Le scimmie di mare feuilleton 11ª puntata

Capitolo undicesimo

Che racconta un viaggio del quale il Narratore non riesce a fornire prove certe.

Non si può vedere ciò che non è. Così chi narra il passato non narrerebbe certamente il vero se non lo vedesse con l’immaginazione.
Agostino, Le confessioni, XI


Passavo sempre più tempo in casa. Aprivo una finestra solo quando il fumo delle sigarette diventava troppo denso. Mi sembrava impossibile che quello spazio circostante fosse stato, un tempo, di mia proprietà; gli esemplari che continuavano ad atterrare da chissà dove lo avevano reso irriconoscibile. Qualcuno mi diceva: «Perché non li fai sbattere fuori? Non ci vuol niente, basta una telefonata. Articolo 64, violazione di proprietà privata.» «Ci penserò», dicevo, ma non era vero.
Mi immaginavo la scena.
Le camionette della polizia.
Gli esemplari afferrati per le braccia e per i capelli che si divincolavano gridando:
– Quale proprietà privata? Si fa presto a dirlo, deve dimostrarlo!
Il buon senso dei poliziotti:
– Questo è vero. Può esibire il contratto d’acquisto? – Credo di sì, ma dovrei cercarlo.
– Strano modo di custodire i documenti, un contratto d’acquisto non è lo scontrino di un bar. Ci risentiamo quando l’avrà trovato.
Sarebbero ripartiti di malumore, senza sirene. Eccitati dalla vittoria, gli esemplari avrebbero danzato, spogliandosi e ostentando le loro escrescenze giovanili, più turgide e scarlatte del solito.
Una prova del genere era molto al di là delle mie forze, così il contratto d’acquisto non lo cercai mai. Oggi, dopo tanti anni, non sono sicuro di essere stato il legittimo proprietario di quel terreno, ma non ho nessuna voglia di accertarlo; quando un bene non c’è più, che importanza ha sapere se e in quale misura l’abbiamo posseduto?
Presto scoprii che non stavo affatto male chiuso dentro casa. Per qualche mese indossai dei tappi antirumore, mi aiutavano a riflettere. Doveva esistere, ne ero certo, una stagione perduta, molto lontana da quella degli esemplari, alla quale desideravo ritornare cancellando tutti i periodi successivi: le salette dei drammaturghi, gli anni della scrittura nella Grande Azienda e soprattutto i fuochi senili del teatro. Mi figuravo che i reperti di quella stagione fossero raccolti in un unico luogo, certo non in una biblioteca (il loro interesse letterario era nullo); forse erano finiti nel museo poco interessante di una località sconosciuta, di quelli sempre sul punto di chiudere per mancanza di visitatori ma che alla fine rimediano un piccolo finanziamento in nome di un presunto interesse antropologico.

Ci sono tanti musei immaginari quanti sono gli autori (ma non sono altrettanti quanti sono i visitatori?)
Stéphane Audeguy, Un musée imaginaire

Di questa immagine del museo, sempre più insistente, parlai al Dottore. Fu un’imprudenza, me ne accorsi subito, ma da quando si era insinuato nella mia vita dovevo trovare qualche spunto per alimentare la terapia.
L’argomento lo eccitò.
– Bene, siamo a una svolta! La ricerca del museo è già uno stimolo. Prepari subito le valigie. Inseguire un pensiero è il genere di viaggio di cui lei ha bisogno in questo momento. Non mi dica niente, so già; la prospettiva di partire senza una meta prefissata le provoca angoscia, vero? Ragione di più per andare. Deve smetterla di considerare l’Ignoto come una divinità cieca e demente che dispensa punizioni a casaccio.
Gli parlai con fermezza. Era inutile che si eccitasse così, non sarei partito. Quel viaggio avrebbe comportato un gran traffico di biglietti e traghetti, di prenotazioni e pensioni, di sveglie all’alba e di barbecue accompagnati da noiose nenie etniche, di mercati col pesce e senza il pesce, di appostamenti sotto la luna senza motivo.
Sapevo che l’avrebbe presa male.
– Peccato, lei spreca una bella occasione per uscire dal suo bugigattolo interiore e aprirsi ai grandi spazi. Vede, la fisiologia umana è molto simile a quella del mare; in ciascuno di noi c’è tutto un periodico su e giù – chiamiamolo così per semplificare. Quando si sente montare l’onda del desiderio bisogna approfit- tarne e salpare subito.
– Una specie di surf.
– Diciamo così, sempre per semplificare.
– Beh, io non ho sentito nessuna onda, era solo un pensiero come un altro.
– E da dove crede che nascano i pensieri, se non dal desiderio? Si rende conto? Finalmente è salita la marea, e una voce dentro di lei, la sua voce, che le dice: «Alzati e vai! Perditi, se necessario. È il momento!» La assecondi.
– Io questa voce non l’ho sentita.
– Certo, se lei non si ascolta non potrà mai assecondare niente. Faccia come le pare, rimanga nel suo stanzino buio, con il pianto e il rimpianto. Infine, non sono fatti miei. Ci vediamo giovedì.
Invece il giovedì seguente non andai, e nemmeno quelli successivi.

Non diversamente da certi sogni che ci accompagnano anche dopo il risveglio, quel viaggio immaginario era diventato permanente. Lo potevo leggere e rileggere come se fosse già avvenuto. Le sequenze si sviluppavano da sole, una dopo l’altra, con una facilità che mi sorprendeva.
L’arrivo in un paesucolo anonimo appena spolverato di Medio Oriente.
La ricerca. Di che cosa?
– … Le musée…?, avevo chiesto.
Il tabaccaio del paese non si era neanche voltato e aveva continuato a tirar giù la serranda: – Y a pas de musée, ici. Perché parlavano in francese? Tutti, me compreso. Si mascheravano. Gli indigeni pativano l’inconsistenza del luogo, io quella del viaggio che mi aveva portato lì.
La prima settimana.
Le notti soffocate sotto il tetto di un rifugio che non si poteva chiamare albergo, a qualche chilometro fuori dall’abitato e gestito da una vedova.
I giorni dispersi nella ricerca di un tesoro che, se l’avessi trovato, si sarebbe rivelato solo imbarazzante.
Avrei poi scoperto che la vedova era stata allontanata dal paese per una vicenda oscura riguardante il marito; l’avrebbe evocata lei stessa durante i lunghi dopocena all’ombra di una bottiglia verdastra, un distillato oleoso di erbe fatto in casa, forse non immediatamente letale ma capace di distruggere i visceri di un uomo in qualche anno di convivenza.
In quei racconti lo sposo fantasma si affacciava tra il fumo delle nostre sigarette. Era stato un attore di cui si era infatuata molti anni prima, da ragazza, nell’età stupida, la prima volta che era andata a teatro. Lui l’aveva sedotta per come portava la divisa sulla scena. Subito dopo un matrimonio lampo, si era rivelato per quello che era, un topolino dai baffetti pretenziosi, anche ben fatto, ma tutto bagnato e smarrito nel mondo. «Non si dovrebbe mai scartare il cioccolatino», ripeteva la vedova succhiando il suo veleno vegetale.
Avevo poi finito per trovarlo, il museo. In paese non lo chiamavano in nessun modo, dicevano: «Ah, là-bas!», stupiti e un po’ sospettosi che qualcuno fosse venuto da fuori per visitare quel niente. Avevano ragione. Il fabbricato a due piani era giallino e insipido come quelli che i geometri costruiscono d’impulso, poi si chiedono: «E adesso cosa ne facciamo?».

Un uomo anziano e massiccio venne a presidiare la porta d’ingresso. Trascinava la gamba destra e si appoggiava a un bastone. Era seccato. Forse l’avevo interrotto mentre era impegnato a sistemare un cadavere dentro un baule o in una faccenda del genere.
«È lei il custode?»
Improvvisamente la gamba prese a fargli male. Se ne lamentava con una vocina da guitto che recita la parte del vecchio.
«Il museo è aperto?»
Sempre lamentandosi, mi guardò come un insensibile; le mie gambe erano tutte e due sane… cosa potevo capire?
Feci per andarmene.
«No, aspetti!»
I dolori erano improvvisamente scomparsi. Se ne poteva parlare. Non esistevano né orari né biglietti, sarebbero stati inutili visto che prima di me non si era mai presentato nessun visitatore.
–  Io sarei il primo?
–  L’unico.
Dovevamo trovare un accordo privato, a quattr’occhi. Dalla somma che mi estorse, una banconota sull’altra, dedussi che era un professionista, pregiudicato per una serie di reati finanziari.
Appagato, mi fece segno che potevo salire. Naturalmente non sarebbe salito, per via della gamba.

L’immagine percepita e l’immagine creata sono due istanze psichiche assai differenti e ci vorrebbe una parola apposita per designare l’immagine immaginata.
Gaston Bachelard, La Terra e le fantasticherie della volontà

La sala d’ingresso.
Forse qualche tinteggiatore magrebino aveva dato una ripulita alla buona in tempi recenti; forse il sindaco se li era trovati davanti con i loro fagotti e i loro bambini smunti che avrebbero turbato gli indigeni. Da uomo timoroso, più che di cuore, aveva disposto che gli venissero dati pennelli e biacca, e poco importava se erano analfabeti della tintura, non dovevano mica affrescare la chiesa.
Ma nemmeno un’impresa specializzata sarebbe riuscita a eliminare l’umore del già vissuto stagnante nelle stanze. Sotto quelle pennellate rudimentali affioravano dei personaggi che mi ero lasciato indietro da più di mezzo secolo. Figure collaterali uscite di scena senza mai esserci davvero entrate – ma il marginale e l’inutile riaffiorano sempre, con la tenacia delle tappezzerie che invecchiano attraversando le generazioni.
Erano proprio sgorbi, non avevano nemmeno la delicatezza ipocrita dei fiori da parete: poveri volti tirati giù in fretta come se il Tempo, colto dalla frenesia di finire tutto subito, li avesse sparsi qua e là senza nessuna attenzione alla cronologia, alle affinità, ai rapporti che potevano aver collegato quelle esistenze irrilevanti.

