Narrativa. Raffaele Donnarumma, La vita nascosta (frammento). Le parole e le cose

Niente mi fa paura come il sesso. Se conosco qualcuno che mi piace, l’istinto a sedurlo si ferma proprio quando sembra che possa succedere qualcosa. Allora, lascio all’altro l’iniziativa, perché mettersi nella condizione della vittima conferma la paura, ma almeno non mi rende più responsabile; oppure, lascio perdere, mi dico che mi sono sbagliato, non succederà niente, e scappo.
L’unico modo per scappare davvero, però, è buttarsi in quello che chiamano sesso occasionale e che di occasionale non ha nulla, visto che è progettato con i calcoli ostinati della volontà. Le occasioni si trovano: il sesso occasionale va cercato, premeditato, costruito. Proprio per questo permette di tenere a bada la paura: prevedere il sesso, prevenirlo, serve a non farsi sorprendere dal nemico e tenerlo sempre nel mirino, pronti a sparare. Non importa se la cosa ti sfugge di mano: quello che importa è che comunque il sesso cada almeno sotto l’illusione del tuo controllo, e che uno si possa dire: sono stato io a volerlo.

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Le figurine di Radiospazio. Perle di bruttezza

Lei, più che brutta, era senza carattere e senza fisionomia, come se non esistesse.
Tante volte avrebbe voluto essere una di quelle su cui la lingua dei vicini esplodeva con più violenza: “È una di quelle che stassera dorme con questo e domani con quello…” “Ma intanto,”si diceva, “lei dorme con qualcuno che per schifo che faccia è pur sempre un uomo!”. Una, anche se non lo è del tutto, diventa brutta a furia di starsene lì; in quel modo, sola e non guardata da nessuno: perché la donna (se era vero quel che aveva letto sul Sogno) è come certe perle che acquistan bellezza a esser guardate. Figuriamoci lei che di bellezza per conto proprio non ne aveva in nessun grado!

Narrativa. Georges Perec, L’inesauribile superficie del mondo

les deux magots

Esercitazioni.
Osservare la strada, di tanto in tanto, magari con una cura un po’ sistematica.
Applicarsi. Fare tutto con calma. Annotare il luogo: i tavolini di un caffè vicino all’incrocio Bac-Saint-Germain l’ora: le sette di sera la data : 15 maggio 1973 il tempo: bello stabile Annotare quello che si vede. Quello che succede di notevole. Sappiamo vedere quello che è notevole? C’è qualcosa che ci colpisce? Niente ci colpisce. Non sappiamo vedere.
Bisogna procedere più lentamente, quasi stupidamente. Sforzarsi di scrivere cose prive d’interesse, quelle più ovvie, più comuni, più scialbe.
La strada: cercare di descrivere la strada, di cosa è fatta, a cosa serve. La gente nelle strade. Le macchine. Che tipo di macchine? I palazzi: notare che sono piuttosto confortevoli, piuttosto ricchi; distinguere i palazzi d’abitazione dagli edifici pubblici. I negozi. Cosa si vende nei negozi? Non ci sono negozi d’alimentari. Ah, sì, c’è una panetteria. Chiedersi dove la gente del quartiere fa la spesa. I bar. Quanti bar ci sono? Uno, due, tre, quattro. Perché aver scelto questo? Perché lo si conosce, perché è al sole, perché è un bar-tabacchi. Gli altri negozi: antiquari, abbigliamento, Hi-Fi, ecc. Non dire, non scrivere «ecc.». Sforzarsi di esaurire l’argomento, anche se sembra grottesco, o futile, o stupido. Non si è ancora guardato nulla, si è solo scoperto quanto era già stato scoperto da tempo.
Costringersi a vedere più piattamente.
Percepire un ritmo: il passaggio delle macchine: le macchine arrivano a gruppi perché, più su o più giù nella strada, sono state fermate da qualche semaforo.
Contare le macchine.
Guardare le targhe delle macchine. Distinguere le macchine immatricolate a Parigi dalle altre. Notare l’assenza di taxi, mentre, per l’appunto, sembra che parecchie persone ne stanno aspettando uno.
Bellezza delle donne. Vanno di moda i tacchi troppo alti.
Decifrare un pezzo di città, dedurne le evidenze: l’ossessione della proprietà, per esempio. Descrivere il numero di operazioni a cui attende il conducente di un’automobile quando posteggia al solo scopo di andare a comprare cento grammi di gelatine di frutta: – posteggiare mediante un certo numero di manovre – spegnere il motore – togliere la chiave, mettendo così in azione un primo dispositivo antifurto – estrarsi dal veicolo – tirar su il finestrino della portiera anteriore sinistra – chiuderla a chiave.
Decifrare un pezzo di città. La gente nelle strade: da dove vengono? Dove vanno? Chi sono?
Gente che ha fretta. Gente lenta. Pacchetti. Gente prudente che ha preso l’impermeabile. Cani: sono gli unici animali visibili. Si potrebbe scorgere un gatto che sta infilandosi sotto una macchina, ma la cosa non avviene.
Non succede niente, insomma.
Il tempo passa. Bere una birra. Aspettare.

