Per la ricostruzione della diga di Assuan, fu costituito un comitato composto di ingegneri idraulici, costruttori edili, tecnici dei materiali ed ecologisti. Intervistato da un giornalista, il filosofo Michel Serres si domandò meravigliato perché non ne facessero parte anche un filosofo e un egittologo. Stupito del suo stupore, il giornalista gli chiese: «A che cosa sarebbe servito un filosofo in un comitato di questo tipo?». Serres rispose: «Avrebbe notato l’assenza dell’egittologo»
Ivano Dionigi, Segui il tuo demone: Quattro precetti più uno, Laterza
fra quattro mura stupefatte di spazio Clemente Rebora, Dall’immagine tesa
La casa di Genesio gli era piuttosto estranea, lo avevo notato subito dalla cautela con cui aveva aperto la porta e si era fermato nell’entrata guardandosi attorno. L’edificio, semicubico, sembrava scavato in un unico blocco di granito di pura razza italica. Nell’ingresso, di fronte alla porta, un importante busto in bronzo di Pascal accoglieva gli ospiti con la scritta “Voilà l’état où les hommes sont aujourd’hui” incisa su un basamento di travertino. In una nicchia poco illuminata alloggiava un personaggio in ceramica policroma alto circa un metro e settanta. Indossava una cotta bianca attraversata in diagonale da una stola verde. Era stempiato e con un paio di baffi leggermente separati come quelli di Salvatore Quasimodo. Le pupille scrostate fissavano invano il pavimento di piastrelle sbrecciate. Accanto a lui, un grosso cane da pagliaio di modesta fattura, come se lo scultore lo avesse aggiunto in un secondo tempo tirandolo giù alla buona. Una targa recitava: “Clemente Calcaterra, poeta e diacono”. Disagio di Genesio quando mi avvicino troppo alla statua. I baffi del poeta diacono hanno un punto di grigio che riconosco subito, è il grigio scolastico dei manuali di Letteratura italiana con le copertine marmorizzate come lapidi. Li conoscevo bene. Per tre anni, noi liceali ci eravamo calati in quelle pagine gelide dove, intorno alle urne dei Grandi, erano allineate le lunghe file dei Minori. «Bisogna impararli a memoria proprio tutti?» «Ciascuno decida secondo coscienza», ricattavano i professori. I più ruffiani riuscivano a memorizzarne anche una quindicina, ma quattro o cinque bastavano per la sufficienza. Era là sotto, fra quei soldatini quasi anonimi della letteratura, che molti decenni prima avevo letto il nome di Clemente Calcaterra corredato dalle tre righe canoniche con cui i compilatori di manuali liquidano gli autori facoltativi: “La ricerca dell’assoluto che già informava i suoi primi versi…”; “Colloquio con Dio, balenante di reminiscenze terrene…” GENESIO – Andiamo, non è che c’è tanto da vedere.
IL NARRATORE – Un tuo parente? GENESIO – Certo, altrimenti credi che me lo terrei in casa? Pausa. GENESIO – È una delle sculture più brutte di Ruperto Banterle, artista funerario e amico di famiglia. Sosteneva che il soggetto lo ispirava. Mio padre faceva lo schivo, si trincerava dietro i suoi non sum dignus, ma poi fu ben contento di posare. Trombone e ipocrita. IL NARRATORE – Così tu sei figlio di Clemente Calcaterra, il poeta. GENESIO – Già… Pausa. GENESIO – Perché mi guardi così? Non stiamo mica parlando di T.S. Eliot. IL NARRATORE – Non sapevo che fosse diacono. GENESIO – Lo diventò negli ultimi anni. Fu il suo svolazzo finale. Solo a un diacono con una storia scellerata alle spalle può venire in mente di chiamare suo figlio Genesio. Quando siamo al sicuro nel suo studio, il critico si rianima. Anche troppo. Un’improvvisa eccitazione motoria s’impadronisce di lui. Corre da un tavolo all’altro (ce ne sono tre nella grande sala) e controlla che tutte le risme di carta, gli appunti e le cartelle siano al loro posto, così come le penne a sfera, le matite, gli evidenziatori, le spillatrici e le vaschette di vetro contenenti fermagli di varie misure. – Sono subito da te… Si arrampica su per le scalette della libreria. Sceglie alcuni faldoni e li lancia nel vuoto – deve averli addestrati bene, perché anziché andare a sfasciarsi sul pavimento si impilano docili uno sull’altro così come i vecchi leoni del circo, dopo il numero, imboccano spontaneamente il tunnel che li riporta a casa. Ci sa fare Genesio coi faldoni. Ha un modo di fare piuttosto maschio con le pagine; le strapazza, le lusinga col dito umettato, passa oltre, ritorna (e quelle subito si illudono), si sofferma su una e la ripudia; tutte tremano di desiderio; ogni pagina vorrebbe essere almeno sfiorata da lui. Ma una sola sarà la vincitrice. Infine Genesio la estrae, ancora scombussolata, e fa il burbero galante: «Dove ti eri cacciata?”. «Speravo tanto che mi avresti trovata», squittisce la pagina con la sua piccola voce. Me la mette sotto il naso, stampata in helvetica ministeriale corpo otto. Un muro di caratteri grigi sormontato una bandiera azzurra con dodici stelle e la scritta EUROPA INNOVAZIONE. Fingo di dedicarmi alla lettura ma non sono credibile, muovo la testa meccanicamente da sinistra a destra come una fotocopiatrice vecchia. Genesio si accorge della farsa, mi strappa il foglio di mano, è il bando di concorso per una rassegna teatrale. Bando europeo, come persino io posso capire dall’intestazione. E lo ha vinto lui. Da solo. Due anni di lavoro. “Il sentiero eterno della tragedia”. Mi piace il titolo? Non ha importanza. Un budget di cinquantamila euro, forse rivedibili a settanta, ottantamila. Naturalmente ci sono ancora molti nodi da sciogliere. Mi interessa sapere quali? Faccio segno di no, ma nemmeno questo ha importanza, Genesio passa a enumerarli. Visualizzare la Missione. Ridisegnare la Visione. Favorire la Concertazione. Dettagliare la produzione. Dichiarare gli obiettivi della formazione. Disegnare una strategia di promozione.
Perché mi trovo qui?
Non conosco le tavole di mortalità, ma Genesio è ben conservato, potrebbe vivere ancora una quindicina d’anni, vincere altrettanti bandi teatrali e infilare in ciascuno una sua tragedia. Mentre parla, continuo a pensare a quel suo padre di ceramica scrostata, il poeta Clemente che, dopo una vita dissoluta (secondo il figlio), si è ritagliato un loculo nella sonnolenta galleria dei letterati minori. Forse è per questo che Genesio produce tante tragedie, per diventare a sua volta un minore, sia pure drammaturgo. Vuole fargli una sorpresa, al Clemente padre. Turbare il suo sonno eterno arrivando di notte senza preavviso. Il cigolio del carrello funebre avrebbe svegliato i resti dormienti del poeta: – Che c’è ? – Niente di speciale, sor Clemente, c’è uno nuovo da sistemare… Tranquillo… – Tranquillo un cazzo!… Tutto ‘sto casino alle tre di notte… – Non dipende da noi. I minori dobbiamo lavorarli fuori orario, lo sa. – E chi è questo nuovo? Qui Genesio sarebbe sbucato fuori dal sudario con una brutta faccia tirata. – Colpo di scena! Sono tuo figlio! Non te lo aspettavi, eh? Ti credevi di avere il monopolio solo te!? Non sarebbe stata una coabitazione facile, perché fra minore e minore c’è la sua differenza. In un ménage quotidiano, il minore poeta non manca mai di sottolineare l’abisso che lo separa dal minore drammaturgo, gli rivolge la parola solo per mandarlo a comprare le sigarette e a far la spesa. Ogni occasione è buona per pisciargli in testa. Anche se è suo figlio. Soprattutto se è suo figlio. Una convivenza da mangiarsi il fegato e capace di durare chissà quanto, perché certi manuali di letteratura vengono adottati nelle scuole per generazioni e generazioni, ed è proprio ciò che Genesio desidera: prolungare lo strazio di quel confronto col padre oltre la morte, nello stesso dipartimento minoritario. Una piccola eternità a due.
GENESIO – (impugnando il foglio) Mi stai seguendo? IL NARRATORE – Più o meno. Con i bandi e i ministeri mi perdo… Genesio – Tipico atteggiamento snobistico. I ministeri non sono più gli ossari di una volta, hanno sviluppato una certa sensibilità, direi un’umanità nuova. Sai chi mi ha chiamato per comunicarmi che avevo vinto? Il dottor Cannizzaro. Personalmente. Lo conosci Cannizzaro, vero?… quello che prima lavorava nello staff di Laquaniti… Genesio recita l’organigramma del Ministero dello Spettacolo. Dal Capo di Gabinetto in giù tutti sono entusiasti del suo progetto che persegue la più nobile delle finalità: avvicinare i giovani all’arte scenica.
GENESIO – Noi dobbiamo avvolgere fra le spire del teatro questi embrioni di uomini e di donne. Embrioni, ma ingombranti. A sedici anni possono arrivare anche a un metro e novanta, e le femmine pochi centimetri meno. Instabili come sono, questi giovani pennelloni oscillano da un crocchio all’altro, debordano nella sede stradale. Li hai visti anche tu, vero?, in quel loro continuo strusciarsi senza sapere perché. Chissà se qualche volta si accoppiano. Io credo di no, al massimo faranno qualche sfregamento – deve essere così, poiché non hanno mai ricevuto il dono del Mistero. Tu sai di cosa parlo. IL NARRATORE – … GENESIO – Il Mistero che si nasconde nell’utero oscuro del teatro, nei contrasti buio/luce, negli angoli morti delle scenografie e nei risvolti dei dialoghi. Certo non sarà un’impresa facile, se gli parli di risvolti quelli pensano subito ai jeans. Chissà perché Genesio era attirato dai giovani. Li cercava, li abbordava in metropolitana, all’uscita dei cinema, nei locali, subdolamente informandosi, socraticamente interrogando. Non gli importava di apparire un adescatore scimunito; dopo molti insulti e ripulse era ricorso alle vie traverse come quei vecchi corteggiatori coi capelli tinti che, rifiutati dalla ragazza, provano a sedurne la madre; aveva quindi deciso di perseguitare le sue vittime là dove non potevano avere scampo, nelle scuole. Trovava sempre una qualche professoressa di lettere precipitata agli ultimi gradini della considerazione sociale. Non le sembrava vero di aprire la sua aula a un critico che scriveva sui giornali nazionali e che aveva conosciuto tutti quegli attori morti nobilitati dalla Storia (quindi compatibili coi programmi ministeriali); il pensiero che Genesio avesse trattato familiarmente con loro, che ci fosse addirittura andato a cena condividendo vino, sigarette e chissà cos’altro, risvegliava nelle professoresse delle pulsioni lontane che la noia aveva ricoperto con un sonno leggero – infatti eccole pronte a saltare dal letto più malandrine di prima. – Le faccio una confessione: sa che da giovane avevo deciso di fare l’attrice? E adesso mi prenda pure in giro, se vuole… – Perché dovrei?… È più che logico per una ragazza… – Non voglio vantarmi, ma dicevano che ero bravina. Qualcuno del mestiere mi aveva notato e mi incoraggiava a continuare… Ad esempio, il regista Ridolfi insistette, andò a parlare coi miei. L’ha conosciuto Ridolfi? – No, non credo. –… E poi, invece, la vita… – Già, la vita. – (con un sospiro) Dobbiamo andare, i ragazzi saranno in aula. Davanti alla platea dei liceali, Genesio apriva il suo magazzino degli aneddoti. Le primedonne si limitava a ricordarle con una certa compunta deferenza: la signora Ferrati, la signora Proclemer, la signora Zareschi… Con i grandi attori diventava più cameratesco, li evocava per nome: Vittorio, Carmelo, Gianni (e tutti, compresa la professoressa, si chiedevano: Gianni chi?). Ma gli aneddoti erano solo un antipasto veloce prima del piatto forte che gli stava a cuore: tutte le forme possibili e pensabili di spettacolo, dal cinema, al varietà, alla performance, al circo, allo strip-tease, alle giocolerie da strada derivano dal Frutto teatrale originario, se lo cacciassero bene in quelle teste ancora tanto provvisorie. GENESIO – Voi dovete immaginare un enorme baccello formato da due organi semisferici… (Va alla lavagna) Per semplificare, possiamo pensarli come due grandi mammelle che chiameremo A e B… (I liceali maschi guardano Stefania D. ) Indichiamo con A la mammella della Tragedia, con B quella del Mito. Ogni forma di rappresentazione passata, presente e anche futura nasce da questo frutto; i suoi capezzoli nutrono da secoli drammaturghi, registi teatrali e televisivi, attori, mimi… Tutto nasce di qui. Sento che state per chiedermi: «Possibile? Anche i quiz a premi discenderebbero dal Frutto teatrale originario?» Certamente sì. Sfrondate tutto il baraccone che hanno intorno… le ragazze, i lustrini, le scenografie, i gettoni d’oro… Cosa rimane? I LICEALI – …? GENESIO – Il mito della Sfinge! Edipo… Il quiz televisivo è un caso molto interessante in cui la mammella del mito e quella della tragedia s’incrociano… Genesio approfondisce. Inutilmente. I liceali galleggiano, ciascuno per suo conto. Al suono della campanella, la docente applaude. Non ha perduto una sillaba – È stato un incontro molto… intenso, non solo per i ragazzi, mi creda. Ma a Genesio non gliene importa niente delle professoresse, lui mira alle anime tenere dei liceali; non vede l’ora di affondarci le mani per modellarle e trasformarle in un pubblico, settimana dopo settimana, tragedia dopo tragedia. Il suo pubblico.
