Narrativa. Anton Čechov, Un uomo di conoscenza (racconto)

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Dimessa dall’ospedale, mi trovai in una condizione in cui prima non ero mai stata: senza asilo e senza un soldo. Come fare? Per prima cosa mi recai in una casa di pegno e v’impegnai l’anello con turchese: l’unico mio prezioso. Mi diedero un rublo, ma… che comprare con un rublo? Con questo denaro non compri né una corta camicetta alla moda, né un alto cappello, né delle babbucce color bronzo; e senza queste cose io mi sentivo come nuda. Se avessi incontrato un uomo di conoscenza mi sarei fatta dare del denaro… ma uomini di conoscenza non se ne incontravano. Non è difficile incontrarli la sera al Renaissance , ma al Renaissance  non lasciano entrare in questa veste semplice e senza cappello.
Mi ricordai del dentista Finkel, un ebreo convertito, che tre mesi prima mi aveva regalato un braccialetto e a cui una volta, a cena al circolo tedesco, avevo versato in testa un bicchiere di birra. Andando da lui pensavo: «Se non mi darà qualcosa gli fracasserò tutte le lampade».
Ma quando fui davanti al campanello, cominciai ad aver  paura e ad agitarmi, cosa che non mi era mai successa. E suonai irresoluta. La cameriera mi accompagnò nel gabinetto del dottore e mi fece accomodare in sala lussuosa, magnifica. Mi balzò agli occhi un grande specchio, in cui mi vidi: una cenciosa senza l’alto cappello, senza camicetta alla moda e senza babbucce coloro bronzo.
Di lì a cinque minuti si aprì un uscio, ed entrò Finkel, alto, bruno, dalle guance grasse e gli occhi a fior di testa. Al Renaissance e al Circolo Tedesco di solito era brillo, spendeva molto per le donne e sopportava paziente i loro scherzi – per esempio, quando gli avevo versato in testa la birra, aveva soltanto sorriso e minacciato col dito – ora invece aveva un’aria cupa, assonnata, e appariva grave, freddo, come un superiore.
«Che desiderate?»
Diedi un’occhiata al viso serio della cameriera, alla sazia figura di Finkel, che a quanto sembrava non mi riconosceva, e arrossii…
«Che cosa desiderate?»
«I denti… mi fanno male.»
«A-ah… quali denti? Dove?»
Mi ricordai che avevo un dente cariato e glielo indicai: «Questo… Sotto a destra».
«Uhm! Aprite la bocca… Fa male?»
«Fa male…», mentii.
«Non vi consiglio di piombarlo… Sarebbe inutile».
Mi cacciò in bocca qualcosa di freddo… avvertii un dolore tremendo, mandai un grido e afferrai la mano di Finkel.
«Non è nulla, non è nulla… Su, un po’ di coraggio.»
Con le dita insanguinate mi accostò agli occhi il dente strappato, mentre la cameriera mi avvicinava alla bocca una tazza.
«A casa sciacquate la bocca con acqua fredda… e il sangue si fermerà.»
Finkel stava solo aspettando che me ne andassi. «Addio», gli dissi voltandomi verso l’uscio.
«Uhm!… E chi mi pagherà il lavoro?»
Arrossendo porsi a Finkel il rublo che mi avevano dato per l’anello.
Uscita sulla via, sentii ancor maggiore vergogna di prima, ma ora non mi vergognavo più della povertà. Non mi accorgevo più di non avere l’alto cappello e la camicetta alla moda. Camminavo per la via, sputavo sangue, e ciascuno di quegli sputi rossi mi parlava della mia vita, vita brutta, penosa, delle offese che avevo patito e ancora avrei patito domani, tra una settimana, tra un anno; tutta la vita, fin proprio alla morte.
Per fortuna il giorno dopo ero già al Renaissance  a ballare. Portavo un enorme cappello rosso nuovo, una camicetta nuova alla moda e babbucce color bronzo. E mi offriva la cena un giovane mercante, venuto da Kazàn.

