C’è un legame tra felicità e senso dell’umorismo (Internazionale)

Quando toccherà a me morire, voglio andarmene in pace nel sonno, come mio nonno. Non urlando di terrore, come i passeggeri a bordo del suo autobus. Se avete riso a questa battuta è perché nel vostro cervello sono accadute tre cose in rapida successione. Primo, avete individuato un’incongruità: avevate immaginato mio nonno che giaceva in pace nel suo letto, ma poi vi siete resi conto che in realtà stava guidando un autobus. Secondo, avete risolto l’incongruità: mio nonno si è addormentato al volante. Terzo, la regione del vostro cervello denominata giro paraippocampale vi ha aiutato a capire che non dicevo sul serio, perciò vi è venuto da ridere. E tutto questo vi ha fatto provare un po’ di gioia.

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https://www.internazionale.it/notizie/arthur-c-brooks/2021/11/07/felicita-umorismo

Le figurine di Radiospazio. Agnizioni sorprendenti

« Papà », mormorai, ma la parola mi era sembrata sconcia, e mi era morta sulla lingua lasciandomi un repellente sapore zuccheroso, come di sciroppo per la tosse. Mi ricomposi. Guardai meglio il tizio che, coricato su un letto matrimoniale, mi scrutava con due occhi terrorizzati. Mica era mio padre! Macché! Un vecchio era! E per di più aveva tutta l’aria di un paralitico, ridotto a un manichino dalla vita in giù. Che ci faceva un tale relitto in casa di mio padre? Come si permetteva di occupare il suo posto? Avevo la tentazione di aggredire il vecchio abusivo, ma mi trattenni. D’altro canto le cose non erano per nulla chiare. Potevo, per esempio, essere capitato in casa d’altri. Il nome sulla porta non provava nulla. Mio padre non era certo l’unico Pellicani in circolazione. Poteva benissimo trattarsi di un altro Pellicani… Un altro Pellicani? Mi veniva da ridere a pensarci. Ma la cosa m’intrigava tutto sommato. Mio padre si levava subito di torno. Del resto, che voleva? Non ci vedevamo da vent’anni! Doveva intromettersi proprio ora? In ogni caso, restava da capire chi era costui. Un Pellicani legittimo? Uno che occupava il posto che gli competeva? Rinsecchito, prosciugato, ridotto per così dire all’osso, aveva invero una cert’aria da individuo non del tutto in regola: sembrava insomma un renitente, uno che resisteva illegalmente al mutamento dei tempi e invece di rispondere all’appello del mercato se ne stava per conto suo, dedito magari a una vita contemplativa che non era in linea con le politiche vigenti: mentre lo scrutavo sembrava muovere le mandibole a vuoto, come impegnato in una sua ruminazione incessante e puntigliosa.

Sergio La Chiusa, I Pellicani, Miraggi editori

Il video della domenica. Yoann Bourgeois, “La Mécanique de l’histoire. Inertie”

Una coreografia che, volendo, è anche una piccola storia sul lasciarsi e il riprendersi.

Paolo Mossetti, Perché l’uso egualitario dell’asterisco è una scelta regressiva (The Vision)

Era il 1987, e nell’Italia dei governi Craxi e Fanfani, con la sua moneta sovrana, La Piovra in prima serata, l’Unione Europea ancora di là da venire e trecentomila lire che erano davvero trecentomila lire, spuntava uno studio che oggi farebbe rabbrividire. Si intitolava Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, l’autrice era la rinomata linguista Alma Sabatini e, che ci crediate o no, fu commissionato dal Parlamento italiano e messo alle stampe dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri di allora, a maggioranza democristiana. Se non siete già scappati a gambe levate, pensate allo straordinario tempismo di questo manualetto, che a seguito di un’accurata indagine sulla terminologia usata nei libri di testo e dai mass media, si proponeva di “dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico a termini riferiti al sesso femminile”.
In altre parole già trent’anni fa, molto prima delle vandee populiste scatenate oggi da destra e da sinistra contro il politically correct, esisteva un’analisi scientifica che affrontava le implicazioni sociali e politiche della lingua e proponeva nuove linee guida alle scuole e all’editoria: con buona pace della nazione spaesata e nostalgica che ha trasformato Laura Boldrini nel suo capro espiatorio.