Una delle maggiori fortune che possino avere gli uomini è avere occasione di potere mostrare che a quelle cose che loro fanno per interesse proprio, siano stati mossi per causa di pubblico bene. Francesco Guicciardini, Ricordi, 142
Vinto il bando ministeriale, Genesio si era improvvisamente accorto di essere solo. Succede ai conquistatori che si fanno prendere dall’euforia. Espugnano villaggi, province e nazioni, poi quando ripigliano fiato si guardano intorno e accanto a loro non c’è nessuno – non dico un ceto politico, ma nemmeno un portaborse né uno straccio di usciere che gli dia il buongiorno, la mattina, quando vanno a sedere sul trono. Era diventato molto urgente, a quel punto, reclutare delle braccia che sotto la guida di Genesio dissodassero e irrigassero i campi della tragedia. – Un lavoraccio! Gli autori, lo sai, fanno un sacco di storie, ma ho già qualche adesione importante. Dispiegò un foglio A3 con un groviglio di note, di titoli e di nomi. C’era un’Elettra (che Emma Dante avrebbe riscritto come una guerra tra bande mafiose); un Filottete (affidato a Fausto Paravidino, ma solo la drammaturgia, perché come interprete non aveva il fisico); un Eracle (raccontato da Marco Paolini accompagnato da una band). Dopo varie peregrinazioni, il dito di Genesio si fermò. – Vedi?, ci sei anche tu… Sgomentai. Perché mi aveva inserito fra gli eletti? Da quando ci conoscevamo (circa trent’anni) l’avevo incontrato una dozzina di volte, non di più, ed erano stati solo brevi scambi occasionali. Genesio mi guardava come lo zio d’America che allunga un tesoretto al nipote perché metta la testa a posto. – Visto che siamo soli, possiamo dirci le cose, vero? La tua scrittura, con quei suoi dialoghi sospesi… i personaggi che parlano e parlano… beh, non hanno molto a che fare con la tragedia… Tu sei un po’ come Jules Renard (fatte le debite proporzioni) che diceva del suo teatro: “È una conversazione sotto un lampadario.” Per questo avevo pensato di affidarti la riscrittura del Ciclope, che è una tragedia per modo di dire… Però, te lo chiedo come favore personale… niente lampadari e vacci piano con le chiacchiere… Capisci anche tu… un Ciclope che sproloquia sprofondato in poltrona non regge… Giurami che cercherai di asciugare, sfrondare… Anzi, meglio ancora: spellare. Genesio era molto informato sui miei spettacoli. Li conosceva tutti, a incominciare da un lontanissimo “L’altro mondo”, tratto da Cyrano De Bergerac fino a un più recente “Céline nel métro”. Non ne aveva visto nemmeno uno ma li conosceva grazie a quella sensibilità misteriosa che i critici teatrali hanno in comune con i rabdomanti. Per quanto del tutto disinteressato al mio lavoro, mi aveva tenuto d’occhio seguendomi, come tutti i detective, a una professionale distanza di sicurezza. Nemmeno lui sapeva la ragione di quel pedinamento tenace nel tempo; forse lo aveva guidato il suo istinto di critico con vocazione ministeriale, e soprattutto la convinzione che anche la più selvatica isoletta dell’arcipelago teatrale poteva diventare utile, un giorno, per seminarvi un campicello di lenticchie. L’isoletta ero io. Nonostante la mia fragilità drammaturgica, quella sera ero diventato terreno coltivabile. Genesio tace. Sta ripensando al suo concetto di teatro spellato. Lo contempla. Certe sue intuizioni lo travolgono come doni inaspettati. Vedo che sta elaborando. Forse ci costruirà sopra una teoria. Anzi, è già pronta. Me la espone. Bisogna spellare il copione delle parole. Sfilare via tutta la cotica verbale perché emerga il corpo sanguinolento del teatro. Per fare un esempio che lo capiscono tutti: i conigli scuoiati appesi nelle macellerie sono molto più espressivi di quelli interi che saltellano sui prati come degli idioti. Bisogna modellare la scrittura sui corpi degli attori – fra l’altro, quelli della rassegna saranno tutti under 35, quindi belli tonici e vibranti, non come quei vecchi pifferi che faccio recitare nei miei spettacoli… Questi ragazzi sono carichi, infoiati… sempre pronti a sbattersi. Volendo, possono anche scopare in scena senza fare una piega, ma questo è meglio evitarlo, visto che c’è di mezzo il Ministero.
Se a una testa umana un pittore volesse unire un collo di cavallo, e su membra prese alla rinfusa applicare penne di vario colore, in modo che la bella donna di sopra finisca orrendamente in una nera coda di pesce, invitati a vedere riuscireste a non ridere, amici? Orazio, Arte poetica
È comparso un decanter da whisky di cristallo a losanghe nelle quali il critico si moltiplica in un numero imprecisato di Genesi romboidali.
GENESIO: – … Ho solo Glenfiddich. Preferivi un torbato? IL NARRATORE – Glenfiddich va bene. GENESIO – (sorseggia) Non sei curioso di sapere quale tragedia ho scelto? IL NARRATORE – … GENESIO – Le Trachinie. Sarà una riscrittura molto libera, imperniata sul triangolo Eracle, Deianira e il centauro Nesso, che avrà un ruolo decisivo anche se è morto prima dell’azione. Mi sforzavo di mostrarmi interessato; stavo ancora cercando le parole con cui svincolarmi dalla proposta di Genesio; non avendole trovate, ero contento che si parlasse della sua tragedia e non della mia. GENESIO – (sorseggia) La scelta non è stata affatto semplice, dal momento che tutta la mia vita è un susseguirsi di tragedie… Sì, lo so, ogni imbecille pensa la stessa cosa della propria, ma la tragedia autentica è merce rara e pochi la sanno riconoscere. Di solito collegano la tragedia alla morte. Che banalità. La morte dei genitori… dei parenti… Per estensione considerano tragico anche il suicidio del vecchio professore che sta al piano di sotto… Ma siamo sempre nella piccola cronaca sentimentale, manca il sigillo tragico universale come può essere l’occhio della Gorgona, la nevrosi del Minotauro, il respiro mefitico della Chimera, la fregola del Centauro, che è una drammaturgia potentissima. IL NARRATORE: – … GENESIO: – Parlo per esperienza personale. Io, il Centauro l’ho incontrato. IL NARRATORE: – Il Centauro. GENESIO: – Sì. Anche mia moglie. Fu una vera, alta tragedia. Molti anni fa, alla presentazione della Storia d’Italia Einaudi, a Castel Sant’Angelo. Fiaccole barbariche appese ai muri, e sotto noi due, invitati chissà perché, mentre il serpentone della Letteratura italiana contemporanea scivolava lungo i corridoi. Tartine e orchestrine. Uomini in lino bianco. Ragazze Pi Erre in seta lucida come farfalle firmate. Rughe sdegnose. Cipigli ostili senza ragione. Antiche signore einaudiane in azzurro Campi Elisi fronteggiavano gruppi di sciamannate ventenni. E dietro un’urna a forma di Grande Madre, il Centauro, inguainato in una tuta di pelle nera molto attillata che metteva in mostra tutte le sue protuberanze, specialmente quelle posteriori – abnormi, come puoi immaginare. Per una stupida coincidenza anche mia moglie era in pelle nera – solamente i pantaloni, per fortuna. Era scoppiata una discussione poco prima di uscire; secondo me quei pantaloni erano del tutto fuori luogo, non andavamo mica a un concerto, credeva di essere una popstar? Mi chiedevo come l’avrebbe guardata Giulio Einaudi se ce lo fossimo trovato di fronte. Si era impuntata, era diventata cattiva: i pantaloni di pelle li aveva messi solo per dare un po’ di tono alla coppia, visto che nel mio abitino carta da zucchero sembravo un autista dei pullman. (Eravamo giovani, come dicevo, e non avevo ancora scoperto i piaceri del lino bianco). Le feci osservare che comunque la fasciavano molto. Rispose che non aveva niente da nascondere. Insistei: erano tanto stretti che si vedeva tutto. Rise come si ride a un demente: si vedeva quello che c’era da vedere, mica erano imbottiti. Mi riscaldai, esplicitai: si leggevano le due chiappe distintamente, oltre al solco intergluteo per intero. Non ricordo più chi dei due, nella concitazione del dialogo, abbia pronunciato per primo la parola culo. Sulla quale ci accanimmo fino a quando non chiamammo un taxi perché era tardi e sarebbe stato impossibile parcheggiare vicino a Castel Sant’Angelo. (Pausa) Dov’ero rimasto? IL NARRATORE: – Al Centauro dietro l’urna. GENESIO: – Sì. Sono convinto che se non avesse adocchiato mia moglie se ne sarebbe rimasto là tranquillo . Era un Centauro voyeur – certo, infoiato come tutti quelli della sua specie, ma si accontentava di guardare, me ne accorsi da come sbirciava le invitate che ridevano forte per provocarlo. Fremeva, si capisce, ma senza raggiungere quel punto di eccitazione che innesca i muscoli posteriori dei Centauri costringendoli all’impennata. «Ho sete», disse mia moglie. È una battuta apparentemente neutra, non ti sembra? IL NARRATORE: – Non sempre. Dipende. GENESIO: – Hai ragione, non esistono battute neutre. Infatti poco più tardi capii che quelle due parole erano il prologo della tragedia, quando mia moglie mi voltò le spalle e si avviò verso uno dei piccoli buffet sparsi nei corridoi. In condizioni normali mi sarei subito alzato per andare a prenderle da bere, ma la discussione di un’ora prima mi spingeva a essere volutamente scortese. Guardandola di spalle mentre si allontanava, mi resi conto del pericolo e forse dell’irreparabile. Mi sto dilungando, ma è necessario per dimostrare come il neo-tragico nasce dalla combinazione del quotidiano spicciolo con il grande respiro del soggetto mitico. Sono ingredienti indispensabili; senza il Centauro, la camminata di mia moglie avrebbe suscitato solo qualche commento sarcastico, e senza quei suoi maledetti pantaloni di cuoio il Centauro se ne sarebbe stato tranquillo tutta la sera a sbavare dietro l’urna. (Disegna su un tovagliolino di carta una cartina storica dell’evento. Il buffet. La moglie beve un drink accanto all’urna. Una freccia semicircolare indica il percorso del Centauro che esce dal nascondiglio.) GENESIO: – L’attrazione fu ineluttabile come quella di due corpi celesti che s’incrociano nello spazio. Tanto tempo fa, nei mercatini, vendevano una coppia di scugnizzi, maschio e femmina; avevano due piccole calamite inserite nelle bocche, bastava avvicinarli e le labbra si congiungevano di scatto. IL NARRATORE: – Si baciarono lì davanti a tutti? GENESIO: – No, ciascuno dei due rimase a bere il suo drink dando le spalle all’altro, ma la massa callipigia del Centauro era almeno il triplo di quella di mia moglie che ne veniva attratta come succede ai piccoli pianeti indifesi. Così appiccicati per le terga e sconosciuti l’uno all’altro bevvero tre o quattro drink di seguito, poi il Centauro si allontanò dal buffet e la trascinò a marcia indietro in un budello che si aprì e si richiuse immedia- tamente senza alcuna spiegazione logica. Fu l’ultima volta che vidi mia moglie. Seppi in seguito che il Centauro era pittore, nonché modello per le riviste d’arte e attore. Per qualche tempo la utilizzò nelle sue performance romane, mi fu detto, durante le quali tutti erano bendati, tranne il Centauro e Mario Schiano che suonava il sax. Genesio tace, esausto. Quando i critici si trasformano in drammaturghi si fanno prendere da un’euforia che li debilita. Adesso è triste. Guardo l’orologio. GENESIO: – Abbiamo ancora molte cose da discutere. Fa caldo, spostiamoci in giardino.