Sala uno. L’impresario Scanavino
Nonostante i tratti approssimativi, riuscii a decifrare il volto dell’impresario Scanavino. Lo avevo conosciuto sul finire della carriera, quando si occupava esclusivamente della moglie, la pianista Andorra, la cui grazia tondeggiante, rivestita della peluria impalpabile di certi bruchi, s’imperlava mentre eseguiva la Polacca opera 53 di Chopin, l’Eroica. Portava sempre i capelli biondi tirati violentemente all’indietro e li faceva mordere da un fermaglio di duro argento, così che non si scomponessero mai, nemmeno quando saltava sullo sgabello per aggredire i tasti dall’alto con gli accordi che scolpiscono il tema a martellate: pam-pampàm… (pausa: /8) … pappapappapappampàm… (pausa: 1/8) … e così via.
L’impresario Scanavino se ne compiaceva accucciato accanto alle colonnine impero del pianoforte; non ci pensava neanche a farla esibire in pubblico, nemmeno in una sala parrocchiale. Se la teneva in casa: tanto più giovane di lui, voleva che razzolasse solo sullo strumento domestico, così paffuta, apparentemente così poco artistica – era il suo piacere segreto contemplare la forma ovoidale della moglie e strizzarla dopo cena con due dita, così che schizzasse fuori il martellato di Chopin tutto per lui.
Quando l’estasi a due incominciava a diventare noiosa, Scanavino apriva le porte a qualche piccolo nucleo familiare compresi anche i bambini – erano un fastidio, ma gli sembrava che la loro presenza avrebbe inibito nei padri la concupiscenza per la sua Andorra.
Tuttavia sottovalutava la lussuria dei piccoli. Io posso testimoniare di essere stato iniziato all’erotismo musicale, a otto anni, proprio da quell’Eroica, una volta che i miei genitori avevano deciso di portarmi con loro a un dopocena pianistico.
Fino a quella sera non conoscevo il desiderio – di un essere umano, dico.
Un attimo prima di iniziare, l’Andorra in persona si era chinata sulla mia piccolezza e mi aveva mormorato: «Dimmi la verità, io ti piaccio?.» Più che una domanda, era stato un alito di mentolo uscito da due labbra socchiuse. Me lo ero figurato? Guardai di nuovo. La bocca si era messa a parlare con non so chi. Nel dubbio, mi ero sentito precettato a seguirla per sempre, probabilmente fino alla dannazione, mi dissi.
Alla battuta 8, la pianista, piegata sulla tastiera, mi aveva sbirciato dal basso.
Era la conferma della nostra relazione.
Alla battuta 13 credetti di ricordare delle figure di donne pomeridiane senza vestiti disseminate in grandi stanze semivuote. Se ne stavano appoggiate sopra vecchi divani imbarazzati mentre la Fecondazione si aggirava per le stanze; la si percepiva dall’odore, ma le donne non ci facevano caso; se ne stavano dentro i loro nudi bianchi come una piccola colonia di anellidi impegnati a contarsi le pieghe, e quell’indolenza mi eccitava più di qualunque invito – nel bambino, niente provoca la vertigine come l’immobilità cedevole della donna.
Il Tema si rovesciò su di me poco dopo, alla battuta 18, inaspettato.
Il famoso martellato dell’Andorra (e anche di Chopin, certo).
Era un’onda che cancellava le prime diciassette battute e sgretolava l’intero l’uditorio maschile: uomini di buona stazza, mica scriccioli, gente concreta, ben piantata sulle gambe e nella Società, primari che fatturavano un centinaio di appendi- cectomie l’anno; avvocati che reggevano con una mano i fallimenti e con l’altra le aste giudiziarie; imprenditori che si tenevano il sindaco nelle tasche insieme agli spiccioli – improvvisamente il Tema li aveva tutti trasformati in tanti cuoricini smarriti fra le trine del Sentimento come le piccole segretarie dei loro studi che deridevano e desideravano.
Poi l’Andorra non guardò più nessuno, tanto meno me. Navigava nelle alte quote rimbalzando sullo sgabello impero; di lassù, poteva solo intuire la nebbia dei desideranti.
Sorrideva. A se stessa, non a loro. Quel distacco era la sua vittoria e il suo premio. Anche gli applausi del dopo Eroica non li sentiva; l’intimità con Chopin l’aveva lasciata tutta sconnessa. Ansimava – mi venne in mente – come quando si fa la lotta tra ragazzi; ci si rotola per terra digrignando e ridendo per arrivare insieme a quello sfinimento oltre il quale si intuisce che esiste uno sprofondo cui si tende senza raggiungerlo mai.
Il marito Scanavino s’interponeva fra la moglie e gli adoratori con le braccia un po’ larghe così come si fa con uno svenuto che ha bisogno d’aria. I maschi soppesavano quel corpo femminile abbandonato sul pianoforte. Si scambiavano occhiate che non riuscivo a decifrare – strano, perché ero maschio anch’io, ma forse lo ero da troppo poco tempo, mi dicevo. Accanto a me qualcuno commentava: «Bisogna dire che il suo incontro con Chopin è stato una svolta decisiva.» «Sì, è un’artista che ha trovato il suo autore.»
Sul viso dell’Andorra ritornava il colore. I suoi occhi si guardavano intorno smarriti con l’aria di chi chiede: «Dove siamo?»
Qualche anno più tardi, leggendo i primi romanzetti sen- suali, nei quali lo scintillio degli occhi femminili permaneva per qualche minuto dopo l’amplesso, avrei ripensato all’Andorra che si era lasciata possedere pubblicamente da Chopin per la gratificazione di tutti, compreso il marito.
Dopo dieci minuti, il corpo della pianista era ritornato intatto alla sua banalità di base; si muoveva fra gli invitati con la disinvoltura crudele delle brave padrone di casa, decantava il buffet, rideva con questo e con quello.
Mi sembrava incomprensibile che l’Eroica, dopo avere devastato me, non avesse lasciato nessuna traccia su di lei. Non eravamo fatti l’uno per l’altra. Sapevo che la pianista avrebbe continuato la sua tresca con Chopin, ormai era scritto. Con me, certamente aveva chiuso.

Nel suo esilio, Casanova diceva a chi voleva ascoltarlo: «Io sono Casanova, il falso Casanova.»
Henri Michaux, Conseils

Dopo l’esibizione della moglie, l’impresario si abbandonava a una poltrona damascata verde, soddisfatto come un patrizio veneto che presenta la sua nuova mantenuta agli amici. L’Andorra stava semisdraiata su un bracciolo. Contemplandola, il marito scopriva i denti, era il suo modo di sorridere, ma anche la minaccia – ci avrei giurato – che se la sarebbe fatta più tardi. Rivedendo la scena, credo che lo Scanavino avesse gli anni che ho io oggi, quindi ai miei occhi di bambino sembrava sconveniente che un vecchio fosse così lascivo con la moglie.
La dentatura dell’impresario era importante, fuori misura, come progettata per una bocca di due taglie più grandi della sua – di qui una fama di pescecane mordace che doveva aver pizzicato chissà quanti reggiseni e mutandine. Ma erano fantasie dei suoi scritturati. (Da quando i tiranni sono scomparsi dal repertorio teatrale, gli attori ne inventano sempre delle versioni aggiornate per il loro bisogno di subalternità).
Temendo di essere respinto, l’impresario ci andava cauto con le attrici: si concedeva qualche incontro fra le scrivanie con le più abboccone, e subito dopo si ritraeva, licenziandole.
Solo qualche volta, in gioventù, era uscito dalle mura dell’ufficio esponendosi pubblicamente a tutti i rischi della donna, ma le sue avventure erano state poche, almeno rispetto a quelle dei colleghi impresari.

Sala due. Le amanti dell’impresario Scanavino.
Alda Rovani, (190-1997)
Feci fatica a identificarla. Stava sulla parte bassa della parete, vicina alla presa della corrente. Per me che l’avevo conosciuta, quegli sgorbi erano ingenerosi; la Rovani vivente non aveva quel nasone da strega; era un po’ grifagnona, ma tutti la consideravano riposante, almeno rispetto alle sue colleghe in tournée – infatti qualche attore, stanco del solito poker dopo lo spettacolo, aveva esplorato l’oasi della Rovani e si era trovato bene – purtroppo, dopo i primi tempi, aveva scoperto che tutto quel comfort preludeva a un accasamento duraturo.
Soprattutto per questo, il soggiorno di Scanavino nell’oasi non superò il gennaio del 195 (l’ingresso essendo avvenuto nel novembre dell’anno precedente).

Isabella Benzoni (1941 – ?) Era spuntata dal nulla in una produzione del 1969, La signorina Julie.
Scanavino ce l’aveva un po’ con Strindberg perché qualche mese prima lo avevano costretto a vedere Verso Damasco. Tre ore e mezza sulla conversione di San Paolo. Fortunatamente, in quella Signorina Julie Strindberg si era dato una regolata, durava non più di un’ora e mezza. E poi c’erano seduzione, carne, notte, sottomissione. La Benzoni, così nera di suo, era già nella parte. I capelli, gli stivaletti pieni di bottoni, l’ombretto, la calzamaglia, le labbra. Tutto nero: «Come la sua anima», sperava Scanavino dentro di sé. Fuori, sorrideva per farsi coraggio.
Gli piaceva soprattutto la scena in cui la contessina sottometteva il servo Jean.
JULIE– Fai un brindisi per me! (Jean esita) Ma come, un maschio grande e grosso e così timido!
JEAN – (s’inginocchia, come recitando una parodia scherzosa; leva il bicchiere) Brindo alla mia regina!
JULIE – Bravo! – Baciami anche la scarpa, così la scena sarà perfetta! (Jean esita, poi afferra audacemente il piede e lo bacia con grazia) Ottimo! Avresti dovuto fare l’attore!