 Georges Perec, Specie di spazi, Bollati Boringhieri, Traduzione Roberta Delbono

Le figurine di Radiospazio. Il perturbante

Lei: – Edoardo, che c’è? Edoardo!
Lui: – È lui.
Lei: – Lui chi?
Lui: – Il diavolo se lo porti — è lui, eccolo là, al cancello.
Lei: – Fammi vedere. Oh, è quello che vende i fiammiferi.
Lui: – È là di nuovo.
Lei: – Ma ci sta sempre, là. Che noia ti dà?
Lui: – Ma che fa?
Lei: – Cosa vuoi che faccia? Vende i fiammiferi.
Lui: – Sono due mesi che è là, su quelle quattro pietre; te ne rendi conto? Due mesi. Non son potuto uscire dal cancello. Mi faceva tanto piacere camminare sull’erba, aprire il cancello, andarmene nel prato… E ora non posso più farlo.

Harold Pinter, Un leggero malessere,Einaudi, Traduzione E. Nissim

Narrativa. Grace Paley, Madre

paley B-N

 La letteratura non nasce da ciò che sappiamo, ma da ciò che non sappiamo. Ciò che ci incuriosisce. Che ci ossessiona. Che vogliamo conoscere.” Grace Paley, grande scrittrice di poche opere, è incuriosita dal mondo delle donne (“La cosa sensazionale è che non le conoscevo, non sapevo chi fossero”): la sua esplorazione dell’universo femminile è lucida, asciutta e un po’ crudele.

Un giorno stavo ascoltando la radio. Trasmettevano una canzone qualsiasi che me ne ricordava un’altra: «Oh, desidero ardentemente veder mia madre sulla soglia». Per Dio! dissi, la capisco questa canzone. Spesso ho desiderato ardentemente vedere mia madre sulla soglia. Effettivamente stava di frequente nei vani di svariate porte a guardarmi. Un giorno stava esattamente in questo modo sulla soglia di casa, l’oscurità del corridoio dietro di lei. Era Capodanno. Disse con tono triste: Se torni a casa alle quattro del mattino quando hai diciassette anni, a che ora tornerai quando ne avrai venti? Fece questa domanda senza sarcasmo o meschinità. Aveva iniziato i suoi inquieti preparativi per la morte. Non ci sarebbe stata, pensava, quando avrei avuto vent’anni. Così si interrogava.
Un’altra volta stava sulla soglia di camera mia. Avevo appena pubblicato un manifesto politico attaccando la posizione della famiglia nell’Unione Sovietica. Disse: Va a dormire, per amor di Dio, stupida sciocca, tu e le tue idee comuniste. Li abbiamo già visti, tuo padre ed io, nel 1905. Avevamo già immaginato tutto.Sulla porta di cucina disse: Non finisci mai di mangiare. Ti aggiri senza senso. Che ne sarà di te?
Poi mia madre morì.
Naturalmente per il resto della vita ho desiderato ardentemente di vederla, non solo sulle soglie, ma in un altro gran numero di posti – in sala da pranzo con le zie, alla finestra che guarda su e giù l’isolato, in giardino fra le zinnie e le tagete, in soggiorno con mio padre.
Stavano seduti su comode poltrone di cuoio. Ascoltavano Mozart. Si guardarono sorpresi. Sembrò loro di essere appena arrivati con la nave. Di aver appena imparato le prime parole inglesi. Sembrò loro che lui avesse appena superato un esame col suo professore americano di anatomia, Sembrò loro che lei avesse appena lasciato il negozio per la cucina.
Vorrei poterla vedere sulla soglia del soggiorno. Stette là per un attimo. Poi si sedette accanto a lui. Avevano un giradischi costoso. Ascoltavano Bach. Lei gli disse: Parla un pochino con me. Non parliamo più come una volta.
Sono stanco, disse lui. Non lo vedi? Oggi ho visitato forse trenta persone. Tutte malate, tutte che parlano parlano parlano. Ascolta la musica, disse lui. Una volta eri molto intonata. Sono stanco, disse lui.
Poi mia madre morì.