Il giardino, male illuminato, è un selvaggiume generico nel quale si confondono dei pezzi di Novecento gettati qua e là. Sotto una colonnina di marmo rovesciata, un’Eleonora Duse col naso mangiato dall’erba. Il calco funebre di due mani maschili. Un manichino sventrato degli anni Trenta con sulla testa un fez. La metà anteriore di un siluro a corsa lenta, detto Maiale, residuo dell’ultima guerra.
Gravava su di lui pesantemente il vecchio mondo. Novalis, Inni alla notte, V
Genesio si è portato whisky e bicchieri. Mi indica due vecchie Thonet degli anni Trenta. – Siediti con cautela o finisci per terra. Accanto alla vecchia chaise longue, all’altezza del mio gomito, spunta il busto marmoreo di un tipo rubizzo. Se non fosse nobilitato da una feluca sghemba e da un collare istoriato si direbbe un fattore appena uscito da una trattoria di campagna. Da come mi guarda, non gli dispiacerebbe tornare a tavola per fare baldoria anche con me. – E questo chi è? – Uno di cui oggi non si parla più. Alfredo Panzini. In quegli anni bazzicava per casa. Mio padre lo trattava con sufficienza, ma lo invidiava perché era Accademico d’Italia; da perfetto ipocrita, ripeteva che lui non avrebbe mai accettato quella nomina, ma sono sicuro che avrebbe dato un braccio pur di riceverla. Panzini glielo ripeteva spesso: “Se vuoi, posso fare domanda di ammissione. Sai che sono ascoltato”. – E lui? – Niente. S’ingrugnava e rimaneva in silenzio, poi saltava su all’improvviso: “Guarda, vorrei tanto che mi cooptassero, solo per il gusto di stracciargli la lettera in faccia, alla signora Accademia!”
Più conoscevo Genesio, più riandavo al padre Clemente e alla sua ostinazione patetica. Pur così fragilino, si era messo in testa di resistere alle seduzioni del fascismo, alle accademie, ai pirandelli, alle nuove attrici maliarde che incominciavano a mostrare i seni in palcoscenico. Un’impresa immane, per lui. Ben presto si era reso conto che da solo sarebbe stato sopraffatto, così aveva cercato rifugio sotto la tunica del diacono, ma stando all’espressione smarrita della sua statua nell’ingresso, Dio non se lo era filato più di tanto. Certo, paragonati alla tenebra del Ventennio, alla seconda guerra mondiale e ai morsi del dopoguerra, i tormenti interiori di Genesio apparivano ridicoli: la psicosi di uno scarafaggio ossessionato dal pensiero della bomba atomica. Io però lo capivo. Quel sentimento speciale del ridicolo che nasce dall’essere irrilevanti lo conoscevo bene, me lo ero portato addosso per tanti anni; mi stava appollaiato ora su una spalla ora sull’altra. Una specie di uccello dal becco sfrontato. Era capace di stare zitto anche per dei mesi, e mi dicevo: ecco, finalmente è sparito; invece all’improvviso lanciava la sua risatina derisoria per ricordarmi che era sempre lì. Ancora oggi non saprei dire se sia volato via. Provo a guardare, direi di sì, ma non si può mai giurare sui sentimenti, invisibili come sono. Ero impreparato a quella repentina affinità col poeta Clemente Calcaterra, di cui ricordavo appena il nome. – Mi piacerebbe saperne di più su tuo padre. Ma Genesio ha altro per la testa. Il bando da compilare. I drammaturghi da adescare. Gli attori da ingaggiare – li vorrebbe di un certo nome e anche un po’ belli come quelli della televisione, ma dipende dal budget. E il budget dipende a sua volta dalla commissione ministeriale. Chi saranno i membri? Chi il presidente? Genesio è deluso. Non pensava che io fossi così irresponsabile; mi stava offrendo la possibilità (forse l’ultima della mia vita) di diventare un drammaturgo onesto, avrei dovuto ringraziarlo e correre subito a leggere Il Ciclope, invece mi perdevo dietro al Calcaterra sbagliato, quel padre suo sepolto e faticosamente dimenticato da più di vent’anni.
Capitolo quarto In cui viene commesso un furto che non richiede una particolare abilità.
L’uso inadeguato delle citazioni può essere ingegnoso, e, qualora ben fatto, ha un effetto magistrale. Edgar Allan Poe, Marginalia
Attraverso la vetrata che dà sul giardino, tengo d’occhio il padrone di casa. Stravaccato nella thonet, interroga il cielo. Certamente si è dimenticato di me, e se anche mi vedesse qui nella sua biblioteca mi scambierebbe per un attaccapanni. Sfioro con gli occhi il dorso dei libri mentre penso a una via d’uscita onorevole: devo declinare l’offerta di Genesio prima che sia troppo tardi e tornare subito a casa. Assurdamente, mi viene l’idea di andarmene in silenzio, lasciandogli sul tavolo un biglietto con due righe spiritose. Oppure, meglio ancora, una citazione, che è sempre elegante. Apro qualche volume a caso, ma questa sera le citazioni se ne stanno tutte nascoste sotto le righe trattenendo il respiro. Un moscone si ostina a distruggere con metodo la sua minuscola vita sbattendo contro i vetri. Lo capisco. Anch’io vorrei volar via senza dover dire né scrivere niente. Ma io ho più risorse del moscone, quindi decido che posso andarmene quando voglio. Anche subito. Addio rassegna di autori italiani contemporanei. Addio tragedia. Addio Ciclope. Addio Genesio. Siamo riusciti a vivere bene tutti questi anni l’uno senza l’altro. Per terra, accanto alla porta dello studio, c’è una pila di libri. Hanno l’aria rassegnata di chi sa di dover partire per una destinazione ignota, forse una biblioteca di quartiere o di un carcere, un rivenditore di libri usati, una discarica. In cima alla pila, una plaquette con una copertina che era stata rosso cardinale. I caratteri sono molto sbiaditi ma ancora leggibili: “Alphonse Moutier, Clemente Calcaterra: notes, impressions, souvenirs, Tarascon, 1957”. La plaquette è a perfetta misura della mia tasca – un’ottantina di pagine, non di più. Il primo furto della mia vita. La sistemo meglio. Nulla trapela, potrei superare tranquilla- mente una dozzina di telecamere di sorveglianza. Patemi inutili, la vecchia dimora dei Calcaterra è abbandonata a se stessa, ignorata dai tempi e da tutti. Domattina me ne sarò dimenticato anch’io, spero.
Approfittai di quel soggiorno per fare provvista di pietre da succhiare. Erano ciottoli ma io li chiamo pietre. Sì, questa volta feci una buona scorta. Le suddivisi equamente nelle mie quattro tasche e li succhiai a rotazione. Questo poneva un problema che risolsi in questo modo. Avevo sedici pietre, quattro per ciascuna delle mie quattro tasche, due dei pantaloni e due del cappotto. Quando prendevo una pietra nella tasca destra del cappotto e la mettevo in bocca, la sostituivo nella tasca destra del cappotto con una pietra della tasca destra dei pantaloni, che sostituivo con una pietra della tasca sinistra dei pantaloni, che sostituivo con una pietra della tasca sinistra dei pantaloni, che sostituivo con una pietra della tasca sinistra del cappotto che sostituivo con la pietra che avevo in bocca quando avevo finito di succhiarla. Così c’erano sempre quattro pietre in ognuna delle mie quattro tasche, ma non si trattava sempre delle stesse pietre. E quando avevo voglia di succhiare ne prendevo una dalla tasca destra del cappotto, sicuro che non avrei preso la stessa dell’ultima volta.
Molti, moltissimi anni fa (addirittura gli Ottanta), registrai una lunga intervista (circa un’ora) con Vattimo per una serie di trasmissioni radiofoniche di cui curavo la prima edizione. S’intitolava Lo specchio del cielo, autoritratti segreti. L’intento del programma era ambizioso, anzi vertiginoso: far emergere il concetto di Trascendenza dalle interviste con alcuni personaggi della cultura, e non solo (Primo Levi, Nuto Revelli, Padre Turoldo, Vattimo, e altri). L’idea della trasmissione non era mia (non mi sarebbe mai venuta in mente), ma dell’allora direttore generale della radiofonia, Corrado Guerzoni, un intellettuale e politico abbastanza impetuoso, e a suo modo anche provocatorio, da calare la Trascendenza in una trasmissione radiofonica, per di più su una rete popolare come radiodue. Fortunatamente, trovammo un registro colloquiale e un po’ divagatorio, nel quale la Trascendenza si affacciava con discrezione, a tratti, lasciando per lo più che fosse l’ascoltatore a desumerla, se ne aveva voglia. Ovviamente, Vattimo colse subito lo spirito del gioco ed esordì con l’apologo dei due televisori. (Purtroppo devo citare a memoria, ho cercato la registrazione nelle teche rai, ma è un’impresa complicatissima, per me impossibile). Alla domanda se guardasse o meno la televisione, rispose: “Avevo un vecchio televisore, funzionante ma un po’ malandato. Decisi infine cambiarlo. Quando venne l’addetto con l’apparecchio nuovo, sarebbe stato logico fargli portare via quello vecchio, ormai obsoleto, ma ci ripensai. Forse la coesistenza di due televisori avrebbe potuto produrre risultati imprevedibili. E così fu. La convivenza di due televisori sintonizzati su canali diversi crea una dialettica, si sdrammatizzano l’un l’altro e attenuano i pericoli di dipendenza dell’utente.” Pausa. “Naturalmente la dinamica dei due televisori si può applicare anche ai rapporti umani”, aggiunse.
La parola cuore è viva o morta? È la poesia che la rianima? Che brutto lavoro. Ma sarà bendare o sbendare la mummia? Credo che, prima di coprire un cadavere, occorra, non congelarlo per mantenere la pensione, ma seppellirlo con un degno funerale. Con il dubbio che risorga. È sabato, oggi, per la lingua (italiana)? È impossibile, credo, rianimare le parole agonizzanti con la poesia. La poesia non è la crocerossa. E credo anche non abbia come primo problema la lingua, in senso tecnico. Non perché si debbano proteggere gli ignoranti della metrica, o della retorica. Un’ovvietà certo da non trascurare. In ogni caso, dovremmo chiederlo a Dante e a Manzoni, per esserne certi. Quando spesso ricavo le maggiori emozioni dalle traduzioni di testi nati in altra lingua, mi chiedo cosa venga tradotto di così vivo. Merito del traduttore, certo. Ma il dubbio mi rimane, cioè che sia proprio dentro questo lavoro di traduzioni da ogni lingua, che possiamo scorgere la differenza fra la vita e la morte (nella lingua). Che sia che ciò che è vivo non sia solo la lingua che, come l’acqua, trova poi sempre dove passare? Su questa trasparenza trarrò le mie conclusioni.
Adesso il narratore sente che nel lettore si insinua qualcosa di simile a un fastidio: siamo in un romanzo, sì o no? E se sì, perché da tre pagine non succede niente?
Me lo sto ancora chiedendo. Scrivo da molto tempo. A tredici anni scrivevo un lavoro teatrale, a undici o dodici anni alcune poesie, e sempre a undici anni ho voluto scrivere le mie memorie: due pagine di quaderno. Eppure, cose da dire, ce ne sarebbero state. So che all’epoca serbavo ricordi della primissima infanzia, di quando avevo due o tre anni, di cui adesso ho solo il ricordo di un ricordo di un ricordo. C’era già stato il risveglio dell’amore verso i sette, otto anni, quando ero molto attratto da una bambina della mia età. Poi, a nove anni da un’altra, Agnès. Abitava a otto chilometri dal mulino di La Chapelle-Anthenaise, dove ho trascorso l’infanzia, una fattoria a Saint-Jean-sur-Mayenne. Facevo ogni sorta di smorfie per farla ridere, e infatti lei rideva, chiudendo gli occhi; quando rideva aveva le fossette; e aveva i capelli biondi. Che cos’è diventata? Se è ancora viva, è una fattoressa grassa, forse è nonna. E ci sarebbero state anche altre cose da raccontare: la scoperta del cinema o della lanterna magica; il mio arrivo in campagna, una stalla, il focolare, padre Battista, cui mancava il pollice della mano destra. E molte altre ancora: la scuola, il maestro, padre Guené, il curato, padre Durand, che se ne tornava ubriaco fradicio dalle sue bicchierate nelle fattorie del comune. Gli davano da bere sidro di mele o di pere. C’era stata la mia prima confessione – quando avevo risposto sì a tutte le domande del prete, perché non le capito a causa della sua dizione – e assumersi peccati fittizi era preferibile al fatto di dimenticarne qualcuno. Avrei potuto parlare degli ammiccherai, Raymond, Maurice, Simone, e raccontare i miei giochi. Ma per questo ci voleva tutta la tecnica, che s’impara molto tardi. Si parla della propria infanzia quando ormai non ci si è più, quando non la si capisce più tanto bene. E’ evidente che non ci si capisce nemmeno quando si è bambini, ma, in ogni caso, quando ero nella Cayenne, avevo coscienza di vivere nella felicità, nella gioia, e ogni istante era pienezza, senza che io conoscessi la parola pienezza.
