Narrativa. Augusto Montereroso, L’attrice al microfono

attrice di spalle

La signora di Fuchier si avvicinò al microfono. Insicura e goffa, mosse nervosamente una chiavetta per qualche secondo, fino a quando le riuscì di sistemare l’aggeggio all’altezza della bocca. Infine parlò:
“Mio caro pubblico, molte grazie. Innanzi tutto, voglio chiarire che non sono una grande attrice, come ha appena finito di affermare il mio caro amico, il maestro di cerimonie. Non sono nemmeno un’attrice. Certamente mi piacerebbe esserlo e potervi regalare di frequente alcuni minuti di allegria; ma, ecco, penso che l’arte sia qualcosa di molto difficile e tremo davanti alla sola idea di trovarmi davanti alla cinepresa, tutti i riflettori addosso, come se stessero per fucilarmi. Suppongo che sarebbe questa la sensazione. Non so quindi, davvero, perché lui ha affermato che sono una grande attrice. Non soltanto, un’attrice, badate, ma una grande attrice. Vorrei tanto che fosse vero perché nonostante tutto, ecco, sento una forte attrazione per il palcoscenico. A scuola sono già passati diversi anni, avevamo una piccola compagnia e rappresentavamo pastorelle bellissime, come ben potete immaginare, ma non riuscii mai a vincere la mia timidezza, e appena mi trovavo davanti al pubblico le idee mi fuggivano chissà dove, e sudavo perché mi rendevo conto che tutti mi osservavano come se fossi nuda, e poi non sapevo più se stavo recitando la parte della pastorella, della pecora o del Bambin Gesù. Pensate un po’. Quando dimenticavo la mia parte proprio perché mi trovavo lì; quel che mi veniva in mente era di inventare qualcosa e parlare, parlare di qualsiasi cosa pur di non stare zitta come una scema. Ecco, per questo vi prego di credere che chi sta per parlarvi sia un’artista, come si dice, consumata.”
Si ascoltarono in sala deboli applausi tra mormorii di impazienza. Un signore magro si rivolse alla moglie e le sussurrò: «Ma chi è questa qui?»

Augusto Monterroso, Non voglio ingannarvi, Edizioni Zanzibar

La questione dei nomi delle professioni al femminile una volta per tutte (valigiablu)

Recentemente, sui media si è parlato molto dell’elezione di Antonella Polimeni a rettrice dell’Università La Sapienza di Roma e della direzione della partita di Champions League Juve vs. Dinamo Kiev del 2 dicembre 2020 da parte dell’arbitra Stéphanie Frappart. Al di là della rilevanza dei due eventi, una parte della discussione pubblica ha, come di consueto, riguardato i nomina agentis, ossia i nomi di agente: declinarli o meno al femminile? Antonella Polimeni è Magnifico Rettore, Rettore donna o Magnifica Rettrice? Stéphanie Frappart è arbitro, arbitro donna o arbitra? La risposta, Zingarelli alla mano (dato che è il dizionario che più di tutti fa attenzione a riportare il maggior numero possibile di femminili professionali, e lo fa sin dal 1994) è che le forme corrette sono rettrice (peraltro già usato da altre rettrici di importanti atenei italiani) e arbitra. Aggiungo che nessuno dei due è un neologismo: già in latino esistevano le coppie rector/rectrix e arbiter/arbitra, che nel corso dei secoli hanno subito ovvi slittamenti semantici, ossia cambiamenti di significato.

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https://www.valigiablu.it/professioni-nomi-femminili/

Il video della domenica. Lenny Bruce, Non ho mai capito le persone che giudicano le altre per come fanno sesso

https://www.facebook.com/comedybay/videos/715170991952636

(L’interprete non è Lenny Bruce)

Laura Trudu, Mario Irarrázabal (Befart)

“Mi piace creare un oggetto concreto, reale, tangibile. È che vivo pensando e sognando. Che devo fare cose.Una buona scultura ha una forza primitiva e magica.Quello che sto cercando è la dimensione magica della realtà, non l’esoterico.
Quando creo quell’oggetto cerco di relazionarmi con gli altri. Cerco di creare un contrasto, una metafora che sorprende e suggerisce. Cerco di dire qualcosa sul significato della vita e della morte, l’odio e la sofferenza, l’abbandono agli altri: l’amore. Per questo non esiste un linguaggio più appropriato di quello dell’arte.
L’opera d’arte incarna, fa esperienza. Intrigo, divertimento e interesse. Ma finalmente può muoversi.
Forse il cinema è l’arte che più tocca l’uomo contemporaneo. Ma tutte le arti si uniscono, si rafforzano a vicenda.
Il linguaggio dell’arte è aperto e metaforico: quando ci presentiamo, un mondo ci apre agli altri. L’arte è libera, giocosa, amorevole. Vuole meravigliarsi e reincantarci. “
Mario Irarrázabal

