




IV Parte
Capitolo I
Nel quale si succedono alcune metamorfosi che l’autore accetta senza indagarne troppo le cause.
e la fine di tutto il nostro esplorare sarà di giungere donde partimmo
T.S.Eliot, Attratti da questo amore, alla voce di questo richiamo
Ero poi riuscito a tornare in quel Paese assente dalle carte geografiche. In che modo non saprei dire. Forse era più vicino di quanto pensassi, così vicino che mi era bastato scavalcare una linea sottile senza accorgermene, come in quel gioco; come si chiamava? La Campana, ecco. Una decina di caselle disegnate col gesso sulle quali dovevamo saltellare come giovani gru su una gamba sola. Non ero mai riuscito a capire le regole, così finivo sempre sui numeri sbagliati. Le bambine ridevano.
Tanti anni dopo, eccomi di nuovo spaesato.
Non riuscendo a ricostruire il mio itinerario, mi sentivo come chi non è né andato né tornato; evidentemente esistevano un qui e un là che giocavano a prendermi in mezzo; si rincorrevano, si accapigliavano, si fondevano in uno e subito si separavano per ricominciare.
Cosa volevano dirmi con quel rimpiattino dispettoso?, che il viaggio me lo ero figurato io e che invece stavo girando come un vecchio fuori di testa e di età in groppa al cavallino di una mia giostra tutta personale?
Quando entrai nel soggiorno della pensione la Signora alzò appena gli occhi dall’ultimo numero di Harpers Bazaar che stava sfogliando:
– La chiave è lì sullo scaffale…
Come se io fossi l’addetto al contatore del gas.
Ho detto La Signora perché subito mi resi conto che non avrei mai più potuta vederla e nemmeno pensarla come La Vedova. Dalla sua pelle incrostata di lacrime e liquori fatti in casa erano scomparsi i peli ribelli, le verruche, le scrofolette e i grappoli di vescicole multicolori come i palloncini del tiro a segno.
Solo un racconto magico poteva spiegare una metamorfosi così radicale. Provavo a ricostruirne la trama: durante la mia assenza La Vedova era definitivamente affogata nella palude del suo scontento; quel fango doveva avere straordinarie proprietà terapeutiche, perché la morta non solo era resuscitata, ma si era reincarnata nella Signora che adesso sfoggiava l’epidermide luminosa di un’antica teiera giapponese.
Tanto per dire qualcosa, le annunciai che la mattina dopo sarei andato al museo.
La Signora richiuse spazientita la rivista:
– Ancora con questo museo!…
Diede un’occhiata a un piccolo Baume&Mercier quadrato: – È l’ora dell’ufficio stampa.
Sorrise. Chiamò, in la maggiore:
– Berta… Louise … Nina… Chantal… Katia…
Entrano in ordine sparso: un abitino a volant, una t-shirt a coscia, un pigiama con bretelle, un top con pizzo più gonna a palloncino, un leggins skinny in tulle più canotta a orlo e smerlo, una mini denim più giubba militare, un pantaloncini vita elastica più camicetta fantasia pitone.
La Signora emerge da un lungo caffetano écru che la slancia – e non di poco, avrà guadagnato almeno una decina di centimetri rispetto a quando era La Vedova.
Niente gioielli, solo un giro di coralli rosso sangue intorno al collo.
Lo staff è riunito in uno spazio operativo protetto da una parete di vetro. Sequenza (per me) priva di audio.
Soggetto della sequenza: le pubbliche relazioni.
Pantaloncini e Mini denim sono ai telefoni. Leggins skinny le fotografa. T-shirt digita. Abitino a volant e Top con pizzo si baciano. Buffa idea. Ridono. Leggins skinny è contrariata perché ha perso quello scatto prezioso. Chiede alle due di ripetere. Non accontentata, fa il broncio. Mini denim fotografa il broncio e invia subito. Tutte si fotografano mentre fanno il broncio. Invio. Pantaloncini stappa una bottiglia di vino. Leggins skinny strabuzza gli occhi. T-shirt la fotografa. Strabuzzano tutte. Si passano velocemente la bottiglia. Bevono a collo. Rivoletti di vino e saliva. Risate. Foto e invio. Abitino a volant fa la faccia ubriaca. Tutte ridono e si fotografano con la faccia ubriaca. Invio. Pigiama con bretelle fa il segno di I love. T-shirt le storce il dito mignolo. Pigiama fa la smorfia della bambina che piange. Foto e invio. La sequenza acquista velocità. Capelli (una ciocca sopra le labbra a fingere un paio di baffi). Nasi (deformati da un dito che li spinge all’insù oppure esplorati da altri diti tra smorfie di disgusto collettivo). Bocche (a papera, a culo di gallina, alla “vieni che ti faccio vedere come si bacia”). Lingue (alla Einstein, alla fragola, alla porno).
La Signora controlla i like sullo schermo del computer. È soddisfatta, sembra che tutto questo stia piacendo molto.
– Piacendo a chi?
– Al mondo, no? – che domanda!
Qualche giorno dopo, mi avrebbe detto, en passant (da quando si era trasformata nella Signora, parlava quasi sempre en passant):
– Una bella squadra, sono fiera del mio staff, tutte laureate in Scienze della Comunicazione.
– E cosa comunicano?
Pausa incredula.
– La Comunicazione! Ha presente? Ma dove vive lei?
Tutto era cambiato, anche la pensione aveva una sua tristezza nuova, me ne accorsi dopo cena. Niente confessioni all’ombra delle bottiglie di liquori casalinghi, niente racconti, niente malinconie, niente rievocazioni del marito morto in circostanze oscure. La Signora svolazzava con le Louise e le Chantal del suo staff e ogni mezz’ora ringiovaniva in modo preoccupante. Intorno alla mezzanotte, di fronte a me c’era un crocchio di ginnasiali di quelle che ridacchiano e additano i maschi raggruppati contro la parete opposta.
Poiché l’unico maschio presente ero io, cercai conforto nella notte che circondava l’edificio.
Dev’essere mezzanotte. Meno cinque minuti. Si dorme.
Jules Laforgue, Veglia d’aprile
Quando uno esce nel buio per rigenerarsi, questo buio dovrebbe essere abbastanza vuoto, così da assomigliare anche vagamente al nulla. Invece lo spazio intorno alla pensione era in gran parte occupato da una struttura di forma indecifrabile alta una ventina di metri. Lo schieramento dei ponteggi e delle gru diceva che era destinata a crescere chissà quanto.
Che senso aveva un’opera ciclopica con pretese futuribili in un paese dove non capitava mai nessuno tranne me? Rientrai e mi misi a letto. Ogni poco mi alzavo, andavo alla finestra, spiavo.
Il grande embrione di cemento era sempre là. Dormiva tranquillo, lui.
Il mattino viene a deflagrare nella mia camera molto presto.
È una sinfonia di betoniere che grufolano, di carpentieri che canticchiano “Se ce mettimme a fa’ ammore”, di elevatori che fanno uuuh, di muratori calcificati che cristonano con gli avventizi, di bulldozer con la voce catarrosa dei vecchi aeroplani.
Il primo sole esalta la superficie di un enorme parallelepipedo bianco, come se nella notte un architetto avesse calato una corazza luminosa sul grande embrione rendendolo top secret – pensavano che avessi visto già troppo?
Da una terrazza privata, la Signora assapora il bordello dissonante che fa tremare la sua creatura:
– Niente di tutto questo esisterebbe senza di me.
Lasciate ch’io vada a rintracciare la vita passata per risuscitarmi da questa morte presente.
Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, LIII
Tarda mattinata. Il piazzale davanti al museo è abbandonato a una polvere senza rimedio. Non aiuole, non pavimentazione, non segnali stradali, non lampioni, non passanti, nemmeno vecchie rotaie arrugginite a testimoniare che un tempo qualcuno era transitato da quelle parti.
Alla desertificazione del piazzale è scampata solo un’anziana, dignitosa panchina verde sulla quale sta seduto un gatto imbronciato, anche lui con un piede nella pensione. Sono assortiti bene, hanno l’aria di due che s’incontrano tutti i giorni alla stessa ora per un tacito appuntamento e restano lì al sole senza aprir bocca, perché le parole le hanno finite da un pezzo.
Mi siedo anch’io con cautela, in punta di panchina; nessuno mi ha invitato e non vorrei spaventare il gatto, il quale proprio non mi vede nemmeno, ha altro per la testa, e devono essere pensieri fastidiosi di denaro, di scadenze, di grane familiari. Ogni tanto si volta, dà una occhiata al museo che sta alle nostre spalle e tira moccoli molto simili a quelli degli uomini.
L’avversione del gatto per il museo è anche la mia. Guardo la facciata sgradevole come un ufficio postale. Mi vedo mentre ripercorro ancora una volta le stanze con i graffiti delle attrici morte scoprendone di nuove con altri reperti di spettacoli in decomposizione ormai illeggibili.
Non sarebbe stato piacevole. Lo sapevo, ma mi dicevo che era necessario attraversare ancora una volta quelle stanze se volevo archiviarle una volta per tutte. Insomma, concludevo virilmente, ci sono degli appuntamenti col destino ai quali non ci si può sottrarre.
Come quando ripescano una salma nelle acque del lago: tre mesi fra le alghe a venti metri di profondità sono tanti, ci vuole l’occhio di un familiare stretto.
– Pronto, signora C*?… Qui è ancora il comando dei carabinieri… Ho chiesto conferma al maresciallo; mi dispiace, ma la sua presenza è indispensabile per l’identificazione… Passiamo a prenderla fra mezz’ora.
Mentre la signora C* si riveste (sono le quattro del mattino), il suo strazio si incrocia con una domanda: sarà in grado di riconoscere il corpo del signor C*? È un pensiero fra l’assurdo e l’empio che non può condividere con nessuno, tanto meno con i carabinieri. Cosa ne sa lei di quel corpo? Da molti anni il signor C* le è sempre apparso già vestito e confezionato entro giacche doppiopetto o monopetto, maglie girocollo e pantaloni, felpe, cappotti, salopette blu; la signora C* conosce quel guardaroba capo per capo, potrebbe scriverne l’inventario completo, dalle camicie, ai calzini, alle mutande, tutto, invece sul corpo nudo del signor C* teme di fare scena muta come una studentessa che ha preparato solo la lezione del giorno; Odoacre lo sa tutto a memoria, ma le guerre puniche chi se le ricorda?
Cerca di riepilogare il corpo del marito. Le vengono in mente solo immagini molto parziali; due braccine scarne che sbucano da una canottiera bianca, un pezzo di gluteo fuoruscito dallo slip, qualche visione del pube del signor C* mentre s’infila l’accappatoio dopo la doccia, ma sono fotogrammi rari e vedovi perché di solito suo marito si chiude in bagno a chiave.
C’era stato un tempo in cui i signori C* dormivano nudi anche d’inverno e quando si svegliavano scendevano dal letto e andavano in cucina così com’erano. Per una coppia agli inizi la cucina è un teatro anatomico ricco di imprevisti; le carni giovani, così compatte e sicure di sé, si frammentano in un buffo caleidoscopio e si moltiplicano sugli acciai del tostapane, della caffettiera, dei coltelli inox. È un modo nuovo di riscoprire il corpo dell’altro fuori dalle solite lenzuola, nuovo e anche divertente, come quando il signor C* si avvicinava ai fornelli per punzecchiare le salsicce e il suo pene finiva per trovarsi proprio all’altezza delle fiamme. Allora la signora C* rideva come una matta mentre gridava: «Cosa fai? Guarda che se te lo abbrustolisci non mi piace più!», e cose simili – una volta si scompisciò fino ai singulti quando lui se la mise sulle ginocchia e prese a sculacciare il suo sedere fresco di sposa con una luganega ancora calda.
Ma le risate si erano spente da tanto tempo, e alla signora C* quel tempo sembrava molto lontano, ormai consegnato a un’epoca mitica sempre più incerta.
Le salsicce, insieme con le uova e a tutte le altre cose buone, erano uscite dal menù della prima colazione, sostituite dalle fette biscottate e dal miele d’acacia. Anche i fuochi erano spenti; niente più minacciava il membro del signor C* e il sedere della signora C* che si aggiravano per la casa protetti da un pigiama di cotone a strisce e da una vestaglia in pura lana con farfalle. Per qualche anno la signora C* patì nel silenzio la mancanza delle grigliate e delle luganeghe. Un mattino, si rese conto che quella mancanza era venuta meno, che mancava della mancanza e che non cercava nemmeno più di ritrovarla. Quello stesso mattino, il signor C*, dopo aver fatto presente che era finito lo yogurt magro, osservò: «Cos’hai, non ti senti bene? Oggi mi sembri un po’ smorta.» Da qualche minuto la signora C* era ipnotizzata dal processo di decomposizione dell’Orzoro in grande tazza filettata di rosso, e intese un po’ morta. Mormorò: «Sì, lo credo anch’io». Alzò la testa. Di fronte a lei, un vecchio maligno annegava nel latte una formella di Weetabeex.
Si è rivestita alla meglio. È pronta. Seduta in entrata con la borsa sulle ginocchia, aspetta i carabinieri. Sentirà la sirena in avvicinamento? Le metteranno una mano sulla testa prima di farla entrare nella volante? Dove avverrà il riconoscimento, sulla riva del lago o all’obitorio? Domande oziose che fanno schermo a quella più impegnativa: come si presenta oggi, 26 gennaio, alle quattro e mezza del mattino, la salma del signor C*? Una formella di Weetabeex impiega meno di un minuto per sciogliersi in un liquido – come si trasforma un corpo umano dopo tre mesi sul fondo di un lago?
La signora prende una decisione, riconoscerà qualunque cosa. Anche se i carabinieri le mostreranno un grumo informe di un metro e settanta, dirà: «Sì, è mio marito.»
Si chiede se sarà così orribile.
È sola, la casa è vuota. Dietro i vetri è spuntata un’alba antipatica che le volta le spalle con ostentazione, figurarsi se la ascolta. È sola, quindi si può rispondere sinceramente. No, non sarà orribile. Grottesco, semmai. Identificare un corpo che le è estraneo da più di vent’anni.
