Le figurine di Radiospazio. Animali problematici

«Perché sei un vigliacco?» chiese Dorothy, guardando, meravigliata, la belva grossa come un puledro.
«È un mistero» disse il Leone. «Credo di essere nato così. Tutte le bestie che vivono nella foresta pensano che io sia molto coraggioso. Il Leone è o non è il re degli animali? Per fortuna fin da piccolo ho imparato che, vigliacco o no, un’arma ce l’avevo: il mio ruggito. Con quello riesco a mettere in fuga chiunque. Tutte le volte che ho incontrato un uomo sulla mia strada, quasi morivo di paura, ma poi bastava un ruggito, uno solo, per farlo scappar via a gambe levate. Se a un orso, un elefante, una tigre, venisse in mente di assalirmi, sarei io a scappare, sono così vigliacco! Ma non appena ne intravedo uno alla lontana, spalanco la bocca, ruggisco e quelli se la squagliano.» «Non è giusto!» esclamò lo Spaventapasseri, risentito. «Il re degli animali non può, non deve essere un vigliacco!» «Lo so.»
E con il pennacchio della coda il Leone si asciugò una lacrima. «Tu sapessi come sono infelice! Ma non riesco a vincermi: se sento odor di pericolo, il cuore comincia a battermi all’impazzata.» «Forse hai un cuore malato» disse il Taglialegna.
«Chissà, può darsi.»
«In questo caso dovresti essere contento;» riprese il Taglialegna di Latta «se hai mal di cuore significa che un cuore ce l’hai. Io, invece, non potrei mai soffrire di quella malattia perché il cuore non ce l’ho.»
«Però,» ribatté il Leone «se non avessi un cuore forse non sarei tanto vigliacco.»

Frank Lyman Baum, Il mago di Oz

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Il video della domenica. Maria Dolores Pesce, “Marx può aspettare”, di Marco Bellocchio

http://Www.youtube.com/watch?v=La626gVGCrw

Una preziosa operazione di sincerità, ovvero di verità, nello spazio che la narrazione di sé consente ad un artista sensibile come Marco Bellocchio. Uno sguardo non facile come non è facile fare un film sulla propria intimità, quella intimità traslata e criptata spesso in tanti suoi film e che la famiglia continua a custodire tra quelle reciproche negazioni che le maschere sociali nascondono, forse preservando, in ciascuno ma non in tutti, il diritto alla sopravvivenza.
Marco Bellocchio si mostra mostrando la sua famiglia e lasciando che si compongano gli eventi
filtrati dalla memoria dei fratelli superstiti, una memoria sempre sul punto di contraddirsi intorno
all’oscurità, e anche al mistero, di una scelta, quella di Camillo Bellocchio gemello di Marco e
ultimogenito di una numerosa famiglia di provincia, di suicidarsi a soli 29 anni.
Una famiglia borghese e benestante, come tante custode della propria onorabilità e insieme di
grumi di dolore e di angoscia di fronte ai quali ciascuno, come dice uno dei protagonisti, ha cercato di sopravvivere da solo, non tutti riuscendovi. Una famiglia dai ruoli rigidi alimentati spesso da una religiosità materna con poche sfumature ma molti compromessi, segnati innanzitutto dalla divisione tra maschi, destinati al mondo e alla sua competizione, e femmine, chiuse in ruoli subordinati che sembrano averle spente al di là di lampi di ingenua affettività.
Qualcuno dunque non ha avuto la forza di competere e dunque di sopravvivere a quelle esperienze, alla presenza di un fratello primogenito malato nella mente e con cui sei costretto, per scelta paterna, a dormire nella stessa stanza per anni, e a quella di fratelli che sembrano conquistare con facilità un loro posto nel mondo.
Tutto scorre fluido e naturale sullo schermo, anche le difese che ciascuno mette in campo, con le
sue maschere di intellettuale o di sindacalista avvezzo alla realtà, in fondo per sottrarsi ad una luce troppo forte, accesa ad illuminare una sorta di senso di colpa ormai accettato quasi come un destino.
“Marx può aspettare” dice Camillo a Marco in quella che è una ennesima, forse una delle ultime
richieste d’aiuto a chi era riuscito a sottrarsi, con l’arte e anche con la politica, ad una gabbia che lo stava consumando. Commuovere e commuoverci è adesso la nostra ultima risorsa.