Grace Paley, Madre, “Narratori di poche parole”, Guanda,
traduzione Luigi Schenoni

Le figurine di Radiospazio. Il radical chic

Giacomo Papi, Il censimento dei radical chic

Il primo lo ammazzarono a bastonate perché aveva citato Spinoza durante un talk show. In effetti da parte del professor Giovanni Prospero era astata un’imprudenza aggravata dal fatto che si era presentato in studio indossando un golfino di cachemire color aragosta. La citazione gli era scappata di getto nella foga del dibattito, per tentare di alzarne il livello. Si rese conto all’istante di avere commesso un errore: il pubblico si ammutolì e il sorriso del conduttore, di solito così cordiale, si irrigidì in una smorfia ostile:
“Nel mio programma,”disse, “non permetto a nessuno di usare parole difficili. Le pose da intellettuale sono vietate.” Dopo una pausa ostentata, il conduttore aggiunse: “Questo è uno show per famiglie e chi di giorno si spacca la schiena ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore.”
Il pubblico esplose in un applauso entusiasta in cui si mascheravano rabbia e disperazione. Sembrava che ai presenti si fossero moltiplicate le mani. Prospero provò a difendersi, a spiegare, e cercò di riformulare la frase nel modo più semplice possibile:
“Volevo solo dire che, se non si sforza di ragionare, il popolo diventerà schiavo del primo tiranno.”
Purtroppo ottenne l’effetto contrario: il pubblico cominciò a battere il piedi e a gridare “buuuu” in segno di disaprovazione. Dallo schermo il ministro dell’Interno rincarò la dose schifato:
“Si vergogni! Lei fa citazioni mentre il popolo muore di fame!”

Edoardo Sanguineti, Siamo tutti politici (e animali)

 

Siamo tutto politici (e animali)
premesso questo, posso dirti che
odio i politici odiosi: (e ti risparmio soltanto un parco abbozzo di catalogo
esemplificativo e ragionato): (puoi sceglierti da te cognomi e nomi, e sparare
nel mucchio): (e sceglierti i perché, caso per caso)
ma, per semplificare,
ti aggiungo che, se è vero che, per me (come dico e ridico) è politica tutto,
a questo mondo, non è poi tutto, invece, la politica: (e questo mi definisce,
sempre per me, i politici odiosi, e il mio perché:
amo, così, quella grande politica
che è viva nei gesti della vita quotidiana, nelle parole quotidiane (come ciao,
pane, fica, grazie mille): (come quelle che ti trovi graffite dentro i cessi, 
spraiate sopra i muri, tra uno slogan e un altro, abbasso, viva):
(e poi,
lo so che non si dice, ma, alla fine, mi sono odiosi uomini e animali)

