uhm… Ma certo c’era il mare
ché l’indomani, oh giorno santo e bello,
la mia sposa rimasi ad ammirare
mentre mangiava un piatto di nasello.

Quell’anno mai non mi potrò scordare,
oh dolci notti, oh giorni memorabili…
Ricordo, le carote erano care
ed i piselli pressoché introvabili.

Vivevamo così, felicemente,
quali amanti cantati dai poeti
un solo cuore ed una sola mente:
entrambi adoravamo i sottaceti.

Ma il Destino non volle ch’io gioissi
e un dì la Morte… Chi l’avria pensato?
Al mondo nulla è certo, come dissi
quando il gatto scappò con lo stufato.

La mia diletta fu preda innocente
di un male che nessuno mai comprese,
la tisi, forse, e l’assalì repente
dopo un piatto di scampi in maionese.

Perse le forze, perse l’appetito
furon vane le cure e i beveroni
respinse ogni suo piatto preferito
perfino il lattemiele coi lamponi.

Fra dubbio e speme invan mi dibattei
mentr’ella si struggea come un lumino;
infin la vita si partì da lei,
proprio quando arrivava il beccaccino.

Ella morì, lasciandomi straziato
in preda al più profondo e amaro duolo,
cos’è la solitudine ho imparato
mentre mangiavo i primi aspargi… solo.

Ma quando vidi schiere di dolenti
allineati, compunti, in vesti nere
non seppi trattenere più i lamenti
e si era, credo, al tempo delle pere…

Thomas HoodRicordi di un sentimentale epicureo, “Umoristi dell’800”
Garzanti, Traduzione Ida Omboni

Le figurine di Radiospazio. Le poetesse viste dai loro colleghi maschi


– Chi è questa  poetessa, questa Amalia Guglielminetti?
– È una signorina per bene e di ottimo casato.        
– Già, dicono che sia per bene.
– Che peccato!
– Che cosa?
– Che sia Signorina. E che sia per bene.
– Che peccato: è proprio bella!
– Fosse almeno analfabeta.
– Ma scrive!
– Detestabili le donne che scrivono!
– Se scrivono male ci irritano.
– Se scrivono bene ci umiliano.
– Tacete! È qui che viene!

(Da una conversazione avvenuta tra Guido Gozzano e i suoi amici in un imprecisato giorno dell’anno 1906, a Torino.)

Le figurine di Radiospazio. Bordello facebook

Qualche tempo fa mi era venuta l’immagine di facebook come di una strada a luci rosse. Ognuno sta in vetrina a esporre la sua merce. Chi mostra i glutei, chi spalanca le cosce. Tutto un susseguirsi di merci che cercano acquirenti nella scabrosa condizione in cui i produttori sono assai più dei possibili compratori. E questo i compratori lo sanno e da lì nasce la figura del compratore sadico, colui che entra nel box, gira intorno alla merce e magari se ne va lasciando semplicemente un commento sarcastico. Non c’è differenza tra chi esibisce la sua gamba monca, l’occhio in cui cigola il delirio, e quelli che fanno finta di stare qui perché vogliono cambiare il mondo, fanno finta di indignarsi, insomma fanno finta di essere scrittori. Facebook è una creatura biforcuta perché porta la scrittura, ma la porta in un clima che sembra quello televisivo. Chi scrive, chi commenta, deve ogni volta decidere da che parte stare, sapendo che da quando abbiamo smesso di credere all’invisibile e al sacro tutto il visibile e il profano non ci basta più, e ci basterà sempre meno.