Chiaroscuri 900 (VII). Umberto Saba, Storia di una libreria

saba stretto libreria

C’è un ordito in cui s’intrecciano svariati fili della matassa novecentesca in questa pagina che si presenta come una semplice e lineare autobiografia, ma che diventa un’abbastanza trasparente parabola: anzitutto, la componente psicoanalitica: il giovane Saba, ventiseienne, che rabbrividisce alla sola idea di passare la vita nell’antro polveroso di una libreria e che subito dopo la compra. Per non dire del rapporto coi vecchi libri, dei quali ha orrore, e che pensa di vendere per speculazione, ma dai quali finisce per essere catturato. 

Passando una mattina del 1919 per via San Nicolò, vidi o notai per la prima volta quell’antro oscuro. Pensai – Se il mio destino fosse di passare là dentro la mia vita, quale tristezza. – Era – senza che io allora lo sapessi – un monito o un presagio. Pochi giorni dopo infatti l’acquistai dal suo vecchio proprietario, Giuseppe Mailender. L’acquistai con l’intenzione di buttare nell’Adriatico tutti quei vecchi libri che conteneva, e rivenderla vuota ad un prezzo maggiore. (Tutti cercavano allora una bottega a Trieste). Ma, dopo pochi giorni, non ebbi più il coraggio di attuare il primo progetto; quei vecchi libri – nessuno dei quali mi interessava per il contenuto – mi aveva incantato. Cercavo anche una sistemazione per la mia vita. Scrissi a mia moglie, in villeggiatura a Portorose, per raccontarle l’avventura e chiederle un consiglio. – Non vendere – mi telegrafò – la libreria. – Io pensai a un proverbio di Sancio Panza; – Il consiglio della moglie è poco; ma chi non lo prende è sciocco. – E seguii il suo consiglio.
È stato così che ho passato in quell’antro oscuro la metà circa della mia vita. La passai in parte male e in parte bene, come l’avrei – è probabile – passata in qualunque altro ambiente. Ma la bottega di via San Nicolò ebbe grande merito, rappresentò per me, per tutti gli anni che durò il fascismo, un rifugio abbastanza al riparo dagli altoparlanti. Vivere della letteratura è, per un poeta, impresa quasi disperata; più disperata che mai essa mi appariva in quegli anni. Inoltre i libri antichi – dei quali apprendevo per la prima volta l’esistenza – non mi offendevano come i moderni, che tutti, o quasi, avevano per me il volto odioso del tempo presente. Emanavano inoltre un senso di pace; erano come dei nobili morti. Non saprei dire se veramente li amavo o no; forse li amavo, ma in un modo particolare come i ruffiani amano le belle donne per venderle.

Umberto Saba, Storia di una libreria, Henry Beyle

Altri chiaroscuri ‘900:

Palazzeschi: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/15/chiaroscuri-900-aldo-palazzeschi-lantidolore/

Farfa: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/16/chiaroscuri-900-ii-farfa-tuberie/

Govoni: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/17/chiaroscuri-900-iii-il-poeta-dentro-e-fuori-corrado-govoni/

Govoni https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/05/05/chiaroscuri-900-iv-i-fuochi-dartificio-di-govoni-1905/

Govoni https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/09/07/chiaroscuri-900-vi-corrado-govoni-armonie-di-un-mondo-alla-rovescia/

Depero: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/01/26/un-futurista-fuori-sede-fortunato-depero-a-new-york/

Soffici https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/08/30/chiaroscuri-900-ardengo-soffici-via/

Cosa diremo (Wittgenstein.it)

“Cosa diremo quando guarderemo indietro?” È una domanda meravigliosa, e commovente. Suona appunto familiare, un’espressione retorica sentita spesso, eppure realizziamo che non la sentiamo più: l’abbiamo sentita spesso in certi documentari, forse, o in certi film biografici. In certi libri di Storia, chissà. Ma nessun leader politico od oratore lo dice più.
Perché nessuno pensa più a guardare avanti, a quando ci si guarderà indietro.””