Vivevo nell’annebbiamento. La mia prima lacerazione fu lasciare la Chapelle-Anthenaise. Ma con il tempo, la l ce si sarebbe offuscata e non vedo come avrei potuto fare il coltivatore, poco dotato come sono per i lavori manuali. Alcuni compagni della scuola comunale, Lucien, Augusta, sono diventati grossi fattori. Mi sembra che facciano una vita quotidiana molto dura, e che la loro vita non sia più un gioco. Guardano i bambini giocare con occhio indifferente. Sarei potuto diventare il maestro del villaggio, ma non avrei più avuto cavane all’infuori delle vacanze, che non sono più vere vacanze per gli adulti.
Fra i motivi per cui scrivo il principale è indubbiamente quello di ritrovare il meraviglioso dell’infanzia al di là del quotidiano, la gioia al di là del dramma, la freschezza al di là della durezza. La domenica delle Palme, i vicoli del villaggio erano cosparsi di fiori e di rami e tutto era trasfigurato sotto il sole di aprile. Nei giorni di festa, salivo il sentiero sassoso, in pendenza, al suono delle campane della chiesa che vedevo apparire a poco a poco: prima la punta del campanile con la banderuola, poi il campanile per intero sullo sfondo di un cielo blu. Il mondo era bello, tutto fresco e puro e ne avevo consapevolezza. Ripeto, proprio per ritrovare quella bellezza, intatta nel fango, io faccio letteratura.
Eugène Ionesco, Antidoti, Traduzione Isabella Facco e Sonia Ferro
Capitolo primo Nel quale un nuovo personaggio pretende di entrare in questo racconto.
Ma c’è nella tua vita un punto nero, che io non conosco interamente, e che però immagino. August Strindberg, La Sonata dei fantasmi, Atto III, La Mummia
Infine, avevo trovato una ragione per tornare a casa. Le incombenze, mi dicevo, anche se non avrei saputo indicare quali. Forse una c’era, ma tutt’altro che urgente: avevo incominciato a scrivere un testo che non sapevo come definire. Decisi di non perdere tempo e lo accantonai. Occupava meno di mezza riga, quattro parole. “Quasi tutto era andato”. Ogni tanto le rileggevo e le trovavo sempre uguali a come le avevo lasciate. Sembravano infastidite dal mio eccesso di attenzione. Mi guardavano e si chiedevano: «Cosa vuole questo?.» Anch’io le percepivo come estranee. Non erano teatro. Col teatro avevo chiuso. Avevo appena terminato un ciclo di tre spettacoli consumati in una febbre rabbiosa; io e gli attori sapevamo che sarebbe stata l’ultima stagione, tanto valeva farla fuori in fretta. Le repliche erano colate a picco una dopo l’altra e le acque si erano subito richiuse. Nessun detrito in superficie. La direzione del teatro aveva tirato un respiro di sollievo. Ce ne eravamo andati in silenzio, durante la notte, come si dovrebbe sempre fare quando si viene spostati dalla corsia comune in una stanzetta appartata, dietro un paravento. «La mettiamo qui, starà più tranquillo.» Ci sono anche quelli che non vogliono capire, che non si rassegnano; strepitano, invocano il primario, il ministro e la Santissima Trinità al completo, li vorrebbero tutti lì al loro capezzale. È imbarazzante. Finché non interviene un infermiere risolutore (ce n’è uno in ogni reparto) che chiude la faccenda in modo spiacevole. Ma non si dovrebbe mai arrivare a questo punto. Noi, potevamo dirlo, ci eravamo tolti di mezzo con eleganza. La mattina dopo l’ultima replica, la donna delle pulizie non aveva trovato nessun residuo di spettacolo, solo la polvere che si accumula nei teatri abbandonati da molti anni.
Uno degli attori, Gianluigi Pizzetti, aveva rimandato di qualche mese la sua morte per non danneggiare la produzione; ci aveva tenuto a rassicurarmi prima che iniziassimo le prove. Stavamo parlando di una riscrittura di Colloqui col professor Y. Gianluigi guardava perplesso le fotografie di Céline, era tanto diverso da lui! «Meglio così», gli dicevo, «mica facciamo della letteratura illustrata». E in contemporanea dovevamo preparare altri due allestimenti, provare tutto il giorno e recitare la sera. «Stai tranquillo, prima di dicembre non muoio», aveva detto.
Era stato di parola. Come poteva esserne sicuro? Stava scommettendo, in fondo ogni allestimento è una scommessa. Ma nel nostro caso la partita era stata truccata, i tre spettacoli dovevano morire mentre nascevano, Gianluigi subito dopo. Dopo le quattro parole che avevo iniziato a scrivere e che non erano teatro avrei raccontato anche questo? Probabilmente sì, e molto altro, temevo. Se avessi proseguito, le mie pagine sarebbero state invase, ne ero certo, da una quantità imprecisata di personaggi viventi e trapassati, di dubbia esistenza, letterari, dispersi, dimenticati, e sulla loro scia sarebbero ritornati molti accadimenti resi così malconci dagli anni che non avrei saputo nemmeno riconoscerli. Fare teatro era stato molto più semplice. Il teatro si consuma tutto sul palcoscenico; intrecci, antefatti, segreti remoti e rimossi, tutto risale in superficie e brucia sotto i nostri occhi in un tempo circoscritto. Si entra alle 21 e si esce alle 23. Per un paio d’ore, due vite, quella dello spettatore e quella dello spettacolo, camminano insieme in un presente unico.
Ma del racconto non c’è da fidarsi. Lavora come una grande rete per la pesca allo strascico gettata sui fondali della memoria – abissali o di pochi metri – e draga tutto ciò che trova, i cefali plebei mischiati ai pregiati pagelli fragolini, alle vongole, alle bottiglie rotte, un po’ di tutto, quindi anche un certo numero di pesci velenosi, e quelli avrei proprio voluto evitarli.
(Bussano alla porta) Georges Feydeau, Ortensia ha detto “Me ne frego!”, Atto I, Scena VI
«Stai preparando qualcosa per la prossima stagione?… Hai progetti in cantiere?…» Anche se me ne stavo chiuso in casa, queste domande riuscivano sempre a raggiungermi. Di solito mi limitavo a rispondere che stavo scrivendo. Inutile specificare che per il momento il mio testo era di quattro parole e che non aveva niente a che fare col teatro. Una piccola palude senza niente intorno. Anche se di malavoglia, non potevo fare a meno di ritornarci. Mi fermavo a qualche metro dalla riva, dove il terreno incominciava a farsi molle e mi figuravo piantato in mezzo a quella mota liquida e fredda. Da solo. In piedi su una barchetta sgangherata che non sapevo governare e che improvvisamente incominciava a riempirsi d’acqua. Qui chiudevo subito il rubinetto dell’immaginazione. Ero andato troppo in là. Ma sapevo che ci sarei ricascato. La mia convivenza con questi tremori, che erano diventati una pratica quotidiana e necessaria, venne turbata da una email imprevista e imprevedibile; la stavo cestinando insieme alla solita spazzatura, quando lessi il nome del mittente: Genesio Calcaterra.
Il testo era perentorio: “Carissimo, dobbiamo incontrarci al più presto per confrontarci su un importante progetto che potrebbe riguardarti. Data l’urgenza, direi non più tardi di domani sera.”
Il critico teatrale Genesio Calcaterra. Di lui conoscevo solo ciò che mostrava la sua superficie uniforme, senza troppi rilievi, leggermente rosea nella parte alta, quel poco che bastava per distinguere il viso dal resto del corpo. Qualche volta avevo ascoltato le sue relazioni durante le tavole rotonde. Erano tutte uguali, ma Genesio le costellava con molti aneddoti; li introduceva tra le fibre del discorso con il compiacimento delle cuoche calabresi che conficcano le uvette e i pistacchi nelle profondità dell’arrosto prima di metterlo in forno. Erano aneddoti teatrali tutti di forte impatto, quali lo stupro della Bella Otero bambina, i tentacoli di D’Annunzio sulla stessa Otero, una volta cresciuta, i rapporti fra Eleonora Duse e il suo segretario. Terminata la relazione, Genesio tornava al suo posto in platea senza guardare nessuno, come dopo la comunione. Gli aneddoti piccanti e un guardaroba fermo agli anni Quaranta lo segnalavano come un critico diverso dagli altri. E poiché aveva pubblicato sulle riviste di teatro qualche copione (“Antigone 2001”, “I figli di Nestore”, “Ciò che Tiresia non disse” e simili), era considerato anche un drammaturgo, quindi anche un po’ artista.
Capitolo secondo Breve intermezzo sui drammaturghi e sui critici. Rapide osservazioni riportate senza revisione dal quaderno del Narratore.
Scheider – I drammaturghi li metto nella valigia dei calzini. Peymann – Sì, naturalmente, i drammaturghi vanno messi nella valigia dei calzini. Thomas Bernhardt, Claus Peymann compra un paio di pantaloni e viene a mangiare con me
Appunti sulla vita quotidiana del drammaturgo.
Dialoghi, riunioni e incontri: col direttore di un teatro; col responsabile amministrativo dello stesso teatro; con lo sconosciuto dal ruolo indefinito che sorride appoggiato al distributore di bibite nello stesso teatro; con la responsabile produzione dello stesso teatro. È a lei che devo sottoporre il mio progetto. «Allora tu vuoi proprio che mi facciano il culo!», grida la responsabile. Il drammaturgo avrebbe preferito evitare quell’incontro. Con fatica, aveva scritto un progetto che comprendeva, oltre al testo, una possibile distribuzione e un abbozzo di scenografia, ma bisognava esporlo a voce, per la responsabile tutte quelle pagine erano troppe. Un colloquio era necessario, e poi lui sapeva esporre così bene…
LA RESPONSABILE: – … Sì, un culo così! Non che mi spaventi, ormai mi ritrovo una faccia di merda pronta a tutto, ma penso agli abbonati; quando leggono un titolo come “Il tipografo di Haarlem”, mi fanno a pezzi. E hanno ragione, cosa vuoi che gliene freghi della tragedia di un tipografo! IL DRAMMATURGO: – È la riscrittura del Faust di Gérard de Nerval. LA RESPONSABILE: – Il Faust ha sempre rotto le palle a tutti, solo che non si può dire, e Gérard de Nerval non lo conosce nessuno, tranne me, e solo perché una mia amica che ci ha fatto la tesi su questo Nerval – o forse era Féval, o Borel, insomma uno di quelli.
Di tutt’altro genere è il rapporto fra il critico teatrale e l’arte drammaturgica. Quando sente i primi stimoli a generare l’opera, il critico predispone le cose con cura. Di solito invita la Drammaturgia in una sua casetta delle vacanze. Il programma prevede un soggiorno salubre e distensivo che favorisce la procreazione. Passeggiate e conversazioni. Per la verità, parla quasi sempre lui, lei sorride molto e risponde a monosillabi. (Sospetto inconfessato che quella Drammaturgia sia decorativa ma un po’ scema). Dopo la cena, lei si corica presto e si addormenta subito. È allora che il critico drammaturgo entra nella sua stanza, siede accanto al letto e la contempla. Per un attimo si chiede se sia il momento di saltarle addosso, ma ci ripensa; il vero piacere del critico teatrale è la pregustazione; mentre i suoi occhi accarezzano le curve dormienti della Drammaturgia, egli si prefigura la conferenza stampa, il saluto dell’assessore alla cultura, gli incontri promozionali col pubblico, le discussioni sulla grafica della locandina e sul programma di sala. (Chi lo scriverà? Lui stesso? Sarebbe la cosa migliore, ma per eleganza lo si dovrà chiedere a un collega critico – certamente un cretino, si spera che sia almeno un cretino amico). Al risveglio, brusca metamorfosi del critico. Subito dopo la prima colazione, la Drammaturgia viene caricata in fretta su un taxi e spedita. Basta coi titillamenti teorici, bisogna mettersi subito al lavoro per promuovere l’opera – non importa se non è stata ancora scritta, non sarà difficile concepirla; la Dram- maturgia sembra un tipo maneggevole, basterà girarla delicatamente su un fianco senza nemmeno svegliarla, e non si accorgerà di niente. Il critico sente che deve attivarsi subito, per la prossima stagione rischia di essere già troppo tardi. Se lo vede lì davanti, il suo copione bambino, su quelle due gambine stecchite, mentre guarda smarrito i copioni palestrati di tutti gli altri critici teatrali, vincitori di premi, sponsorizzati da attori famosi, blindati da oscure lobby teatrali.