Leggi l’intero articolo: https://thevision.com/cultura/uso-egualitario-asterisco-regressivo/

Le figurine di Radiospazio. Rivelazioni

Il capo della polizia che aveva veduto un poliziotto picchiare un furfante si mostrò molto indignato e avvertì il subalterno che non avrebbe mai più dovuto agire a quel modo, se non voleva rimetterci il posto. «Non siate troppo severo con me,» disse il poliziotto sorridendo; «lo picchiavo con un bastone pieno di crusca. » «Eppure, » continuò il capo della polizia, «si tratta di cosa sgradevole; anche se non gli avete fatto male.» «Ma,» disse il poliziotto, «era un furfante di stoppa. »
Per esprimere la propria soddisfazione con una pacca sulla schiena, il capo della polizia allungò la mano destra con tale violenza che si ruppe la pelle dell’ascella e una quantità di segatura scese dalla ferita. Era falso anche il capo della polizia.

Michail Bulgakov, Tagli difficili

Mi balenò un’idea! Nel mio dramma c’erano tredici quadri. Seduto nella mia stanzetta, tenevo davanti a me un vecchio orologio d’argento e leggevo il dramma ad alta voce, provocando, sicuramente, lo stupore del mio vicino di là dalla parete. A ogni quadro che finivo di leggere, annotavo il tempo impiegato su un foglietto di carta. A fine lettura, risultò che ci avevo impiegato tre ore. Allora mi venne in mente che durante lo spettacolo ci sono gli intervalli, durante i quali il pubblico va al buffet. Aggiungendo il tempo per gli intervalli, compresi che il mio dramma non si sarebbe potuto rappresentare in una sola serata. I tormenti notturni che mi provocò questo problema mi portarono alla decisione di eliminare un quadro. In questo modo lo spettacolo fu abbreviato di venti minuti, ma la situazione restava grave. Mi ricordai che oltre agli intervalli, ci sono anche le pause. Ad esempio, l’attrice è in scena e mentre piange aggiusta un mazzo di fiori in un vaso. Parlare non parla, ma intanto il tempo passa. Quindi, un conto è borbottare il testo a casa propria e un conto è recitarlo a teatro. Bisognava togliere dal dramma qualche altra cosa, ma che cosa non lo sapevo. Tutto mi sembrava importante, e inoltre bastava pensare di eliminare qualche particolare, che tutto l’edificio tanto faticosamente costruito cominciava a incrinarsi e sognavo cornicioni che cadevano, balconi che si staccavano dalle pareti, sogni questi che si rivelarono profetici. Allora cacciai via uno dei protagonisti, e come conseguenza uno dei quadri diventò come sbilenco e, infine, scomparve del tutto, e i quadri restarono undici. Da quel momento in poi, per quanto mi rompessi la testa, per quanto fumassi, non mi riuscì di eliminare altro. Ogni giorno mi faceva male la tempia sinistra. Conscio del fatto che non mi sarebbe riuscito di combinare altro, decisi di lasciare che la cosa seguisse il suo corso naturale.