Leggi l’articolo:
https://www.wittgenstein.it/2020/12/09/cosa-diremo/

Le figurine di Radiospazio. Padroni e leopardi

Goffredo Parise

Ieri mattina il dottor Max mi ha telefonato e ha detto che sarebbe venuto a prendermi di lì a mezz’ora. Non ho chiesto spiegazioni, ho fatto il bagno come ogni domenica, mi sono vestito  e sono sceso in strada ad aspettare. Il dottor Max è arrivato con un’automobile lunghissima color rosa pesca, anziché con la sua solita utilitaria. Ha frenato bruscamente, poi, con un grande sorriso, ha aperto la portiera della macchina e mi ha fatto cenno di entrare. Sono salito e sono sprofondato nel sedile foderato di pelliccia di leopardo. Sempre sorridendo il dottor Max mi ha detto la prima frase strana che io non ho capito e non ho voluto capire perché conosco le involuzioni, le allegorie del suo pensiero.
La frase è la seguente: “Le piace? Lo so, lo so che è immorale, ma chi se ne frega?” Così dicendo ha chiuso la portiera e l’auto è partita con uno scatto silenzioso.

Goffredo Parise, Il padrone, Feltrinelli

Jennifer Guerra, Smettetela di usare “1984” per giustificare le vostre assurde teorie complottiste (The Vision)

“Nel 1984, la allora giovane azienda di software Apple realizzò uno spot per lanciare il suo primo computer Macintosh destinato a entrare nella storia della pubblicità. Nello spot, diretto da Ridley Scott e trasmesso nell’intervallo del Super Bowl, si vede una schiera di persone, tutte rasate e vestite di grigio, che guarda catatonica uno schermo gigante dove il Grande Fratello recita messaggi di propaganda. Nel mentre, un’atleta vestita di bianco e rosso irrompe sulla scena correndo inseguita dalla polizia e, lanciando un martello, distrugge lo schermo. Appare quindi una scritta: “Il 24 gennaio, Apple lancerà Macintosh. E capirai perché il 1984 non sarà come 1984”. Il riferimento, chiarissimo e iconico, è al più famoso romanzo distopico di sempre, 1984 di George Orwell. Negli anni quest’opera ha trasceso i confini della letteratura diventando un simbolo di risveglio delle coscienze, di spirito democratico e di anticonformismo rispetto a un pensiero dominante. È capitato anche che il senso di 1984 fosse distorto e piegato per scopi che non sarebbero sicuramente piaciuti all’autore: lo spot Apple, appunto, o l’aver chiamato uno dei più controversi e influenti programmi televisivi del ventennio “Grande Fratello”. Ma c’è un’appropriazione che più di tutte è particolarmente insidiosa: quella dei complottisti.”

Leggi l’articolo:
https://thevision.com/cultura/1984-orwell-complottismo/

Le figurine di Radiospazio. Gelosie di poeti

– Suscettibile io? Tu mi dici suscettibile? Tu? Una donna che si faceva venire un accidente se il più misero dei pennaioli osava esprimere un’opinione malevola sulle sue poesie?
– Non ricordo che sui miei versi sia mai stato espresso un giudizio malevolo.
– Hai ragione. Con le donne graziose si è sempre galanti.
– Galanti? Così le mie poesie sarebbero state lodate per galanteria? E il tuo giudizio…?
– Il mio giudizio? Mi permetto solo di ricordarti che le tue poche graziose poesie le hai scritte
all’epoca in cui stavamo insieme.
– E così adesso pensi che esse siano merito tuo.
– Le avresti forse scritte se non ci fossi stato io? Non sono dedicate a me?
– No!
– Come? Non sono dedicate a me? È mostruoso!
– No, non lo sono affatto!
– Resto di stucco!