Quando si riprende dallo sgomento, è disposto a tutto, anche ad affrontare il labirinto di un bando teatrale del Ministero.
Capitolo terzo Nel quale si annuncia un’impresa poco interessante e molto faticosa.
O fosca notte, o notte tanto notte! O notte che ti mostri sempre notte Quando giorno non è. O notte, o notte! Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, Atto V, Piramo
Come sempre avviene, anche quell’indomani era giunto. Prima di scendere per l’appuntamento con Genesio Calcaterra mi affacciai alla finestra e vidi la Serata tutta intera, ancora da incominciare, smisurata, molto più larga della strada, così che il suo muso veniva a schiacciarsi contro il portone di casa. Era una Serata squamosa, dagli occhi di gelatina che si vedevano solo quando apriva le grandi palpebre con fatica, come durante una digestione difficile. Il dorso si era gonfiato quasi fino all’altezza del primo piano, e lì sulla sua sommità, a cavalcioni, mi aspettava Genesio Calcaterra, critico e drammaturgo.
Vista da vicino, la Serata si rivelò più puntuta che non dalla finestra e dovetti scorticarmi mani e ginocchia per salire sul suo dorso. Calcaterra mi aiutò a issarmi dietro di lui e conficcò i talloni nei fianchi molli. La bestia avanzò un primo passo lento.
Col mio potere diabolico solleverò i tetti delle case, e voglio che malgrado le tenebre della notte il loro interno si mostri senza veli ai suoi occhi Alain-René Lesage, Il diavolo zoppo
Quando cala il buio, negli abitanti della città insorge il timore di essere assaliti da una morte tutta personale, su misura, che si annida nel loro appartamento. C’è quella che si nasconde dietro le tende della camera da letto e aspetta il momento in cui il morituro si infila sotto le coperte per tormentarlo con palpitazioni e stilettate in tutto il corpo accanendosi sulla corteccia della colpa; questa zona, la più paradossale del cervello, reagisce in modo imprevedibile e a volte provoca un decesso che può sembrare naturale. Altre morti si appostano negli angoli meno romanzeschi delle case, come la cucina o il ripostiglio delle scope; qualcuna riesce a rannicchiarsi sotto il lavello, fra i detersivi e gli stracci, e lì aspetta che il candidato vada a bere un bicchier d’acqua fra un programma e l’altro della tv per infilarlo nella sua grande tasca di buio e dileguarsi dal ballatoio. Per sottrarsi a questi agguati, gli abitanti più fragili della città escono quando il sole incomincia a spegnersi; soprattutto i più giovani, che nutrono una speciale avversione per la morte, si disperdono per le strade guidati da uno sbando febbrile; tutti rimbalzano contro tutti, e per sincerarsi di essere ancora vivi incominciano a baciarsi e toccarsi, oppure a insultarsi e picchiarsi, come se quella fosse l’ultima notte che cala sulla Terra, l’ultima occasione per vendicarsi sugli altri di ciò che il destino ha negato a ciascuno, o per arraffare un trancio di quella torta colorata d’amore e di bene che, bambini, copiavano dai libri di scuola e che è rimasta sempre e soltanto una promessa menzognera. La bestia allungava svogliata un arto alla volta. Dalla sua sommità, guardavo la sequenza dei dehors che erano spuntati a pochi centimetri uno dall’altro, così da formare un unico tubo digerente ingorgato di corpi; attraverso le vetrate si leggevano gli sfioramenti dei nasi, gli aggiustamenti dei capelli dietro le orecchie, lo schiudersi delle bocche per bere, per ridere, per mostrare le cavità orali, e soprattutto le lingue, il boccone più segreto. Nessuno di quei profughi notturni faceva caso al grande organismo semovente che li sfiorava con noi due sulla groppa; se una sola di quelle quattro zampone avesse deviato di un metro, i vetri dei locali si sarebbero polverizzati in un’unica fricassea di bottiglie, clienti, tavolini e salatini. Ma i profughi notturni non ci facevano caso, sapevano di essere destinati a un’altra fine: erano la rana che tutte le sere doveva incontrare il serpente nell’infinita lentezza della città; a quell’ora il grande rettile aveva appena incominciato a inghiottirli; si sarebbe dovuta consumare quasi tutta la notte prima che fossero interamente digeriti. Solo verso mattina si sarebbero sciolti nel sonno che rigenera la vittima e la prepara alla serata successiva.
GENESIO: – Li vedi? Il progetto di cui ti voglio parlare riguarda anche loro. Soprattutto loro. IL NARRATORE: – … GENESIO: – Bisogna portarli a teatro. IL NARRATORE: – Io li lascerei dove sono, senza immischiarmi. GENESIO: – Bisogna portarli a teatro o sarà la fine; non dico della civiltà occidentale… quella ce la siamo giocata da un pezzo… e nemmeno la fine del teatro che è in agonia da quando è morto Strehler… Dico un’altra fine che si sta annunciando… Certamente noi, con l’età che abbiamo, non la vedremo …
Mi guardava ridacchiando come per rispecchiarsi assurdamente in me.
GENESIO: – È così, caro mio, noi due a quell’epoca chissà dove saremo…
Faceva la faccia della salma virtuosa che dopo aver saldato ogni debito col mondo si gode lo spettacolo dei convenuti intorno al suo catafalco: i figli, la Storia del Teatro, l’Impegno Civile, l’editore Morando che doveva ancora pagargli una traduzione, tutte le Recensioni in gramaglie, l’Associazione Critici Teatrali… Fra i dolenti non c’era alcuna traccia della moglie. Sopraffatta dal dolore? Esausta, si era accasciata anzitempo sullo stradone della vita? Oppure, donnina ancora vivace, si era sfilata dalla vedovanza svicolando per una statale dove l’aspettava un’auto a motore acceso? Sapevo poco di Genesio e di più non volevo saperne. Per un po’ tacemmo, la bestia non aveva bisogno di essere guidata.
1 aprile. A. è seduto nei giardini del Lussemburgo. Non lontana, una giovane, anch’essa seduta, legge. A. la guarda. La desidera. Ma non può fermarsi. A. si alza e se ne va. Arriva B. che si siede dove era seduto A. Guarda la giovane donna che continua a leggere. La desidera. A. e B. sono lo stesso uomo che è seduto là: A., che fino a poco fa osservava e desiderava la giovane donna, assomigliava molto più a B. (che osserva e desidera la giovane donna), di quanto non assomigli a se stesso, ora, che sta camminando per strada pensando a tutt’altro. Allo stesso modo, anche B. assomiglia molto più ad A. quando era seduto al suo posto, di quanto non assomigli a quel se stesso che camminava per strada, prima di mettersi a sedere ai giardini del Lussemburgo. Ciascuno di noi vive sotto molte identità, che sono le stesse per tutti.
Éric Chevillard, L’Œuvre posthume de Thomas Pilaster, Éditions de Minuit
Cretide era molto brava a raccontare storielle e sempre pronta ai bei giochi, e molte ragazze di Samo la cercavano. Era simpatica e chiaccherina. Ma ora lei dorme il sonno a cui tutti siamo costretti.
Che racconta un viaggio del quale il Narratore non riesce a fornire prove certe.
Non si può vedere ciò che non è. Così chi narra il passato non narrerebbe certamente il vero se non lo vedesse con l’immaginazione. Agostino, Le confessioni, XI
Passavo sempre più tempo in casa. Aprivo una finestra solo quando il fumo delle sigarette diventava troppo denso. Mi sembrava impossibile che quello spazio circostante fosse stato, un tempo, di mia proprietà; gli esemplari che continuavano ad atterrare da chissà dove lo avevano reso irriconoscibile. Qualcuno mi diceva: «Perché non li fai sbattere fuori? Non ci vuol niente, basta una telefonata. Articolo 64, violazione di proprietà privata.» «Ci penserò», dicevo, ma non era vero. Mi immaginavo la scena. Le camionette della polizia. Gli esemplari afferrati per le braccia e per i capelli che si divincolavano gridando: – Quale proprietà privata? Si fa presto a dirlo, deve dimostrarlo! Il buon senso dei poliziotti: – Questo è vero. Può esibire il contratto d’acquisto? – Credo di sì, ma dovrei cercarlo. – Strano modo di custodire i documenti, un contratto d’acquisto non è lo scontrino di un bar. Ci risentiamo quando l’avrà trovato. Sarebbero ripartiti di malumore, senza sirene. Eccitati dalla vittoria, gli esemplari avrebbero danzato, spogliandosi e ostentando le loro escrescenze giovanili, più turgide e scarlatte del solito. Una prova del genere era molto al di là delle mie forze, così il contratto d’acquisto non lo cercai mai. Oggi, dopo tanti anni, non sono sicuro di essere stato il legittimo proprietario di quel terreno, ma non ho nessuna voglia di accertarlo; quando un bene non c’è più, che importanza ha sapere se e in quale misura l’abbiamo posseduto? Presto scoprii che non stavo affatto male chiuso dentro casa. Per qualche mese indossai dei tappi antirumore, mi aiutavano a riflettere. Doveva esistere, ne ero certo, una stagione perduta, molto lontana da quella degli esemplari, alla quale desideravo ritornare cancellando tutti i periodi successivi: le salette dei drammaturghi, gli anni della scrittura nella Grande Azienda e soprattutto i fuochi senili del teatro. Mi figuravo che i reperti di quella stagione fossero raccolti in un unico luogo, certo non in una biblioteca (il loro interesse letterario era nullo); forse erano finiti nel museo poco interessante di una località sconosciuta, di quelli sempre sul punto di chiudere per mancanza di visitatori ma che alla fine rimediano un piccolo finanziamento in nome di un presunto interesse antropologico.
Ci sono tanti musei immaginari quanti sono gli autori (ma non sono altrettanti quanti sono i visitatori?) Stéphane Audeguy, Un musée imaginaire
Di questa immagine del museo, sempre più insistente, parlai al Dottore. Fu un’imprudenza, me ne accorsi subito, ma da quando si era insinuato nella mia vita dovevo trovare qualche spunto per alimentare la terapia. L’argomento lo eccitò. – Bene, siamo a una svolta! La ricerca del museo è già uno stimolo. Prepari subito le valigie. Inseguire un pensiero è il genere di viaggio di cui lei ha bisogno in questo momento. Non mi dica niente, so già; la prospettiva di partire senza una meta prefissata le provoca angoscia, vero? Ragione di più per andare. Deve smetterla di considerare l’Ignoto come una divinità cieca e demente che dispensa punizioni a casaccio. Gli parlai con fermezza. Era inutile che si eccitasse così, non sarei partito. Quel viaggio avrebbe comportato un gran traffico di biglietti e traghetti, di prenotazioni e pensioni, di sveglie all’alba e di barbecue accompagnati da noiose nenie etniche, di mercati col pesce e senza il pesce, di appostamenti sotto la luna senza motivo. Sapevo che l’avrebbe presa male. – Peccato, lei spreca una bella occasione per uscire dal suo bugigattolo interiore e aprirsi ai grandi spazi. Vede, la fisiologia umana è molto simile a quella del mare; in ciascuno di noi c’è tutto un periodico su e giù – chiamiamolo così per semplificare. Quando si sente montare l’onda del desiderio bisogna approfit- tarne e salpare subito. – Una specie di surf. – Diciamo così, sempre per semplificare. – Beh, io non ho sentito nessuna onda, era solo un pensiero come un altro. – E da dove crede che nascano i pensieri, se non dal desiderio? Si rende conto? Finalmente è salita la marea, e una voce dentro di lei, la sua voce, che le dice: «Alzati e vai! Perditi, se necessario. È il momento!» La assecondi. – Io questa voce non l’ho sentita. – Certo, se lei non si ascolta non potrà mai assecondare niente. Faccia come le pare, rimanga nel suo stanzino buio, con il pianto e il rimpianto. Infine, non sono fatti miei. Ci vediamo giovedì. Invece il giovedì seguente non andai, e nemmeno quelli successivi.