Quando la signora C* mi raccontò la notte del rico- noscimento, la mia prima reazione fu egoistica: «Questo a me non potrà capitare; privo di congiunti come sono, non mi verrà mai chiesto di identificare nessuno.» Non pensavo che un giorno sarei stato chiamato a un confronto più difficile di quello della signora C*, riconoscere per un’ultima volta i resti dei miei spettacoli. L’utero sfibrato del palcoscenico. Ero scivolato giù senza neanche accorgermene. Per andare dove? In cerca di una Scrittura che fosse capace di camminare da sola, una pagina dopo l’altra, senza le stampelle delle voci, dei corpi, delle luci ruffiane e di tutto l’armamentario del teatro.
– Insomma, un romanzo», mi era stato detto sbrigativamente.
– Non esageriamo, avevo risposto.
Guardai l’orologio. Era inutile tirarla in lungo. Mi alzai dalla panchina.
Fu allora che il gatto si voltò verso di me. Aveva scoperto che esistevo. Mi fissava come i paesani dei borghi selvatici guatano i turisti: «Con tutti i bei posti che ci sono, cosa gli è saltato in mente di venire nel nostro buco schifoso! Capaci che hanno anche i soldi. Che coglioni.»
Non è facile sostenere lo sguardo di un gatto, io per lo meno non ero abituato.
Un lungo fischio venne a incrinare l’imbarazzo.
Era un richiamo sguaiato, volgare, che avrebbe fatto imbestialire anche il cane più bonario, figurarsi un gatto. Un esemplare un po’ fumantino avrebbe cercato il fischiatore per dargli una buona ripassata di unghie, invece il gatto della panchina era uno di quegli introversi che si tengono tutto dentro. Consultò il sole, constatò che era già mezzogiorno e venti, crollò il capo, scese dalla panchina e si avviò a passi lenti verso il museo. Strascicava le zampe come un detenuto alla fine dell’ora d’aria. Stringeva il cuore. Mi ricordò un amico di una certa età che aveva appena sposato una ragazza di vent’anni più giovane. Era entusiasta della nuova vita coniugale, rimanevano solo alcuni punti da perfezionare. «Per esempio», mi confidò, «prima di rientrare a pranzo e a cena devo prendere venti gocce di Lexotan.»
Mi incamminai verso il museo. Il gatto se ne accorse, appiattì le orecchie, partì di corsa e infilò il suo sportellino personale ritagliato nel portone.
Dai battenti pendeva un avviso scritto in uno stampatello incerto: “Chiuso per restauri interiori”.
Ne fui sollevato come uno studente davanti alla scuola distrutta da un incendio la mattina del compito in classe, poi subentrò la rabbia. Quel cartello idiota era senz’altro un’iniziativa personale del custode.
Presi a battere i pugni sulla porta strepitando: avrei fatto rapporto al sindaco e il filibustiere sarebbe stato cacciato; in un paese di anime senza presente né futuro, quella miseria di museo era comunque una risorsa, non poteva perdere il suo unico visitatore per colpa di un vecchio che rubava il denaro del popolo.
Da una finestra aperta del primo piano si affacciò il gatto. Mi guardava come si guarda un ubriaco notturno, con fastidio e compassione. Sospirò e chiuse lentamente le persiane.
(Continua)
Leggi le puntate precedenti:
1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
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9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata
12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/
13ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23477&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=1c1693b818&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
14ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23497
15ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23526

Una frase che mi ha davvero colpito, nell’Infinito istante è: «Dorothea Lange è sempre stata desiderosa di scoprire e rappresentare la dignità umana. […] Il pericolo di un simile approccio è che le persone possano essere ridotte alla loro dignità», anche se non sono sicura di aver davvero capito. Potrebbe spiegarmi?
Sì, la dignità è ciò che resta, secondo un certo calcolo estetico, quando tutto il resto viene tolto. Ma in realtà spesso c’è ben poca dignità nella posizione in cui si trovano le persone. Penso che sia simile a qualcosa che diceva uno scrittore palestinese sugli appelli all’“umanità”; lui pensava che gran parte dell’essere umano venga divorato ogni giorno da una rabbia cieca, indicibile, per ciò a cui è sottoposto, ed è stato sottoposto, ad esempio, il popolo palestinese. Ora, a noi piace restringere l’idea di “umanità” alla compassione, alla cura, al senso di giustizia e così via, ma io preferisco la sua idea onnicomprensiva di cosa significhi essere pienamente umani: magari bruciare di rabbia per il modo in cui queste nozioni possano essere strumentalizzate in manovre ideologiche più ampie.
Leggi l’intero articolo. https://www.labalenabianca.com/2023/09/25/intervista-geoffdyer/

Un giorno, Mosè andò dal rabbino del villaggio e gli disse: – Rabbino, ho sentito una parola nuova della quale ignoro il significato. È la parola «alternativa». Cosa vuol dire? Il rabbino ci pensa su e risponde: – Mosè, torna domani con l’atto di proprietà che hai sulla riva del fiume e risponderò a questa domanda. L’indomani, Mosè torna. Ha con sé l’atto di proprietà. – Bene, dice il rabbino. Adesso tu andrai al mercato di Radom, e tornerai con due conigli, un bel maschio e una femmina giovane. Il giorno dopo, ecco Mosè con i due conigli in una gabbia. – Bene Mosè, adesso ascoltami bene. Tu andrai a recintare il terreno vicino alla riva del fiume, là dove la terra è più morbida, e sistemerai i conigli. Fra qualche mese, avrai venti coniglietti, ne venderai la metà al mercato, e investirai il denaro della vendita nel terreno attiguo che recinterai. Alla fine dell’anno, avrai comprato il terreno che costeggia il fiume fino al ponte e sarai l’uomo più ricco del villaggio. Continuerai il tuo commercio, gli investimenti, comprerai tutti i terreni sulle due sponde del fiume e quelli a valle fino al villaggio di Brentsk e sarai uno degli uomini più importanti della regione. Sposerai la giovane Sara – mi sono accorto di come la guardi, Mosè, non negarlo – dunque, tu sposerai la giovane Sara e farete due bei figlioli, un bambino e una bambina. Intanto, tu avrai continuato ad allevare le tue migliaia di conigli, a venderli sui mercati di Radom, di Piotkrow, di Kativice, e sarai ricco, molto ricco. I tuoi figli cresceranno, la ragazza incomincerà a frequentare un medico di Lublino, il ragazzo incomincerà i suoi studi a Lodz. E allora, Mosè… – Allora, rabbino? – Allora, ci sarà una piena del fiume, una inondazione incredibile, tu perderai tutto, i terreni saranno spazzati via, i conigli annegheranno a migliaia, tu andrai in rovina, tua moglie ti lascerà maledicendo la tua imprevidenza, i tuoi figli rifiuteranno anche di rivolgerti la parola, e finirai alcolizzato e senza un soldo come un povero mendicante. Ecco quello che succederà. – Ma, rabbino. Non ho capito. Tu dovevi spiegarmi il significato di «alternativa». Il rabbino rifletté un istante e disse: – L’alternativa, Mosè? L’alternativa è l’anatra. Sì, Mosè, è semplice: l’alternativa, è l’anatra.
Hervé Le Tellier, Assez parlé d’amour, Le livre de poche

Carla Lonzi ha vissuto molte vite, pur in una vita piuttosto breve. È stata prima una critica d’arte, poi una femminista, una saggista e una poetessa. Ma è stata anche una filosofa riluttante che, con una formazione accademica completamente diversa, a 39 anni decide di intitolare il suo brevissimo e folgorante debutto teorico Sputiamo su Hegel, bersagliando il Filosofo per eccellenza. Oggi, a più di cinquant’anni dalla sua prima edizione, il testo è tornato in libreria per La Tartaruga, con la curatela di Annarosa Buttarelli. Il ritorno di Lonzi era più che mai atteso: dopo l’edizione di Gammalibri del 1982, pubblicata all’indomani della morte dell’autrice, l’unico modo per leggerla era scovare uno dei rari Libretti verdi di Rivolta, la piccola produzione editoriale del gruppo di Rivolta femminile. Per la sua difficile reperibilità – e anche grazie a un titolo indimenticabile – Sputiamo su Hegel è diventato un libro per cui è giusto scomodare un aggettivo spesso usato a sproposito, iconico.
Leggi l’intero articolo: https://www.liminarivista.it/comma-22/sputiamo-su-hegel-carla-lonzi-la-filosofa-riluttante/?fbclid=IwAR23R8aEFwfuxMh9oI17hDVxHhCxfA_fmbgrC1y_ApcZUah3PIVfsDBMf-Y

Signor Goldfein, rispose Charlie Dubin, sono un buon cameriere. Trascrivo senza errori le ordinazioni, e le porto subito dalla cucina. Non voglio essere un comico di vaudeville. Non mi chieda di comportarmi come Pat Rooney o Smith e Dale. Se i clienti vogliono il vaudeville, vadano a teatro. Sei licenziato, disse il padrone.
Bernard Malamud, Le vite di Dubin, Minimum classics,
Traduzione Bruno Oddera, Giovanni Garbellini

III parte
Capitolo I
Nel quale un incontro casuale diventa molto impegnativo
C’è un’intesa segreta fra le passate generazioni e la nostra. Noi siamo stati attesi sulla terra
Walter Benjamin, Angelus Novus
Se avessi avuto una moglie sarebbero sorti dei malumori; un convitato immateriale ma invasivo come l’ombra di quel Clemente Calcaterra che mi ero messo in casa (colazione, pranzo, cena) avrebbe fatto scricchiolare qualunque ménage. Certe notti si infilava anche nei miei sogni, così dovevo alzarmi per tornare a leggere le uniche due raccolte delle sue poesie che avevo trovato in biblioteca (ne esistevano altre, ma erano irreperibili).
Se avessi avuto una moglie, ne ero certo, l’avrei tormentata con le mie congetture su quel piccolo autore sepolto e dimenticato da decine d’anni – pure e semplici congetture, perché, non sapendo quasi niente di lui, lo creavo un giorno dopo l’altro; ma non mi stava riuscendo bene, era acido, faceva il sostenuto e forse si lavava poco. Un pomeriggio, durante il caffè, una moglie avrebbe mostrato i primi segni di nervosismo.
UNA MOGLIE: – Senti, riusciamo a non parlare di questo Calcaterra per mezz’ora? Non capisco cosa ti ha preso. Fra l’altro, dici che le sue poesie sono brutte.
IL NARRATORE: – Non ho detto brutte, ho detto: poco interessanti.
UNA MOGLIE: – Sono così poco interessanti che ci passi sopra le giornate e le nottate, te ne rendi conto?
Troppo complicato da spiegare.
Certi pensieri nascono afflitti da una gracilità congenita; fin dalla prima occhiata abbiamo la certezza che rimarranno sempre così, bozzoli gelatinosi senza forma e senza futuro; non per questo smettiamo di accudirli e di crescerli come i pensieri ben riusciti, ma non ci verrebbe mai in mente di mostrarli in pubblico, tanto meno a una moglie ipotetica. Un bozzolo di pensiero non è sempre un bel vedere; come niente, questo le avrebbe fatto troppa pena oppure troppo schifo.
(«Cosa fai, adesso me lo metti anche sotto il naso? Portalo via, per favore!»)
La mia attrazione per Clemente Calcaterra doveva rimanere clandestina; io per primo non ne capivo molto ma non volevo indagare, mi faceva compagnia e me la tenevo addosso come uno di quei malesseri che ti danno la piccola illusione di non essere solo.
Col Clemente si era in due per modo di dire. Lui se ne stava bello morto e sistemato nella sua porziuncola di Novecento, io ero messo molto peggio: avevo un piede nel nuovo millennio ma tutto il resto di me era sbilanciato sul XX secolo; bastava un piccolo smottamento e volavo giù, non c’erano santi: tutte quelle sue poesie mi distraevano, erano pericolose, oltre che inutili: più le rileggevo, meno riuscivo a distinguerle l’una dall’altra, come le collegiali di Santa Marta che incrociavo da bambino: camicia bianca, gonna blu e mantella nera («Vedi?, sono le orfane», mormorava mia madre); io sbriciavo cercandone qualcuna carina, ma la Morte, oltre che sui genitori, aveva messo il suo copyright anche sulle figlie; non c’era niente da leggere in quelle creature destinate a fare le comparse nella solenne messa in scena del Lutto.
Le poesie del Calcaterra non erano propriamente orfane, ma figlie di un padre anaffettivo come lo sono tutti i padri con la mania della riproduzione: delle loro creature non gli importa granché, ma sono contenti quando le vedono riunite tutte insieme, una volta all’anno, sotto il tiglio, al grande pranzo di Ferragosto.
Per Clemente, la nascita di una nuova poesia era un atto quasi fisiologico, dunque poco interessante. «Mi vengono da sole, io non devo fare altro che scriverle.» Fortunatamente per lui, viveva anche ore appassionate, ore lunghe, passava interi pomeriggi a riordinare i suoi versi con la pignoleria un po’ infoiata del collezionista di soldatini. Anziché in brigate, reggimenti e compagnie, le raggruppava in sezioni, che è snervante perché le poesie tendono alla vaghezza e all’insubordinazione. Solo dopo molti dubbi, riesami e interventi disciplinari l’opus era formata in tutti i suoi organi e pronta per essere consegnata, sotto forma di dattiloscritto, alla Storia letteraria, Ufficio accettazioni.
Sul funzionamento di questo ufficio Clemente si interrogava spesso: perché certi autori venivano accettati ed altri esclusi? Rimaneva un mistero venato di ingiustizia, ma era fiducioso.
«In fondo», si diceva, «che cos’è la Letteratura? Tutto ciò che è stato scritto e conservato nelle biblioteche», e poiché alcuni bibliotecari amici avevano inserito qualche sua raccolta nella sezione di poesia contemporanea, pensava che la Storia letteraria, messa di fronte al fatto compiuto, le avrebbe acquisite senza tante istruttorie.
Era quindi morto serenamente.
Un’uscita di scena esemplare, anche se eccentrica, secondo i pochi testimoni.
Mentre i medici allargavano le braccia e borbottavano i loro rosari di malaugurio, Clemente si faceva qualche calcolo: quattro copie delle sue raccolte erano state inviate per legge alle biblioteche nazionali di Firenze e di Roma; altre erano conservate in quelle comunali sparse sul territorio: il calcolo delle probabilità garantiva che nei successivi dieci, venti, cinquant’anni (non c’era fretta) qualche habitué delle sale di lettura sarebbe inciampato nelle sue poesie. Quanti? Impossibile azzardare una cifra, ma era poi così importante?