L’incontro decisivo con la Benzoni avvenne nel camerino di lei. Scanavino conservò a lungo il ricordo di una donna alta infilata in una tuta nera con una gualdrappa di agnelli gettata sulla schiena, alla pastora. Un attimo dopo le presentazioni, la Benzoni si era accasciata a terra in preda a un’emicrania molto rara che richiedeva l’intervento immediato del balsamo di tigre, scatoletta rossa. Timoroso di tutto ciò che aveva a che fare anche alla lontana con la morte, l’impresario dovette impegnarsi in un massaggio d’emergenza. I gemiti dell’attrice, il grasso della belva che gli sfrigolava sotto le dita surriscaldate e i denti della tigre sulla scatoletta rotonda lo intrappolarono in un’avventura da cui sarebbe uscito solo dopo due anni, con qualche cicatrice.

Lidia Occhipinti (1938-2017)
A Scanavino parve subito perfetta. Non sapeva per che cosa, perfetta e basta. I particolari del viso erano lavorati con precisione iperrealistica, la voce ben modulata – ecco, forse un po’ troppo modulata: manteneva sempre un alone tremulo, come se provenisse da un chiostro o da una cripta. La componente democristiana dell’impresario se ne compiaceva, ma dopo qualche minuto quei rintocchi conventuali gli guastavano le fantasie. Decise che l’avrebbe laicizzata e le affidò la parte di Belisa ne L’amore di don Perlimplìn. Erano gli anni in cui Garcia Lorca andava molto; quella sensualità inzuppata nel lirico sembrava al pubblico una sciccheria che faceva passare in secondo piano la noia del testo.
Per l’occasione fu scritturato Rodolfo Gamerra, un regista giovane ma già praticone che aveva messo in scena un Boccaccio con Tamara Baroni.
Prima delle prove, Scanavino aveva parlato chiaro: «Con un testo così pesante, bisogna puntare sul fisico della Occhipinti… Questa Belinda è una che mette le corna al vecchio marito fin dalla prima notte. A parte la poesia, questo è il succo, quindi diamoci dentro, senza arrivare al nudo integrale, natural- mente…»
Il Gamerra aveva recepito. Già durante il prologo la Occhipinti, muta, mostrava un mezzo seno fuori dalla finestra.
L’impresario sentiva che le fantasie gli ritornavano. Ma alla battuta “Amore, amor! Tra le mie cosce strette guizza come un pesce il sole!” tornava anche il tremulo conventuale, così quel pesce finiva per ricordare tristemente i cristiani delle catacombe.
La relazione con la Occhipinti durò sei mesi scarsi, fino a quando lei lasciò la compagnia per andare a interpretare Paul Claudel a San Miniato.


Alma Privitera. (1950…). Una mattina del luglio 1976, in seguito alle insistenze del suo segretario, Scanavino si era ritrovato a una rassegna di teatro d’avanguardia.
In auto, nonostante, il caldo d’agosto, l’impresario aveva quasi sempre dormito. Si era risvegliato in un piazzale fra il cittadino e il paesano che lo aveva innervosito – gli pareva che la semplicità di quelle facciate così umili e gialline dovesse nascondere una trappola.
In fondo al piazzale, i tubi innocenti e le assi di un palco in allestimento.
Sulla destra, un’aiuola troppo colorata, di quelle che le amministrazioni progressiste curano con maniacalità ideologica. In mezzo all’aiuola, un irrigatore ruotava con moto sindacale semicircolare. Davanti all’irrigatore, una ragazza si faceva nebulizzare.
Di malumore com’era, Scanavino l’aveva scambiata per un cespuglio. In effetti, i capelli della ragazza, molto corti e neri, le stavano piantati sulla testa tutti dritti. «Che peccato!», pensò quando si accorse che era una donna. Un peccato e uno sfregio architettonico; senza il padiglione superiore della capigliatura, tutta la volumetria della ragazza era compromessa e la bocca risultava troppo sbilanciata in avanti.
Fu con molta cautela che l’impresario salì sul verde scivoloso dell’aiuola.
(Confronto Scanavino/ragazza che si qualifica come attrice provvisoria di una compagnia sperimentale presente alla rassegna, forse il Camion di Carlo Quartucci. Cosa vuol dire attrice provvisoria? Chiarimenti. Lei si dedica anche alla danza, alla fotografia, al documentario, alla body art, ecc. Amici internazionali di tammuriata e di performance. Irrequietezza. Addormentarsi a Metaponto e svegliarsi a Zagabria. Le labbra parlanti. Falso racconto autobiografico della ragazza. Disagio di Scanavino costretto nel suo completo di lino bianco ingessato. Irrealtà mattutina del piazzale deserto e del palcoscenico
incompiuto. Metallico avanti e indietro dell’irrigatore che allude a una sessualità robotica.)
UNO DEI DUE: – Hai la macchina?
LA RAGAZZA: – Ho una cinquecento qui fuori.
Scanavino è sorpreso: se la ragazza ha risposto, deve essere stato lui a formulare la domanda. È la logica del dialogo. I dialoghi sono pericolosi, lo ha sempre pensato; qualunque idiota è capace di iniziarne uno, ma poi bisogna sostenerlo.
Pausa. L’impresario dice la prima cosa che gli viene in mente.
– Andiamo?
– Dove?
– Dove vuoi, non ha importanza.
L’asfalto finisce quasi subito. Il paesaggio diventa selvatico. Arriva lo sterrato con i ciottoli che rimbalzano sulla carrozzeria grigio usato. Poi la terra nuda, screpolata dal sole zotico. La cinquecento esita. Si ferma.
Era quella l’avanguardia? Scanavino se lo chiedeva.
(Quel posacenere di cicche schiacciate. Quel cambio di caramello trasparente. Quell’essenziale fatto di soli gesti. Quell’elefantino rosa oscillante dal portachiavi. Quelle mezze nudità che scappavano fuori dai vestiti.)
«Non credi che qui potrebbero vederci?»
Senza interrompersi, Alma lo guardò con un’occhiata simile a quelle con cui Eduardo annichiliva durante lo spettacolo gli attorini freschi d’accademia (secondo la leggenda). I famosi tempi scenici di Eduardo. E anche di lei, a quanto pareva. Poi rise (l’Alma), senza interrompersi.
Nei mesi seguenti, quando Scanavino si trovava a Roma per i suoi maneggi teatrali, la cinquecento di Alma spuntava davanti a qualche ministero.
– Ah, sei qui…
– Ma sei tu che mi hai telefonato! – Già, è vero.
Lei entrava nella scatolina grigia con un salto. Lui stentava ad aprire lo sportello, era impicciato dalla cartella di cuoio, dall’impermeabile, dall’ombrello. Lei pensava che l’unica nota sexy di lui era la goffaggine. Lui si diceva che quella era l’ultima volta.
Gli uscieri lumaconi guardavano le gambe dell’Alma da sotto le visiere ministeriali e seguivano la macchinetta fino a quando non veniva inghiottita dagli squali del traffico romano.
Ma era diventata un’altra storia, senza più tracce d’avanguardia, infatti le serate si concludevano sempre al ristorante.
Il Narratore entra in una minuscola sala d’attesa con un divanetto di velluto identico a quelli sparsi nei corridoi dei vecchi teatri, accanto ai camerini.
Ha sempre patito i camerini e le visite agli attori. Soprattutto alle attrici.
– Un momento, sono nuda…
Interno del camerino, dopo qualche secondo.
Orsetti (di péluche), braccialetti (indiani scaramantici), foto (di bambini anonimi, forse nipoti – niente figli, ma è stato meglio così). Le vestaglie a ramage troppo ampie. Il contorno inutile delle bocche ormai prive di rossetto, quelle davvero nude, con qualche nuovo solco a ogni tournée.
Salì il figlio del filibustiere: bisognava chiudere. Così di punto in bianco? E perché no? Mancando un orario, non c’era nessuna ragione di stare aperti – d’altra parte la stessa esistenza di quel luogo era irragionevole.
Scesi la scala e uscii sul piazzale.
Nelle altre stanze avrei trovato solamente attrici della collezione Scanavino? Qualcuna l’avevo conosciuta ancora in vita, ma molte erano soltanto nomi, fantasime di quel racconto che va accumulandosi sera dopo sera a ogni morte di spettacolo.
Cosa può restare delle attrici e degli attori privati del teatro? Poca cosa. Una catasta di corpi mescolati a una massa di amministratori, sarte, registi, truccatrici, addetti ai magheggi con l’assessora, direttori di scena, macchinisti.
Forse fra i tanti detriti umani c’era anche qualcosa di me, ma vai a trovarlo in un mucchio di quelle dimensioni.
Incominciai a pensare al ritorno e mi resi conto che non è facile andarsene da un luogo immaginato. Dobbiamo aspettare che la fascinazione si esaurisca, cosa che può richiedere un tempo molto lungo, più lungo di quello che ci resta da vivere.
Stabilito che il ritorno non dipendeva dalla mia volontà, tornai a quella camera in affitto che chiamavo il mio albergo.
La Vedova aveva da fare. Lo ripeteva sempre che aveva da fare, mentre mi voltava le spalle e scendeva nel fazzoletto maleodorante dell’orto. La studiavo dalla finestra. Non si ammazzava di fatica; dava un’annaffiata di malavoglia a qualche pianticella e scavalcava il bordo di una smisurata vasca in cemento che sorgeva dietro le file delle insalate. Apparentemente la ispezionava, ma senza impegno, come chi abbia perso qualcosa e sollevi un angolo del tappeto solo per scrupolo, sicuro che sotto non c’è niente.
La Vedova guardava molto più lontano, lo si capiva quando accendeva una sigaretta e incominciava a fissare un punto indeterminato oltreconfine. Sentendosi osservata, faceva gli occhi radiosi come le attrici dei film sovietici; in questa versione non la sopportavo proprio, quindi rientravo e andavo a sedermi nella poltrona accanto alla finestra. Secondo lei, di lì si vedeva il mare, ma solo in certi giorni, bisognava stare seduti e aver pazienza – credo che fosse un’invenzione ad uso dei turisti, dei quali non c’era mai stata l’ombra, a parte me.
A volte, quando rientrava, le dicevo che l’avevo visto. LA VEDOVA – Che cosa?
IL NARRATORE – Il mare.
LA VEDOVA – Che stupidaggine! Oggi è il ventidue marzo.
IL NARRATORE – E il ventidue marzo non si può vedere?
LA VEDOVA – No, in certi giorni è tecnicamente impossibile.
Nei mesi seguenti riprovai altre volte. Non era mai la data giusta.
– Non cerchi di barare, con me casca male. Gliel’ho detto, ci vuole pazienza, quindi stia seduto e aspetti. Che poi vedere il mare non è tutta questo granché. Una volta che l’ha visto, cosa cambia? Se invece un giorno il mare arrivasse fin qui… questo sì sarebbe straordinario. Potrebbe anche succedere, no?
La Vedova tornava spesso su questa fantasia del mare; dalla finestra mi illustrava come tutto il paesaggio sarebbe stato ridisegnato. Il porticciolo. I ristorantini. I cinquantenni asciutti e le loro ragazze con le schiene nude. Le ali bianche delle barche a vela (banditi i motori, niente suburra arricchita). L’andirivieni degli intellettuali inglesi (no russi, no americani).
Gli onori di casa li avrebbe fatti lei. Nonostante l’età, certo. Lei. Ma non con quel vestitino da tutti i giorni, dovevo immaginarla infilata in un caffetano bianco écru lungo sino alle caviglie, con un filo di corallo rosso acceso al collo. Nessun altro gioiello. Lei. Non era impresa da affidare a una di quelle ventenni al silicone, strafatte di coca.
Un pomeriggio, dopo aver succhiato una metà di quel suo liquore di erbe, la vedova prese la bottiglia e mi condusse nella grande vasca di cemento, proprio dentro. Sottolineò la circostanza eccezionale. «Non è mai venuto nessuno, qui.»
La vasca era uno sterrato polveroso interrotto da qualche pozza dalle quale schizzavano le ranocchie.
LA VEDOVA – È bello, vero?
IL NARRATORE – Un po’ umido.
LA VEDOVA – Lasci perdere i dettagli, va tutto sistemato. Lo spazio, dicevo. Fa venire molte idee, non trova?
L’unica idea che avevo era di andarmene. Mi chiedevo se e quando io e quel luogo senza nome ci saremmo stancati uno dell’altro, quindi lasciati.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
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8ª puntata
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10ª puntata
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Rick Moody, Il paradiso degli uomini (frammento)