Anton Cechov, Un uomo di conoscenza, “Racconti”, Rizzoli, Traduzione A. Poliedro

Narrativa. Italo Svevo, In partenza

 STAZIONE DI MILANO.
Con dolce violenza il signor Aghios si staccò dalla moglie e a passo celere tentò di perdersi nella folla che s’addensava all’ingresso della stazione.  Bisognava abbreviare quegli addii ridicoli se prolungati fra due vecchi coniugi. Ci si trovava bensì in uno di quei posti ove tutti hanno fretta e non hanno il tempo di guardare il vicino neppure per riderne, ma il signor Aghios sentiva costituirsi nell’animo proprio il vicino che ride. Anzi lui stesso intero diveniva quel vicino. Che strano! Doveva fingere una tristezza che non sentiva, quando era pieno di gioia e di speranza e non vedeva l’ora di essere lasciato tranquillo a goderne. Perciò correva, per sottrarsi più presto alle simulazioni. Perché tante discussioni? Era vero ch’egli da molti anni non s’era staccato dalla moglie, ma un viaggio sino a casa sua, a Trieste, ove essa due settimane appresso l’avrebbe raggiunto, era cosa di cui non valeva la pena di parlare.  Se ne aveva parlato invece da molti giorni e continuamente. La decisione era stata difficilissima proprio perché ambedue l’avevano desiderata e ambedue per raggiungerla sicuramente avevano creduto necessario di tener celato il loro desiderio.  Avrebbe potuto piangere se si fosse trattato di un distacco per tutta la vita o almeno per gran parte di essa. Ma così poteva confessare a se stesso che s’allontanava giocondamente. Tanto più che sapeva di fare un piacere anche a lei.  Negli ultimi anni la signora Aghios s’era attaccata di un affetto appassionato ed esclusivo al figliuolo. Quando questi era lontano essa si sentiva sola anche accanto al marito e più sola ancora perché del suo dolore non parlava, sapendo che il signor Aghios ne avrebbe riso. Ma il signor Aghios sapeva di quel dolore, si offendeva di non poterlo lenire e fingeva d’ignorarlo per non seccarsi. “Una duplice costrizione!” pensava il signor Aghios che aveva letto qualche opera filosofica. “Duplice perché mia e sua! ”  Adesso la signora Aghios voleva rimanere ancora a Milano per non lasciare solo il figliuolo che doveva passare un esame importante. Il signor Aghios non dava gran peso agli esami che si possono ripetere e sapeva anche che il figliuolo, cui il soggiorno a Milano non spiaceva, li avrebbe ripetuti volentieri. Ma adesso, se voleva partire solo, anche lui doveva insistere perché la madre restasse a tutelare il figliuolo in tanto frangente. Così la signora restava a Milano per compiacere il marito, ma il signor Aghios, che l’animo della signora aveva accuratamente spiato, partiva offeso, senza però dirlo, perché altrimenti avrebbe compromesso la sua libertà di viaggiare solo.  Era veramente un congedo che bisognava abbreviare, perché anche all’ultimo momento la signora Aghios era capace di mutare ogni disposizione quando avesse indovinato come stavano le cose. Era una donna che non ammetteva di non fare il proprio dovere. E il signor Aghios pensò che il lieve rancore che sentiva per la moglie, un sentimento sgradevolissimo, sarebbe sparito non appena si sarebbe trovato solo. Correndo fu già più giusto. La moglie prolungando quegli addii rivelava il suo rimorso di lasciarlo partire solo ed egli pensò: “Come è onesta! Non m’ama affatto, ma fino all’ultimo vuol tenere le promesse fatte all’altare. Si rammarica di non sapere fare quello che dovrebbe. Una grande pena per lei e una bella seccatura per me”.

Italo Svevo, Corto viaggio sentimentale

Le figurine di Radiospazio. Senza meta

«Si va, si va»; sentiamo giornalmente
 da mille voci replicar qua e là;
per andare, si va sicuramente,
ma bisogna veder dove si va;
va anche il cieco, ma andando alla scapata,
batte poi il naso in qualche cantonata.
Anche il Fagioli, noto cortigiano,
andava, e andava un giorno per Mercato
sul caval,che gli avea tolta la mano;
ma richiesto dal popolo affollato:
«Signor Fagioli, ove si va a cadere?»
«Non si sa,» disse, «e non si può sapere.»
No, non vi confondete col progresso,
perché progrediranno Caio e Tizio,
ma il cor dell’uom sarà sempre lo stesso,
cascheremo da un vizio in altro vizio,
e ognor le nostre idee saranno storte,
perché il giudizio vien dopo la morte.