Non diversamente da certi sogni che ci accompagnano anche dopo il risveglio, quel viaggio immaginario era diventato permanente. Lo potevo leggere e rileggere come se fosse già avvenuto. Le sequenze si sviluppavano da sole, una dopo l’altra, con una facilità che mi sorprendeva. L’arrivo in un paesucolo anonimo appena spolverato di Medio Oriente. La ricerca. Di che cosa? – … Le musée…?, avevo chiesto. Il tabaccaio del paese non si era neanche voltato e aveva continuato a tirar giù la serranda: – Y a pas de musée, ici. Perché parlavano in francese? Tutti, me compreso. Si mascheravano. Gli indigeni pativano l’inconsistenza del luogo, io quella del viaggio che mi aveva portato lì. La prima settimana. Le notti soffocate sotto il tetto di un rifugio che non si poteva chiamare albergo, a qualche chilometro fuori dall’abitato e gestito da una vedova. I giorni dispersi nella ricerca di un tesoro che, se l’avessi trovato, si sarebbe rivelato solo imbarazzante. Avrei poi scoperto che la vedova era stata allontanata dal paese per una vicenda oscura riguardante il marito; l’avrebbe evocata lei stessa durante i lunghi dopocena all’ombra di una bottiglia verdastra, un distillato oleoso di erbe fatto in casa, forse non immediatamente letale ma capace di distruggere i visceri di un uomo in qualche anno di convivenza. In quei racconti lo sposo fantasma si affacciava tra il fumo delle nostre sigarette. Era stato un attore di cui si era infatuata molti anni prima, da ragazza, nell’età stupida, la prima volta che era andata a teatro. Lui l’aveva sedotta per come portava la divisa sulla scena. Subito dopo un matrimonio lampo, si era rivelato per quello che era, un topolino dai baffetti pretenziosi, anche ben fatto, ma tutto bagnato e smarrito nel mondo. «Non si dovrebbe mai scartare il cioccolatino», ripeteva la vedova succhiando il suo veleno vegetale. Avevo poi finito per trovarlo, il museo. In paese non lo chiamavano in nessun modo, dicevano: «Ah, là-bas!», stupiti e un po’ sospettosi che qualcuno fosse venuto da fuori per visitare quel niente. Avevano ragione. Il fabbricato a due piani era giallino e insipido come quelli che i geometri costruiscono d’impulso, poi si chiedono: «E adesso cosa ne facciamo?».
Un uomo anziano e massiccio venne a presidiare la porta d’ingresso. Trascinava la gamba destra e si appoggiava a un bastone. Era seccato. Forse l’avevo interrotto mentre era impegnato a sistemare un cadavere dentro un baule o in una faccenda del genere. «È lei il custode?» Improvvisamente la gamba prese a fargli male. Se ne lamentava con una vocina da guitto che recita la parte del vecchio. «Il museo è aperto?» Sempre lamentandosi, mi guardò come un insensibile; le mie gambe erano tutte e due sane… cosa potevo capire? Feci per andarmene. «No, aspetti!» I dolori erano improvvisamente scomparsi. Se ne poteva parlare. Non esistevano né orari né biglietti, sarebbero stati inutili visto che prima di me non si era mai presentato nessun visitatore. – Io sarei il primo? – L’unico. Dovevamo trovare un accordo privato, a quattr’occhi. Dalla somma che mi estorse, una banconota sull’altra, dedussi che era un professionista, pregiudicato per una serie di reati finanziari. Appagato, mi fece segno che potevo salire. Naturalmente non sarebbe salito, per via della gamba.
L’immagine percepita e l’immagine creata sono due istanze psichiche assai differenti e ci vorrebbe una parola apposita per designare l’immagine immaginata. Gaston Bachelard, La Terra e le fantasticherie della volontà
La sala d’ingresso. Forse qualche tinteggiatore magrebino aveva dato una ripulita alla buona in tempi recenti; forse il sindaco se li era trovati davanti con i loro fagotti e i loro bambini smunti che avrebbero turbato gli indigeni. Da uomo timoroso, più che di cuore, aveva disposto che gli venissero dati pennelli e biacca, e poco importava se erano analfabeti della tintura, non dovevano mica affrescare la chiesa. Ma nemmeno un’impresa specializzata sarebbe riuscita a eliminare l’umore del già vissuto stagnante nelle stanze. Sotto quelle pennellate rudimentali affioravano dei personaggi che mi ero lasciato indietro da più di mezzo secolo. Figure collaterali uscite di scena senza mai esserci davvero entrate – ma il marginale e l’inutile riaffiorano sempre, con la tenacia delle tappezzerie che invecchiano attraversando le generazioni. Erano proprio sgorbi, non avevano nemmeno la delicatezza ipocrita dei fiori da parete: poveri volti tirati giù in fretta come se il Tempo, colto dalla frenesia di finire tutto subito, li avesse sparsi qua e là senza nessuna attenzione alla cronologia, alle affinità, ai rapporti che potevano aver collegato quelle esistenze irrilevanti.
Sala uno. L’impresario Scanavino Nonostante i tratti approssimativi, riuscii a decifrare il volto dell’impresario Scanavino. Lo avevo conosciuto sul finire della carriera, quando si occupava esclusivamente della moglie, la pianista Andorra, la cui grazia tondeggiante, rivestita della peluria impalpabile di certi bruchi, s’imperlava mentre eseguiva la Polacca opera 53 di Chopin, l’Eroica. Portava sempre i capelli biondi tirati violentemente all’indietro e li faceva mordere da un fermaglio di duro argento, così che non si scomponessero mai, nemmeno quando saltava sullo sgabello per aggredire i tasti dall’alto con gli accordi che scolpiscono il tema a martellate: pam-pampàm… (pausa: /8) … pappapappapappampàm… (pausa: 1/8) … e così via. L’impresario Scanavino se ne compiaceva accucciato accanto alle colonnine impero del pianoforte; non ci pensava neanche a farla esibire in pubblico, nemmeno in una sala parrocchiale. Se la teneva in casa: tanto più giovane di lui, voleva che razzolasse solo sullo strumento domestico, così paffuta, apparentemente così poco artistica – era il suo piacere segreto contemplare la forma ovoidale della moglie e strizzarla dopo cena con due dita, così che schizzasse fuori il martellato di Chopin tutto per lui. Quando l’estasi a due incominciava a diventare noiosa, Scanavino apriva le porte a qualche piccolo nucleo familiare compresi anche i bambini – erano un fastidio, ma gli sembrava che la loro presenza avrebbe inibito nei padri la concupiscenza per la sua Andorra. Tuttavia sottovalutava la lussuria dei piccoli. Io posso testimoniare di essere stato iniziato all’erotismo musicale, a otto anni, proprio da quell’Eroica, una volta che i miei genitori avevano deciso di portarmi con loro a un dopocena pianistico. Fino a quella sera non conoscevo il desiderio – di un essere umano, dico. Un attimo prima di iniziare, l’Andorra in persona si era chinata sulla mia piccolezza e mi aveva mormorato: «Dimmi la verità, io ti piaccio?.» Più che una domanda, era stato un alito di mentolo uscito da due labbra socchiuse. Me lo ero figurato? Guardai di nuovo. La bocca si era messa a parlare con non so chi. Nel dubbio, mi ero sentito precettato a seguirla per sempre, probabilmente fino alla dannazione, mi dissi. Alla battuta 8, la pianista, piegata sulla tastiera, mi aveva sbirciato dal basso. Era la conferma della nostra relazione. Alla battuta 13 credetti di ricordare delle figure di donne pomeridiane senza vestiti disseminate in grandi stanze semivuote. Se ne stavano appoggiate sopra vecchi divani imbarazzati mentre la Fecondazione si aggirava per le stanze; la si percepiva dall’odore, ma le donne non ci facevano caso; se ne stavano dentro i loro nudi bianchi come una piccola colonia di anellidi impegnati a contarsi le pieghe, e quell’indolenza mi eccitava più di qualunque invito – nel bambino, niente provoca la vertigine come l’immobilità cedevole della donna. Il Tema si rovesciò su di me poco dopo, alla battuta 18, inaspettato. Il famoso martellato dell’Andorra (e anche di Chopin, certo). Era un’onda che cancellava le prime diciassette battute e sgretolava l’intero l’uditorio maschile: uomini di buona stazza, mica scriccioli, gente concreta, ben piantata sulle gambe e nella Società, primari che fatturavano un centinaio di appendi- cectomie l’anno; avvocati che reggevano con una mano i fallimenti e con l’altra le aste giudiziarie; imprenditori che si tenevano il sindaco nelle tasche insieme agli spiccioli – improvvisamente il Tema li aveva tutti trasformati in tanti cuoricini smarriti fra le trine del Sentimento come le piccole segretarie dei loro studi che deridevano e desideravano. Poi l’Andorra non guardò più nessuno, tanto meno me. Navigava nelle alte quote rimbalzando sullo sgabello impero; di lassù, poteva solo intuire la nebbia dei desideranti. Sorrideva. A se stessa, non a loro. Quel distacco era la sua vittoria e il suo premio. Anche gli applausi del dopo Eroica non li sentiva; l’intimità con Chopin l’aveva lasciata tutta sconnessa. Ansimava – mi venne in mente – come quando si fa la lotta tra ragazzi; ci si rotola per terra digrignando e ridendo per arrivare insieme a quello sfinimento oltre il quale si intuisce che esiste uno sprofondo cui si tende senza raggiungerlo mai. Il marito Scanavino s’interponeva fra la moglie e gli adoratori con le braccia un po’ larghe così come si fa con uno svenuto che ha bisogno d’aria. I maschi soppesavano quel corpo femminile abbandonato sul pianoforte. Si scambiavano occhiate che non riuscivo a decifrare – strano, perché ero maschio anch’io, ma forse lo ero da troppo poco tempo, mi dicevo. Accanto a me qualcuno commentava: «Bisogna dire che il suo incontro con Chopin è stato una svolta decisiva.» «Sì, è un’artista che ha trovato il suo autore.» Sul viso dell’Andorra ritornava il colore. I suoi occhi si guardavano intorno smarriti con l’aria di chi chiede: «Dove siamo?» Qualche anno più tardi, leggendo i primi romanzetti sen- suali, nei quali lo scintillio degli occhi femminili permaneva per qualche minuto dopo l’amplesso, avrei ripensato all’Andorra che si era lasciata possedere pubblicamente da Chopin per la gratificazione di tutti, compreso il marito. Dopo dieci minuti, il corpo della pianista era ritornato intatto alla sua banalità di base; si muoveva fra gli invitati con la disinvoltura crudele delle brave padrone di casa, decantava il buffet, rideva con questo e con quello. Mi sembrava incomprensibile che l’Eroica, dopo avere devastato me, non avesse lasciato nessuna traccia su di lei. Non eravamo fatti l’uno per l’altra. Sapevo che la pianista avrebbe continuato la sua tresca con Chopin, ormai era scritto. Con me, certamente aveva chiuso.
Nel suo esilio, Casanova diceva a chi voleva ascoltarlo: «Io sono Casanova, il falso Casanova.» Henri Michaux, Conseils
Dopo l’esibizione della moglie, l’impresario si abbandonava a una poltrona damascata verde, soddisfatto come un patrizio veneto che presenta la sua nuova mantenuta agli amici. L’Andorra stava semisdraiata su un bracciolo. Contemplandola, il marito scopriva i denti, era il suo modo di sorridere, ma anche la minaccia – ci avrei giurato – che se la sarebbe fatta più tardi. Rivedendo la scena, credo che lo Scanavino avesse gli anni che ho io oggi, quindi ai miei occhi di bambino sembrava sconveniente che un vecchio fosse così lascivo con la moglie. La dentatura dell’impresario era importante, fuori misura, come progettata per una bocca di due taglie più grandi della sua – di qui una fama di pescecane mordace che doveva aver pizzicato chissà quanti reggiseni e mutandine. Ma erano fantasie dei suoi scritturati. (Da quando i tiranni sono scomparsi dal repertorio teatrale, gli attori ne inventano sempre delle versioni aggiornate per il loro bisogno di subalternità). Temendo di essere respinto, l’impresario ci andava cauto con le attrici: si concedeva qualche incontro fra le scrivanie con le più abboccone, e subito dopo si ritraeva, licenziandole. Solo qualche volta, in gioventù, era uscito dalle mura dell’ufficio esponendosi pubblicamente a tutti i rischi della donna, ma le sue avventure erano state poche, almeno rispetto a quelle dei colleghi impresari.