Maria Dolores Pesce

Ljudmila Petrusevskaia., Un destino oscuro

Ecco chi era: una donna non sposata di una trentina d’anni che scongiurava la madre di andarsene la notte, e si portava, per così dire, l’uomo in casa. Lui non più giovane, un po’ calvo, robusto, aveva rapporti confusi con la moglie e la mamma e viveva ora dall’una ora dall’altra. Al lavoro era noto per la sua passione per i dolci, il cibo, il vino e le buone sigarette, cosa che l’aveva sempre disturbato nella carriera. Un aspetto sgradevole insomma. La giacca sbottonata, il colletto aperto, il petto glabro. La peluria sulle spalle. I suoi occhiali dalle lenti spesse. Ecco che razza di tesoro s’era portata nella sua monocamera questa donna.
Non vi era stato nulla di bello nel come erano giunti a casa, ma tutto andò per il verso giusto. Lui le si sdraiò accanto sulle lenzuola pulite, fece quel che doveva, conversarono un poco. Rivestitosi, la baciò sulla fronte, afferrò la cartella e se ne andò col suo pancione e il suo cervellino da infante. Fortunatamente lavoravano in reparti diversi, lei l’indomani non si fece vedere alla mensa comune e restò inchiodata alla scrivania per tutto l’intervallo del pranzo. A un tratto, meravigliandosi di se stessa, domandò alla collega se si fosse trovata uno spasimante. «No, e tu?» disse la collega. «Io, sì» rispose lei con le lacrime agli occhi per la gioia e subito capì che non aveva via di scampo. Che d’ora in poi avrebbe trepidato, si sarebbe trascinata da una cabina all’altra senza sapere dove telefonare: il suo eletto non aveva un orario fisso e poteva tranquillamente esserci oppure no. Ecco che cosa l’attendeva. Nel suo caso tutto era chiaro, lui era cristallino nella sua ottusità, nella stupidità, e il destino di lei oscuro, ma negli occhi aveva lacrime di gioia.

da Un destino oscuro , di Ljudmila Petrusevskaia, Racconti dall’Urss, Mondadori. Traduzione di Nadia Cicognini

Marco Renzi, “La scrittura non s’insegna”, il manuale atipico di Vanni Santoni (Minima et Moralia)

“Quante volte ci sarà capitato di pensare «ci sono più scrittori che lettori»? A me molte, per esempio. Del resto, pare quasi un dato oggettivo, specie in un paese in cui le uscite si moltiplicano e il numero di italiani disposto a leggerle – e a comprarle – rimane fermo. Consideriamo poi che una fetta dei lettori cosiddetti «forti» è costituito dagli stessi scrittori, e in dei casi pure questi ultimi preferiscono di gran lunga la scrittura alla lettura, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Non si tratta però di una tendenza tutta contemporanea. Leopardi, per dire, già lo denunciava circa due secoli fa: «Oramai si può dire con verità, massime in Italia, che sono più di numero gli scrittori che i lettori (giacché gran parte degli scrittori non legge, o legge men che non iscrive). Quindi ancora si vegga che gloria si possa oggi sperare in letteratura. In Italia si può dir che chi legge, non legge che per iscrivere; quindi non pensa che a se, ecc».”

Leggi l’articolo:
http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-scrittura-non-si-insegna-manuale-atipico-vanni-santoni/?fbclid=IwAR2VjMXdtVjHuzBCCslUksHF8ntH3yeKp707uDaMGelI3ev7J3ml6Mpp0kg

Le figurine di Radiospazio. Uomini comuni

In quei tempi soffrivo quasi sempre la fame; l’unica mia ri­sorsa erano le novelle, che riuscivo a vendere per qualche sol­do. Avevo dunque bisogno di scriverne una quella sera stes­sa, ma sentivo che la mia anima era vuota; così rinun­ziai ed uscii. Appena fuori mi venne in mente una idea: Come un ladro mi posi in agguato a un crocicchio e final­men­te passò un uomo né giovane né vecchio, né troppo bel­lo né spiacevole in viso. Lo fermai e gli spiegai che avevo bisogno di uno spunto per un racconto.
«Se proprio la mia vita vi è così necessaria, non ho nessuna dif­ficoltà a raccontarvela. Ho trentacinque anni, e sono di fami­glia agiata, onesta e ben pensante. Sono sposato e impie­ga­to alle ferrovie.  Ho due figli, un maschio e una fem­mina. Il maschio ha dieci anni e farà l’ingegnere, la fem­mina ha no­ve anni e farà la maestra. Io vivo tranquillo senza scosse né desideri. Mi alzo ogni mattina alle otto, e alle nove di se­ra vado in un caffè a chiacchierare con quat­tro colleghi d’ufficio.
Rimasi per un momento sconvolto dal terrore. Quella vita mo­notona, comune, misurata, vuota, mi riempì di una tri­stez­za così acuta, ch’io fui quasi per rompere in pianto e fug­gire:
«Veramente non c’è altro nella vostra vita? Non v’è accaduto mai nulla?»
«La mia vita è trascorsa calma, regolare, senza avventure… al­meno fino a stasera. L’incontro con voi, signor novel­lie­re, è stata la mia prima avventura.»
E senza darmi il tempo di rispondergli se ne andò toccan­do­si leggermente il cappello. Io rimasi ancora fermo come sot­to l’incubo di una cosa incredibile. Tornai alla mia came­ra e non scrissi la novella. Da quella notte non riesco più a ridere degli uomini comuni.