            Arthur Schnitzler, Letteratura

Narrativa. Daniel Pennac, La fata carabina (frammento)

Era inverno a Belleville, e la lastra di ghiaccio somigliava una cartina dell’Africa e copriva l’intera superficie dell’incrocio che la vecchia signora si accingeva ad attraversare trascinando con millimetrica prudenza una pantofola davanti all’altra. Con il loro avanzare strisciante le pantofole l’avevano condotta, diciamo; fino al centro del Sahara, sulla lastra a forma di Africa. Doveva ancora farsi tutto il sud, i paesi dell’apertheid e via dicendo. A meno che non tagliasse per l’Eritrea o la Somalia, ma nel canaletto di scolo il mar Rosso era terribilmente gelato. Queste considerazioni zampettavano sotto i capelli a spazzola del biondino dal loden verde che osservava la vecchia. Il biondino si chiamava Vanini, era ispettore di polizia ed era tormentato soprattutto dai problemi di pubblica sicurezza. Anzi, della “pubblica insicurezza”: le quattro anziane donne sgozzate a Belleville in meno di un mese non si erano aperte i due da sole! Bisognava tenere gli occhi aperti. D’un tratto la donna fu quasi sul punto di perdel’equilibrio. Ed ecco il giovane ispettore che posa un piede sull’Africa, avanza a grandi falcate sicure verso la vecchia. Nonscivola sul ghiaccio, lui. Ai piedi ha gli scarponi chiodati. Le fragili spalle della vecchia signora gli ricordano d’un tratto quelle della nonna, la sua, di Vanini, cui ha voluto così bene.
Si stava già preparando la frase: “Mi permetta di aiutarla, nonnina”, che avrebbe pronunciato con la gentilezza del nipotino. Era ormai a un passo da lei, e fu allora che la donna si voltò, rigida con un braccio puntato verso di lui. Come se lo indicasse col dito. Solo che in luogo del braccio e del dito, la vecchia signora brandiva una P 38 d’epoca, quella dei tedeschi, un’arma che ha attraversato il secolo senza passare neanche un filino di moda, un arnese tradizionalmente omicida.
E la vecchia premette il grilletto.

        Daniel Pennac La fata carabina

Joyce Lussu, Un paio di scarpette rosse

Un paio di scarpette rosse

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica “Schulze Monaco”.
C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buckenwald
erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini li possiamo immaginare scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono. C’è un paio di scarpette rosse
a Buckenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole

Le figurine di Radiospazio. Poeti difficili

– Le confesso, amica mia, che durante l’infanzia ho giocato pochissimo. I giochi di allora mi annoiavano come i piaceri d’oggi. Intendo dire i piaceri come qualità, i divertimenti che si pretendono tali.
– Allora, il teatro?
– Mai e poi mai. Mi fa dormire.
– E il cinema?
– Mi esaspera. È falso tramite il vero…
– Va bene. I viaggi?
– Mi stancano. L’obbligo di vedere!… Oh, i musei!
– La lettura?
– I romanzi li trovo insopportabili… Credo che un uomo che fa da vent’anni il mio mestiere possa leggere un romanzo?
– Non faccio altro che attraversare esistenze, case, storie…
– E… la poesia?
– Me ne guardo bene.
–  Non insisto.
– E aggiungo: la poesia la trovo dove non la si trova, e non la trovo dove la si trova.

Paul Valéry, L’idea fissa

Il video della domenica. Margot canta “Le golose”, di Guido Gozzano

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

Signore e signorine –
le dita senza guanto –
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!

Perché nïun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.

C’è quella che s’informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.

L’una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.

un’altra – il dolce crebbe –
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!

Un’altra, con bell’arte,
sugge la punta estrema:
invano! ché la crema
esce dall’altra parte!

L’una, senz’abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare

sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D’Annunzio.

Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,
di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! le signore come
ritornano bambine!

Perché non m’è concesso –
o legge inopportuna! –
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

Darwin Pastorin, Grazie Bonelli, Tex Willer è un “vizio” a cui non so rinunciare (L’Huffpost)

“Per me Tex Willer è un “vizio”, come era Omar Sivori per Gianni Agnelli. Non riesco a fare a meno del mio fumetto preferito, che continuo a leggere, in tutte le sue varie edizioni, da quando ero ragazzino. Non solo un giornalino: ma una miniera di avventure, di simboli, di galoppate continue tra il sogno e il West, un recupero costante della giovinezza, così come avviene per la tua squadra del cuore.”