Le sue cose da bambino lo irritavano: aveva ficcato i giocattoli in un armadio a muro nel corridoio, stipandoli sino a schiantarne le parti più delicate; aveva squartato mezza dozzina di animali impagliati e seppellito stuoli di soldatini in fosse comuni nel giardino. Implorando che gli rifacessero la stanza. Altrimenti se la sarebbe rifatta da solo. Aveva assillato la madre durante le loro cene solitarie (cibi surgelati accompagnati da ottimi Bordeaux), chiedendole di liberarlo dai balocchi sospesi al soffitto e dai dinosauri sul copriletto, di liberarlo dai colori vivaci alle pareti, di sostituire la cassapanca da bambino, la libreria da bambino, le lampade da bambino, e di far spazio agli emblemi della sua germogliante virilità, tipo i poster di giocatori di baseball che già aveva malamente appiccicato qua e là per nascondere il carattere infantile di quella ridotta. Quel paradiso infantile avrebbe ceduto il posto al paradiso degli uomini, cioè il paradiso delle ghiandole endocrine, dei brufoli e delle creme antibrufoli, il paradiso dell’oggettizzazione delle donne, il paradiso delle seghe circolari e della pubertà e degli esplosivi fatti in casa, il paradiso dei fucili ad aria compressa e dei giornaletti porno e degli improvvisi cambiamenti d’umore e degli alcolici bevuti di nascosto. Sua madre propendeva sì per ridipingere la stanza, però color lavanda, con grande irritazione di Dexter, il quale (stando alla rievocazione di Mavis Elsworth dopo il fatto) sosteneva che il lavanda fosse il colore dei f-f-f-finocchi, M-m-mamma, delle c-checche.

Rick Moody, Rosso americano

Le figurine di Radiospazio. Logiche processuali

Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo di una flussione d’occhi, che lo tormentava da parecchi anni. Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e finì col chiedere giustizia. Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima parte al racconto: s’intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello. A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi. Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro: – Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione.

Le scimmie di mare feuilleton. 10ª puntata

Capitolo decimo
che dimostra come non sia facile liberarsi del teatro

Col passare degli anni, molte persone e molte cose finiscono per sembrarvi così buffe e irrisorie che le guardate con l’occhio del bambino.
Patrick Modiano, Nel caffè della giovinezza perduta

Gli effetti della disillusione sono proporzionali alla grandezza d’animo del soggetto disilluso; per Foscolo, Beethoven, De Musset, Goethe (tramite Faust) e molti altri, le rispettive disillusioni si tradussero in una nuova e vitale creatività. La mia disillusione non trovò una sua forma espressiva. Praticai per qualche tempo la malinconia, ma non ero portato e dovetti smettere.
Frequentavo sempre più svogliatamente il teatro. Per vincere la noia (ecco, forse l’unica vera conseguenza della disillusione), mi concentravo sui particolari irrilevanti degli spettacoli; un paio di scarpe ridicole che pretendevano di essere del XVIII secolo grazie a due fibbie indorate con lo spray; l’occhiata storta di un attore alla collega entrata con un attimo di ritardo; una valigetta dimenticata in mezzo alla scena.
Come negli ultimi giorni degli amori più tristi si studiano i particolari dell’altro per provocare in noi una repulsione disonesta che ci induca ad andarcene, così mi stavo allontanando dal teatro ignorandone deliberatamente il senso e i segni per concentrarmi sulle sue epifanie più meschine.
Il mio distacco non passò inosservato. Un Direttore di teatro lo scambiò per una tardiva maturità; gli parve che, dopo tanti anni di teatro inconsulto, io avessi messo la testa a posto nonostante fossi già piuttosto vecchio.
Nel mondo dello spettacolo, così come ovunque, i vecchi vengono normalmente evitati. A volte, un regista un po’ dandy sale nella soffitta degli attori dismessi e quando ne trova uno ancora in discreto stato lo restaura e lo ricolloca sul mercato come un’anfora romana di modesta fattura ma nobilitata da un pedigree di duemila anni.
Quasi sempre la critica si intenerisce. Tutti credevano che fosse morto, invece il tempo, le rughe, l’artrosi deformante, le cataratte lo hanno trasformato in un grande attore. E pensare che negli anni Cinquanta faceva il boy di Wanda Osiris. Al cinema, aveva recitato con Totò (era il barista che serve il cappuccino nei “Tartassati”) con Steeve Reeves e Sylva Koscina (“Le fatiche di Ercole”, schiavo della regina delle Amazzoni), e con tanti altri, mostrando sempre una grande duttilità: tartaro stupratore con la coda di cavallo incollata sul cranio rasato, tassinaro che porta Belinda Lee, usciere ministeriale strapazzato da Mario Carotenuto, contadino della bassa padana in “Novecento”. Adesso recita Re Lear. Indecifrabili sentieri del teatro. Mea culpa collettivo: come abbiamo potuto trascurare un simile interprete per tanti anni? Con un po’ di fortuna tirerà le cuoia in scena al quarto atto mentre declama: «Vieni, andiamo in prigione. Noi due da soli canteremo come uccelli in gabbia.»
Invece il restauro dell’autore vecchio è meno frequente e dà minori soddisfazioni. Nessuno si è mai chiesto se sia morto o vivo, quindi non si può festeggiare la sua resurrezione. Nel mio caso, quando mi presentava, il Direttore del teatro aggiungeva sottovoce:
– Ha attraversato le stagioni dell’avanguardia. – Ah, ecco…
– Quella degli anni Sessanta e Settanta…
– Mmm…
Annuivano e continuavano ripetere “Ah, ecco…” e “Mmm…”. Intanto pensavano ad altro. Cosa voleva dire attraversare le stagioni? Mi guardavano i denti come si fa coi cavalli. Cercavano di attribuirmi un’età. Comunque c’era qualcosa di poco chiaro. A incominciare da quella Avanguardia imprecisata. Appartenevo a un racconto lontano e sbiadito – forse anche prestigioso, come si definisce tutto ciò che ci annoia.
Per alcune stagioni, il Direttore riservò dei piccoli spazi ai miei spettacoli nel cartellone del teatro.
Mi ero procurato cinque sgabelli e li avevo fatti dipingere di grigio. Erano la mia scenografia.
Non diversamente da quanto succede nel mondo, anche in teatro la povertà ha i suoi estimatori. Sempre che si tratti di una povertà certificata e coerente; alcuni ottimi mendicanti si rovinano la reputazione perché all’ora di pranzo si fanno sorprendere dai loro benefattori in un bar mentre mangiano un tramezzino con gamberetti e maionese – costa esattamente come il suo omologo col salame ma fa una cattiva impressione, peggio ancora se è accompagnato da un bianco frizzante.
La povertà dei miei allestimenti, così ostinata e ripetitiva, destò l’interesse di un piccolo nucleo di spettatori. Credo che venissero a teatro solo per curiosità: come avrei disposto gli sgabelli nel nuovo allestimento?
Quando nella piccola sala si riaccendevano le luci, mi avvicinavano sorridenti come chi ha compiuto un gesto moralmente encomiabile.
Dopo qualche tempo, insieme agli spettatori abituali comparvero in platea esemplari molto più giovani. Si sedevano con le gambe aperte per mettere in mostra gli inguini dei pantaloni elaborati, merlettati, con passamanerie sgargianti e applicazioni fluorescenti. Alla fine dello spettacolo non esprimevano niente, se non il desiderio di uscire al più presto per radunarsi in uno dei loro locali.
Erano, come seppi in seguito, i nuovi attori, registi e drammaturghi creati dai bandi teatrali che le banche promuovevano a pioggia.
Io le avevo sempre temute, le banche. L’eccesso di alluminio. Il linguaggio bifido degli impiegati. Il clima ospedaliero.
Invece, le nuove banche ci tenevano a mostrare di avere un cuore, e per di più sensibile al teatro. Infatti avevano creato delle incubatrici in cui facevano crescere tanti piccoli avannotti dello spettacolo; bastava che fossero sotto i trentacinque anni e potevano partecipare a un bando che aveva “
I sottotrentenni correvano avanti e indietro nei teatri ridendo e spintonandosi, in una confusione di stivaletti, di sciarpe, di ciuffi, di sottovesti, di Borsalino declinati al femminile e di volant che spuntavano sotto barbe selvatiche. Quell’allegra confusione aveva contaminato anche i ruoli; tutti facevano tutto; mentre recitavano scrivevano un testo con la mano sinistra e intanto si occupavano dell’organizzazione, e stavano alla cassa, la sera dello spettacolo, e declamavano una poesia strappando i biglietti d’ingresso.
In breve, gli avannotti si svilupparono, uscirono dalla nursery e incominciarono a riprodursi – velocemente, poiché erano molto giovani e fertili. Le banche, per nulla preoccupate da quell’inflazione, moltiplicarono i bandi. Le generazioni si accorciarono, oramai duravano solo qualche mese, e ogni generazione era sconosciuta alla precedente e a se stessa.
Mentre le stagioni filavano via sempre più veloci, i miei spazi nel cartellone teatrale si restringevano di anno in anno. Io li presidiavo all’antica. Passeggiavo avanti e indietro lungo i confini, ma era inutile; le stagioni, spinte dal vento, lasciavano cadere spore di teatranti che avevano raccolto chissà dove.
Quando uscivo, la mattina, ne trovavo sul terreno sempre di nuovi. Alcuni se ne stavano sparsi qua e là come avanzi di una battaglia che si era consumata durante la notte. A prima vista potevano sembrare dei morti, invece respiravano, si muovevano, parlavano, ma solo fra loro, perché quando mi avvicinavo giravano la testa. Altri erano più difficili da individuare perché non appena toccavano terra si confondevano subito col paesaggio; così, durante le mie ricognizioni, quando mi fermavo per bere a una fontana, scoprivo che si trattava di un esemplare appena arrivato e già perfettamente mimetizzato.
Come i finti morti, anche questi esemplari camaleontici non mi rispondevano mai, nemmeno quando li smascheravo. Si trinceravano dietro la loro nuova identità e mi guardavano come per dire: «Che vuoi da me, non lo vedi che sono un rastrello?» (oppure un erpice, un irrigatore).
Rimanevano perfettamente immobili e mi seguivano con gli occhi mentre mi allontanavo e appena ero fuori tiro si sgranchivano e si disarticolavano con una sguaiataggine che offendeva il panorama; più di una volta avevo fatto dietrofront e li avevo beccati: l’albero si era stravaccato sul muretto, la carriola si massaggiava i piedi, l’irrigatore fumava appoggiato al pozzo.
Incominciai a diradare le ricognizioni, finché non vi rinunciai del tutto.