Più che alla vita eterna – sulla quale, in quanto diacono, aveva molto meditato – i pensieri di Clemente si rivolgevano ai suoi lettori di là da venire; non erano ancora nati ma già li sentiva familiari; difatti rimasero accanto lui anche durante l’estrema unzione. Per istam sanctam Unctionem… indulgeat tibi Dominus … Mentre il prete gli segnava la croce sulle palpebre socchiuse, vedeva i suoi futuri lettori accucciati accanto al letto insieme ad alcune figure lattiginose, probabilmente ultraterrene, che presenziavano con la faccia di circostanza. Quella compunzione gli dava sui nervi. Non potevano pazientare qualche minuto? Perché tanta fretta? C’era tutta l’eternità per fare conoscenza.
Un attimo prima del commiato si guardò intorno e mormorò: «Ci vediamo, ragazzi….» Il celebrante stupì; anima semplice, ignorava che certi poeti non smettono mai di promuovere le loro pubblicazioni quali che siano le circostanze, è più forte di loro, e quando intravedono qualche lettore, sia pure ipotetico e postumo, possono anche morire col sorriso sulle labbra.
Il difficile, è sempre il portare avanti più vite – o piuttosto il vedere in ogni istante tutte le vite parziali alla luce centrale di quella che è la sola e la unica.
René Daumal, La conoscenza di sé
Se avessi avuto una moglie, mi sarei poi deciso a dirle tutto sull’affare Calcaterra. L’avrei svegliata nonostante l’ora nonostante le sue proteste.
– Sono quasi le due… Cosa c’è di tanto urgente? Non puoi aspettare domattina?
No che non potevo aspettare. Appena entrato avrei subito vuotato il sacco, e pazienza se il protocollo coniugale non lo prevedeva, per una volta se ne sarebbe fatta una ragione. Se voleva, poteva anche continuare a dormire mentre mi confessavo.
In mancanza di una moglie, mi aggiravo per la casa – a quei tempi era inutilmente grande – come colui che va in cerca di qualcuno senza rendersene conto.
Non trovai nessuno, naturalmente, ma scoprii una porta di cui non ricordavo l’esistenza. La aprii. Lo spazio era ampio, ben proporzionato ed estraneo. Con le stanze succede come con le persone; puoi incontrarle anche tutti i giorni, ma se non le pensi è come se non esistessero; quella stanza era forse la più grande della casa, eppure mi ero dimenticato di pensarla – da quanto tempo?
Entrai. Mi accolse un armadio ad ante spalancate su un guardaroba femminile.
Il letto era disfatto, l’abitatrice della stanza doveva essere uscita all’improvviso per non tornare più.
Sul comodino, una bottiglietta di birra appena iniziata.
Un giradischi Grundig teneva il suo braccio sospeso su un 33 giri. Nonostante la polvere, si leggeva ancora l’etichetta, “Save a prayer”.
Di fronte al letto, il poster di un ragazzo fresco di parrucchiere.
A prima vista, la camera di un’adolescente.
E perché non di una moglie? L’una non escludeva l’altra. Oltre al chiuso stagnante, si sentiva il tipico odore di trama morta – cercando bene, se ne sarebbero trovati i resti sotto qualche mobile. Non era difficile ricostruirla. In piena notte, una moglie esasperata, col conforto di una birra e di un sottofondo musicale, aveva fatto un salto nello strapiombo della sua adolescenza; atterrata sul pianoro dei quindici anni, si era ritrovata integra e viva come non le sembrava di essere mai stata, con due polmoni freschi di fabbrica che reclamavano aria nuova e un paio di gambette scalpitanti.
Logico che avesse infilato la porta senza voltarsi.
Forse era andata così. Ma mi riguardava? Di trame come questa se ne producono ogni giorno a migliaia, tutte quasi uguali, tutte così leggere, così volatili che si disperdono per le città e i continenti finché non vanno a ricadere chissà dove, sulle teste e sugli abiti dei passanti – ecco perché quando cediamo alla debolezza di riordinare le sequenze della nostra vita ne troviamo sempre qualcuna di provenienza dubbia: la trama ci è familiare, ma gli attori? Potremmo essere noi come chiunque altro.
Diedi un’occhiata alla stanza. Il pulviscolo di una moglie, anche se anonima e fuggitiva, era ancora presente. L’insieme dava un poco sullo spettrale ma era meglio così, una donna completa di corpo e spirito mi avrebbe reso più difficile il discorso.
Da una quantità di dettagli ci si accorgeva che egli intratteneva sempre meno rapporti fra l’uomo che era e quello che avrebbe voluto essere
Emmanuel Bove, Un uomo che sapeva
In materia di confessioni ero un po’ arrugginito, avevo conservato solo qualche suggestione vecchia di molti decenni. La mezza tenebra della chiesa. Il tremolio delle anime penitenti in forma di candele. Il confessionale ligneo di un falso barocco. E soprattutto la grata corrosa dall’immondizia dei peccati dietro la quale stava acquattata Presenza, una sagoma che alitava, sospirava e mugolava Durante i passaggi più gravi Presenza tirava su col naso.
Il pulviscolo di Una moglie si è addensato. Se ne sta a mezz’aria in forma di Assenza, un personaggio astratto come quelli che compaiono nei morality plays medievali (Bellezza, Mondo, Avarizia, Buone Azioni…).
Assenza non ha un’identità sessuale. Decido di attribuirgliene una femminile – di confessori maschi ne ho già una collezione.
Prendo una sedia mi avvicino al letto: «Posso?» Silenzio, variamente interpretabile.
IL NARRATORE – Stia tranquilla, non sarà una confessione tanto lunga, riguarda solo il mio rapporto con Clemente Calcaterra. Per chiarirlo, se possibile. Glielo devo, signora.
Assenza dà un’occhiata all’orologio sulla parete di sinistra.
IL NARRATORE – Clemente Calcaterra è un imbecille. Punto. Questo sarebbe stato il mio giudizio sul poeta quando avevo vent’anni – mio e di tutti i drammaturghi delle salette. Oggi mi rendo conto che “imbecille” è eccessivo, sbagliato e ingiusto, ma, lo sappiamo, a quell’età i ragazzi tagliano tutto col coltello.
Con un gesto, Assenza fa segno di stringere.
IL NARRATORE – Che cos’erano ai nostri occhi i poeti come Calcaterra? Glielo spiego con un piccolo racconto esemplare che s’intitola Le signorine Galli.
Assenza sospira.
IL NARRATORE – Le signorine Galli erano due anziane gemelle che avevano sempre vissuto insieme. Inseparabili. Niente mariti, né figli, né amanti a impicciare il loro ménage. Sempre vestite propriamente, vaporose e profumate, gentili con tutti ma molto riservate, come chi protegge una delicata vita interiore.
Per quanto si sapeva, nessuno del quartiere era mai entrato in casa loro. Morirono tutte e due la stessa notte. Fu la verduraia a dare l’allarme, qualche giorno più tardi, inquieta per la prolungata assenza delle clienti.
Quando i pompieri forzarono la porta ed entrarono nel grande e polveroso appartamento Galli trovarono le signorine composte in un letto matrimoniale, ciascuna con la sua camicina da notte a fiori, una sul lilla, l’altra sul verde tenero.
Si tenevano per mano come quando erano bambine. «Sembra che dormano», recitò il pompiere più giovane.
«E questo chi è?», chiese il caposquadra, ruvido.
«Uno nuovo. Ha preso servizio la settimana scorsa», illustrò il numero due.
«Incominciamo male», masticò il capataz da sotto l’elmo. E prese ad annusare l’aria.
«Avete notato quanti fiori? Ce n’è dappertutto!», garrì il debuttante inconsapevole.
«Silenzio!», abbaiò il segugio, «Se è come penso io, vogliono essere altro che fiori», e si diede a seguire una pista nel corridoio.
(Breve sospensione. Assenza si è in parte dispersa per la stanza. Il climax narrativo non l’appassiona – colpa del mio racconto o è proprio refrattaria alle storie in generale?).
IL NARRATORE – Giunti nella penombra di un salotto, oltre ai fiori predetti, i pompieri si trovano di fronte a una grande cristalliera con file e file di barattolini a chiusura stagna, tutti uguali e forniti di un’etichetta manoscritta.
«Ammazza, è una collezione!», strilla eccitato il ragazzo pompiere mentre fa il gesto di aprire la cristalliera. (Per lui, la vita è tutta un caleidoscopio di scoperte). Prontamente, il numero due gli ferma il braccio a rischio di amputazione.
Un raggio di sole si fa largo fra le tende (a fiori).
Il Capo esamina un barattolino controluce. Legge: «Des. 15 aprile 19….» Lo ripone e passa ai successivi:
«Arm. 15 aprile 19…», « Des. 16 aprile 19…», « Arm. 16 aprile 19…» « Des. 17 aprile 19…», « Arm. 17 aprile 19….»
«Informatevi dai vicini come si chiamavano le defunte.» «Desolina e Arminia Galli!», squilla l’underdog.
«È scemo ma non privo di risorse. E se prendesse il posto del numero due che non ha più lo smalto dei primi tempi?», machiavellizza il Capo.
«Allontanatevi.»
Infila un paio di guanti scientifici. Con l’indice e il pollice circospetti apre il tappo di un barattolino tenendolo ben lontano dal viso.
Richiude immediatamente.
Non si ritengono necessari ulteriori esami.
«Aveva ragione il mio naso.»
«Cioè?», s’informa il giovane in odore di promozione.
Casa Galli è molto più grande degli appartamentini dei tre pompieri messi insieme. Esso consta di: quattro camere da letto, camera degli ospiti, boudoir, salotto, sala da pranzo, cucina, guardaroba, ampio ripostiglio, due bagni, soggiorno, sala della televisione, sala della musica, sala degli arazzi, pinacoteca. Ogni angolo, ogni anfratto, ogni mozzicone di corridoio viene scandagliato dagli occhi analitici del Capo (quelli degli scagnozzi essendo fuori uso in quanto abbagliati dalle vestigia della borghesia che fu).
Barattolini ovunque. Dal pavimento al soffitto. Un diario escrementizio monumentale da far scomparire il Journal di Gide. Come le madri sollecite che pesano le creature prima e dopo la poppata, Desolina e Arminia avevano raccolto e museificato, giorno dopo giorno, gli elaborati dei rispettivi intestini.
«Si potrebbe dire che ci sono due vite in questi barattolini», filosofò il Capo.
«Se posso permettermi, non si tratta di vite del tutto intere», si permise il pompiere giovane. «Secondo un calcolo sommario i reperti ammontano a circa 40.000: 20.000 di Desolina e altrettanti di Arminia. Ipotizziamo che le due signorine ne abbiano riempiti uno a testa ogni giorno. (Ci sarà stata anche qualche battuta d’arresto, ma non dovrebbe incidere sulla stima globale). Dunque, 20.000 diviso 365 fanno 54 anni. Poiché le sorelle ne hanno ottantaquattro, dovrebbero aver iniziato la loro attività sulla trentina.»
Silenzio.
ASSENZA – (che nel frattempo è ritornata più visibile) Finisce così?
IL NARRATORE – Sì. Un racconto esemplare non è una crime story: quando ha detto quello che aveva da dire, finisce.
ASSENZA – Secondo me, ogni racconto andrebbe concluso, ma non facciamone una questione.
Quando qualcuno dice: non facciamone una questione, sta per aprirne una di quelle che non finiscono più, quindi tagliai corto e venni al punto. I poeti alla Calcaterra (e forse tutti i poeti) erano come le signorine Galli. La stessa ritualità ossessiva, la stessa contemplazione del proprio elaborato – che si trattasse di deiezioni o di parole non cambiava molto: le gemelle affidavano ai barattolini la memoria del loro passaggio tra i vivi, i poeti ai libri. (Fra parentesi: gli escrementi delle signorine avevano resistito per mezzo secolo, un risultato che non tutte le raccolte di poesia possono vantare).
Col suo“monumentum aere perennius” Orazio l’aveva presa molto alta; le gemelle e i poeti calcaterriani, poveretti, arrancavano sulla terra e balbettavano: “Siamo stati qui… Anche noi abbiamo vissuto, questa è la prova…”, ed esibivano le rispettive raccolte.
I teatranti, condannati all’illusione e all’effimero, questi cultori della sopravvivenza a tutti i costi, non li capivano proprio, e volentieri ci scherzavano su. I poeti non la prendevano né bene né male: per loro, il teatro non era cosa dietro cui perdere tempo: uno scheletro rudimentale rivestito di parole corruttibili, cioè inestetiche – una specie di cellulite che affligge la Letteratura.
Ogni tanto qualche poeta si affacciava ai nostri spettacoli come si va alla fiera del paese, oppure al casino (per via delle attrici, che tentavano di insidiare, ma per lo più senza riuscire a battere chiodo).
Quando venivamo a sapere che uno di questi Tartufi era stato respinto, l’attrice che gli aveva dato buca ci appariva improvvisamente come una donna di grande spessore morale. E subito volevamo sapere.
– … Non è successo niente di speciale… gli ho fatto capire che non c’era trippa per gatti, tutto qui.
– Sì, ma com’è andata esattamente?
– È venuto in camerino, mi ha fatto un sacco di complimenti… poi mi ha chiesto se mi andava uno champagnino insieme.
– Dio, lo squallore di uno champagnino!… cose che neanche un viveur di Reggio Emilia. E tu l’hai scaricato.
– No, sono andata.
– Ah.
– Non sono mica scema. Uno champagnino da Rodrigo, capisci? Hai presente quanto costa? Non mi era mai capitato. – E poi?
– E poi due palle così… Che lui, pur essendo un poeta, qualche volta aveva pensato di scrivere per il teatro ma gli attori erano tutti così banali… Che invece io quella sera gli ero piaciuta perché ero diversa… Che lui aveva frequentato Morandi e a casa aveva anche un suo disegno con dedica… Che sentendomi recitare gli era venuta l’idea di fare una lettura drammatizzata delle sue poesie con anche le musiche… Che poteva essere l’inizio di una collaborazione… Che un’altra volta si potevano leggere anche le poesie di Roversi, … e anche quelle di Leonetti, un altro amico, peccato che bazzicava col Gruppo 63… che era tutta una montatura editoriale… che i loro libri non vendevano neanche cento copie… Alle due e mezza non ce la facevo più, e gli ho detto: «Senti, il disegno di Morandi lo vediamo un’altra volta. Adesso devo andare a dormire altrimenti muoio qui stecchita.» Ci è rimasto male ma chi se ne frega. Oltretutto le letture drammatiche sarebbero state gratis.