Sala due. Le amanti dell’impresario Scanavino. Alda Rovani, (190-1997) Feci fatica a identificarla. Stava sulla parte bassa della parete, vicina alla presa della corrente. Per me che l’avevo conosciuta, quegli sgorbi erano ingenerosi; la Rovani vivente non aveva quel nasone da strega; era un po’ grifagnona, ma tutti la consideravano riposante, almeno rispetto alle sue colleghe in tournée – infatti qualche attore, stanco del solito poker dopo lo spettacolo, aveva esplorato l’oasi della Rovani e si era trovato bene – purtroppo, dopo i primi tempi, aveva scoperto che tutto quel comfort preludeva a un accasamento duraturo. Soprattutto per questo, il soggiorno di Scanavino nell’oasi non superò il gennaio del 195 (l’ingresso essendo avvenuto nel novembre dell’anno precedente).
Isabella Benzoni (1941 – ?) Era spuntata dal nulla in una produzione del 1969, La signorina Julie. Scanavino ce l’aveva un po’ con Strindberg perché qualche mese prima lo avevano costretto a vedere Verso Damasco. Tre ore e mezza sulla conversione di San Paolo. Fortunatamente, in quella Signorina Julie Strindberg si era dato una regolata, durava non più di un’ora e mezza. E poi c’erano seduzione, carne, notte, sottomissione. La Benzoni, così nera di suo, era già nella parte. I capelli, gli stivaletti pieni di bottoni, l’ombretto, la calzamaglia, le labbra. Tutto nero: «Come la sua anima», sperava Scanavino dentro di sé. Fuori, sorrideva per farsi coraggio. Gli piaceva soprattutto la scena in cui la contessina sottometteva il servo Jean. JULIE– Fai un brindisi per me! (Jean esita) Ma come, un maschio grande e grosso e così timido! JEAN – (s’inginocchia, come recitando una parodia scherzosa; leva il bicchiere) Brindo alla mia regina! JULIE – Bravo! – Baciami anche la scarpa, così la scena sarà perfetta! (Jean esita, poi afferra audacemente il piede e lo bacia con grazia) Ottimo! Avresti dovuto fare l’attore!
L’incontro decisivo con la Benzoni avvenne nel camerino di lei. Scanavino conservò a lungo il ricordo di una donna alta infilata in una tuta nera con una gualdrappa di agnelli gettata sulla schiena, alla pastora. Un attimo dopo le presentazioni, la Benzoni si era accasciata a terra in preda a un’emicrania molto rara che richiedeva l’intervento immediato del balsamo di tigre, scatoletta rossa. Timoroso di tutto ciò che aveva a che fare anche alla lontana con la morte, l’impresario dovette impegnarsi in un massaggio d’emergenza. I gemiti dell’attrice, il grasso della belva che gli sfrigolava sotto le dita surriscaldate e i denti della tigre sulla scatoletta rotonda lo intrappolarono in un’avventura da cui sarebbe uscito solo dopo due anni, con qualche cicatrice.
Lidia Occhipinti (1938-2017) A Scanavino parve subito perfetta. Non sapeva per che cosa, perfetta e basta. I particolari del viso erano lavorati con precisione iperrealistica, la voce ben modulata – ecco, forse un po’ troppo modulata: manteneva sempre un alone tremulo, come se provenisse da un chiostro o da una cripta. La componente democristiana dell’impresario se ne compiaceva, ma dopo qualche minuto quei rintocchi conventuali gli guastavano le fantasie. Decise che l’avrebbe laicizzata e le affidò la parte di Belisa ne L’amore di don Perlimplìn. Erano gli anni in cui Garcia Lorca andava molto; quella sensualità inzuppata nel lirico sembrava al pubblico una sciccheria che faceva passare in secondo piano la noia del testo. Per l’occasione fu scritturato Rodolfo Gamerra, un regista giovane ma già praticone che aveva messo in scena un Boccaccio con Tamara Baroni. Prima delle prove, Scanavino aveva parlato chiaro: «Con un testo così pesante, bisogna puntare sul fisico della Occhipinti… Questa Belinda è una che mette le corna al vecchio marito fin dalla prima notte. A parte la poesia, questo è il succo, quindi diamoci dentro, senza arrivare al nudo integrale, natural- mente…» Il Gamerra aveva recepito. Già durante il prologo la Occhipinti, muta, mostrava un mezzo seno fuori dalla finestra. L’impresario sentiva che le fantasie gli ritornavano. Ma alla battuta “Amore, amor! Tra le mie cosce strette guizza come un pesce il sole!” tornava anche il tremulo conventuale, così quel pesce finiva per ricordare tristemente i cristiani delle catacombe. La relazione con la Occhipinti durò sei mesi scarsi, fino a quando lei lasciò la compagnia per andare a interpretare Paul Claudel a San Miniato.
Alma Privitera. (1950…). Una mattina del luglio 1976, in seguito alle insistenze del suo segretario, Scanavino si era ritrovato a una rassegna di teatro d’avanguardia. In auto, nonostante, il caldo d’agosto, l’impresario aveva quasi sempre dormito. Si era risvegliato in un piazzale fra il cittadino e il paesano che lo aveva innervosito – gli pareva che la semplicità di quelle facciate così umili e gialline dovesse nascondere una trappola. In fondo al piazzale, i tubi innocenti e le assi di un palco in allestimento. Sulla destra, un’aiuola troppo colorata, di quelle che le amministrazioni progressiste curano con maniacalità ideologica. In mezzo all’aiuola, un irrigatore ruotava con moto sindacale semicircolare. Davanti all’irrigatore, una ragazza si faceva nebulizzare. Di malumore com’era, Scanavino l’aveva scambiata per un cespuglio. In effetti, i capelli della ragazza, molto corti e neri, le stavano piantati sulla testa tutti dritti. «Che peccato!», pensò quando si accorse che era una donna. Un peccato e uno sfregio architettonico; senza il padiglione superiore della capigliatura, tutta la volumetria della ragazza era compromessa e la bocca risultava troppo sbilanciata in avanti. Fu con molta cautela che l’impresario salì sul verde scivoloso dell’aiuola. (Confronto Scanavino/ragazza che si qualifica come attrice provvisoria di una compagnia sperimentale presente alla rassegna, forse il Camion di Carlo Quartucci. Cosa vuol dire attrice provvisoria? Chiarimenti. Lei si dedica anche alla danza, alla fotografia, al documentario, alla body art, ecc. Amici internazionali di tammuriata e di performance. Irrequietezza. Addormentarsi a Metaponto e svegliarsi a Zagabria. Le labbra parlanti. Falso racconto autobiografico della ragazza. Disagio di Scanavino costretto nel suo completo di lino bianco ingessato. Irrealtà mattutina del piazzale deserto e del palcoscenico incompiuto. Metallico avanti e indietro dell’irrigatore che allude a una sessualità robotica.) UNO DEI DUE: – Hai la macchina? LA RAGAZZA: – Ho una cinquecento qui fuori. Scanavino è sorpreso: se la ragazza ha risposto, deve essere stato lui a formulare la domanda. È la logica del dialogo. I dialoghi sono pericolosi, lo ha sempre pensato; qualunque idiota è capace di iniziarne uno, ma poi bisogna sostenerlo. Pausa. L’impresario dice la prima cosa che gli viene in mente. – Andiamo? – Dove? – Dove vuoi, non ha importanza. L’asfalto finisce quasi subito. Il paesaggio diventa selvatico. Arriva lo sterrato con i ciottoli che rimbalzano sulla carrozzeria grigio usato. Poi la terra nuda, screpolata dal sole zotico. La cinquecento esita. Si ferma. Era quella l’avanguardia? Scanavino se lo chiedeva. (Quel posacenere di cicche schiacciate. Quel cambio di caramello trasparente. Quell’essenziale fatto di soli gesti. Quell’elefantino rosa oscillante dal portachiavi. Quelle mezze nudità che scappavano fuori dai vestiti.) «Non credi che qui potrebbero vederci?» Senza interrompersi, Alma lo guardò con un’occhiata simile a quelle con cui Eduardo annichiliva durante lo spettacolo gli attorini freschi d’accademia (secondo la leggenda). I famosi tempi scenici di Eduardo. E anche di lei, a quanto pareva. Poi rise (l’Alma), senza interrompersi. Nei mesi seguenti, quando Scanavino si trovava a Roma per i suoi maneggi teatrali, la cinquecento di Alma spuntava davanti a qualche ministero. – Ah, sei qui… – Ma sei tu che mi hai telefonato! – Già, è vero. Lei entrava nella scatolina grigia con un salto. Lui stentava ad aprire lo sportello, era impicciato dalla cartella di cuoio, dall’impermeabile, dall’ombrello. Lei pensava che l’unica nota sexy di lui era la goffaggine. Lui si diceva che quella era l’ultima volta. Gli uscieri lumaconi guardavano le gambe dell’Alma da sotto le visiere ministeriali e seguivano la macchinetta fino a quando non veniva inghiottita dagli squali del traffico romano. Ma era diventata un’altra storia, senza più tracce d’avanguardia, infatti le serate si concludevano sempre al ristorante. Il Narratore entra in una minuscola sala d’attesa con un divanetto di velluto identico a quelli sparsi nei corridoi dei vecchi teatri, accanto ai camerini. Ha sempre patito i camerini e le visite agli attori. Soprattutto alle attrici. – Un momento, sono nuda… Interno del camerino, dopo qualche secondo. Orsetti (di péluche), braccialetti (indiani scaramantici), foto (di bambini anonimi, forse nipoti – niente figli, ma è stato meglio così). Le vestaglie a ramage troppo ampie. Il contorno inutile delle bocche ormai prive di rossetto, quelle davvero nude, con qualche nuovo solco a ogni tournée. Salì il figlio del filibustiere: bisognava chiudere. Così di punto in bianco? E perché no? Mancando un orario, non c’era nessuna ragione di stare aperti – d’altra parte la stessa esistenza di quel luogo era irragionevole. Scesi la scala e uscii sul piazzale. Nelle altre stanze avrei trovato solamente attrici della collezione Scanavino? Qualcuna l’avevo conosciuta ancora in vita, ma molte erano soltanto nomi, fantasime di quel racconto che va accumulandosi sera dopo sera a ogni morte di spettacolo. Cosa può restare delle attrici e degli attori privati del teatro? Poca cosa. Una catasta di corpi mescolati a una massa di amministratori, sarte, registi, truccatrici, addetti ai magheggi con l’assessora, direttori di scena, macchinisti. Forse fra i tanti detriti umani c’era anche qualcosa di me, ma vai a trovarlo in un mucchio di quelle dimensioni. Incominciai a pensare al ritorno e mi resi conto che non è facile andarsene da un luogo immaginato. Dobbiamo aspettare che la fascinazione si esaurisca, cosa che può richiedere un tempo molto lungo, più lungo di quello che ci resta da vivere. Stabilito che il ritorno non dipendeva dalla mia volontà, tornai a quella camera in affitto che chiamavo il mio albergo. La Vedova aveva da fare. Lo ripeteva sempre che aveva da fare, mentre mi voltava le spalle e scendeva nel fazzoletto maleodorante dell’orto. La studiavo dalla finestra. Non si ammazzava di fatica; dava un’annaffiata di malavoglia a qualche pianticella e scavalcava il bordo di una smisurata vasca in cemento che sorgeva dietro le file delle insalate. Apparentemente la ispezionava, ma senza impegno, come chi abbia perso qualcosa e sollevi un angolo del tappeto solo per scrupolo, sicuro che sotto non c’è niente. La Vedova guardava molto più lontano, lo si capiva quando accendeva una sigaretta e incominciava a fissare un punto indeterminato oltreconfine. Sentendosi osservata, faceva gli occhi radiosi come le attrici dei film sovietici; in questa versione non la sopportavo proprio, quindi rientravo e andavo a sedermi nella poltrona accanto alla finestra. Secondo lei, di lì si vedeva il mare, ma solo in certi giorni, bisognava stare seduti e aver pazienza – credo che fosse un’invenzione ad uso dei turisti, dei quali non c’era mai stata l’ombra, a parte me. A volte, quando rientrava, le dicevo che l’avevo visto. LA VEDOVA – Che cosa? IL NARRATORE – Il mare. LA VEDOVA – Che stupidaggine! Oggi è il ventidue marzo. IL NARRATORE – E il ventidue marzo non si può vedere? LA VEDOVA – No, in certi giorni è tecnicamente impossibile. Nei mesi seguenti riprovai altre volte. Non era mai la data giusta. – Non cerchi di barare, con me casca male. Gliel’ho detto, ci vuole pazienza, quindi stia seduto e aspetti. Che poi vedere il mare non è tutta questo granché. Una volta che l’ha visto, cosa cambia? Se invece un giorno il mare arrivasse fin qui… questo sì sarebbe straordinario. Potrebbe anche succedere, no? La Vedova tornava spesso su questa fantasia del mare; dalla finestra mi illustrava come tutto il paesaggio sarebbe stato ridisegnato. Il porticciolo. I ristorantini. I cinquantenni asciutti e le loro ragazze con le schiene nude. Le ali bianche delle barche a vela (banditi i motori, niente suburra arricchita). L’andirivieni degli intellettuali inglesi (no russi, no americani). Gli onori di casa li avrebbe fatti lei. Nonostante l’età, certo. Lei. Ma non con quel vestitino da tutti i giorni, dovevo immaginarla infilata in un caffetano bianco écru lungo sino alle caviglie, con un filo di corallo rosso acceso al collo. Nessun altro gioiello. Lei. Non era impresa da affidare a una di quelle ventenni al silicone, strafatte di coca. Un pomeriggio, dopo aver succhiato una metà di quel suo liquore di erbe, la vedova prese la bottiglia e mi condusse nella grande vasca di cemento, proprio dentro. Sottolineò la circostanza eccezionale. «Non è mai venuto nessuno, qui.» La vasca era uno sterrato polveroso interrotto da qualche pozza dalle quale schizzavano le ranocchie. LA VEDOVA – È bello, vero? IL NARRATORE – Un po’ umido. LA VEDOVA – Lasci perdere i dettagli, va tutto sistemato. Lo spazio, dicevo. Fa venire molte idee, non trova? L’unica idea che avevo era di andarmene. Mi chiedevo se e quando io e quel luogo senza nome ci saremmo stancati uno dell’altro, quindi lasciati.