(Continua)

Leggi le altre puntate

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
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6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
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9ª puntata
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Norma Jeane e Marilyn Monroe

Adesso vivo per il mio lavoro. Vivo per il mio lavoro. Vivo soltanto per il mio lavoro. Un giorno finalmente avrò un lavoro degno del mio talento e dei miei desideri. Un giorno. Questo spero. Questo giuro a me stessa. Voglio che mi amiate per il mio lavoro. Ma se voi non mi amate io non posso continuare a fare il mio lavoro. Perciò amatemi, vi prego – così potrò continuare a fare il mio lavoro. Sono intrappolata qui dentro! Sono intrappolata dentro questo manichino biondo con la faccia così. Posso respirare soltanto attraverso questa faccia! Queste narici! Questa bocca! Aiutatemi a essere perfetta. Se Dio fosse in noi, noi saremmo perfetti. Che Dio non sia in noi lo dimostra il fatto che non siamo perfetti. Io non voglio né denaro né fama, voglio soltanto essere perfetta. Il manichino biondo Marilyn Monroe è me e non è me. Non è me. È com’ero nata. Sì, voglio che amiate lei. Così amerete me. Oh, voglio amarvi! Dove siete? Io guardo, guardo e lì non c’è nessuno.

Joyce Carol Oates, Blonde

Le figurine di Radiospazio. Novità sui morti

Un uomo è convinto di essere morto. Dice ai familiari: «Sono morto» e i familiari lo mandano da uno specialista. Subito tra medico e paziente incomincia un’accanita discussione. Il medico fa appello ai sentimenti dell’uomo verso la vita, verso la famiglia. Poi prova a farlo ragionare, dimostrandogli l’intrinseca contraddizione di una frase come »Sono morto»: i morti non sono in grado di dire che sono morti, perché è appunto in questo che consiste l’essere morti. Alla fine il medico ricorre all’evidenza dei sensi. Domanda all’uomo: «I morti sanguinano?». «Certo che no» risponde l’uomo, spazientito dall’ottusa dabbenaggine della mente del medico. «Lo sanno tutti che i morti non sanguinano». Al che il medico gli punge un dito. Ne esce una goccia di sangue. «Ma guarda un po’, chi l’avrebbe mai detto» esclama l’uomo. «I morti sanguinano, eccome».

Le scimmie di mare feuilleton. 9ª puntata

Capitolo nono
Nel quale si cerca di far passare molti anni riempiendo il minor numero possibile di pagine.

Ha quattro torri e quattro fianchi intorno,
quattro torri custodi e quattro porte,
e piantata nel mezzo ha un’altra torre,
che vien di cinque il numero a comporre.
Giovambattista Marino, Adone, Canto II