Michail Bulgakov, Il romanzo teatrale

Maurice Blanchot, Il divano e la poltrona

La situazione dell’analisi quale Freud l’ha scoperta è una situazione straordinaria che sembra uscita da un mondo di fiaba. Questa messa in rapporto del divano con la poltrona, questo colloquio nudo in cui, in uno spazio separato, tagliato fuori dal mondo, due persone invisibili l’una all’altra poco a poco sono chiamate a confondersi col potere di parlare e quello di ascoltare e ad avere come unica relazione l’intimità neutra delle due facce del discorso, questa libertà per l’uno di dire qualsiasi cosa, per l’altro d’ascoltare senza attenzione, come a sua insaputa e come se non fosse presente, – libertà che si trasforma nella piú crudele delle costrizioni, quest’assenza di rapporto che diventa proprio per questo il rapporto piú oscuro, piú aperto e piú chiuso. L’uno che in un certo senso deve parlare senza posa, esprimendo l’incessante, non solo dicendo ciò che non si può dire, ma giungendo quasi a parlare sulla base dell’impossibilità di parlare, impossibilità che è sempre già nelle parole non meno che al di qua di esse, vuoto e bianco che non è un segreto né una cosa taciuta, ma una cosa sempre già detta, taciuta dalle parole stesse che la dicono e in esse – e cosí si dice sempre tutto e non si dice nulla; l’altro che in apparenza è il piú distratto, il piú assente degli ascoltatori, un uomo senza volto, a malapena qualcuno, una specie di chiunque che equilibra la cosa qualsiasi in cui consiste il discorso; è una specie di cavità nello spazio, un vuoto silenzioso che pure è la vera ragione di parlare, che senza posa rompe l’equilibrio facendo variare la tensione degli scambi, rispondendo e non rispondendo e trasformando insensibilmente il monologo senza uscita in un dialogo in cui entrambi hanno parlato.

Maurice Blanchot,. La conversazione infinita: Scritti sull’«insensato gioco di scrivere» (Piccola biblioteca Einaudi

Le figurine di Radiospazio. Nascondigli

Quando Jason ha messo piede in casa mia e ha visto il mio narghilè, che è grande più o meno quanto il mio miniappartamento, mi ha subito chiesto se fumavo marijuana, io gli ho detto di sì e lui mi ha chiesto (in un italiano perfetto) se tiravo anche di coca, io ho detto – Ogni tanto – e lui si è calato le braghe e le mutande. – Vedi? – mi ha detto girandosi di spalle. Una sorta di filo bianco gli penzolava dal buco del culo, al che io sono diventato di granito. Jason ha tirato per un po’ il filo finché è venuto fuori un tubetto avvolto in quello che credo fosse cellophane. Soddisfatto, ha detto: – Qui… cocaina. Dal tubetto Jason ha fatto uscire cinque o sei capsule più piccole che, secondo me, contenevano circa venti grammi di cocaina. – Ma sei impazzito? – ho detto – E se all’aeroporto ti… prendevano? – Le mie chiappe sono troppo strette – ha risposto Jason.

Simone Battig, Sul nulla

Il video della domenica. Mario Martone, Qui rido io – segue un’intervista con Toni Servillo (Doppiozero)

“Il film è interpretato da varie generazioni di attori di quella città teatralissima che è Napoli, leoni del teatro di giro e di quello indipendente, giovani forgiatisi nelle serie televisive e promesse di una scena che cerca sempre nuove strade mantenendo un gusto particolare per l’osservazione e il ritratto di umanità: dai “vecchi” di Teatri Uniti, l’impresa geniale di Martone, Servillo, Neiwiller (e Angelo Curti) a Cristina Dell’Anna, la splendida madre dei De Filippo, formatasi tra un Posto al sole e Gomorra; dal bisnipote d’arte Eduardo Scarpetta a maestri della scena come Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Gigio Morra; da Chiara Baffi a Iaia Forte e Roberto De Francesco; da Paolo Pierobon, uno dei pochi attori non napoletani, nella parte di un estenuato, invasato D’Annunzio, e dalle vestali del Vate interpretate da Lucrezia Guidone e Elena Ghiaurov, truccate come personaggi di un quadro espressionista evocanti la Famiglia Addams, a Lino Musella come Benedetto Croce, che difenderà Scarpetta nella causa intentatagli dalla Società degli Autori per plagio della Figlia di Iorio trasformato in Il figlio di Iorio, dimostrando come si tratti di lecita parodia, con un’urticante scena in cui il filosofo, serafico e algido, demolisce davanti a un compreso e abbastanza allibito Scarpetta la commedia difendendone la liceità.”