Tormento di poeta

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.

Si può immaginare il senso di sgomento da cui sarebbe stato colto Sergio Corazzini di fronte a un post come questo della DANTEBUS. COM/CONCORSO POESIA. Con tutta la fatica che l’autore della poesia-manifesto Desolazione del povero poeta sentimentale aveva fatto per rendere incerta, traslucida, ai limiti dell’inconsistenza la propria figura di poeta, ecco che gli si para davanti un finanziatore/benefattore con una banconota in mano.

– Lei è poeta?
– Certamente no. E’ anche scritto qui: “Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”.
– Questo non vuol dire. Ciò che ha scritto non ha niente a che fare col suo statuto di poeta. Nel 1906, lei ha pubblicato una raccolta “Piccolo libro inutile”.
– Appunto. Non vale la pena di parlarne.
– Un libro di versi. Dunque lei è oggettivamente poeta. E se il libro è inutile, come lei sostiene nel titolo, a maggior ragione va supportato economicamente con 500 euro.
– Non se ne parla nemmeno! Se io li accettassi sconfesserei il mio libro. E’ vero che 500 euro sono pochi, ma rappresentano pur sempre un piccolo utile, lei capisce.
– E se il premio istituisse una sezione per non poeti, ne potremmo riparlare?
– Non lo so, è tutto così macchinoso… Sì, forse in questa sezione potrei partecipare, ma senza vincere i 500 euro. Se io venissi premiato in un concorso di poesia, sia pure come non poeta, tutto diventerebbe terribilmente ambiguo.
– No, su questo non posso venirle incontro. Il messaggio è chiaro: “Sei un poeta?/ 500 euro”.
– Allora non se ne fa niente.
– Come crede. Però non dovrebbe essere così rigido.
– Io rigido? Ma niente affatto! Ecco, legga qui… “Io sono un piccolo e dolce fanciullo/ dimenticato da tutti gli umani…”
– Lasciamo perdere. Lo dicevo per lei. Sa quanti si stanno già iscrivendo al concorso?



Arianna Dell’Arti, Il Male (frammento)

Stamattina mi sono svegliata con un inspiegabile buonumore. Poi, per fortuna, è andato tutto a puttane. Ed è tornato subito il cattivo umore E non parlo di tristezza, io non ci so stare nella tristezza, o meglio, il mio inconscio non ci sa stare, e come arriva l’infelicità lui subito la trasforma in aggressività, perché al mio inconscio non va di piangere, anche perché poi uno si lagna, e la lagna è “che palle”, e le persone non ti parlano più, a ragione, dico io, invece con l’aggressività le insulti, le persone, così almeno poi loro ti menano. Io divento aggressiva, molto, proprio cattiva. Dentro di me ci stanno proprio sentimenti tremendi, io provo odio con molta facilità, io veramente faccio pensieri orrendi, di morte, non la mia. Forse la vostra. (Prende di mira uno spettatore tra il pubblico) Forse proprio la tua. Puoi toccarti se vuoi. Anche se poi credo di non essere la prima persona ad averti augurato la morte. Puoi continuare a toccarti se vuoi. Anzi, secondo me dovresti toccarti da adesso fino alla fine del pezzo. Però scommetto, voglio dire, ti sarà capitato di tagliare la strada a qualcuno con la macchina e magari questo qualcuno poi ha detto: magari muori. Credo che la nostra morte, di tutti intendo, ci sia stata augurata veramente moltissime volte, molte più volte di quante ci sia stata augurata la vita, che poi ci viene augurata solo al compleanno o ai matrimoni, cento di questi giorni, cioè vuoi che io viva comunque 145 anni, che è molto peggio che augurarmi la morte. Ma comunque, a questo signore che ti ha augurato la morte, voglio dire, questo desiderio prima o poi verrà esaudito, non si può certo dire che sarai eterno. Oppure sei eterno? Non lo sai, lo saprai solo dopo la morte. Vogliamo ucciderti per scoprirlo? Poi però se adesso muori è un casino, sangue, pianti, ambulanze. Non ci serve la tua morte, ci serve solo il desiderio, questo augurio: magari muori. Anche se, forse, molto meglio, e più efficace sarebbe sicuramente non dire “magari muori”, che tanto lo sappiamo tutti che accadrà. Molto meglio dire: magari muori MALE. Ecco, questo è molto più crudele, perché poi è di questo che stiamo parlando, di dare sfogo alla propria crudeltà. Non giriamoci intorno.