Come le amavamo, le nostre piccole attrici, quando indossavano la corazza delle vergini guerriere!
Pausa.
ASSENZA – Questo non è divertente, sa di triste.
IL NARRATORE – Certo. Tutte le pratiche teatrali sono intrise di tristezza; non la si nota perché è rivestita di euforia.
L’euforia crea dipendenza, bisogna assumerne dosi sempre maggiori se si vuole tirare avanti nel calendario fatto di spettacoli e di niente.
I giorni del niente sono tanti. Sono la maggior parte dei giorni.
Una mattina, si scopre che l’euforia è finita. Può succedere. Rimane soltanto il suo residuo, un sorriso con intorno il niente. È imbarazzante.
Sparsi per i teatri, se ne incontrano molti di questi sorrisi senza ragione e senza padrone. Da qualche parte potrebbe esserci anche il mio. Sarebbe seccante se un idiota me lo riportasse credendo di farmi un piacere.
– Guardi cosa ho trovato, dev’essere il suo!
Naturalmente io giurerei che quel sorriso non mi corrisponde, che non ho mai avuto niente a che fare col teatro. Non ci sono riscontri, il teatro non lascia traccia, ma si sa come sono fatti questi soggetti, insistono; allora gli mostrerei la prova decisiva: il testo che sto scrivendo: “Quasi tutto era andato”. Quattro parole sono poche, ma persino quell’idiota capirebbe che non si tratta di teatro.
ASSENZA – Secondo me, sta facendo troppo affidamento su queste quattro parole.
IL NARRATORE – Anche i biglietti da visita sono di quattro parole e raccontano già molto. “Nino Costa, scrittore garibaldino”. “Riccardo Galeazzi, archiatra pontificio”. “Ornella Puliti Santoliquido, pianista”. Quando Nino, Riccardo e Ornella se ne vanno, le loro vite rimangono in quelle piccole pubblicazioni di una pagina stampata su cartoncino Bristol. Certo, come biografie sono scarne, ma un bravo lettore ci ritrova l’epopea dei Mille, le trame del Vaticano, il pianoforte giramondo della Ornella con tutti gli annessi di feste e di amori. Senza contare che, contrariamente a quelle dei biglietti da visita, le mie quattro parole potrebbero anche crescere, diventare capitoli e chissà che cos’altro.
ASSENZA – Insomma, un libro. Ci voleva tanto a dirlo?
IL NARRATORE – Ho già una certa età.
ASSENZA – … Così, prima di andarsene vorrebbe lasciare una traccia di sé. E quel piacere un po’ maledetto di morire e rinascere insieme allo spettacolo, sera dopo sera…?
IL NARRATORE – Tutte storie. Non si rinasce proprio per niente. Basta che tu non figuri in cartellone per un paio di stagioni e ti hanno già sepolto per sempre.
ASSENZA – Mah!… Questa sua ansia di lasciare un segno è tanto diffusa quanto banale. Confezionare le proprie merdine e affidarle ai posteri. Come le gemelle Galli.
IL NARRATORE – …
ASSENZA – Come i poeti anelanti a una modesta immortalità, che lei prendeva in giro.
IL NARRATORE – …
ASSENZA – Come quell’imbecille di Clemente Calcaterra.
IL NARRATORE – Gliel’ho detto, questo giudizio su Calcaterra risale ai miei vent’anni.
ASSENZA – E il suo giudizio di adesso?
IL NARRATORE – Su di lui l’ombra dell’imbecillità è rimasta, ma oggi la sento anche un po’ mia. È un’imbecillità accogliente. Come il fresco di un pergolato.
Te ne stai seduto su una panca di legno, con i grappoli d’uva che ti pendono sulla testa. I pochi che passano ti salutano. Il giorno che te ne vai si fermano un attimo:
– Hai visto?, da un paio di giorni non c’è più. – Che gli sia successo qualcosa?
– Sarà mica morto?
– Può essere.
Se per caso hai scritto un libro, il sindaco del paese con il pergolato organizza una piccola commemorazione. Qualche parola sullo scomparso (poche, perché non si sa quasi niente di lui), poi una breve lettura che incomincia con “Quasi tutto era andato”. Se il testo è tutto lì, la cerimonia finisce e si va a casa, ma può darsi che prima di allora le pagine siano aumentate, dipende da quando si muore.
ASSENZA – Quanti anni ha?
IL NARRATORE – Settantasette.
ASSENZA – Mah!… A questa età le conveniva rimanere continuare col teatro. A teatro, scomparire è del tutto naturale. Poco più di un soffio. Terminata la scena, si fa qualche passo, e si è fuori: Exit. Ce lo insegnano i classici. A turno, tutti exeunt, composti, senza fare storie, anche se la tragedia è in pieno corso. Questo sua smania di aggrapparsi a qualcosa di certo… di concreto come lei si illude che sia un libro, mi sembra, non so… una caduta di stile. Ci ripensi.
Sta diventando un’Assenza fastidiosa.
Adesso si è gonfiata il disopra e il disotto per accentuare la sua identità femminile.
Ha anche indossato un naso di cartapesta e all’insù, rimane dritto come un piccolo pennone, con sopra un paio di occhialetti alla Karl Kraus.
Nella fretta del travestimento, Assenza non ha notato che al naso nuovo sono collegati un paio di baffi.
Sul labbro superiore di molte donne cresce una leggera peluria; alcuni lo trovano addirittura attraente, ma i mustacchi di Assenza non si possono minimizzare.
Le significo a piccoli gesti che sotto il suo naso c’è qualcosa di troppo.
ASSENZA – (ignorando il mio messaggio) … Vede, se il suo fosse un libro di memorie – memorie e basta, senza secondi fini – poco male, quasi tutti ne scrivono uno prima di tirar le cuoia…
Nell’argomentazione, i baffi hanno incominciato a vibrare. Un pizzicorino maligno aggredisce il naso docente e genera uno starnuto demolitore
Fugge Assenza coprendosi il viso con una mano vergognosa «Oppardòn… Oppardòn!….»
Assenza fugge, ma verso dove?
Non troverà niente che la conforti in un momento così delicato, non uno specchio, né una toilette, né un bagnetto di servizio, neppure un letto sul quale gettarsi e piangere. Non troverà niente, perché con la sua scomparsa tutto per contagio si trasforma in assenza, le stanze, i corridoi, la casa intera.
Mi guardai intorno. L’unica presenza era la mia.
Nelle Nuove avventure di Pinocchio, Collodi Nipote racconta che cosa accadde all’eroe creato dallo zio dopo la sua metamorfosi in ragazzino perbene. Intorno a lui, tutto è scomparso. La casupola-bottega di Geppetto, lo stesso suo babbo putativo (certamente defunto), la Fata, l’intero borgo che lo aveva visto debuttare nel mondo. Pinocchio è solo e libero, pronto ad entrare nel secondo romanzo della sua formazione. Per inaugurare la nuova vita, l’eroe se ne va in trattoria. Di fronte al suo tavolo, una compagnia di comici al completo fa baldoria. L’amorosa, il padre nobile, il brillante, l’ingenua, il generico, il generico brillante e tanti altri. Governa la brigata il Cavalier De’Guitti, capocomico esuberante e cordiale, che tuona a Pinocchio: «Non le fa malinconia pranzare tutto solo? Venga qui con noi!.» Le attrici applaudono, strizzano i corsetti, lo fanno sedere in mezzo a loro, lo riempiono di premure, improvvisano mille giochi malandrini. In onore del nuovo arrivato si stappano una dozzina di bottiglie e ricomincia il carosello degli antipasti, seguiti dai polli, dagli arrosti, dalle lepri in salsa dolce, dalle rane fritte, dai saltimbocca, dagli spezzatini, dai brasati, dagli ossibuchi. Quando entrano sei vassoi di trippa alla parmigiana, il Cavalier De’Guitti dice che è meglio fermarsi e passare ai dessert perché nel pomeriggio ci sono le prove e bisogna star leggeri.
A proposito di prove: un attore è appena fuggito dalla compagnia per un impiego ben pagato di usciere (sarcasmi antiborghesi percorrono la tavolata) lasciando libero il ruolo di mamo. Il capocomico è sicuro che Pinocchio sarebbe un ottimo sostituto; dopo quarant’anni di teatro ha l’occhio clinico, saprà pur vedere se il ragazzo ha stoffa. Le attrici applaudono e ridono forte. Pinocchio ringrazia lusingato e imbarazzato, non sa proprio cosa sia questo mamo. Ci pensa l’amoroso a illuminarlo: «Il personaggio del mamo è un giovane ingenuo un po’ melenso, che viene spesso beffato, ma che vorrebbe apparire scaltro ed esperto della vita.»
Il padre nobile sentenzia: «Questo ragazzo è un mamo nato e sputato.»
Accolto nella compagnia per acclamazione, Pinocchio paga volentieri il conto della tavolata; è piuttosto salato, ma gli sembra il minimo, per sdebitarsi. Non vede l’ora di incominciare le prove.
«Per lei, oggi, niente prove», intima il Cavalier De’Guitti, «Pensi piuttosto a preparare le valigie, fra tre giorni ci imbarchiamo per l’America Latina.»
Quando lessi, da bambino, questa seconda vita di Pinocchio, non potevo immaginare che, a parte qualche dettaglio, la mia le sarebbe assomigliata. Contrariamente alle intenzioni di Collodi Nipote, non mi faceva per niente ridere la storia del ragazzo che si lascia abbagliare dal teatro (la versione adulta del Paese dei Balocchi); mi sembrava una trappola malvagia nella quale forse presagivo che sarei caduto anch’io.
Il resto del romanzo (cioè la gran parte) l’ho cancellato. Nella mia memoria rimangono solo le prime pagine che lasciano intuire inevitabili disastri, quindi un sicuro divertimento per (quasi) tutti i lettori – e questo, alla fine, era ciò che importava a Collodi Nipote e all’editore.
Non credo che nessun autore scriverà mai la parte finale delle avventure di Pinocchio, quella in cui il ragazzino perbene invecchia e muore. Qui le nostre due storie divergono profondamente. Per quanto ne sappiamo, l’attore Pinocchio, inguaribilmente giovane e ingenuo, sta ancora girovagando su e giù per l’America Latina con la compagnia De’ Guitti, mentre la mia tournée si è interrotta da qualche anno. Rimarrebbe da scrivere la terza parte delle mie avventure, quella conclusiva. Non è indispensabile, la vita si scrive benissimo da sé, quindi, volendo, ci si può anche risparmiare questa fatica. Però poi bisogna accettare il finale così come viene, senza lamentarsi – e sui finali la vita, a parte qualche trovata fantasiosa, non si impegna più di tanto; sarà che ha fretta di concludere, non so, sta di fatto che si assomigliano tutti. Dopo una dissolvenza esasperante, le luci sembrano spente.
– Ci siamo! sospirano i parenti convenuti in platea per l’ultimo atto, adesso è proprio buio.
Invece no. Nei riflettori resiste ancora un filamento sottile. Disappunto appena mascherato. C’è sempre qualcuno che mormora:
– Ma questa è ancora vita?
L’attesa si fa lunga. Le gambe fremono. Occhiate agli orologi. Colpi di tosse nervosa. Scricchiolii in platea.
I parenti si rivolgono agli addetti, gente pratica che vede due o tre exitus al giorno:
– Secondo me, questa notte riesce a superarla, potete tranquillamente tornare domani.»
E avanti così per giorni. Alla fine, i parenti si stufano, comprensibilmente. Il finale si consuma a platea vuota.
Ciascuno si regoli come crede; io preferisco scriverla questa ultima parte delle mie avventure. Per farlo, dovrò tornare in quel museo delle identità teatrali dimenticate che gli abitanti indicano come là-bas. È una fragile piattaforma da cui ricominciare, ma se voglio lasciarmi alle spalle il teatro dovrei trovare la voglia di attraversarlo ancora una volta, sperando che dopo le stanze delle attrici morte ce ne siano altre con le pareti pulite sulle quali riscrivere “Quasi tutto era andato”, e continuare.
(Continua)
Leggi le puntate precedenti:
1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
hp?post=23224&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=7f3ecf24d8&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata
12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/
13ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23477&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=1c1693b818&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
14ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23497

Nel 1950 Adriano Olivetti lanciò sul mercato la moderna e innovativa macchina da scrivere Lettera 22, che rispetto ai precedenti modelli era portatile, in plastica colorata, semplice da utilizzare e da portare con sé, ma soprattutto dal costo contenuto. Il progetto dell’imprenditore di Ivrea, infatti, era quello di rendere una simile invenzione alla portata di tutti. Questo traguardo fu ben presto raggiunto e la Lettera 22 entrò nelle case e negli uffici di milioni di italiani, fra cui scrittori e giornalisti come Enzo Biagi, Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e Oriana Fallaci, diventando – al pari della Vespa Piaggio e della Fiat 600 – simbolo dell’Italia della ripresa economica del dopoguerra e della modernizzazione. Un successo del genere fu reso possibile anche grazie a una comunicazione vincente e innovativa, fondata sul rapporto pubblicità-poesia, curata dal poeta Franco Fortini.
Leggi l’articolo: https://thevision.com/cultura/utilita-laurea-umanistica/

Per essere un autore di cinema, e italiano per di più, Matteo Garrone ha una qualità del tutto particolare: è capace di guardare l’altro. È da Terra di mezzo, il suo esordio al lungometraggio del 1996, che il regista romano ci abitua a mondi che non sono i suoi, ma a cui dà voce attraverso quel processo che André Bazin, dalle pagine dei Cahiers du Cinéma, non avrebbe esitato a definire neorealista: un immagine-fatto, in cui, seppur nella finzione, o al massimo con attori non professionisti, le cose vengono lasciate scorrere. Compito di chi sta dietro alla lente è fornirlo dei mezzi migliori per esprimersi, e raccontare la propria verità.
Non è forse un caso che Garrone citi il seppur controverso, bizzarro neorealista Rossellini tra le sue maggiori influenze. Non è un caso che l’unico suo lavoro di una qualche ispirazione autobiografica sia stato il secondo lungo, Ospiti (1998), in cui due ospiti albanesi trovano riparo nella casa di un fotografo – dove il “fotografo” era Garrone stesso. E che ogni storia sia acchiappata come per sentito dire. Raccontata con un punto di vista interamente diegetico, narrativamente quasi impossibile per l’assenza di commento. Eppure Garrone lo tiene. Non lo molla.