Qui leggi l’intervista con Toni Servillo: https://www.doppiozero.com/materiali/da-eduardo-eduardo-qui-rido-io

Narrativa. Federigo Tozzi, Dal padre ai compagni (frammento)

Pietro, gracile e sovente malato, aveva sempre fatto a suo padre Domenico un senso d´avversione: ora lo considerava, magro e pallido, inutile agli interessi; come un idiota qualunque! Toccava il suo collo esile, con un dito sopra le venature troppo visibili e lisce; e Pietro abbassava gli occhi, credendo di dovergliene chiedere perdono come di una colpa. Ma questa docilità, che fuggiva alla sua violenza, irritava di più Domenico. E gli veniva voglia di canzonarlo.
Quei libri! Li avrebbe schiacciati con il calcagno! Vedendoglieli in mano, talvolta non poteva trattenersi e glieli sbatteva in faccia. Chi scriveva un libro era un truffatore, a cui non avrebbe dato da mangiare a credito. E intanto Pietro gli aveva fatto spendere le tasse tre anni di seguito per la scuola tecnica! Dopo averlo guardato, a lungo, su un orecchio o su la nuca debole e vuota, faceva gesti belluini, mordendosi il labbro di sotto, piantando all´improvviso un coltello su la tavola e smettendo di mangiare.
Pietro stava zitto e dimesso; ma non gli obbediva. Si tratteneva meno che gli fosse possibile in casa; e, quando per la scuola aveva bisogno di soldi, aspettava che ci fosse qualche avventore di quelli più ragguardevoli; dinanzi al quale Domenico non diceva di no. Aveva trovato modo di resistere, subendo tutto senza mai fiatare. E la scuola allora gli parve più che altro un pretesto, per star lontano dalla trattoria. Trovando negli occhi del padre un´ostilità ironica, non si provava né meno a chiedergli un poco d´affetto. Ma come avrebbe potuto sottrarsi a lui? Bastava uno sguardo meno impaurito, perché gli mettesse un pugno su la faccia, un pugno capace di alzare un barile. E siccome alcune volte Pietro sorrideva tremando e diceva:
«Ma io sarò forte quanto te!» Domenico gli gridava con una voce che nessun altro aveva:
«Tu?». Pietro, piegando la testa, allontanava allontanava pian piano quel pugno, con ribrezzo ed ammirazione.
Da ragazzo quella voce lo spaventava, gli faceva male; e allora si rincantucciava, senza piangere, per essere lasciato solo. Ora ne provava una scontentezza esasperante. E, convinto che non avrebbe dovuto soffrire a quel modo, si esaltò sempre più nelle parole di riscatto e di giustizia; come trovava scritto in certi opuscoli di propaganda prestatigli dal suo barbiere. Entrò nel partito socialista, e fondò perfino un circolo giovanile. Prima di nascosto, e poi vantandosene con tutti quelli che capitavano nella trattoria. La sua ambizione doventò, allora, quella di scrivere articoli in una Lotta di classe; che usciva tutte le settimane. E se la polizia lo avesse fatto arrestare, sarebbe stato contento. Sognava processi, martirii, conferenze ed anche la rivoluzione. Quando un altro lo chiamava «compagno», si sarebbe fatto a pezzi per lui; senza né meno pensarci.

Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi

Mattia Madonia, Quando noi “italiani brava gente” sterminammo migliaia di persone affette da disturbi psichiatrici (The Vision)

“Attraverso gli schedari clinici abbiamo la testimonianza dei motivi per cui migliaia di donne sono state internate. Nel saggio di Annacarla Valeriano Malacarne sono spiegate con cura le dinamiche dei ricoveri coatti delle donne durante il fascismo, con la sintomatologia riportata nelle cartelle cliniche con voci che adesso appaiono inverosimili, ma che all’epoca erano indizio di devianza sociale: stravagante, loquace, capricciosa, erotica, smorfiosa, piacente, civettuola. Secondo il fascismo il ruolo della donna era quello di madre e moglie, come esposto da Mussolini nel discorso dell’ascensione del 1927: una figura sottomessa, costretta a rispettare i codici etici e morali di un regime che la voleva angelo del focolare. In caso contrario rischiavano di essere considerate improduttive o folli, con il conseguente internamento coatto.”

Leggi l’intero articolo https://thevision.com/cultura/fascismo-manicomi/