Arianna Dell’Arti, Wanderwoman, Golem

Narrativa. Philip O’ Connor, La canzone di Gerald (frammento)

Le mie azioni sono calate, le mie azioni sono nella cera­mica e sono calate. Dove combattono i soldati distruggono tutta la ceramica; le mie azioni sono investite nella società che importa quella ceramica, altre azioni sono aumentate, ma le mie sono calate. Calate a causa della guerra in quel paese dove c’è la ceramica.
Devo pensare a mia madre. Vivo con lei, le compero della roba, è minuta e pallida, e quando si muove le scricchio­lano le ossa. Si preoccupa che quando morirà non avrò niente. Chiede: «Come va la ceramica?»
Io dico: — Cala. — Lei si china, fa un fischio e dice: «Oh, Gerald!»
«Oh, mamma!»
La ceramica sembrava un buon affare, la ceramica aveva un futuro, la ceramica era sicura. Nella
ceramica ho messo tutti i soldi che mi ha lasciato mio padre. La cera­mica è scesa a un dollaro, si è quasi volatilizzata.
«Oh, Gerald!»
« Oh, mamma!»
«Gerald, devi fare qualcosa. Mi ammalerò per la preoccu­pazione se non farai qualcosa.»
«Che cosa posso fare?»
«Non deludermi adesso.»
«Che cosa posso fare?»
«Oh, Gerald!»
«Oh, mamma!»
Tirò la sua tazza da tè. Mi colpì in fronte.
«Vuoi far qualcosa, razza di stupido!?»
Ho telefonato al nostro deputato al congresso, ho telegrafato al ministro degli esteri e ho scritto una lettera al presi­dente. In un modo o nell’altro tutti mi hanno detto che la guerra non si può fermare. Alla mamma ho detto: — Non possono fermarla. Una volta che si è dentro è difficile uscirne.
«Sei stupido come il governo.»
«Sta’ calma, mamma.»
«Come si può stare calmi quando si sta per andare all’ospi­zio?»
Da molti giorni mamma è sempre sveglia, sta seduta ri­gida, fissa il davanti della mia camicia e dice: «Gerald, sei sempre stato un minchione.»

Philip O’ Connor La canzone di Gerald, “Narratori di poche parole”, Guanda, trad. L. Schenoni

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Le figurine di Radiospazio. Una ricetta per l’innocenza

«Eppure questi ginnasiali non sono ancora abbastanza ingenui. Lei non immagina, caso collega, quanto siano cocciuti e mal disposti:non vogliono essere freschi come la carota novella. Non vogliono! Non vogliono!»
Il collega lo rimproverò bruscamente:
«Come non vogliono? Bisogna che vogliano? Adesso le dimostrerò come si stimola l’ingenuità. Scommetto che fra mezz’ora la dose di ingenuità ambientale sarà raddoppiata. Questo il mio piano: comincio con l’osservare gli allievi, faccio capir loro che li considero ingenui e innocenti. La prenderanno per una provocazione, e cercheranno allora di provarmi che non sono affatto innocenti, e in quello stesso istante cadranno in quello stato di ingenuità e di innocenza che per noi pedagoghi è una vera manna dal cielo.»
Ciò detto, si nascose dietro una grossa quercia per spiare i ginnasiali.

Il video della domenica. ANDY WARHOL, The Cars: Hello Again [Music Video] (1984). 5′

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 )

Quando Warhol registra questo video, la sua immagine turbina ormai da trent’anni nei poster, nei video e in tutti i media esistenti (chissà come avrebbe interpretato la rete, se non fosse morto, tre anni più tardi, nel 1987). Il mix di automobili, lingue e corpi femminili sui quali pulsa in sovrimpressione, come un’insegna, la parola Hallo! interpreta e sigilla gli anni Ottanta così come le sue Marilyn, i suoi Mao Tse-Tung, i suoi Che Guevara avevano contrassegnato in modo indelebile i Sessanta.