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https://befart.altervista.org/mario-irarrazabal/

Sara Sermini, Ci cura questa forma lapidaria. I versi poveri di Antonella Anedda (Le parole e le cose)

«Papà, spiegami allora a che serve la storia», chiese una volta un bambino al padre che di mestiere faceva lo storico, e Marc Bloch prontamente annotò la frase nel suo quaderno di lavoro, per poi concentrare in quel verbo, ‘servire’, le ragioni della sua Apologia della storia. Se rivolgessimo la stessa domanda ad Antonella Anedda ci direbbe, forse, che la storia, quella fatta sulle carte con fatica e rigore, è come la poesia: non serve a niente e non serve nessuno, non è a servizio di nessuno. Quella storia che nelle raccolte di Anedda fino a Salva con nome era entrata obliquamente nei suoi versi – come quella «navata di chiarore» che si apre improvvisa nella stanza, di notte, allo spalancarsi del frigorifero – ora diventa l’argomento stesso della raccolta. Fin dal titolo di Tacito, Historiae, che Antonella Anedda fa suo, eleggendo lo storico romano a portavoce della ricerca di una lingua che sappia ridire la storia: Leggi il resto dell’articolo:
Esilii

  … plenum exiliis mare, infecti caedibus scopuli. Tacito, Historiae, I, 2 Oggi penso ai due dei tanti morti affogati a pochi metri da queste coste soleggiate trovati sotto lo scafo, stretti, abbracciati. Mi chiedo se sulle ossa crescerà il corallo e cosa ne sarà del sangue dentro il sale. Allora studio – cerco tra i vecchi libri di medicina legale di mio padre un manuale dove le vittime sono fotografate insieme ai criminali alla rinfusa: suicidi, assassini, organi genitali. Niente paesaggi solo il cielo d’acciaio delle foto, raramente una sedia, un torso coperto da un lenzuolo, i piedi sopra una branda, nudi. Leggo. Scopro che il termine esatto è livor mortis. Il sangue si raccoglie in basso e si raggruma prima rosso poi livido infine si fa polvere e può – sì – sciogliersi nel sale.

Nikola Madzirov, Casa, un luogo che si lascia (Le parole e le cose)

“I veri nomadi costruiscono la propria casa, prima di lasciarla. Lo stesso fanno gli uccelli, le coppie di amanti e gli operai, che dormono nei cantieri finché hanno costruito una casa che neppure gli appartiene. Solo chi costruisce e lascia una casa, conosce il segreto della non appartenenza – alla storia, ai luoghi stessi –, al contrario di chi costruisce e poi distrugge, o di chi entra in una casa e poi ne esce. Preferisco parlare di un luogo che si lascia anziché di un luogo in cui si vive, perché spesso definiamo la casa con la nostra volatilità o con il modo in cui ne veniamo lasciati, ancora prima di lasciarla noi stessi. Quando l’uccello lascia il proprio nido, vola via. Quando l’uomo lascia la propria casa, inizia a ricordare.”

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http://www.leparoleelecose.it/?p=39987

Il video della domenica. Stefano Massini, “Parole in corso”: l’origine del termine ‘parola’ (2’17”)

https://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/stefano-massini-parole-in-corso-parola/370758/371366

Anonimo/a, La violenza maschile come vizio morale, non come malattia (Le parole e le cose)

“Gli esseri umani preferiscono i loro simili. Non gli altri esseri umani. Ma quelli, fra gli esseri umani, che sono più simili a loro. I ricchi preferiscono i ricchi, i bianchi i bianchi, i maschi i maschi. Questa preferenza non è un gusto sullo sfondo di un’imparzialità. Non è che trattiamo tutti in maniera eguale, nelle sfere rilevanti (nella politica, nella distribuzione di risorse essenziali), ma preferiamo, se dobbiamo andarci a cena, chi ci è simile socialmente, culturalmente, per genere ed etnia. Preferiamo chi ci è simile a scapito di chi ci è dissimile, spesso senza neanche saperlo. Questo tipo di preferenze, che potremmo chiamare tribali, da un lato sono del tutto irriflesse e si perdono nel passato distante delle nostre origini evolutive, dall’altro portano spesso ad atteggiamenti anche sottilmente violenti. Katherine Kinzler e i suoi colleghi hanno mostrato che già a cinque mesi i bimbi preferiscono compagnie prive di accento, a partire da dieci mesi accettano più volentieri un giocattolo da chi parla bene la loro lingua, e dai cinque anni prediligono amichetti senza accento straniero.”