Me n’ero andato. Definitivamente. Dopo qualche ricerca avevo trovato un approdo. Non era la spiaggia che sognavo, ma con una certa buona volontà potevo illudermi che le somigliasse; soprattutto soddisfaceva la mia esigenza di allora, essere pagato per ciò che scrivevo. La parola, così immateriale in teatro, si poteva pesare come lo zucchero o il filetto, e valutare secondo le tabelle della Società Italiana degli Autori ed Editori. Un tanto a pagina, al chilo, al minuto.
All’inizio mi avevano messo nell’ammezzato della prima torre, che era riservato agli sceneggiati televisivi del pomeriggio (quelli serali si trovavano al settimo piano della medesima torre). Nel microcosmo dei programmi pomeridiani c’era di tutto. Soprattutto bambini. Bambini ideali così come se li figuravano i dirigenti della Grande Azienda chiusi nella prima torre. Bambini desiderosi di diventare bravi cittadini. Bambini consapevoli che la scuola non può insegnare tutto e che dopo i compiti dovevano correre al televisore per apprendere sempre di più. Oltre ai piccoli, c’erano anche adulti, smarriti nelle nebbie delle cataratte e della vita, che prendevano tutto per buono, cioè per contemporaneo, fresco di giornata, anche gli sceneggiati sulla Repubblica Serenissima di Venezia. Il giorno dopo le trasmissioni scrivevano all’Azienda; erano addolorati per il destino del Doge che se n’era dovuto andare come un ladro e maledicevano i francesi.
Ogni tanto venivo convocato nella prima torre da un dirigente che voleva conversare con me sulla filosofia delle trasmissioni passate e future. Rispetto alle povere cose di cui si parlava, il termine filosofia mi sembrava così improprio che per pudore provavo a sostituirlo con “drammaturgia”, ma venivo subito corretto: no, no, intendevano proprio la Filosofia. I dirigenti la consideravano come una dipendente arrendevole, forse anche un po’ scema, che pur di tenersi lo stipendio era disposta ad accoppiarsi con tutto e con tutti: Filosofia della rete, Filosofia dei palinsesti, Filosofia dell’organigramma, Filosofia della mensa, Filosofia delle bacheche, Filosofia dei contratti, Filosofia del servizio di sicurezza, Filosofia della nastroteca, e persino Filosofia della mobilità interna (intesa come manutenzione degli ascensori e delle scale antincendio).
Durante quei colloqui nella prima torre i dirigenti cercavano di illuminarmi sulla Filosofia dello specifico televisivo. A dispetto dell’enunciato, il fondamento teoretico era semplice: il teatro e la televisione sono due cose molto diverse, e secondo loro io odoravo ancora un po’ troppo di teatro; come un pane chiuso nella madia accanto a una testa d’aglio s’impregna di quell’odore penetrante e difficile da mandar via, così nelle mie sceneggiature ristagnava quello stantio che è tipico del palcoscenico. Io ero giovane e avevo tutto il tempo di evolvermi, cioè di far prendere aria ai dialoghi e alle trame, ma se mi sbrigavo era meglio.
A parte la prima torre, che sorgeva isolata nel mezzo di un piazzale, le altre tre comunicavano fra loro tramite camminamenti coperti. Io ci passavo spesso perché le produzioni che mi venivano affidate erano le più varie e ognuna aveva una collocazione diversa: gli sceneggiati radiofonici originali, torre 2, secondo piano; la rielaborazione di opere letterarie edite, torre 3, quarto piano, e così via. Ogni settore dipendeva da un funzionario con cui dovevo intrattenermi prima di iniziare i lavori: non solo sulla Filosofia delle trasmissioni, ma su loro stessi, sulla loro storia nell’Azienda, sul loro passato e sulla loro vita in generale, dentro e fuori quelle mura.
Uno collezionava rane di ogni genere e formato. La scrivania ne era invasa. Reminiscenze dei suoi studi pascoliani: “Nei campi c’è un breve gre gre di ranelle…”, mormorava, poi recitava per intero “La mia sera”, perché, oltre che italianista era stato anche un attore, anzi un fine dicitore.
Uno aveva cenato con Luca Ronconi.
Uno credeva di essere la reincarnazione di Joseph Conrad. Assomigliava a Clark Kent. Era molto ammirato dalle donne. “Grazie”, diceva, “ma preferisco il mare.”
Uno tirava qualche boccata di tabacco Dunhill da una pipetta del XIX secolo che teneva in bella vista sul tavolo. A cinquant’anni si era dedicato allo studio della lingua inglese, quindi aveva tradotto The Giaour, di Byron (“Un’illuminazione!”) riuscendo anche a farlo pubblicare da un editore di Bari (non Laterza). Quell’esperienza lo aveva rivitalizzato, come succede a certi vegliardi che fanno un figlio con una venticinquenne.
Uno era amico del gastronomo Veronelli con cui disquisiva di cucina e letteratura. Citava spesso Gadda e il risotto. Sua moglie non era avvenente, non lo era mai stata nemmeno da giovane, mi aveva confidato (chissà perché). Però era dolcissima, e per amore era diventata una cuoca appassionata e frenetica. Una sera, mentre lui rincasava dall’ufficio sotto una pioggerella di quelle che fanno pensare, si era imbattuto in una venditrice di violette e subito gli era venuta in mente la devozione della sua sposa che in quel momento gli stava preparando la cena. Da quanto tempo non le portava un fiore?
Quante volte l’aveva tradita, sia pure solo mentalmente, con le attrici che sfilavano nel suo ufficio in cerca di scritture? (Una notte, per la verità, si era verificato anche l’atto carnale vero e proprio, ma non contava perché l’attrice, ubriaca, aveva vomitato nel letto. Lo schifo e l’imbarazzo con l’albergatore, la mattina seguente, erano stati un’abbondante espiazione).
Eccolo dunque mentre apre la porta di casa con un sorriso da fidanzato e il mazzolino timido in mano. La moglie vede le violette e s’illumina: «Che pensiero squisito!» – è proprio un grido che le prorompe dal petto. Gli strappa di mano i fiori, corre in cucina, prepara zucchero, tegame e manuale «Le faremo candite!» dice, «Yum Yum…!»
Uno aveva sposato Miria Canelli, che era stata Miss Italia nel 1955 e subito aveva preso la brutta china del fotoromanzo. Ma dopo il matrimonio ci aveva pensato lui a sistemare le cose piazzandola alla radio come annunciatrice, un posto tranquillo e ben protetto – non poteva mica passare la vita a rincorrerla da un set all’altro! L’immagine della moglie che si baciav con uno di quegli idioti di Grand Hotel o di Bolero film lo rabbuiava, e lì terminava il nostro colloquio.
Le vite dei funzionari, tutte così rivolte al passato, si infiltravano giorno dopo giorno nella mia vita come rigagnoli, e le nostre vite, sempre più intrecciate le une con le altre, confluivano nelle vene di quell’organismo tanto più grande di noi che era l’Azienda, e il nostro pensiero e il pensiero dell’Azienda erano della medesima sostanza così come lo sono l’aria e i gabbiani, dei quali essa regge i fili mentre volteggiano e fanno i matti credendosi i padroni dello spazio.
Quando transitavano nel complesso delle torri, gli anni rallentavano, il loro tasso di acidità aumentava e corrodeva velocemente la pellicola che protegge le identità dei singoli.
Osservavo gli altri autori (eravamo in tanti). Tutti si andavano somigliando sempre di più; mi avvicinavo a un crocchio (non si muovevano mai da soli) e sentivo un’unica voce moltiplicata per otto o per dieci. Questo fenomeno era più evidente negli autori della quarta torre, quella del Varietà, presso la quale venni distaccato per qualche tempo.
All’inizio tentai di oppormi:
– Sarebbe un cattivo affare per l’Azienda e per me; il Varietà è la cosa più lontana dalla mia sensibilità.
– Qui non ci sono sensibilità, qui si tratta di mestiere. 52
– Appunto, questo mestiere non lo so proprio fare.
– Stronzate. Tutto s’impara.
– Ma perché dovrei impararlo proprio io? Ci sono centinaia di aspiranti autori che sognano di passare la vita inventando quiz a premi, siparietti, sketch e parodie di canzoni.
Il dirigente era di quelli che non si spazientiscono. Nella sua lunga carriera aveva tenuto anche dei master sulla Filosofia dell’autorialità giovanile. Sollevò la sua mole importante dalla scrivania:
– Usciamo, facciamo due passi. Si metta il cappotto.
Il piazzale in cui sorgeva la quinta torre era immerso in un pulviscolo acquoso di novembre.
– Ha un berretto?
– Credo di sì – in tasca tenevo un kangol che non usavo mai perché mi dava un’aria poco intelligente.
– Meglio che lo metta. È umido, qui.
Si preoccupava per me. Aveva indossato un cappello di tela cerata blu col sottogola, di quelli da baleniere. Guardava il cielo, indeciso se incamminarci in senso orario o antiorario.
Infine ci muovemmo. Sentivo che non sarebbe stato un viaggio breve.
Compimmo alcune circumnavigazioni della torre. Il dirigente non aveva fretta; a casa non lo aspettava nessuno, mi confidò: la moglie se n’era andata da una decina d’anni, quando era rimasta incinta di un funzionario di seconda fascia da cui avrebbe poi avuto due figli: «Era un uomo di scarse ambizioni. L’ideale per una donna come quella. Nessun rancore.» Sembrava sollevato che lei avesse fatto i figli con quell’altro.
Quando i fari accesero le loro luci gialle e incominciarono a perlustrare il piazzale avanti e indietro, il dirigente entrò in argomento: la mia resistenza al Varietà lo aveva stupito, più che deluso – ero giovane, ma avevo già una certa esperienza alle spalle, non come le reclute dei corsi sulla Comunicazione che si riempiono la bocca con la drammaturgia, i generi, le scritture… Puttanate buone solo per i seminari e i convegni… per carità, mica diceva di sopprimerli… anche i teorici, i critici, gli autori autoriali, povere anime, avevano diritto di vivere…
Si era fermato e aveva sollevato l’ala anteriore del casco baleniero per guardarmi in faccia:
– … Ma l’Azienda non è una nursery, né un parco giochi. E neppure una provincia dell’Arcadia. Qual è l’ultima trasmissione che ha fatto?
– Il pipistrello rosa, un cabaret letterario.
– Titolo del cazzo.
– Alla Direzione generale è piaciuto.
– Lasciamo stare. Programmazione serale, immagino.
– Sì, da luglio a settembre, alle ventuno.
– Programmazione serale, estiva e culturale. A lei piace stare
nel bagnasciuga del palinsesto, là dove sguazzano le signore sole e gli insegnanti zitelli.
– Non conosco bene il pubblico di quella fascia oraria…– Lo conosco io. Ascoltatori desiderosi di accedere alla cultura in pillole che assumono prima di coricarsi. Per tre mesi lei è stato il loro farmacista di fiducia. Le avranno scritto molte lettere, immagino…
– Qualcuna…
– … Lettere piene di gratitudine per un programma intelligente e istruttivo, finalmente degno di un’emittente pubblica e altre ruffianate del genere.