Le sue cose da bambino lo irritavano: aveva ficcato i giocattoli in un armadio a muro nel corridoio, stipandoli sino a schiantarne le parti più delicate; aveva squartato mezza dozzina di animali impagliati e seppellito stuoli di soldatini in fosse comuni nel giardino. Implorando che gli rifacessero la stanza. Altrimenti se la sarebbe rifatta da solo. Aveva assillato la madre durante le loro cene solitarie (cibi surgelati accompagnati da ottimi Bordeaux), chiedendole di liberarlo dai balocchi sospesi al soffitto e dai dinosauri sul copriletto, di liberarlo dai colori vivaci alle pareti, di sostituire la cassapanca da bambino, la libreria da bambino, le lampade da bambino, e di far spazio agli emblemi della sua germogliante virilità, tipo i poster di giocatori di baseball che già aveva malamente appiccicato qua e là per nascondere il carattere infantile di quella ridotta. Quel paradiso infantile avrebbe ceduto il posto al paradiso degli uomini, cioè il paradiso delle ghiandole endocrine, dei brufoli e delle creme antibrufoli, il paradiso dell’oggettizzazione delle donne, il paradiso delle seghe circolari e della pubertà e degli esplosivi fatti in casa, il paradiso dei fucili ad aria compressa e dei giornaletti porno e degli improvvisi cambiamenti d’umore e degli alcolici bevuti di nascosto. Sua madre propendeva sì per ridipingere la stanza, però color lavanda, con grande irritazione di Dexter, il quale (stando alla rievocazione di Mavis Elsworth dopo il fatto) sosteneva che il lavanda fosse il colore dei f-f-f-finocchi, M-m-mamma, delle c-checche.
Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo di una flussione d’occhi, che lo tormentava da parecchi anni. Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e finì col chiedere giustizia. Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima parte al racconto: s’intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello. A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi. Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro: – Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione.
Capitolo decimo che dimostra come non sia facile liberarsi del teatro
Col passare degli anni, molte persone e molte cose finiscono per sembrarvi così buffe e irrisorie che le guardate con l’occhio del bambino. Patrick Modiano, Nel caffè della giovinezza perduta
Gli effetti della disillusione sono proporzionali alla grandezza d’animo del soggetto disilluso; per Foscolo, Beethoven, De Musset, Goethe (tramite Faust) e molti altri, le rispettive disillusioni si tradussero in una nuova e vitale creatività. La mia disillusione non trovò una sua forma espressiva. Praticai per qualche tempo la malinconia, ma non ero portato e dovetti smettere. Frequentavo sempre più svogliatamente il teatro. Per vincere la noia (ecco, forse l’unica vera conseguenza della disillusione), mi concentravo sui particolari irrilevanti degli spettacoli; un paio di scarpe ridicole che pretendevano di essere del XVIII secolo grazie a due fibbie indorate con lo spray; l’occhiata storta di un attore alla collega entrata con un attimo di ritardo; una valigetta dimenticata in mezzo alla scena. Come negli ultimi giorni degli amori più tristi si studiano i particolari dell’altro per provocare in noi una repulsione disonesta che ci induca ad andarcene, così mi stavo allontanando dal teatro ignorandone deliberatamente il senso e i segni per concentrarmi sulle sue epifanie più meschine. Il mio distacco non passò inosservato. Un Direttore di teatro lo scambiò per una tardiva maturità; gli parve che, dopo tanti anni di teatro inconsulto, io avessi messo la testa a posto nonostante fossi già piuttosto vecchio. Nel mondo dello spettacolo, così come ovunque, i vecchi vengono normalmente evitati. A volte, un regista un po’ dandy sale nella soffitta degli attori dismessi e quando ne trova uno ancora in discreto stato lo restaura e lo ricolloca sul mercato come un’anfora romana di modesta fattura ma nobilitata da un pedigree di duemila anni. Quasi sempre la critica si intenerisce. Tutti credevano che fosse morto, invece il tempo, le rughe, l’artrosi deformante, le cataratte lo hanno trasformato in un grande attore. E pensare che negli anni Cinquanta faceva il boy di Wanda Osiris. Al cinema, aveva recitato con Totò (era il barista che serve il cappuccino nei “Tartassati”) con Steeve Reeves e Sylva Koscina (“Le fatiche di Ercole”, schiavo della regina delle Amazzoni), e con tanti altri, mostrando sempre una grande duttilità: tartaro stupratore con la coda di cavallo incollata sul cranio rasato, tassinaro che porta Belinda Lee, usciere ministeriale strapazzato da Mario Carotenuto, contadino della bassa padana in “Novecento”. Adesso recita Re Lear. Indecifrabili sentieri del teatro. Mea culpa collettivo: come abbiamo potuto trascurare un simile interprete per tanti anni? Con un po’ di fortuna tirerà le cuoia in scena al quarto atto mentre declama: «Vieni, andiamo in prigione. Noi due da soli canteremo come uccelli in gabbia.» Invece il restauro dell’autore vecchio è meno frequente e dà minori soddisfazioni. Nessuno si è mai chiesto se sia morto o vivo, quindi non si può festeggiare la sua resurrezione. Nel mio caso, quando mi presentava, il Direttore del teatro aggiungeva sottovoce: – Ha attraversato le stagioni dell’avanguardia. – Ah, ecco… – Quella degli anni Sessanta e Settanta… – Mmm… Annuivano e continuavano ripetere “Ah, ecco…” e “Mmm…”. Intanto pensavano ad altro. Cosa voleva dire attraversare le stagioni? Mi guardavano i denti come si fa coi cavalli. Cercavano di attribuirmi un’età. Comunque c’era qualcosa di poco chiaro. A incominciare da quella Avanguardia imprecisata. Appartenevo a un racconto lontano e sbiadito – forse anche prestigioso, come si definisce tutto ciò che ci annoia. Per alcune stagioni, il Direttore riservò dei piccoli spazi ai miei spettacoli nel cartellone del teatro. Mi ero procurato cinque sgabelli e li avevo fatti dipingere di grigio. Erano la mia scenografia. Non diversamente da quanto succede nel mondo, anche in teatro la povertà ha i suoi estimatori. Sempre che si tratti di una povertà certificata e coerente; alcuni ottimi mendicanti si rovinano la reputazione perché all’ora di pranzo si fanno sorprendere dai loro benefattori in un bar mentre mangiano un tramezzino con gamberetti e maionese – costa esattamente come il suo omologo col salame ma fa una cattiva impressione, peggio ancora se è accompagnato da un bianco frizzante. La povertà dei miei allestimenti, così ostinata e ripetitiva, destò l’interesse di un piccolo nucleo di spettatori. Credo che venissero a teatro solo per curiosità: come avrei disposto gli sgabelli nel nuovo allestimento? Quando nella piccola sala si riaccendevano le luci, mi avvicinavano sorridenti come chi ha compiuto un gesto moralmente encomiabile. Dopo qualche tempo, insieme agli spettatori abituali comparvero in platea esemplari molto più giovani. Si sedevano con le gambe aperte per mettere in mostra gli inguini dei pantaloni elaborati, merlettati, con passamanerie sgargianti e applicazioni fluorescenti. Alla fine dello spettacolo non esprimevano niente, se non il desiderio di uscire al più presto per radunarsi in uno dei loro locali. Erano, come seppi in seguito, i nuovi attori, registi e drammaturghi creati dai bandi teatrali che le banche promuovevano a pioggia. Io le avevo sempre temute, le banche. L’eccesso di alluminio. Il linguaggio bifido degli impiegati. Il clima ospedaliero. Invece, le nuove banche ci tenevano a mostrare di avere un cuore, e per di più sensibile al teatro. Infatti avevano creato delle incubatrici in cui facevano crescere tanti piccoli avannotti dello spettacolo; bastava che fossero sotto i trentacinque anni e potevano partecipare a un bando che aveva “ I sottotrentenni correvano avanti e indietro nei teatri ridendo e spintonandosi, in una confusione di stivaletti, di sciarpe, di ciuffi, di sottovesti, di Borsalino declinati al femminile e di volant che spuntavano sotto barbe selvatiche. Quell’allegra confusione aveva contaminato anche i ruoli; tutti facevano tutto; mentre recitavano scrivevano un testo con la mano sinistra e intanto si occupavano dell’organizzazione, e stavano alla cassa, la sera dello spettacolo, e declamavano una poesia strappando i biglietti d’ingresso. In breve, gli avannotti si svilupparono, uscirono dalla nursery e incominciarono a riprodursi – velocemente, poiché erano molto giovani e fertili. Le banche, per nulla preoccupate da quell’inflazione, moltiplicarono i bandi. Le generazioni si accorciarono, oramai duravano solo qualche mese, e ogni generazione era sconosciuta alla precedente e a se stessa. Mentre le stagioni filavano via sempre più veloci, i miei spazi nel cartellone teatrale si restringevano di anno in anno. Io li presidiavo all’antica. Passeggiavo avanti e indietro lungo i confini, ma era inutile; le stagioni, spinte dal vento, lasciavano cadere spore di teatranti che avevano raccolto chissà dove. Quando uscivo, la mattina, ne trovavo sul terreno sempre di nuovi. Alcuni se ne stavano sparsi qua e là come avanzi di una battaglia che si era consumata durante la notte. A prima vista potevano sembrare dei morti, invece respiravano, si muovevano, parlavano, ma solo fra loro, perché quando mi avvicinavo giravano la testa. Altri erano più difficili da individuare perché non appena toccavano terra si confondevano subito col paesaggio; così, durante le mie ricognizioni, quando mi fermavo per bere a una fontana, scoprivo che si trattava di un esemplare appena arrivato e già perfettamente mimetizzato. Come i finti morti, anche questi esemplari camaleontici non mi rispondevano mai, nemmeno quando li smascheravo. Si trinceravano dietro la loro nuova identità e mi guardavano come per dire: «Che vuoi da me, non lo vedi che sono un rastrello?» (oppure un erpice, un irrigatore). Rimanevano perfettamente immobili e mi seguivano con gli occhi mentre mi allontanavo e appena ero fuori tiro si sgranchivano e si disarticolavano con una sguaiataggine che offendeva il panorama; più di una volta avevo fatto dietrofront e li avevo beccati: l’albero si era stravaccato sul muretto, la carriola si massaggiava i piedi, l’irrigatore fumava appoggiato al pozzo. Incominciai a diradare le ricognizioni, finché non vi rinunciai del tutto.