Leggi l’intero articolo: https://www.labalenabianca.com/2023/09/11/migrazioni-invertite-io-capitano-matteo-garrone/

Fiori al cimitero. Un 2 novembre mi è parso il caso che venissi a trovarti. Mi rivedo, percorrere i vialetti affollati tra le tombe, e mi chiedo. perché sono venuta qui oggi, il giorno dei morti, in una calca che sembra Riccione a ferragosto. Per quello che te ne importa. È vero che te la sei costruita tu la tomba con le tue mani. Una tomba di famiglia, quella che mi spetta, mi aspetta. Ma ance se te ne fosse importato prima, adesso cosa ne sai? O no? Questo non vale? Te ne importava prima che si facesse dopo, che si onorasse la tua tomba quindi bisogna farlo. Ma per chi? Per i visitatori che ti vedono riverito anche da orto? Ma a te cosa importa, tu cosa nei sai? Ma ti sarebbe importato. Prima. Ma adesso? Escludendo che lo si faccia per te, lo faccio per me, per. mettermi il cuore in pace. Cosa ti porto dunque? Cosa ti offro? Assieme al mazzo di fiori, piccolo, fiori modesti, perché grande non ti piacerebbe – credo, che ne so che fiori ti piacevano? – o no, grande il mazzo perché tutti devono apprezzare come sei omaggiato, ma, ancora, cosa te ne può importare, allora lo faccio per me, perché si veda il mio amore figliale? Ti offro la mia stupidità, la mia beota prova di conformismo nel fare desti stupidi che tutti fanno. In fondo non è un sacrificio da poco, una prova d’amore, se tu lo apprezzassi, se fossi in condizione di, voglio dire. Però prima l’avresti apprezzato. Ma ora? Siamo daccapo.
Marina Mizzau, Se mi cerchi non ci sono, Manni

«Quando la ricerca contemporanea sulle maschilità ebbe inizio, l’analisi femminista aveva già mostrato che quasi la totalità del discorso accademico era una forma di conoscenza quasi completamente costruita da uomini […]. Tuttavia, questa conoscenza esisteva senza che gli uomini venissero tematizzati in quanto “portatori” di genere. Di fatto, uno tra i tropi centrali delle scienze umane, delle scienze sociali e persino delle scienze biomediche era rappresentato dall’assunzione di “uomo” come norma, quale rappresentante dell’universale. Quindi gli uomini erano trattati come se fossero privi di genere, e come se “genere” significasse “donne”.»
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La Scrittura, è come l’esercito; si incontra gente d’ogni genere. Avvocati, segretari, muratori, panettieri, critici letterari, enarchi, politici, ingegneri agronomi, figlie di famiglia, vagabondi, e anche qualche scrittore. Tutti con un gran peso sul cuore, un segreto prezioso, una verità infima o sublime, una piccola apocalisse, chissà, di un futuro lettore. Ma più probabilmente niente.
Jean-Marie Laclavetine, Première ligne, Folio

Capitolo quinto
È il più lungo e digressivo di questo libro, tanto che l’autore sente di dover parlare direttamente al lettore infrangendo una regola che si era imposta prima di iniziare.
Non si sa mai bene il libro che si sta scrivendo.
Philippe Forest, Un destino di felicità, “Formula”
Lo so, lettore, adesso tu vorresti chiedermi di fare il punto. Non credere di essere l’unico, l’ho pensato anch’io, molte volte e molto prima di te mentre scrivevo e ripercorrevo queste pagine. L’avrebbe desiderato anche la Lettrice nera che è entrata nella prima parte del racconto; si capiva che moriva dalla voglia di farmi una domanda diretta, ma non ci riusciva. Era un tormento, poverina.
Te lo dico perché ne ho la prova. Una sera l’ho spiata mentre telefonava a qualcuno; parlava a voce bassa per non farsi sentire, poi le è sfuggita una frase stridula: «… Credi che mi stia divertendo, qui? Sto solo cercando di capire!»
Ma potrei anche dirti che quella telefonata non è mai avvenuta, che l’ho improvvisata adesso, mentre la scrivevo, e tutto si complicherebbe ulteriormente.
Lo vedi anche tu, se ci fermiamo su ogni passaggio non andiamo più avanti, e invece dobbiamo stringere perché il tempo è poco. Lo so, ho consumato molte pagine su questa serata nella casa di Genesio; se le ho scritte, significa che erano necessarie per arrivare al poeta suo padre – molti credono che sia possibile rallentare o accelerare un racconto come si vuole; non è così, il narratore può intervenire solo fino a un certo punto; anche qui, come nella vita, le cose accadono quando devono o possono accadere.
Adesso, se hai deciso di continuare a leggere, devi prepararti a una nuova storia. E ancora una volta né tu né io sappiamo dove porterà. È la storia di Clemente, così come l’ho ricavata dalla piccola pubblicazione di Alphonse Moutier che m’intascai prima di lasciare per sempre la dimora dei Calcaterra.
Non sono riuscito a ricostruire un profilo di questo Moutier. Devo dire che non mi sono molto impegnato perché ho capito subito che tipo era, uno di quegli esegeti che saltano a piedi uniti nelle vite degli altri per parlare della Poesia, del Bello della Salvazione, della propria visione del mondo e dell’Arte – insomma di se stessi. E tuttavia fra i nuvoloni di quella scrittura pompiera si apriva qualche squarcio di cielo (quello azzurro-topo dei letterati minori) dal quale si affacciava Clemente Calcaterra. Ma erano sequenze frammentarie e scombinate. Moutier era troppo instabile, troppo ansioso. Scriveva cinque righe sulla vocazione letteraria dell’eroe e subito veniva preso dalla smania di inserirle in un grande affresco del Secolo; dopo qualche pennellata si pentiva e tornava al quotidiano spicciolo con una serie di aneddoti che avevano l’aria di essere inventati.
Tutto così, fin dalle prime pagine.
Sono un lettore piuttosto insofferente, non ci metto molto a chiudere un libro quando mi accorgo che prende una certa piega, eppure quella sera continuavo a leggere maledicendo il biografo e anche Clemente Calcaterra il quale, bisogna dirlo, era incolpevole, non mi aveva certo chiesto di occuparmi di lui, continuava a starsene tranquillo, morto e archiviato in uno degli innumerevoli scaffali del Novecento.
Era la sua serenità nell’oblio che mi attirava?
Credo di sì. Il sex appeal di chi non ha bisogno di nessuno, tanto meno di te.
Forse anche per ripicca nei confronti del Moutier, decisi che avrei riscritto un Clemente Calcaterra a mia misura pur non sapendone quasi niente.
Non era una novità; avevo già manomesso autori molto più importanti di Moutier: Ibsen, Cyrano de Bergerac, Schumann, Voltaire, Middleton, Cocteau, Defoe, Tournier, Schnitzler, Pirandello, Céline.
Aggredivo le loro opere indifese e le trascinavo nel buio del laboratorio teatrale; qui, le fissavo sul tavolo drammaturgico e me le lavoravo con calma; quando, ancora operate di fresco, andavano allo specchio impallidivano. La riscrittura aveva cancellato dalle loro fisionomie la nobiltà dell’imbalsamazione e senza le stampelle del tempo vagavano come vecchine sperdute nei corridoi di una clinica sconosciuta. Tentavo di incoraggiarle: dovevano fidarsi di me, erano bellissime così, il loro smarrimento era anche il mio. Sforzi inutili che aumentavano il loro stato di confusione.
Come quello di tutti gli organismi troppo manipolati, il loro ciclo vitale era breve; dopo tre o quattro repliche si assopivano nel camerino di un attore e il mattino dopo trovavamo solo gli scheletrini dei loro copioni. A volte pensavo che durante quel sonno si ricomponessero nella forma originaria; forse al risveglio, ritrovandosi integre, ripensavano alla loro breve vita giù nel teatro come a uno di quegli incubi in cui si sogna di precipitare.
Tanti anni prima, quando ero agli inizi, mi facevo molti scrupoli e molto mi interrogavo prima di iniziare una riscrittura; sull’operina di Moutier non mi soffermai neanche un minuto, cercai anzi di dimenticarla per poter scrivere più liberamente quanto segue:
A PROPOSITO DI CLEMENTE CALCATERRA
Ecco il torto che ho avuto, uno dei torti, essermi voluto una storia, quando basta la vita da sola.
Samuel Beckett, Testi per nulla
I ricordi più lontani di Clemente Calcaterra risalivano ai primi anni passati dentro una grande vasca sotterranea in cui era confuso con un’infinità di altri poeti minuscoli, quasi invisibili a occhio nudo. Da questi grandi contenitori si dipartono innumerevoli capillari attraverso i quali gli esserini iniziano il loro viaggio verso il grande corpo della Società Letteraria.
Durante il percorso, i micropoeti incontrano strati di varia composizione chimica, dai feldspati inaccessibili delle case editrici titolate, alle argille dei piccoli editori a pagamento, al semolino colloso delle pubblicazioni in rete.
Tutti cercano un approdo; esausti per il viaggio, molti si fanno andar bene il primo che trovano, purché abbia un lettino, un tavolo, una sedia e una porticina sulla quale applicare la loro targhetta con scritto: poeta.
Clemente Calcaterra era diverso; non si era ancora fermato e già pensava di ripartire. Quella sua indole inquieta era la garanzia di una forte vocazione? Assomigliava alla fame feroce di viaggio che aveva divorato Dino Campana? Clemente se lo chiedeva ma preferiva non rispondere; certo gli sarebbe piaciuto scrivere qualcosa come i Canti Orfici ma tutti quei ricoveri negli ospedali psichiatrici gli sembravano un pedaggio troppo pesante da pagare.
Si diede una calmata e incominciò a scegliere con oculatezza le sue mete.
Approdò anzitutto ai Littoriali della Cultura e dell’Arte, dove gli fu preferito Sinisgalli; poi presentò un romanzo al Premio Bagutta, che quell’anno doveva andare a Leonida Repaci con I fratelli Rupe.
Tornò a fare versi e subito sbagliò indirizzo.
Un amico che collaborava alla rivista “L’Italiano” organizzò un appostamento nella trattoria dove tutti i giorni pranzava Longanesi. Il direttore, maldisposto e afflitto dalla sua dispepsia, fu sbrigativo; i nuovi autori erano dei gran leccaculo, ma se quel giovanotto aveva qualche paginetta che facesse un bel contropelo al Regime le avrebbe dato un’occhiata.
Quando Clemente pronunciò la parola poesia, Longanesi venne colto da uno spasmo come davanti a un piatto di penne all’arrabbiata e lasciò la trattoria senza nemmeno ordinare.
Falliti alcuni altri tentativi, Clemente riuscì a fare il suo esordio poetico sul mensile “L’Uomo, quaderni di lettura” con una lirica intitolata “Forse solo una luce”. Dopo nemmeno una settimana dalla pubblicazione era già lì che proponeva altri componimenti. Il direttore s’innervosì; la rivista pubblicava solamente una poesia ogni numero e in lista d’attesa c’erano già Quasimodo, Sinisgalli (ancora lui!), Diego Valeri più altri di seconda scelta, quindi se ne stesse un po’ tranquillo.
Nei mesi seguenti, il debuttante smanioso tenne d’occhio la portineria e la redazione. Il traffico della poesia era sempre sostenuto. Finalmente, verso l’estate, incominciò a rallentare, come gli confermò anche il portinaio. Clemente pensò che entro un paio di mesi sarebbe toccato a lui; invece, a sorpresa, sul numero di ottobre comparve una poesia lunga tre pagine intitolata “Lava”. Autore, Domenico Porzio, un ragazzino ventenne.
“Alitava la notte un vago orrore
nelle conche del golfo silenzioso”
e così via. Sicuramente una mano vigliacca l’aveva deposta, di notte, sul tavolo del direttore – la mano dello stesso Porzio, non c’era dubbio.
Quel Porzio che trattava Clemente quasi da maestro e col quale discuteva tutta la notte su D’Annunzio! quel Porzio doppiogiochista che dopo aver decretato per iscritto la morte della poesia ne pubblicava una lunga tre pagine grazie a chissà quali maneggi!
Nei mesi seguenti, le poesie porziane continuarono a comparire, numero dopo numero.
Non sopportando quello stillicidio, Clemente ripartì senza una destinazione, e com’era inevitabile finì nella ragnatela dei circoli letterari che in quegli anni si annidavano in molte città italiane, specialmente in quelle più piccole.
Invisibili a un primo sguardo, i circoli letterari si rivelavano al viaggiatore all’improvviso, come le violette nei boschi; prima ne vedi una sola, introversa, nascosta nell’erba, poi ti giri e ne scopri un intero giacimento; così i poeti: ne incontravi uno per caso, al caffè, ci scambiavi due parole e quella sera stessa ti ritrovavi in un salotto dove ne erano spuntati altri quindici che reggevano con una mano il loro dattiloscritto e con l’altra un sandwich o un calice di vino, ciascuno impegnato a elencare le sue ultime letture.
Clemente scoprì che erano più informati di lui. Tutti libri appena usciti; era capitato in provincia, mica fra i selvaggi. Seguiva un elenco di talenti cittadini che il letterato forestiero avrebbe dovuto conoscere al più presto.
C’erano dei notai arguti che scrivevano commedie brillanti meglio di Aldo De Benedetti. Medici che avevano scoperto l’Ermetismo prima di Montale – e gli esempi non si limitavano ai professionisti colti, comprendevano anche impiegati e artigiani – uno per tutti, un fornaio poeta vernacolare, che se il fascismo non avesse fatto la guerra ai dialetti sarebbe finito nelle antologie scolastiche.
Una strage di ingegni.
Ma i poeti non si lasciavano scoraggiare e affidavano le loro opere alle riviste che si autofinanziavano con furore.
Durante le serate, le pubblicazioni erano esposte sul ripiano di un tavolino finto Settecento: pochi fogli a caratteri fitti pinzati con le graffette; l’impaginazione e il formato erano gli stessi per tutte, cambiava solo il titolo: “Verso e controverso”, “Il cannocchiale della poesia”, “Sentimento”, “Il cuore a nudo”, “Elicona 900”. Qua e là sporgeva qualche testata nervosa, ancora un po’ futurista: “La Saetta”, “Recalcitrando”, “Il Pistone”.
Un mese dopo l’altro, Clemente aveva dovuto visionarne molte, e scrivere su ciascuna un giudizio, necessariamente incoraggiante (cosa si può dire a un poeta che ti guarda negli occhi in quel modo?).
I rituali della poesia cittadina avevano finalmente trovato un celebrante.