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http://www.leparoleelecose.it/?p=39914

Miranda Demichelis, Zero from the block: l’ode a Rebibbia di Zerocalcare (Angologiro)

“Zerocalcare è il ragazzo prodigio del fumetto italiano (o della graphic novel, che dir si voglia) incensato da pubblico, critica e vendite stellari. La sua penultima prova, Scheletri (Bao Publishing, ottobre 2020), a una settimana dall’uscita conquista il titolo di volume più venduto in Italia, sfiorando le 13.000 copie. Non è una novità: dall’esordio con La profezia dell’armadillo (Bao Publishing, 2011) Zerocalcare spopola e vende, e vende tantissimo, specialmente se si considera il pregiudizio denigratorio tradizionalmente associato al genere del fumetto e il background culturale che potrebbe sembrare indispensabile per capire e apprezzare le sue opere.”

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https://angologiroofficial.wixsite.com/home/post/zero-from-the-block-l-ode-a-rebibbia-di-zerocalcare

Le figurine di Radiospazio. Betsabea

Rembrandt, Bestabea

Davide la guardò lungamente, non soltanto con bramosìa ma anche con timore o forse con l’intento di soppesarla, così come aveva guardato i Filistei prima della battaglia di Keila. Ella si era tolta il velo e l’aveva attorcigliato intorno alla mano destra.
— Come ti chiami? — disse alla fine.
– Betsabea. Il mio sposo è Uria, l’eroe.
Davide fece cenno alle guardie che s’allontanassero, voleva rimanere solo con lei..
– Quanti anni hai?
– Diciannove. Uria mi comprò da mio padre quando ne avevo tredici. Allora non immaginava quanto sarei diventata bella.
– Sai danzare? — chiese re Davide
Ella cercò di catturare lo sguardo dei suoi occhi socchiusi, ma le fessure fra le palpebre erano troppo sottili, egli sembrava aver cura del proprio sguardo come se avesse un valore inestimabile.
– È mia consuetudine danzare per Uria. Egli beve vino e io danzo.
– Tu danzerai per me, – disse il re con voce rauca e torbida
Allora Safan andò a prendere la sua cetra, e si appoggiò contro la colonna di fianco al sedile del re. La musica fluiva come olio santo e cinguettio d’uccelli dalla sua mano destra. Mentre suonava teneva lo sguardo sul re, quel povero re così facile a turbarsi. Si vedeva chiaramente che gli era accaduto qualcosa, somigliava a un animale caduto nella rete. Safan provò un desiderio quasi invincibile di accostarsi a lui e carezzargli i capelli e cullargli il capo contro il proprio petto, quasi si sentisse soffocare dalla tenerezza.
No, una danzatrice proprio non lo era. Si muoveva lenta, quasi goffa; i suoi piedi di trascinavano sul piancito di cedro, ripetutamente sollevava le braccia e si passava le dita nella pesante e lucente capigliatura, come se questa avesse potuto sollevarsi nella danza lieve e quasi sospesa nell’aria che ella stessa non era capace di eseguire; il suo ventre e le sue anche parevano rigide di castità.
Ma quando Safan accelerò il tempo con la mano destra e quando permise che le dita iniziassero a pizzicare veloci le budella di cammello ritorte, allora Betsabea finalmente lasciò cadere a terra il mantello con un suono schioccante e sibilante che parve riecheggiare, ripetuto e rafforzato, dalla gola e dalla bocca semiaperta del re.
Safan, che era l’unico a possedere la capacità di vedere gli occhi del re e di comprenderne lo sguardo, osservò come egli dapprima fissasse attentamente il volto di Betsabea e quindi il suo grembo, vide come la sua attenzione errasse fra questi due poli: il volto coperto da un profondo rossore e il grembo coperto di riccioli neri, lucenti; nel suo cuore in fiamme e straripante di emozioni egli sembrava cercare un punto d’unione fra il volto e il grembo, lo spirito e la carne, un modo di congiungerli e fonderli insieme.
D’improvviso, con una veemenza che forse dipendeva dalla paura di esplodere per la spaventosa pressione interiore, il re gridò a Betsabea che smettesse di danzare. Ella si arrestò immediatamente, ansimava e somigliava ad un bimbo confuso ma nello stesso tempo pieno di speranza, con le palme delle mani si sollevò i seni, che in realtà non avevano alcun bisogno di essere sostenuti.

Torgny Lindgren, Betsabea, ed Iperborea; trad. C. Giorgetti Cima

Angelo Paura, Chi crede ai rettiliani? (Il Tascabile)

“Nel 2013 il magazine The Atlantic ha pubblicato un articolo satirico con un test per smascherare i politici rettiliani e, allo stesso tempo, capire se si è parte di questa stirpe senza saperlo. Tra i tratti da prendere in considerazione ci sono i capelli o i peli rossi, gli occhi verdi, ma anche l’interesse per la scienza e lo spazio e la capacità di “mandare in tilt strumenti elettronici”. Lo stesso anno, una ricerca del Public Policy Polling dimostrava come oltre 12 milioni di americani, il 4% della popolazione, credesse che la politica fosse controllata dai rettiliani.”