– Anche se così fosse…
– È così, non faccia il furbo! Lo so perché alla sua età ho trafficato anch’io con la cultura. Guardi che non le rimprovero niente, è un lavoro sporco e qualcuno deve pur farlo. Bisogna averci lo stomaco.
Si era fermato di nuovo, questa volta sotto un riflettore. La luce gialla lo trasformava in un vecchio Commendatore dalle orbite vuote.
– Mi correggo, più che sporco è un lavoro mistificatorio. Quelle pillole radiofoniche sono innocui diuretici rivestiti da una pellicola di cheratina culturale; di notte, gli ascoltatori si svegliano un paio di volte e pisciano via tutto. Niente contro i diuretici, ma bisogna chiamare le cose col loro nome.
Quasi tutti i dirigenti che avevo conosciuto erano fragili e corrosi da un furore autolesionista, Irridevano il mondo accademico e un attimo dopo piangevano sulle brillanti carriere universitarie che avrebbero compiuto se non si fossero lasciati accecare dal mito della comunicazione di massa e dall’Azienda. Il furore di questo dirigente non assomigliava a quello degli altri, era freddo, pragmatico, e mirava a un solo scopo: perfezionare la macchina già micidiale del Varietà con l’ostinazione dello scienziato che, dopo avere scoperto il gas nervino, prosegue gli esperimenti per potenziarlo ancora in attesa di trovare un’altra sostanza più letale.
– Non sono un ingenuo, sa? È chiaro che per lei il Varietà è la merda.
– Non l’ho detto.
– Non faccia l’ipocrita, lo penso anch’io, ma questo non conta. Per l’Azienda è un prodotto importante, sicuro; il pubblico lo percepisce come genuino, senza secondi fini, altro che la divulgazione culturale! L’immediatezza del Varietà o, come dice lei, della merda, riconduce gli ascoltatori alla spontaneità dell’evacuazione, che è un atto di gioia, almeno durante l’infanzia, perché poi con gli anni le cose si complicano…
Tacque. Completammo il giro intorno alla torre.
– Veniamo al punto. Quelli della Direzione Generale hanno fatto una delle loro pensate: i programmi di Varietà devono essere ammodernati. Come, non lo dicono perché non lo sanno nemmeno loro. Inutile farli ragionare, non ti ascoltano, è come un raptus. Alzano il telefono e abbaiano “Rinnovare, rinfrescare, ammodernare! Da domani!” Dopo un quarto d’ora se ne sono già dimenticati, ma la rogna rimane e dobbiamo risolverla noi. Secondo me è una stupidaggine. La merda va servita nella sua versione base, come la pizza. Non so lei, ma quando vedo quei menù che non finiscono mai… alla Wagner, ai würstel con pere williams, alla Gay Pride, alla Peppe, al cacciucco, mi si chiude lo stomaco. Comunque è inutile contarcela fra noi, quelli si aspettano che facciamo qualcosa, almeno pro forma, almeno come alibi
L’alibi dovevo essere io. C’era, nelle mie trasmissioni, in tutte, di qualunque genere, qualcosa di irrisolto. Reticenza congenita, pudore, – forse anche un po’ di snobismo che inserito in piccole dosi nei copioni del Varietà poteva funzionare come correttivo. La Direzione generale, ammetteva il mio stratega, non aveva tutti i torti: le trasmissioni stavano sbracando troppo, e la mia sola presenza nel team degli autori sarebbe stata raggelante. Certo non avrebbero accolto a braccia aperte, ma qualcuno doveva sacrificarsi. Questa volta era toccato a me. Oltre alle buone ragioni dell’Azienda, ce n’era un’altra, decisiva, che si era tenuta per ultima:
– Lo sappiamo tutti e due: lei non è abbastanza ricco per dire di no.

Abbiamo grandi aspettative su di lei. Confido che farà la scelta giusta.
“Quiz Show”, regia di Robert Redford 55

La mia permanenza nello stanzone del Varietà fu meno difficile di quanto temevo. Mi avevano messo in una scrivania isolata, lontana dal grande tavolo su cui gli autori lanciavano pagine e pagine che andavano a formare una montagna disordinata di carta; poi, quando suonava il mezzogiorno, tutti insieme si strappavano di mano i fogli come al rubamazzo e li ricomponevano in un numero imprecisato di copioni.
Ogni tanto mormoravo qualche riflessione sul comico citando Pirandello, Musil, Alberto Sordi, oppure improvvisavo. I miei nuovi colleghi smettevano per un attimo di rovistare fra i copioni, annuivano e subito riprendevano perché dovevano consegnare prima della mensa.
Una convivenza serena, tutto sommato.
Gli autori del Varietà erano posseduti da un’allegria distruttiva, come la vittima di “Scarpette rosse” che dopo aver indossato le calzature diaboliche è trascinata in una danza sempre più frenetica culminante nella perdizione.
Il Demone dell’allegria infuriava dentro quei corpi spenti. In ascensore, in mensa, al bar, la banda del Varietà si annunciava con uno sciame di battute che innescavano le risate, e le risate sovrastavano le battute, e passavano le settimane e i mesi.
La turbina che ruotava nei loro corpi giorno e notte li condannava a un invecchiamento precoce, così come il sole africano delle Eolie cuoce i volti degli isolani trasformando gli adolescenti in arrostiscini rinsecchiti e le giovani madri in vecchi copertoni di camion.
Questo processo risultava più evidente nelle donne.
La Regina del Varietà, un’autrice che per l’anagrafe era giovane e fresca come un bocciolo, assomigliava a una foto di Liala settantenne che mostra la prima copia del suo libro “Di ricordi si muore”.
In quel viso di cartapecora venticinquenne si muovevano solo gli occhi, piccoli e incattiviti; la Regina era consapevole di aver consumato la giovinezza nei lavori forzati dell’allegria, e il suo trono non le bastava più; ora pretendeva un risarcimento importante, proporzionato alla pena cui si era condannata da sola.
Il suo tormento era diventato una fotografia di Liala settantenne.
Un giorno se l’era trovata sulla scrivania. Certamente l’aveva messa lì qualche collega maligno e lei l’aveva conservata senza sapere il perché, così come si coltivano certi fiori velenosi.

Quell’immagine era un cruccio da cui non poteva separarsi. Ogni tanto fermava il lavoro delle dita che crivellavano i copioni di battute comiche e interrogava il ritratto, come fanno le bimbe con le nonne, sul suo successo e sui suoi amori.
Liala, almeno in fotografia, era tutto il contrario di una nonna sdolcinata, parlava schietto:

– Vuoi sapere del successo? Bene, incominciamo dalla nascita. Sicuramente essere di nobile lignaggio può servire. Tu, da che famiglia provieni?
–…
– Ho capito, lasciamo perdere. Punto secondo: anche gli uomini possono contare, non per quello che ti danno – più o meno è sempre la stessa musica – ma perché fanno curriculum. Per me, il matrimonio fu un buon avvio. Pompeo Cambiasi, marchese e ufficiale di marina. Io un fiore, lui piuttosto stagionato. Il naufragio coniugale era scritto prima delle nozze, infatti nell’entourage se ne parlò molto, il pubblico ama ciò che è del tutto prevedibile. Ottenne un buon successo anche la mia relazione con Vittorio Centurione Scotto, un altro marchese e con un nome che suonava bene. Quando morì tragicamente, la mia popolarità salì di parecchio – e pensare che non avevo ancora scritto niente. Il mio strazio fu la mia fortuna.
Il pubblico mi amò ancor prima di leggere il mio primo libro. Giovane, bella, con un marito disperso e amputata di un amante ancora fresco… Tu come sei messa con gli uomini?”
–…
Più la Regina del Varietà approfondiva la conoscenza di Liala, più la Signora del romanzo rosa le appariva come un purosangue che galoppava irraggiungibile. Quegli amori, quei marchesi, quei lignaggi erano barriere troppo alte per i suoi garretti, buoni tutt’al più per il trotto o per il dressage. Ma nel racconto di Liala c’era una frase che le sembrava un piccolo scoglio cui aggrapparsi: “Il mio strazio fu la mia fortuna”.
Un pomeriggio, la Regina del Varietà si stava arrabattando inutilmente sulla battuta conclusiva di uno sketch che doveva introdurre il Domandone finale del Quizzone. Tutte le battute comiche provocano un tormento fisico e morale in chi le scrive, soprattutto le battute comiche che preludono al Domandone finale.
Quel pomeriggio passavano le ore e la battuta non voleva venire.
Allora, finalmente, la Regina del Varietà pianse. Era la prima volta nella sua giovane vita. Prima di rabbia, poi d’impotenza, poi di paura. Poi fu presa da una sofferenza senza forma e venne avvolta da un boato che le trapanava le orecchie e la mente.
Erano tutte le risate su cui aveva costruito il suo trono.
“Il mio strazio fu la mia fortuna”. Ricordò ancora una volta le parole della sua ispiratrice.
E fu la volta decisiva.
Il giorno dopo diede in appalto la produzione di copioni a un’autrice senza pretese che si accontentò del 15 %, era tanto che aspettava un’occasione come quella!
Divenne scrittrice.
Piacque agli editori il suo personaggio: una bambina appassita che viveva in una grande casa un po’ sgangherata e circondata da un giardino selvatico in compagnia di un cane, due gatti, un leprotto e un’anziana tartaruga parlante (questo il profilo che aveva creato il suo ufficio stampa).
Uno dopo l’altro, i libri della Regina spiccarono il volo dalle tipografie per andarsi a posare con grazia sugli scaffali e nelle vetrine delle librerie – erano libri leggeri ma per niente sprovveduti, mica andavano a infilarsi negli scaffali rasoterra.
Quando ebbe preso possesso della sua nuova vita, la Regina (non più del Varietà) si ricordò dei vecchi compagni e li chiamò a condividere le gioie della Letteratura. All’inizio qualcuno era perplesso: davvero si poteva diventare scrittori così, di punto in bianco? La loro leader li rassicurava, non era difficile, bastava riprendere i vecchi sketch e metterli giù in forma di racconto.
Storie un po’ quotidiane e un po’ surreali.
Un po’ di nonsense e un po’ di satira.
Bambini che strillano nella notte, biberon e separazioni.
Cronache buffe del Premio Strega. Il bidone di Ferragosto. Amanti ma per ridere. Biscotti e bambocci. Un levantino misterioso. L’adozione di Turlurù. Falsi allarmi di menopausa. Il maschio incapace e la femmina verace. Il bodybuilding del collega introverso. Nostalgie agrodolci. Un tè con Jorge Amado. La rissa delle marmellate. L’amica pornostar.
In quegli anni si stavano riscoprendo le risorse del riciclaggio. Film famosi venivano convertiti in spettacoli teatrali, i quali, opportunamente rielaborati, diventavano a loro volta romanzi che generavano altri film, e così via.
Anche la banda del Varietà ci si mise d’impegno. Nacquero così libri e libriccini di ricette travestite da storie d’amore, di cronache matrimoniali in forma di abbecedario, di diari intimi da leggere ad alta voce come scioglilingua.
Una sera, riconobbi uno di questi testi nati per il Varietà. Si era trasformato in copione teatrale. Gli avevano cambiato il titolo e lo avevano truccato con un paio di baffi e una parrucca brizzolata. A uno spettatore che ignorasse la sua origine poteva sembrare un copione come tanti altri.
I copioni come tanti altri si andavano moltiplicando. Ne trovavo dappertutto. Nei garage teatrali che ammiccavano a quelli degli anni Settanta. Nei teatri a gestione familiare capocomicale. Nelle rassegne giovanili.