Clemente battezzava gli esordienti; cresimava, rincuo- randoli, i veterani che avevano raccolto solo qualche menzione ai premi letterari e confessava le poetesse – anche qualche poeta maschio, ma le femmine erano più numerose e più bisognose.
Le confessioni si svolgevano, com’è logico, in forma privata, nei salottini o sulle terrazze tranquille. Per i casi urgenti andavano bene anche le cucine.
Nei primi tempi Clemente esercitava il suo ministero con qualche turbamento. Gli era già capitato di trovarsi a tu per tu con una donna, ma era sempre successo fra le mura di una casa di tolleranza e sempre in gruppo con cinque o sei compari zavorrati di vino, mezzi fascisti e poco letterati. La truppa vociante saliva di corsa fino al primo piano e si spargeva per le stanze delle ragazze. Durante gli accoppiamenti i muri erano attraversati da messaggi dolorosi, come di carcerati che dovendo pagare il loro debito con la sessualità cercano di espiare in fretta la pena per tornare alla libertà del marciapiede.
Fra un cliente e l’altro, le donne del primo piano si sgranchivano sui letti e ripiombavano nella fredda geometria delle gambe aperte a compasso; con i loro occhi di pietra, a Clemente sembravano delle sfingi. Non era pronto per quell’esame di egittologia – archeologo improvvisato nel buio della donna, intuiva l’esistenza di un labirinto femminile ma non riusciva a ricomporne l’anatomia geroglifica sparsa nel letto. C’era del Cubismo fra quelle lenzuola stropicciate (in quegli anni s’infiltrava un po’ dappertutto); se Clemente lo avesse riconosciuto si sarebbe potuto orientare, ma era cieco all’arte figurativa perché troppo impegnato a rincorrere la lucciola della poesia.
Tutto invece era molto chiaro nelle confessioni delle poetesse, e ciò che dicevano con le parole lo rafforzavano con gli occhi. Li piantavano dritti dentro quelli di lui e parlavano a ruota libera, non tanto di poesia quanto di quei mariti che avevano lasciato salire sulla loro barchetta, durante una domenica al lago, quando erano ancora ragazze stupidine. Pensavano che, finito il giro, se ne sarebbero andati; invece niente, una volta saliti, non c’era stato verso di smuoverli, erano rimasti lì per tutto il pomeriggio, poi per tutta l’estate e per tutte le stagioni successive. Anni. Ormai quindici, venti, e anche di più.
Diventati mariti, il tempo e il torpore li avevano fatti ingrossare; prima il sedere, poi il tronco, poi tutto il resto. Attualmente erano dei giganteschi menhir coniugali che aprivano la bocca soltanto per dare ordini sul governo della barca e sulla rotta da seguire – argomenti di cui niente sapevano, essendo creature terragne, dure come quelle rocce che circondavano il lago maledetto. Giganteschi e refrattari a tutto. Perfino al tradimento – sì, Clemente aveva capito bene (qui gli occhi della penitente lampeggiavano e il suo viso si avvicinava a quello del confessore).
– Lei sa perché si tradisce, vero?
–…
– Per mandare un messaggio dritto e forte dopo tante risposte non pervenute. Per tirare finalmente un mattone contro quelle cuticagne di pietra.
A quel punto il menhir si riscuoteva: – C’è qualcosa che non va?
– No, tutto va come deve andare, va com’era scritto fin dal primo giorno. Ti ho tradito!… Sono andata a letto con questo e con quello e con quell’altro!
Non chiedevano tanto, solo un attimo di attenzione. Poi, che succedesse quello che succede in questi casi, la furia, la cacciata, il perdono, le lacrime e tutto il repertorio. Ma l’attimo passava in fretta. Su quei mariti culoni, persino i tradimenti scivolavano via come acqua, figurarsi la poesia: le sue ali impalpabili non gli facevano nemmeno il solletico, ai menhir. tutt’al più gli scucivano un sorriso di compatimento schifato, perché per loro la poesia e la puttaneria erano le due facce di un’unica moneta che il destino gli aveva infilato in tasca con l’inganno: la sciagura di una moglie sbagliata.
Quando arrivavano a questa svolta, gli occhi della poetessa non lampeggiavano più, erano chiusi, e Clemente si ritrovava da solo di fronte a quella grande faccia tutta intera, inerte come una macchina complessa che si è fermata senza preavviso. Per mancanza di energia, per il guasto di un circuito? In ogni caso non gli chiedessero di metterci le mani, perché lui di meccanica non se ne intendeva proprio. Di qualunque meccanica. Seguiva un silenzio durante cui Clemente girellava per la stanza cercando qualcosa da dire. Quando aveva trovato le parole, si voltava ma la grande faccia non c’era più.
Erano diventati rari i momenti in cui sedeva al tavolo per scrivere. Leggeva, sì, ma prevalentemente i dattiloscritti dei molti che gli chiedevano un parere, un sostegno, una segnalazione presso editori irraggiungibili.
Per i poeti dei circoli, egli proveniva da un mondo che avevano sempre pensato come immateriale; ma se Clemente Calcaterra sedeva lì insieme a loro in forma corporea con il sandwich e il calice di vino, per sillogismo doveva essere concreto anche il Parnaso in cui sedevano, passeggiavano e bevevano Ungaretti, Moravia e tutti gli altri: concreto e arredato con larghe poltrone e autentici tavolini Settecento. La Grande Società Letteraria non solo esisteva, ma grazie al Calcaterra si travasava nel minuscolo ditale della loro cittadina, come se una cuoca generosa, dopo avere riempito lo stampo col budino della Scrittura Alta, avesse utilizzato la miscela avanzata per riempire gli stampini di tanti altri budini figli, minuscoli, ma della stessa sublime sostanza. I poeti dei circoli avevano finalmente un pedigree certificato da Clemente, che prima di arrivare qui da loro era stato là, aveva sorseggiato quel vino e addentato quei sandwich, ed era bello pensarlo seduto fra gli alberi di un qualche déjeuner sur l’herbe con Quasimodo, Sinisgalli, Valeri e tanti altri mentre scambiava con loro, alla pari, tonno, uova sode e visioni sul futuro dell’arte.
Durante le serate letterarie, la Poesia seguiva Calcaterra col passo rassegnato di un vecchio cane prossimo alla pensione. Quasi sempre egli la legava nell’ingresso resistendo alla padrona di casa:
– Ma perché non la fa accomodare con noi?.
– No no, mi dia retta, lei preferisce così, la conosco. Spesso qualcuno gli chiedeva di recitare “Forse solo una luce”, la lirica che lo aveva consacrato. Lui opponeva resistenza, e non era la solita manfrina dell’autore ma la piccola vertigine di chi oscilla fra il desiderio di gratificazione e la tristezza di un applauso già previsto dal programma di sala. Alla fine, quando si trovava sotto il naso il décollété della primogenita ventunenne – la più colta della famiglia – che lo sospingeva verso l’ingresso, doveva cedere e con l’animo gonfio andava a slegare la Poesia. Non tornava subito, passavano lunghi minuti imbarazzanti durante i quali giungevano in salotto i frammenti di una discussione sottovoce, di quelle che fanno i vecchi coniugi. Non si capiva granché; sicuramente la Poesia non voleva, ma sembrava che non volesse nemmeno lui. Perché dunque la facevano tanto lunga quei due? Tutti s’interrogavano con gli occhi e si rispondevano alzando le sopracciglia: evidentemente negli strati alti della poesia c’erano delle perturbazioni che da terra non si potevano vedere, bisognava aver pazienza e aspettare mangiando un sandwich nel rispetto dell’Indeci- frabile.
Quando finalmente Clemente riappariva, la sua entrata in scena era deplorevole persino per il circolo letterario di una città così piccola, perché lui trascinava la Poesia imprecando fra i denti e lei teneva le zampe rigide, puntate in avanti, con gli unghioni che si conficcavano nel tappeto. A volte, durante quei corpo a corpo i due finivano per urtare un tavolino che reggeva un vaso liberty o sfregiavano un paravento di seta con le geishe.
Ma poi, quando Clemente recitava i versi di “Forse solo una luce”, tutto veniva dimenticato, anzi ripensato come una bizzarria che garantiva la genialità dell’artista. Non bisognava fare i provinciali; Malaparte metteva in piedi un duello ogni volta che aveva voglia di sgranchirsi le gambe, e D’Annunzio si presentava alle sue amanti indossando un pigiama-scafandro con un buco al punto giusto per nascondere il suo corpo in decomposizione. Non c’era niente di strano – dicevano i poeti alla padrona di casa perplessa – se a Clemente Calcaterra capitava di rompere qualche soprammobile. Tutto era nel flusso del secolo, e ora su quelle acque navigava felicemente anche il loro cenacolo culturale. Se ne allietasse, anziché protestare.
Dopo quelle serate, i ritorni a casa si svolgevano nel silenzio. Lui davanti, col passo strafottente di chi è padrone della strada e del suo destino; la Poesia dietro, che lo seguiva come poteva, perdendo terreno. Non se ne lamentava, compativa soltanto l’egotismo del padroncino. Arrancava e taceva. Era abbastanza vecchia da sapere che certi giovani non si possono cambiare nemmeno da giovani.
La coppia non funzionava, ecco tutto, e ormai era inutile chiedersi chi avesse messo insieme due soggetti come loro. Invece Clemente, più tignoso, non si rassegnava e continuava a lamentarsi: perché a un giovane letterato proteso verso il Nuovo come lui era toccata una Poesia nata già vecchia come quella?
Alle continue esplosioni di rabbia seguivano le recriminazioni: mai che lei si desse un po’ di fondotinta per coprire qualche ruga! C’erano tante Poesie della sua età che facevano ancora la loro figura. Se non si badava troppo ai particolari potevano sembrare addirittura contemporanee. Prendesse esempio da loro.
Lei neanche rispondeva. Non le andava di diventare come quelle vecchie ritinte; non si era mai messa niente in faccia nemmeno da ragazza, quando tutte le altre si facevano carine, sempre con in testa quell’idea di accalappiare qualcuno. La prendevano in giro: «Ma tu esci così? Chi vuoi che ti si pigli?» E correvano via.
Poi era venuta la stagione dei sorteggi, e alcune Poesie che sembravano destinate a spaccare tutto, che si erano fatte largo a colpi di Zang Tumb Tumb, erano state accoppiate con certi autori nati vecchi che le avevano inchiodate al tavolo a comporre endecasillabi otto ore al giorno, e guai se sbagliavano un accento.
Quanto a lei, così limpida, così mite, così domestica, era stata assegnata a quel giovanotto che avrebbe voluto far esplodere il ventre linguistico del secolo col suo arpione poetico.
Poco fatti com’erano l’uno per l’altro, le discussioni divennero quotidiane e si fecero ancora più aspre quando lui intensificò le confessioni con le poetesse.
Dopo averle ascoltate, Clemente si lasciava andare a sua volta a qualche confidenza. Quel suo aprirsi, per lui così nuovo e balbettante, era gradito alle penitenti le quali, avendogli già socchiuso molte delle loro stanze segrete, trovavano logico e naturale concludere la confessione spalancando tutte se stesse.
La Poesia non partecipava a questo genere di incontri. Quando Clemente rincasava, sempre molto tardi, la trovava seduta in silenzio accanto alla ciotola che era rimasta vuota dalla sera prima; in quel mutismo il padroncino leggeva un rimprovero a cui reagiva aggressivamente: d’accordo, se n’era dimenticato, sai che tragedia! Con tutto quello che ha in mente un artista, può succedere che la zuppa passi in secondo piano.
Lui, piuttosto, aveva diverse cose da ridire su di lei; negli ultimi tempi era diventata ancora più insipida del solito; perché se ne stava accucciata per ore davanti alla finestra? a fissare che? si poteva sapere?
La Poesia uggiolava qualcosa di incomprensibile e continuava a guardare fuori, a guardare il cielo.
Effettivamente, era diventata un po’ lunatica. Passava di colpo dalla contemplazione all’attivismo frenetico; non faceva altro che occuparsi di bucati, lenzuola, lavande odorose, marmellate e paioli di rame che non le sembravano mai abbastanza lucidi. Se fosse stata una moglie, Clemente l’avrebbe sistemata in fretta: «Senti, facciamo così: d’ora in poi ciascuno vive la sua vita, e amen», ma con la propria Poesia non c’è mai questo genere di confidenza.
Poi gli venne un sospetto; quel lavare, quello strofinare, quel rassettare non era la solita, nevrotica routine domestica; bisognava vedere come lei si trasformava durante quei raptus; i suoi gesti diventavano un rituale e sulla bocca fioriva un sorriso mistico che tirava gli schiaffi.
Più l’osservava, più Clemente se ne convinceva; la sua Poesia stava progettando un golpe, voleva imporgli un nuovo stile di vita, un regime, oppure, peggio ancora, stava edificando le mura di una poetica.
Non si trattava solo di saponi, stracci e spazzoloni, quella aveva in mente un disegno ben preciso. Lasciandola fare, una mattina lui si sarebbe trovato imprigionato in un mondo di sentimenti fragranti e croccanti, di spighe, di pane caldo di forno con la croce sul dorso. Forse anche di amore coniugale.
Bisognava intervenire.
Più volte, rientrando ancora sovreccitato dalle sedute con le poetesse, aveva deciso di affrontare la questione di brutto: si sbagliava, la santarellina, se credeva che gli eccessi lo avessero rincretinito, anzi il suo fiuto era diventato più sottile.
Ma sull’odorato Clemente si perdeva. Gli tornavano in mente i profumi di tutte le epidermidi che il suo naso aveva esplorato negli ultimi tempi: una rapsodia di aromi sorprendenti per lui che era abituato alla cipria delle ragazze del primo piano. Adesso, grazie a un’intensa sperimentazione, incominciava a distinguere l’odore dei corpi femminili dai prodotti di profumeria. Forse un giorno sarebbe giunto all’Essenza Prima della donna (se la immaginava custodita dentro un’ampolla, nascosta in chissà quale parte del corpo). Ma quelle divagazioni erano sempre troppo lunghe, così quando lui stava per affrontare la faccenda del golpe, la Poesia aveva avuto tutto il tempo di tornare alla sua cuccia e di addormentarsi.
Clemente se ne andò di notte. Scivolò via come un marito.
Lei se ne stava nel suo angolo accanto alla ciotola in un’immobilità troppo assoluta per non essere sospetta. Lui non se la sentì di approfondire e si tirò la porta dietro con cautela.