Leggi l’intero articolo:
https://www.iltascabile.com/societa/chi-crede-rettiliani/

Giuseppe Porrovechio, La società dei consumi ci rende disumani e indifferenti, ci dimostrò Pasolini (The Vision)

“Il 10 giugno 1974 Pier Paolo Pasolini esordì, dopo più di un anno di collaborazione, sulla prima pagina del Corriere della Sera con un articolo intitolato “Gli italiani non sono più quelliscritto dopo il referendum sul divorzio. La vittoria dei voti contrari all’abrogazione aveva portato Pasolini a sottolineare come ciò non costituisse un successo del laicismo, del progresso e della democrazia, ma la dimostrazione che i ‘“ceti medi” fossero radicalmente cambiati: i loro “valori positivi” erano scomparsi.”

Leggi l’intero articolo:
https://thevision.com/cultura/consumi-societa-pasolini/

Perché è importante scrivere a mano (e scrivere bene)

Oggi, scrivere sembra diventato un optional: sempre meno scuole prestano attenzione ad insegnare un buon corsivo e, dal resto del mondo, le notizie non sono incoraggianti: pare che in diversi istituti americani e finlandesi si stiano valutando soluzioni tecnologiche per scrivere, superando di fatto la scrittura a mano. Contestualmente, negli anni abbiamo assistito ad un aumento impressionante dei casi di difficoltà di lettura e scrittura.
  • La scrittura è giunta al termine?
  • E’ tempo che il pc porti all’estinzione definitiva di penna e matita?
Queste sono le domande che ci siamo posti, e su cui ci piacerebbe far riflettere anche te. Dalla riflessione scientifica, che negli ultimi anni (e specialmente in quest’ultimo periodo) sta animando l’ambiente pedagogico, abbiamo tratto alcuni spunti. Leggi l’intero articolo: https://portalebambini.it/calligrafia/?fbclid=IwAR2ySruvRXUk15TZxhphIpxIp2-vCoRZ7Kp7I4KVF7WIvzV-_hAZbyQU1xE

Le figurine di Radiospazio. Poveri ricchi

George Bernard Shaw
Mi hanno querelata! Benissimo; lei conosce la mia norma inderogabile: combattere l’avversario fino all’ultimo sangue, qualsiasi cosa costi. Porti la causa fino alla Camera dei Lord, se occorre. Vede, mio caro, una donna ricca come me non può permettersi proprio nulla. Io devo lottare per difendere dal primo all’ultimo soldo che posseggo. Mendicanti, ricattatori, scrocconi, enti benefici, benemeriti al valore civile, cause politiche, leghe, istituzioni d’ogni genere possibile e immaginabile si lambiccano il cervello dalla mattina alla sera per cercar di farmi morire dissanguata. Basta che molli per un attimo, che ceda un centesimo perché a capo d’un mese io sia sul lastrico. Tutti gli anni verso cinque sterline per la Difesa del Contribuente, ma niente più: neanche un soldo di più. Lei deve sempre attenersi alle istruzioni ricevute; prevenire ogni azione, bloccare ogni richiesta di risarcimento con una controrichiesta dieci volte superiore. Non ho altro modo per poter scrivere a piene lettere sul cielo: “Indietro, borsaioli!”

George Bernard Shaw, La miliardaria

Il video della domenica. Maria Dolores Pesce, Yomeddine (Il giorno del giudizio). Farmaci, antidoti e antiveleni

http://www.youtube.com/watch?v=Zp0RiGR0sew

Un film che è un viaggio in un mondo che sta oltre, celato nelle disumanizzanti trasformazioni di una realtà fatta di economia, denaro e numero che tutto sommerge a partire da affetti, sentimenti e relazioni intime di cui siamo caldamente invitati a vergognarci perché poco o punto “produttive”. Quindi è un viaggio finalmente dentro di noi  che diventa un farmaco, un antidoto efficace contro i veleni che questo capitale come impazzito ci installa giorno dopo giorno.
Un bel film che mostra un deserto, quello egiziano, pieno di vita, basta saperla guardare o aspettare, una metafora di quello che siamo dunque, basta capirla.
Un bambino abbandonato in un periferico lebbrosario con la promessa mai realizzata di tornarlo a prendere, si mette alla ricerca della sua famiglia insieme ad un orfano nubiano anch’esso perduto e abbandonato. Ritroveranno il proprio passato ma soprattutto sé stessi prima di ritornare al loro ondo, quel lebbrosario dove esistono gli affetti, i loro affetti, e dove quindi, paradossalmente, non c’è spazio per la disperazione, quella che invece sembra minacciare tutti noi.

Maria Dolores Pesce