Narrativa. Piero Jahier, Gino Bianchi (frammento)

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Massimo Campigli, “La famiglia Cardazzo”, 1938

Il personaggio è un impiegato posseduto dal lavoro, imbevuto di lavoro, che ha introiettato la visione più integralistica della burocrazia. Il suo mondo sono le scrivanie, i superiori, gli orari, le promozioni, i colleghi, il giorno 27, gli avanzamenti di carriera, i Capostanza, la carta suga (carta asciugante)i timbri, le discussioni su una finestra troppo aperta o troppo chiusa, le firme…
L’autore di questo romanzo dal titolo arcaico e asettico(“
Gino Bianchi. Resultanze in merito alla vita e al carattere, 1915) è uno dei grandi poeti appartati del ‘900, che viaggiando nel grottesco del mondo burocratico anticipa la trasformazione dell’individuo in macchina – uno dei temi ce percorreranno tutto il “secolo breve”.

Il funzionario Gino Bianchi venne ad accorgersi di non essere sistemato: non aveva nessuno che gli guardasse la biancheria; le minestre sciacquine del ristorante minacciavano di rovinargli lo stomaco; frequentava i caffè non sapendo cosa fare; fornicava due volte la settimana, per i che, dopo il rincaro di tutti i generi di prima necessità, non vi era capienza nel suo stipendio.
Non farà quindi meraviglia se fu tratto a prendere in considerazione l’istituzione del matrimonio, come quella che ha per iscopo di ovviare a tali inconvenienti.
Tanto più che dal primo dell’anno era a duemilatre.
Esaminando, però, tale stipendio alla luce matrimoniale, si convinse tosto di non potersi sposar solo; bisognava che anche il suo stipendio sposasse qualcosa.
Alla necessità di Gino Bianchi di sposare una moglie, faceva riscontro quella del suo stipendio di sposare una dote.
E il problema si complicava ancora: sposare una moglie con dote o una dote con moglie?
Gino Bianchi inclinava verso la prima soluzione, ma non se ne nascondeva le maggiori difficoltà.
Tali difficoltà parvero tuttavia appianarsi quando, all’Associazione degli Impiegati Civili, gli fu presentata la Signorina Rosina Turchini.
La signorina Turchini aveva, sia pure per ragioni differenti, la stessa necessità di maritarsi che Gino Bianchi aveva di ammogliarsi.
Le sue amiche erano tutte sposate.
Non sapeva più con chi stare.
Il suo corredo, in attesa del fausto evento, minacciava di intignare.
Quando era venuta la moda della scollatura a spacco aveva mostrato le gambe e i peluzzi biondi traverso le calze velate; quando venne la scollatura completa, mostrato il canale profondo.
Non sapeva più cosa mostrare.
L’avevano fiutata a caldo, a freddo; si erano tanto abituati a vederla nubile, che nessuno aveva più il coraggio di rompere questa abitudine.
La Signorina Turchini si sentiva passar di stagione.
Eppure possedeva tutti i requisiti matrimoniali.
Era una ragazza onesta: la sua onestà non era mai scesa sotto il livello di quella che conviene alla figlia di un commerciante, – né salita al disopra.
Suo padre era Impresario di Pompe Funebri, commercio che Gino, dopo il funerale paterno, aveva imparato a apprezzare.
Se suo padre è commerciante, deve avere la dote, come io, perché sono funzionario, ho lo stipendio.
Così ragionava Gino Bianchi.
Gli avvenimenti posteriori dovevano smentire questa deduzione: Gino Bianchi si è sposato solo; il suo stipendio è rimasto celibe.