Giovanni Papini, Il mendicante di anime, in Racconti fantastici del ‘900, Mondadori       

Il video della domenica. TANIA SIMEONS, BRAT. 2′.16″

tania. brathttps://www.youtube.com/watch?v=eYR5CnOIK_E

Piccola, ennesima variazione sul tema della rivolta degli oggetti, ma il corto si segnala soprattutto per la felice invenzione della monella (“Brat”), accattivante nel suo infantile sadismo.

Piera Degli Esposti, Un piccolo tassello biografico

Si ricostruiscono, a caldo, le tappe della vita di Piera. Aggiungo un piccolo tassello del quale sono stato testimone diretto nonostante fossi un ragazzino. Riguarda i primi passi della giovanissima Degli Esposti sul palcoscenico, diretta da mio fratello Luigi Gozzi, che la scoprì verso la metà degli anni Cinquanta, a Bologna, mettendo in scena (prima rappresentazione in Italia) “Les bonnes” di Genet, quando Piera aveva sedici anni circa, “L’uomo massa” di Toller, una ironica riscrittura scenica di “Estate”, di Nicolaj e altri testi imponenti. Non è preistoria: in quegli spettacoli c’era già tutta Piera.

Corrado Govoni, Il tinello

Sulla cima del canterale
uno smodato mazzo artificiale
nella campana di cristallo
sbiadisce le sue cere meste
d’ogni colore verde bianco giallo,
triste come una veste
usata in carnevale.
 Nelle cornici variopinte
dei ritratti stan come dentro finte
ghirlandette di fiori e foglie:
alcuni àn degli anelli
con le gioie svanite, chi raccoglie
in rattorte treccine stinte
i suoi biondi capelli.
Remano dentro la peschiera
ch’è sopra la credenza lustra e nera
tra dei frutti di marmo profumato
dei lunghi pesci rossi;
un martin pescatore inbalsamato
pensa a la sua brughiera
ed ai suoi quieti fossi.
 Il piano aperto tende i labri ignudi
alla molle carezza dello studio
d’una fanciulla dolce come un frutto
che non sa che motivi di conservatorio
ricamati sui tasti neri a luttoz
cui fa male il tripudio
candido dell’avorio.
Il lampadario con le rose
acceso è un gruppo d’idre mostruose
che avvinghia il corpo pallido e dormente
della camera esangue
e le succhia silenziosamente
con le sue tentacolose
bocche l’ultimo sangue.
La pendola col cariglione,
che chiude l’ore a ruota di paone
nello specchio che sembra un prato
pieno di rosolacci,
ogni volta che segna il tempo andato
ripete con passione
un’aria dei pagliacci.

Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet Note azzurre

Le figurine di Radiospazio. Cognati

Arrivammo sotto la via Belvedere. Guido disse che un po’ di salita ci avrebbe fatto bene. Anche questa volta lo compiacqui. Lassù egli si sdraiò sul muricciolo che arginava la via da quella sottostante. Gli pareva di fare un atto di coraggio esponendosi ad una caduta di una diecina di metri. Sentii dapprima un ribrezzo al vederlo esposto a tanto pericolo, ma poi mi misi ad augurare ferventemente ch’egli cadesse.  In quella posizione egli continuava a predicare contro le donne. Diceva ora che abbisognavano di giocattoli come i bambini, ma di alto prezzo. Ricordai che Ada diceva di amare molto i gioielli. Era dunque proprio di lei ch’egli parlava? Ebbi allora un’idea spaventosa! Perché non avrei fatto fare a Guido quel salto di dieci metri? Non sarebbe stato giusto di sopprimere costui che mi portava via Ada senz’amarla? In quel momento mi pareva che quando l’avessi ucciso, avrei potuto correre da Ada per averne subito il premio. Debbo confessare ch’io in quel momento m’accinsi veramente ad uccidere Guido! Ero in piedi accanto a lui ch’era sdraiato sul basso muricciolo ed esaminai freddamente come avrei dovuto afferrarlo per essere sicuro del fatto mio. Poi scopersi che non avevo neppur bisogno di afferrarlo; sarebbe bastata una buona spinta improvvisa per metterlo senza rimedio fuori d’equilibrio.  Mi venne un’altra idea: per essere sicuro di dormir bene quella notte. Come avrei potuto dormire se avessi ammazzato Guido? Quest’idea salvò me e lui. Volli subito abbandonare quella posizione nella quale sovrastavo Guido e che mi seduceva a quell’azione. Mi piegai sulle ginocchia abbattendomi su me stesso e arrivando quasi a toccare il suolo con la mia testa:  – Che dolore, che dolore! – urlai.  Spaventato, Guido balzò in piedi a domandarmi delle spiegazioni. Io continuai a lamentarmi  più mitemente senza rispondere. Sapevo perché mi lamentavo: perché avevo voluto uccidere e forse, anche, perché non avevo saputo farlo.

Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Dall’Oglio