“Années de pélérinage”. Così, molto tempo dopo, Clemente avrebbe definito il periodo successivo a quella notte, ispirandosi alle suite per piano di Liszt.
Gli erano sempre piaciuti i titoli delle opere altrui. Di alcuni se ne innamorava, e faceva come certi ragazzi che riescono a svuotare col temperino le zucche e i marroni d’India lasciandone l’involucro intatto. Eliminata la polpa, s’infilava nell’opera perfettamente vuota e passeggiava nel suo interno godendosi tutti quei metri quadrati abusivi. Si affacciava anche alla finestra e sorrideva ai passanti come un possidente. I più ingenui lo salutavano con deferenza, poi guardavano il grande titolo sovrastante l’opera e si allontanavano dicendo: «Però, si è sistemato mica male!…»
Ma non erano stati veri anni, bensì grumi di tempo, gnocchi informi di mesi e settimane dentro i quali Clemente si impastoiava.
Era diventato un grafomane eccitato e scomposto. Ogni settimana spediva una novella pruriginosa alle “Grandi firme” di Pitigrilli e intanto pubblicava sulla rivista femminile “Dea” dei brevi racconti alla maniera di Lucio D’Ambra che gli pagavano (poco) un tanto a pagina; ma li faceva cadere dall’alto, con la degnazione dell’autore che è costretto da una momentanea difficoltà a scrivere per le donne. Presto la redazione si stufò e lo scaricò volentieri; di raccontini del genere, tutti più o meno uguali, ne ricevevano a pacchi.
Negli intervalli che gli concedeva il suo attivismo distruttivo, si faceva largo il ricordo della notte in cui era sgusciato fuori mentre la Poesia fingeva di dormire.
Che fosse morta di fame era da escludere; la portinaia aveva la chiave dell’appartamento e sentendola guaire avrebbe provveduto in qualche modo. Forse se la sarebbe portata giù nella guardiola.
E se invece l’avesse messa per strada?
Prima di quella notte, Clemente non aveva mai abbando- nato nessuno. Inesperto com’era, si meravigliava che un evento così periferico riuscisse a raggiungere il nucleo del suo pensiero.
Ricorse al bromuro. Funzionava, ma non era un rimedio da letterato (ci rimase male quando scoprì che le mogli lo mettevano di nascosto nella minestra dei mariti violenti).
Fu Baudelaire a fargli scoprire l’oppio.
Una piccola casa editrice gli aveva commissionato la traduzione dei Paradisi artificiali nella collana “Poeti tradotti da poeti”. Clemente non masticava tanto il francese, e dopo la notte dell’abbandono aveva perso la consuetudine con la poesia. Però l’oppio lo aiutava. Dopo qualche tirata, s’instaurava una buona sintonia fra lui e Baudelaire – non lo si poteva dire un sodalizio ma era come se appartenessero allo stesso club.
L’impresa finì presto.
Una mattina, lo aveva chiamato l’editore.
– A che punto sei con la traduzione?
– Ho quasi finito, hai detto che avevi fretta.
– No, guarda, la fretta non c’è più. Ti avevo accennato, vero?, che la casa editrice era in cattive acque.
– No.
– Strano. Forse non volevo allarmarti. Comunque ora lo sai. Si chiude. Inutile entrare nei particolari. È appena uscito l’ufficiale giudiziario.
Clemente andò ad aprire la finestra. Le nuvolette di fumo, nonostante la pinguedine, si spintonavano come se avessero una gran fretta di traslocare. Ritornò al tavolo e diede un’occhiata ai reperti del naufragio appena annunciato. Un libro: Charles Baudelaire, Petits Poèmes en prose – Les Paradis artificiels, édition définitive, Paris, Calmann-Lévy, éditeurs, 1922; una penna stilografica Waterman laminata argento, pennino rientrante oro 14 k; una macchina per scrivere Olivetti M40; un’upupa in ceramica della quale non aveva mai osato liberarsi. Aprì la finestra senza nemmeno guardare giù e la scagliò in cortile.
Come in un romanzo ben costruito, insieme all’aria pulita entravano anche la musica e le parole di una canzone trasmessa da una radio del secondo piano:
“Fiorellin del prato,
messagger d’amore,
bacia la bocca che
non ha mai baciato,
fiorellin del prato
non mi dir di no.”
Si sedette e ripercorse la pagina dei Paradisi sulla quale stava lavorando:
“… La musica interpretata e illuminata dall’oppio […] Tutta la sua vita passata viveva dentro di lui, non come susseguente a uno sforzo di memoria, ma come presente e incorporata nella musica; contemplarla, non dava più dolore; tutta la cruda volgarità delle cose umane era esclusa da quella misteriosa resurrezione, o era confusa e immersa in una nebbia ideale…”
Di oppio, Clemente ne aveva assunta la solita dose mattutina, ma per la prima volta gli sembrò che quei due grani realizzassero in lui il dettato baudelairiano.
Sorprendentemente, scopriva che l’idiozia del Fiorellin del prato era la stessa che aveva governato la sua vita fino a quel giorno.
Sotto i suoi occhi, le parole della canzone si staccavano dalla musica e gli apparivano come testo letterario autonomo, ne vedeva le parole una per una, impaginate nel riquadro della finestra. Leggeva quei poveri versi con una concentrazione che non aveva mai dedicato a nessun’altra opera, ciò che gli consentì di assistere a un evento soprannaturale di cui si sentiva l’unico testimone nella storia del linguaggio umano; le parole, in particolare tre, fiorellin, bocca e prato, si torcevano in preda a un violento conflitto interno; i Significanti si stavano ribellando alla tirannia dei rispettivi Significati, e se li strappavano via, dolorosamente, col morso del pescatore che azzanna la testa del polpo.
La mattanza non fu breve e, come tutte le separazioni feroci, non priva di ripensamenti; a volte, un Significante, mentre stava per recidere l’ultima fibra che ancora lo teneva unito al resto del suo corpo, si arrestava sgomento, chiedendosi: «E dopo, che ne sarà di me?» – della quale momentanea esitazione il Significato subito approfittava per implorare il suo boia; gli ricordava la profondità del loro legame, la dipendenza vitale dell’uno dall’altro e cose del genere – ma quando la macchina delle mutilazioni gira a pieno regime, le suppliche delle vittime stimolano i carnefici a colpire più forte e con più gusto.
Chiunque avesse assistito a questo Grand Guignol dell’impossibile sarebbe corso sotto la doccia per togliersi dagli occhi quelle immagini, invece Clemente seguiva la messa in scena creata da lui e dall’oppio con la palpitazione del regista alla prima di una sua opera e, come accade a tutti i registi, gli pareva che ogni istante dello spettacolo fosse il distillato di una verità unica e ineffabile.
Era quella la “misteriosa resurrezione” di cui parlava Baudelaire? Una nuova vita svuotata del senso del presente, amputata del ricordo e liberata dall’ansia delle aspettative?
La canzone non rimase a lungo nella stanza, fece un paio di giri e si confuse con una nebbia che si era magicamente addensata offrendole un sipario dietro cui scomparire.
La nebbia invece non se ne andò, continuò ad accompagnare Clemente anche nei giorni successivi, per strada, al caffè, a teatro.
E fu attraverso quella stessa nebbia, che vide per la prima volta Kikì.
Passando davanti a un teatro, lo aveva incuriosito una locandina plebea che recitava “Baraonda di donne” e aveva deciso di entrare un attimo per dare un’occhiata al gineceo. Lo spettacolo era giunto ai ringraziamenti. Le maschere avevano già aperto le porte. Alla ribalta, una sola attrice. E tutte le altre promesse dalla locandina? Svanite per lasciare spazio a quella lì?
Colei non aveva proprio nessuna stimmate della primattrice. Si limitava a ruotare il busto con le braccia larghe da statuina di gesso offrendosi a un centinaio di vocianti, plaudenti e ghignanti. Qualcuno azzardava: Nuda…! con una voce da uccello timoroso pronto a ritrattare e a scappar via.
La ragazza raccoglieva quel che veniva, applausi e battutacce, col sorriso compiacente della padrona di casa che riceve i regaletti di compleanno («Grazie del pensiero, metta pur lì sulla cassapanca») – tutta roba destinata alla spazzatura non appena se ne sarà andato l’ultimo rompiscatole.
Clemente commiserava gli spettatori più eccitati, poveri insetti incappati nella ragnatela della subcultura! Scambiavano quell’immagine femminile ridipinta alla meglio per un vas damnationis pieno di chissà quali promesse. Ci voleva tanto a capire che la pupazza era del tutto estranea al teatro non meno che al piacere e al peccato?
La sera dopo tornò a vedere “Baraonda di donne” dall’inizio.
E anche la sera seguente.
Alla quindicesima replica era diventato uno specialista di Kikì; oltre agli spettacoli, aveva condiviso con lei tutti i dopoteatro e qualche volta anche il letto.
Non era stato difficile, gliel’aveva presentata Santo Giovannone, un manutengolo che faceva anche da portaborse al gerarca Terruzzi, di cui Kikì era amante accreditata. Fra i tanti articoli nel paniere di Giovannone, c’era l’oppio, che distribuiva anche a credito insieme a ogni genere di merci, biciclette, donne, carte annonarie, revolver, tutte occasioni imperdibili.
Il gerarca Terruzzi compariva poco, aveva ingaggiato altre donne più in carine e più nuove, così Kikì e Clemente si ritrovavano spesso da soli, in una stanza anonima (di amici, diceva lei) a dividersi la loro piccola scorta di grani.
Sedevano uno accanto all’altro, come in treno. Kikì teneva lo sguardo fisso sul muro, così che Clemente poteva studiarne il profilo – era quello di un manufatto ben disegnato e accura- tamente realizzato, che ora sedeva in quella stanza insieme a lui chissà perché. Dopo qualche boccata di oppio, sembrava a Clemente che dentro quell’involucro femminile si accendesse un chiarore; erano illuminazioni brevi, come se qualcuno fosse entrato per cercare qualcosa e ne fosse uscito poco dopo spegnendo la luce.
Allora le toccava un braccio. Kikì sussultava:
– Cosa fai? (continuando a guardare il muro).
– Sono qui.
– Lo so. E con questo?
A volte le domandava:
– Ma anch’io, per te, sono solo un’immagine?
– Non capisco – sorrideva appena Kikì. E si spegneva, oppure pulsava un po’ più forte come se ridesse, dipendeva dai giorni.
Kikì Fekete, danzatrice e attrice, immigrata in Italia da bambina. Ungherese, ma con sangue mongolo per parte di madre. Quando non tira l’oppio, la ragazza ha una molto concreta visione delle cose. Ormai è scivolata agli ultimi posti tra le favorite del Terruzzi, l’ha capito. Non durerà molto, bisogna pensare al dopo.
Ignara di letterati e di generi letterari, Kikì matura un progetto intorno a quel Clemente: invece di lamentarsi sempre sulla sua Poesia perduta, il ciondolone potrebbe rendersi utile scrivendo una commedia di successo. Imperniata su di lei, com’è logico. I soldi per produrla si troveranno. Ci penserà il gerarca Terruzzi, sarà una specie di liquidazione.
Forti resistenze del poeta Calcaterra: «… Ti dico che non è possibile! La scrittura teatrale richiede un’estroversione… un’impudicizia, ecco, che non mi appartiene… Una commedia! Col successo incorporato! Non saprei nemmeno da dove incominciare… Per me sarebbe più facile… non so… un oratorio… »
Kikì gli risponde con una parola sola, volgare, e si spegne.
Clemente non sopporta il buio, specialmente un buio di quel genere. La chiama e si aggira perduto per le stanze. Un vecchio che gesticola nel nulla durante un black out. Dalla tenebra, la voce di Kikì lo raggiunge come un comunicato radio: «Non cercarmi più!»
Meno di un mese è il tempo che Clemente impiega per ideare e scrivere qualcosa di simile a una pochade sensuale in due atti.
Ventisette giorni privi dell’immagine di Kikì.
Il ventottesimo giorno Clemente le manda un telegramma di due parole che vorrebbero essere trionfali: “Commedia terminata.” (con punto esclamativo).
Anche il telegramma di Kikì è di due parole: “Fa ridere?”
Caduta della commedia del Calcaterra.
S’intitola “Tutti pronti tranne il diavolo”.
Il tracollo si annuncia subito dopo la prima battuta.
Ad apertura di sipario, un Maggiordomo si aggira per la scena mentre spolvera le argenterie: «Da quando il signor padrone si è sposato non c’è un attimo di tregua in questa casa.» Qui, se la commedia non fosse di quelle nate male, si dovrebbe sentire un campanello; il Maggiordomo andrebbe ad aprire borbottando: «Ecco, suonano alla porta….» Entrerebbe Kikì piuttosto svestita. Il Maggiordomo strabuzzerebbe gli occhi, così come la platea, e il serpentone della commedia potrebbe incominciare sua danza rituale.
Ma il campanello tace.
Dov’è finito l’attrezzista addetto? È ubriaco? È svenuto? Silenzio.
Il Maggiordomo, sgomento, deve improvvisare.
Rievoca le sue immaginarie esperienze di maggiordomo presso un immaginario campionario di padroni; capitani d’industria decaduti, pervertiti dediti alla cocaina, banditi internazionali, principi indiani.
Il campanello continua a tacere.
Il maggiordomo prende tempo spolverando e si spreme nella ricerca di spunti narrativi. Non gli vengono, anche a scuola non c’era un briciolo di fantasia nei suoi temi. Prova a inventarsi gli antefatti della commedia, ma li confonde con gli sviluppi, poco manca che sveli anche il finale; lancia delle occhiate in quinta, dove tutti stanno cercando un campanello.
Kikì è brutta di rabbia. Freme per entrare. Dietro di lei, l’Ammiraglio, la Fioraia, la Ragazza di vita e l’Avvocato si sbracciano e lanciano imprecazioni contro il Maggiordomo: continui a parlare, perdio!, prenda tempo, inventi qualcosa…
In platea qualcuno fa «Gnao!…», e un altro, subito: «Acchiappa il gatto, almeno succede qualcosa.»
Risate del pubblico.
Fra le quinte, La Ragazza di vita, che ha studiato musica, lancia un “drin” esagerato, da conservatorio.
Nuova ilarità in platea. Ma almeno il Maggiordomo può liberarsi della sua battuta con un grido «Ecco, suonano alla porta!”.
Corre ad aprire.