Leggi l’articolo:
https://www.huffingtonpost.it/entry/grazie-bonelli-tex-willer-e-un-vizio-a-cui-non-so-rinunciare_it_5fe1ff38c5b64e4420ffcb66?utm_hp_ref=it-homepage&ncid=newsltithpmgnews

Andrea Berretta, Una collezione di piccoli oggetti italiani “fatti bene” che sono ancora in vendita (Picamemag)

Anna e Alex sono i fondatori di Fattobene, un archivio che raccoglie oggetti umili del design italiano, oggetti che molti di noi hanno maneggiato e visto per casa innumerevoli volte ma che proprio per questo spesso passano inosservati.

Dietro ad ognuno di essi ci sono storie di aziende, di imprenditori, di idee. Sono testimonianza di un modo di fare bene le cose, di una progettazione finalizzata alla produzione di oggetti senza tempo che durano nel tempo. È per riscoprire queste storie e per farle conoscere che esiste Fattobene, un progetto nato nelle campagne intorno a Viareggio è arrivato, come vedremo, oltreoceano.

È vero che alcuni di questi oggetti sono immutati da 300 anni?
Sì. Sembra incredibile pensare che molti di questi prodotti esistano – senza interruzione – da così tanto tempo. Penso ad esempio alla Liquirizia Amarelli, nata in Calabria nel 1731. La sua storia è affascinante: secondo l’Enciclopedia Britannica, la liquirizia calabrese è considerata la migliore del mondo e durante l’Ottocento venivano organizzate spedizione da tutta Europa per studiarla e cercare di imitarne le proprietà. Anche la Cedrata Tassoni è nata nello stesso periodo.”…………………

Leggi l’intero articolo:
https://www.picamemag.com/fatto-bene/

Amedeo Balbi, La dittatura dell’incompetenza (Il Post)

“David Dunning e Justin Kruger sono due psicologi della Cornell University che nel 1999, dopo una serie di studi, sono giunti a una conclusione che potremmo riassumere così: le persone incompetenti tendono a sopravvalutarsi, a sovrastimare le proprie capacità, ritenendole, nei casi più gravi, addirittura superiori alla media. Effetto Dunning-Kruger, si chiama. Ovvero: più uno non sa niente di un argomento, non ha vere capacità, più crede di saperla lunga.”

Leggi l’articolo:
https://www.ilpost.it/amedeobalbi/2013/04/17/la-dittatura-dellincompetenza/

Le figurine di Radiospazio. L’autoimmagine

L’écrivain François Mauriac dans son appartement parisien. (Photo by Pierre Vauthey/Sygma/Sygma via Getty Images)

Non si può mantenere la fiducia in se stessi da soli. Abbiamo bisogno di qualcuno che testimoni la nostra forza: qualcuno che segni i colpi, che conti i punti, che ci incoroni nel giorno della ricompensa – come un tempo, durante la distribuzione dei premi, carico di libri, io cercavo con gli occhi tra la folla la mamma che al suono di una musica militare disponeva le foglie dorate di lauro sulla mia testa rasata.

François Mauriac, Le noeud de vipères, Grasset

Manuel Santangelo, Perché dovresti circondarti di libri, anche se non avrai il tempo di leggerli tutti (Youmanist)

“Una biblioteca privata non è un’appendice che stimola l’ego, ma piuttosto uno strumento di ricerca. I libri letti hanno un valore molto inferiore rispetto a quelli non letti. La biblioteca dovrebbe contenere tutto ciò che non si conosce. In effetti, più sai, più grandi sono le file di libri non letti”. 

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https://youmanist.it/categories/cultura/circondarsi-libri-salute?fbclid=IwAR0IHgcU8gxjQZ9wS_0Y9L3vlXOozOMu19xYl0mMDUIWZ6ZRSlqI89erkXs