Edoardo Sanguineti, Siamo tutti politici e animali, “Mikrokosmos”, Feltrinelli

Un candidato del secolo scorso. Giovanni Faldella, L’elezione di Tommaso Panada

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In questi giorni di attesa elettorale, mi è tornato in mente uno scrittore scapigliato della seconda metà del XIX secolo, Giovanni Faldella, autore, nel 1875, di un libro tanto ricco quanto ingiustamente dimenticato, Le Figurine (lo trovate in pdf anche su Liber Liber, oltre che in edizione cartacea). La lingua di Faldella si modella sul pastiche, vi confluiscono dialettismi (piemontesi) forme d’italiano arcaico e termini che, se non si possono definire neologismi, vengono ampiamente  deformati. In quegli ultimi decenni di secolo, Faldella non era l’unico ad operare sulla lingua con tanto gioioso furore; c’era la pattuglia degli scapigliati lombardi e soprattutto quel Carlo Dossi che sarebbe stato un fondamentale punto di riferimento per il Gran Lombardo antonomastico, Carlo Emilio Gadda. Tornando al sindaco, in questa “Figurina” si racconta di Tommaso Panada, “un bel paesanotto dalla faccia rossa, carnosa, levigata e splendente come un miraggio”. La sua appartenenza alla società civile, lontanissima dal Palazzo, è scritta nel suo curriculum che lo registra come lavoratore dei campi, bovaro e soldato cannoniere. All’improvviso, la politica folgora Tommaso che si presenta alle elezioni comunali col piglio del sollevatore di popoli. Viene infine il gran giorno, e con esso l’esito di quella paesana tornata elettorale.

Fatto sta ed è che dopo tanto armeggio, tramenìo e discorsi e regali, a Torre Orsolina di dugento elettori andarono ad imborsare il voto appena dieci. Il parroco, i preti, i fabbricieri, mancomale non si mossero da casa. Pure niuno degli antichi consiglieri fu confermato nella carica, Tommaso Panada fu eletto con sette voti.
Benché nominato con quella miseria di fave, Tommaso scappò trionfante a casa, abbracciò largamente e rotondamente la moglie, lasciando molto spazio e molt’aria fra le proprie braccia e il fusto di lei; e poi le disse amorosamente e quasi pudicamente: «Cunegonda! Bacia tuo marito, ché baci un consigliere comunale!»
Sentiva nel petto un rullo, uno scampanìo e un bagno di festa: ed in mezzo a quella galloria festiva nuotava anche una gioia funerale, la gioia di morire consigliere, di far suonare il campanone grosso per la sua sepoltura, quel campanone che a Torre Orsolina si suonava soltanto per la morte del parroco, dei laureati e dei consiglieri comunali.
Andò lo stesso giorno dal calderaio ad ordinargli che gli confezionasse una penna indispensabile per la nuova sua carica, dovendo scrivere, come egli diceva, all’intendente, ai generali ed anche ai ministri. Il calderaio gli fabbricò addirittura un’alabarda. Bisognava vedere come Tommaso, appena ebbe quella nuova penna, che gli costò il coperchio di un pajuolo, si mise subito ad usarla, stintignando il suo nome sopra un cartolaro, tenendosi discosto dalla madia per un mezzo metro, a fine di poter allungare meglio le braccia, e scarabocchiando e asteggiando e arabescando con una passione scolaresca da primo premio.
Poscia si mise per esercizio con lungo studio e con grande amore a copiare gli articoli più golosi e più peccaminosi, a detta del parroco, che si pubblicavano sull’Unione e sulla Gazzetta del Popolo, massime quelli di Aurelio Bianchi-Giovini sulla Critica biblica e papale, e quelli di Alessandro Borella contro il miracolo del muto che si inginocchiò davanti la Pisside: e ne copiò tanti di siffatti articoli da riempire mezza guardaroba e da far borbottare la moglie, che si vedeva mancare il posto per la biancheria.

Giovanni Faldella, Le Figurine, Bompiani

Le figurine di Radiospazio. Rituali

A scuola, France si punge la pelle col compasso. Il sangue si sparge sui fogli. Con la carta assorbente, asciuga le gocce che si mescolano all’inchiostro, si sorprende vedendo le forme poetiche che assumono mentre si mescolano all’inchiostro. Quando non riesce più a contenersi, spinta dal desiderio di lasciare sulla sua pelle delle tracce più inchiostrate, disegna dei ghirigori in forma di rosa, compulsivamente. I cerchi si sovrappongono, si incrociano e s’intrecciano. L’interno è di color rosso vivo e le lettere F+R compaiono al centro di una quantità di fiori e di soli. Quando le sue mani si fanno prendere dalla violenza al punto da strappare il foglio, le infila nelle mutandine e si masturba per placarsi. Quando raggiunge il piacere, scivola sotto il banco e cade, provocando le risate dei suoi compagni.

Joffrine Donnadieu, Una histoire de France, Gallimard