Le risate proseguono anche sull’entrata di Kikì seminuda con i seni racchiusi in due coppe d’argento. Fino alla sera prima, durante la prova generale, era perfetta nella parte di giovane vipera che sconvolgerà una famiglia felice; adesso per tutti (anche per Clemente) è solo una ragazza inutilmente lunga e solo in parte vestita. Kikì sente ribollire il suo sangue mongolo. Non sopporta lo sghignazzo. Più che sedurre vorrebbe aggredire quegli stronzi che si danno di gomito – dice proprio la parola, la sente anche Clemente in sala.
Questo stato d’animo non giova alla recitazione.
A metà del secondo atto, l’autore Calcaterra non regge, esce nel foyer e di lì segue l’inabissarsi della commedia ascoltando le reazioni della platea.
Se ne va poco prima del finale – per i ringraziamenti non vuole proprio esserci.
Tutti i naufragi teatrali avvengono di notte, ed è sempre una notte anomala; nessuna alba ha la sensibilità di venire a fare un po’ di luce, così le vittime e i relitti rimangono a galleggiare in un buio e in un tempo indefiniti.
Fu Kikì a farsi viva con un telegramma, dopo due settimane. Dovevano vedersi immediatamente.
Clemente avrebbe rinviato volentieri.
Si chiedeva: vorrei non incontrarla mai più?
No, mai più era troppo. Magari dopo una decina d’anni. Incontrarsi per caso, l’uno e l’altra in compagnia di amici sconosciuti gli uni agli altri. Diciamo d’estate, ecco, all’uscita di un cinema oppure davanti a una gelateria, una di quelle sere in cui si gira a vuoto per la città.
Sì, molto meglio incontrarsi per caso. Imbattersi, ecco. – Sei tu!
– Sei tu!
In dieci anni il tempo avrebbe fatto il suo lavoro, e quel macigno che oggi sembrava indistruttibile sarebbe ricomparso in forma di piccole scaglie, raccontini da spendere in compagnia – da morti, tutti gli spettacoli si decompongono e rinascono come aneddoti.
– … Così voi due avete lavorato insieme.
– Beh sì, una volta…
– Non ce l’avevi mai detta questa cosa del teatro.
– È capitato. Tanto tempo fa.
– Ma quando…?
– Chi se ne ricorda più?
E tutti e due, lui e Kikì, avrebbero sorriso di quella creatura malriuscita che avevano fatto insieme – lui più vile, comunque, perché era fuggito prima che nascesse interamente.
Quando se la vede irrompere mezz’ora dopo il telegramma, Clemente capisce che il teatro non c’entra. È la vita. È un commiato: Kikì sta partendo per Berlino. Ad ore. Con uno che ha conosciuto dopo l’ultima replica. Un Fossati, industria pesante. Carri armati e simili, per capirsi. Ha una ventina d’anni più di lei. Distinto, forse un po’ troppo massiccio ma non importa, diciamo solido da tutti i punti di vista. Fortunatamente il Fossati ha perso la testa. Lei non può giurare che sia l’uomo della sua vita ma non è questo il momento di usare il bilancino.
(Clemente annuisce e aspetta il seguito). Comunque Berlino non è per sempre, lei tornerà. Diciamo fra un mese, forse due. E prima che lei parta lui deve sapere.(Proprio lui Clemente, come indica il dito).
Sapere cosa?
Insomma, non ha gli occhi?
Clemente guarda meglio: Kikì è ancora quel corpo e basta che ha lasciato due settimane prima sul palcoscenico. Sbagliato. Adesso lei è incinta.
Perché crede che si sia precipitata da lui come una pazza? Per la fregola di vederlo? Quale ragione può spingere una quasi madre a cercare un uomo che ha cancellato dalla sua vita, in quanto del tutto periferico, se non in nome di una necessità che prescinde dai sentimenti: quella di annunciare l’esistenza futura, anzi imminente, di una creatura al suo padre naturale? (Detto tutto d’un fiato nonostante le contorsioni della sintassi).
Kikì si appoggia al bracciolo di una poltrona; patisce la retorica e quando ne abusa sente il contraccolpo, come un calo degli zuccheri.
Clemente tenta una sintesi. Insomma, lei aspetta un figlio. Sì, da lui. E perché non dal Fossati o dal gerarca Terruzzi, o magari da Santo Giovannone?
Perché le donne sanno, santo cielo! Non è facile da spiegare, ma sanno. Solo un imbecille può credere che durante l’accoppiamento vadano in deliquio totale. Sanno sempre. Nel momento esatto della fecondazione scatta un segnale – tutto interiore, s’intende, non è che si mette a suonare una sirena all’improvviso.
Ma sono cose che lui non può capire, quindi è meglio non perdere tempo.
Anche perché il tempo ha ripreso a correre e Kikì si è riavuta.
Ora deve andare. L’automobile del Fossati passerà a prenderla entro un’ora e i bagagli sono ancora da chiudere.
Lei non è mai stata a Berlino, come se la caverà con la lingua? Ha sempre pensato che essere nata in Ungheria è stato del tutto inutile. Quando lo diceva a sua madre, erano sberle. Scenderanno all’Hotel Oderberger che ha una grande piscina interna, è famoso, l’ha mai sentito nominare? Clemente pensa che il bambino è già stato spedito fra le quinte e prova a riportarlo in scena. «E di… lui cosa ne facciamo?». Che domanda sciocca. Kikì ha già scritto tutto il copione. A Berlino col Fossati faranno l’amore in modo forsennato – hanno già incominciato da quindici giorni, quindi l’arrivo del figlio sarà una conseguenza più che logica. Poi non si sa. Se va bene, finirà con un matrimonio, visto che il rampollo è libero. Il bimbo entrerà nella dinastia fossatiana. Niente male per uno che rischiava di debuttare nella vita come un semplice figlio di puttana.
Adesso è veramente tardi. Kikì si aggiusta il cappello. Ha già qualcosa di berlinese. Sembra anche un po’ più ricca. Sulla porta, Clemente sente che glielo deve chiedere: «Una cosa non capisco: visto che hai già deciso tutto, perché rivelarmi che il padre sono io?.» Kikì deve alzare leggermente la testa per guardarlo (il cappello le copre metà del volto com’è logico in un incontro clandestino); sulla falda compare un uccello bianco che lui non aveva notato. Sembra che stia covando. «Per essere un poeta, non hai mica tanta intuizione. Volevo che almeno tu custodissi questa verità, ecco.»
Clemente rimane in piedi nel corridoietto a guardare la porta che si chiude.
Ripensa alle ultime parole di Kikì; la voce era quella di sempre, ma il discorso che parlava in lei veniva molto dall’alto, non proprio dai cieli ma quasi. I poeti, l’intuizione, la verità come fondamento della moralità. Figuriamoci. Tutta roba che non c’entrava niente con lei. C’era del Benedetto Croce là sotto – in quegli anni ne circolava molto, ma Kikì non leggeva neanche “Vita femminile”; forse, così lunga e sottile, aveva captato, come un’antenna inconsapevole, un pensiero del venerando filosofo che metteva Clemente Calcaterra di fronte a ciò che era diventato: un traditore svenduto al teatro, il più infimo, e per di più senza averci guadagnato una lira.
Seguirono notti difficili. In un dormiveglia, parve a Clemente di sentire un raspare stanco sul portone, come di anziano che vuole uscire dal feretro. Ne fu infastidito perché si trovava dentro un sogno molto bello in cui si stava esibendo da solo su un grande palcoscenico davanti a una platea rapita. Gli attori giacevano sparsi per la scena, sventrati – aveva scritto un finale in cui tutti si uccidevano l’uno con l’altro – e ora il pubblico applaudiva lui come superstite e padre unico dello spettacolo. Poi, il velo del sogno veniva squarciato da un latrare che saliva su per le scale, e un attimo dopo entrava in scena un vecchio cane sbilenco. Sulla sua groppa, un fanciullo vestito da diacono impugnava un pastorale con la punta acuminata. La platea era impietrita e lui cercava di rianimarla gridando: «Non dategli retta, signore e signori, è un impostore… non basta l’innocenza per fare il diacono… troppo comodo… bisogna anche venire da una famiglia integerrima! Lo sapete chi è sua madre…? Un’attrice, un’avventuriera….»
Giunto al centro della scena, il cane si fermava e il fanciullo alzava solennemente il pastorale con due mani come per colpire. Però Clemente non aveva paura, era più che altro scandalizzato e sfidava l’assassino in miniatura: «Tu, piccolo figlio di puttana, saresti capace di fare una cosa simile a tuo padre?»
Qui una mano lo afferrava e lo trascinava per terra, mentre un attore in costume da maggiordomo mormorava: «Non fare il cretino! In certi casi è meglio fingere di essere morti», e intanto incominciava a tagliarlo con un coltellino da pompelmo: «Tranquillo, con questo non si sente niente, l’importante è usare gli strumenti giusti.» Era vero. I dentini della lama gli causavano solo un pizzicorino che lo faceva ridere, però non gli sembrava dignitoso morire ghignando come uno stupido, ma i cadaveri degli attori sanguinolenti rialzavano un poco il busto e lo tranquillizzavano, gli facevano segno che non si preoccupasse, che si mettesse giù a fare il morto, che andava bene così, e alla fine lui si adeguava e si stendeva come gli altri, mentre il pubblico, in piedi, applaudiva il fanciullo diacono che al centro della scena rimaneva in posa a cavallo del cane come una statua equestre.
La mattina seguente, Calcaterra si era svegliato molto più presto del solito e di malumore, così aveva deciso di andare a bere un cicchetto al caffè. Nell’androne, il portinaio, con la scopa e un secchio d’acqua, contemplava schifato una grossa deiezione canina sul marciapiede davanti al portone. «Incomincia proprio bene la giornata! L’ha sentito, stanotte, quel bastardo? È andato avanti per quasi un’ora, e siccome nessuno gli ha aperto ci ha lasciato il suo regalino. Se trovavo la forza di scendere dal letto, giuro che venivo giù e l’ammazzavo.»
Clemente disse di non aver sentito nulla e salutò in fretta.
Kikì ritorna da Berlino. Il bambino nascerà di lì a poco. Il Fossati si è dileguato (il matrimonio era una fantasia di lei, incapace non solo come attrice ma anche come donna di mondo).
Clemente provvede al nascituro come può.
La madre, giovane ed elastica, si rimette in pista subito e riparte. Per dove?
Prima di andarsene per sempre, Kikì si arresta nel corridoietto:
KIKÌ: – Ci siamo dimenticati di dargli un nome.
CLEMENTE: – Vista la situazione, mi sembra il meno. Un nome vale l’altro.
KIKÌ: – Non so dove finirò, ma in qualunque parte del mondo mi trovi, vorrei pensare a lui come a Genesio.
CLEMENTE: – Sì, un nome vale l’altro, ma questo è orribile.
KIKÌ: – Genesio, come il santo patrono degli attori. Ti prego. Quelli sono stati i giorni più belli della mia vita, e sai perché?…
Clemente non l’ascolta, desidera solo che se ne vada al più presto portandosi via la vergogna di quella commediaccia che lei gli aveva imposto di scrivere. Ma era poi esistita? L’inconsistenza di quel copione lo aveva fatto scivolare fra le cose solamente pensate; ormai lo vedeva lontanissimo, dunque microscopico, come un ragnetto velenoso e ridicolo; eppure, durante quei due mesi che gli apparivano come un lungo svenimento, il ragnetto aveva creato una rete molto solida in cui erano rimasti impigliati lui e Kikì – per non parlare del bambino.
Clemente l’avrebbe poi chiamato Genesio, per quel senso dell’onore, figlio della paura, che ci costringe a rispettare anche controvoglia le disposizioni degli scomparsi.
Una domenica mattina, molto tempo dopo.
La chiesetta è addobbata solennemente, per quanto può. Il Vescovo ha appena ordinato i nuovi diaconi, dieci giovani che indossano una cotta bianca attraversata in diagonale da una stola verde, tutti ritti e freschi come steli di un prato in primavera; gli amici festanti li sospingono sul sagrato dove sostano i parenti periferici. Sono previsti pranzi nelle trattorie dei dintorni.
Clemente Calcaterra è l’undicesimo diacono. Molto più curvo e più anziano del vescovo, se ne sta in disparte con l’unico familiare di cui dispone, suo figlio Genesio. Non hanno molto da dirsi, pranzeranno a casa come al solito.
Gli steli giovani, non ancora entrati nel loro ruolo di diaconi, fanno caciara e ripartono ammucchiati dentro automobili di seconda mano.
Sul piazzale vuoto compare un cane.
Si dirige verso il neo-diacono Clemente con passo strascicato. Non è mai stato un bel cane e basta guardargli il pelo per capire che la vita non l’ha migliorato. Genesio fa un passo indietro. «Non devi averne paura, è il mio cane», gli dice il padre mentre allunga la mano per carezzare l’animale con una certa repulsione.
Qui finisce la storia del poeta diacono.
(Continua)
Leggi le puntate precedenti:
1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
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9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata
12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/AutoreradiospazioteatroScritto ilCategorieSenza categoriaModifica”Le scimmie di mare, 13ª puntata”
13ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23477

Mi affascinavano gli spettacoli teatrali, pieni di immagini delle mie miserie e fomiti del mio fuoco. Come avviene che colà un uomo desidera affliggersi osservando fatti luttuosi e tragici, che però egli non desidererebbe mai subire? E tuttavia lo spettatore vuole sentirne il dolore e il dolore stesso è il suo piacere. Che cosa è ciò, se non una straordinaria follia? Infatti ciascuno è da essi tanto più coinvolto quanto meno egli stesso è immune da tali passioni, anche se, quando è lui a soffrire, si parla di miseria, quando invece si unisce al dolore di altri, si parla di misericordia. Ma quale misericordia può esserci in fatti inventati e teatrali? L’ascoltatore infatti è spinto non a venire in aiuto, ma solo a dolersi, e quanto più riesce a soffrire, tanto più apprezza l’attore di quelle scene. Se invece queste sciagure umane, antiche o inventate, vengono rappresentate in modo tale che lo spettatore non soffra, allora questi se ne va deluso e contrariato: se invece soffre, rimane lì, concentrato e contento. Si amano dunque le lacrime e il dolore. Certo, ogni uomo desidera gioire. Ma forse, se a nessuno piace essere infelice, piace però essere misericordiosi e, dal momento che ciò non è possibile senza dolore, per questo solo motivo si ama il dolore.
Sant’Agostino, Le confessioni, Mondadori