Piero Jahier, Gino Bianchi, Resultanze in merito alla vita e al carattere, Vallecchi

Le figurine di Radiospazio. Sam Shepard, Rock Star

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La musica ce l’hai solo in testa, ragazzo. Sei uno strimpellatore cieco che fa finta di suonare. C’è una voragine fra le corde e le tue dita. Neanche Chuck Berry ti può rimettere in sesto. Stai facendo una pantomima nell’occhio del ciclone. E non hai neanche il buon senso di cercare aiuto. Ti sei perso, hai perso l’honky tonky. Hai perso la testa la prima volta che in un club ti hanno chiesto di suonare “Rising River Blues” per un ballo di debuttanti. Ti sei distrutto dentro e tutto quello che ti è rimasto è il veleno che chiami il tuo talento. Sei solo un bamboccio con la puzza sotto il naso.

Narrativa. Alexandre Dumas, I mariti italiani

Ciò che colpisce a Firenze, come costume particolare della città, è l’assenza del marito. Non cercate mai il marito nella vettura o nel palco di sua moglie, è inutile, non c’è. Dov’è? Non lo so; in qualche altro palco o in qualche altra vettura. A Firenze il marito possiede l’anello di Gige, è invisibile. C’è una signora della buona società che ho incontrato tre volte al giorno per sei mesi, e che per tutto questo tempo ho creduto vedova, finché per caso, conversando, ho appreso invece essere sposata, con un marito che esisteva egualmente e che abitava nella sua stessa casa. Allora mi misi a cercare questo marito, chiesi di lui a tutti, mi impuntai a vederlo. Tutto vano, dovetti partire da Firenze senza avere avuto l’onore di fare la sua conoscenza e sperando di essere più fortunato un’altra volta. Nelle grandi famiglie, nelle quali i matrimoni sono quasi sempre di convenienza, capita dopo un tempo più o meno lungo, un momento di stanchezza e di noia in cui si fa sentire il bisogno di un terzo: i due sposi non si parlano più se non per scambiare recriminazioni; sono sul punto di detestarsi. E’ allora che si presenta un amico. La moglie gli racconta ai suoi dolori, il marito lo mette a parte della sua profonda noia; ciascuno dei due scarica su di lui una parte dei suoi rimpianti e si sente sollevato; c’è già un miglioramento. Ben presto il marito si accorge che la sua ostilità contro la moglie nasceva dall’obbligo tacitamente contratto di portarla sempre con sé; la moglie dal canto suo comincia ad accorgersi che la società in cui la conduce suo marito non è insopportabile se non perché lei è costretta a frequentarla con lui. Quando si è arrivati a questo punto non è difficile capirsi.

Alexandre Dumas, Les Italiens, Laffont

Le figurine di Radiospazio. Letterati in bordello

Una milanese pallida, carina, con i capelli corti, neri, ricci e cocciuti pettinati all’indietro, mi bacia. La seguo. Camera piccolissima, letto grande, coperta rossiccia gibbosa, bitorzoluta, tutta sporca di piedi eroici.
—Come ti chiami?
—Maria.
—Di che parte d’Italia?
—Sono Milanese.
—Anch’io.
—Vieni sarai contento.
E mi abbraccia col   tin tin   glin glin  di troppi braccialetti. Quando ritorno in sala un mio amico dice a Maria che sono Marinetti. Maria pianta il nuovo cliente viene da me, mi dà un bacio e dice:
—Se avessi saputo che tu eri il celebre futurista ti avrei dato dei baci più raffinati.
—Perché?
—Perché ho letto tutti i tuoi libri. Ero abbonata anche a Lacerba.

Il video della domenica. Scene da un’apocalisse silenziosa. SUPERFLEX, “FLOODED MACDONALD’S”

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  https://www.youtube.com/watch?v=chQD0Bx7AkM

Adrienne Rich, So che stai leggendo questa poesia

Adrienne Rich (May 16 1929 March 27 2012) American poet, essayist and feminist, photographed in London 14th May 2002. (Photo by Eamonn McCabe/Popperfoto via Getty Images)

So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata.          
So che stai leggendo
questa poesia in piedi,
in una libreria lontana 
dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora.            
So che stai leggendo questa poesia

mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’ intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati e che non si incontrano, di identità con estranei. 
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto.            
 So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lí dove sei approdata, nuda come sei.

Adrienne Rich

(Traduzione di Maria Luisa Vezzali)