In certi stati d’animo quasi soprannaturali, la profondità della vita si rivela interamente nello spettacolo, per quanto banale, di ciò che abbiamo sotto gli occhi. Ne diviene il Simbolo.
Baudelaire, Fuochi d’artificio

Un pomeriggio, decisi di scendere in quella che era diventata una piccola discarica dei miei copioni e che un tempo avevo definito con enfasi adolescente “il magazzino delle parole”. Non lo chiamavo più così. Non lo chiamavo in nessun modo. Evitavo anche di pensarci, oppure lo pensavo come un là sotto che un giorno sarebbe stato venduto insieme alla casa. Nel contratto lo avrebbero definito cantina, perché là sotto non sarebbe piaciuto al notaio.
La discesa non fu semplice. Avevo perso la chiave. Mi succede sempre con certe chiavi che aprono certe porte. Occorreva un fabbro, come ogni volta che dovevo andare nel là sotto: un fabbro e una chiave nuova. Ma in tutti quegli anni il vecchio fabbro era morto, me lo comunicò la moglie al telefono, stupita – ero l’unico che si ricordava di suo marito.
Ne fui sollevato e rinunciai volentieri.
Invece qualcuno, troppo solerte, mi diede il telefono di un fabbro vivo.
Il fastidio dell’appuntamento. Lo scetticismo del fabbro nuovo di fronte alla serratura corrosa («Ma quanto tempo è che non entra qui dentro?»). La delusione dello stesso fabbro, una volta forzata la porta, nel vedere quei mucchi disordinati di carte («Tenere impegnato un vano così grande per questa roba è proprio gettare via i soldi.»)
Rimanemmo soli, io e i fogli. Ne scelsi una piccola risma a caso e incominciai a scorrerli appena in superficie.
Me lo sentivo.
Anche i miei erano diventati copioni come tanti altri. Come tutti gli altri. Quelli che avevo scritto, quelli che avevo letto, quelli che non avevo letto e anche quelli che non avrei mai potuto leggere perché se ne stavano sepolti nei cimiteri della Società autori, quelli appassiti insieme alle rose nei cassetti dei commediografi di provincia, quelli addormentati nei pensieri degli autori ancora bambini che sedevano sui banchi delle elementari senza sapere che di lì a qualche anno avrebbero incominciato a scrivere, senza ragione, degli atti unici per il teatrino della scuola – qualche insegnante di Lettere irresponsabile li avrebbe incoraggiati a continuare, li avrebbe seguiti con trepidazione anche dopo il Liceo, e un giorno avrebbe festeggiato con loro una menzione al premio teatrale Hystrio.
Doveva esistere da qualche parte un Copione Padre occulto che si riproduceva incessantemente generando una quantità di copioncini solo apparentemente difformi; cambiavano i titoli ma la sostanza era la medesima, come quella delle piccole tagliatelle che formano l’interminabile nastro della Tenia.
Ricordo lo sfogo di un amico regista, qualche tempo prima che si suicidasse:
«È terribile, non sopporto più il rumore degli attori! È come quello del frigorifero, ma molto più forte. Se non ci pensi, non te ne accorgi, ma se ascolti davvero, come sei costretto a fare durante le prove, senti un bru-bru di sottofondo che ti porta alla pazzia.
Recitano Ibsen, Neil Simon, Marivaux?
Non lo sanno e anche tu l’hai dimenticato.
Recitano il loro bru-bru di attori.
Cinque, sei, sette ore di fila. Devo smettere.»
Seduto sul grande tavolo della sala prove, dondolava le
gambe nel vuoto e continuava a ripetere “bru-bru, bru-bru, bru-bru”, sempre più stanco, con la faccia di un vecchio asino condannato alla macina.
Due mesi dopo si era tolto di mezzo. La moglie e gli amici dissero che se l’aspettavano perché da qualche tempo vedeva e sentiva cose strane. La solita fretta di archiviare il morto.
L’intuizione del mio amico regista non riguardava soltanto le voci degli attori. Diedi un’occhiata alla discarica delle mie carte e mi resi conto che esisteva anche il bru-bru dei copioni
generati dal Copione Padre. Mi sembrava che diventasse sempre più forte. Forse non sarei mai dovuto scendere.
Uscii e chiusi la porta a doppia mandata con la chiave ancora fresca di fabbro. Risalii le scale e la gettai in un cassonetto.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169

8ª puntata
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Norma Jeane, La mogliettina

Voleva diventare perfetta. Bucky meritava la perfezione. Ed era un tale perfezionista! Non gli sfuggiva mai nulla. Ogni mattina Norma Jeane puliva da cima a fondo il loro appartamentino al pianterreno di Verdugo Gardens. Tre modestissimi vani, tutt’altro che spaziosi, e un bagno largo quanto bastava per contenere vasca e lavandino e cesso, e quegli spazi che aveva in consegna li puliva con la dedizione e il fervore di una missionaria. Per lei lavorare nella casa che le era stata affidata e per l’uomo che gliel’aveva affidata non era tanto un lavoro quanto un privilegio sacro e un dovere. “La casa” santificava qualunque sacrificio e qualunque sforzo. Tra i Glazer, accomunati da un non ben chiaro ma nondimeno tenace fervore cristiano, era opinione comune che nessuna donna, specialmente se maritata, dovesse lavorare “fuori di casa”. Persino durante la Depressione, quando alcuni di loro (Bucky, imbarazzato e pieno di vergogna, non era sceso nei particolari, e Norma Jeane non aveva osato approfondire) erano stati costretti ad abitare in una casa mobile nella San Fernando Valley, persino allora “lavorare” era rimasto prerogativa dei membri maschi della famiglia, tra i quali anche i bambini sotto i dieci anni, compreso il povero Bucky. Il fatto che le donne dei Glazer non dovessero lavorare “fuori di casa” era una questione di orgoglio, di orgoglio virile. Ingenuamente, Norma Jeane chiese a Bucky: “Anche adesso che c’è la guerra?” La sua domanda fluttuò nell’aria, inascoltata. “Mia moglie? Mai e poi mai!” Sapersi voluta da un uomo significa sapere io esisto! L’espressione degli occhi. L’indurirsi del cazzo. Anche se non vali niente, sei voluta. Anche se tua madre non ti ha voluta, sei voluta. Anche se tuo padre non ti ha voluta, sei voluta. La verità fondamentale della mia vita, verità autentica o caricatura di verità che fosse: finché un uomo ti vuole, sei salva.

Joyce Carol Oates, Blonde

Le figurine di Radiospazio. Le canzonette, i giorni

Mentre le donne gridano mettendoci al mondo, c’è sempre qualche altra voce al di là della parete o nel vicolo o presso il letto che se non canta dice, bisbiglia una canzonetta. Quale fu la mia? Forse sono il nipote di canzonette napoletane candide o bizzarre, come quella in cui le donne domandavano al venditore ambulante di spille e di sicurezza: «Quante me ne dai per un tornese?»… Oppure di quelle canzonette narrative, drammatiche: le canzonette-fiume che raccontano tutta una vita. Formidabili atti d’accusa all’amicizia, all’amore, alla fortuna… Per non parlare poi del repertorio dei “posteggiatori”… A proposito, io nel mio funerale ci voglio proprio una musica di “posteggiatori”: mi seguano, come mi hanno preceduto, le canzonette. Quando sarò calato lentamente nella buca, esplodano le note furiose, rampanti, di “Funiculì funiculà”.

Le scimmie di mare feuilleton. 8ª puntata

Capitolo ottavo
Che è poco più di un elenco di nomi.

Le anime volarono via dai loro corpi
– volarono alla beatitudine o alla dannazione;
e ogni anima mi passò accanto sibilando.
Coleridge, La ballata del vecchio marinaio

Nessuno sa con esattezza chi è, anche se ci pensa tutte le mattine. A maggior ragione non lo sapevano quegli anni così superficiali. Certo non pensavano che un giorno sarebbero diventati oggetto di convegni, tesi di laurea, inserti vintage sui rotocalchi; non potevano immaginare che le televisioni, tanti anni dopo, avrebbero setacciato gli ospizi alla ricerca di qualche testimone dei “mitici Sessanta” per restaurarlo e mandarlo a spegnersi nell’ultimo show fra le braccia di una conduttrice.
Io dico anni, in realtà sto parlando di uno in particolare. Oggi, tutti lo chiamano 1962, ma è una convenzione
Si dice 1962 e si crede di aver detto tutto. Quelle quattro cifre, apparentemente così semplici, erano solo una facciata dietro cui si intrecciavano eventi che facevamo fatica a collegare al nostro quotidiano. Eventi lontani e vicini. Il New Deal di Kennedy e il primo happening alla galleria de’ Foscherari; la morte di Mattei e il matrimonio a sorpresa della Dida Masetti, non ancora diciassettenne, con uno sconosciuto che l’aveva messa incinta al primo colpo.
In quel tempo, il mondo era smisurato e pochissimo esplorato; gli eventi giungevano a noi da un oceano farraginoso affiorando solo in parte. Non avevamo nessuna voglia di tuffarci in quelle acque dalla profondità incerta, preferivamo analizzare quello che ci riguardava molto più da vicino – la Dida Masetti, per esempio, e il Teatro Stabile, due istituzioni dai destini opposti: la prima era capitolata per mano di un avventuriero misterioso proprio mentre nasceva la seconda istituzione ad opera di una potenza estranea e imperialista che certamente ci avrebbe eliminati.
Le riunioni nelle salette si diradarono spontaneamente fino a che non spirarono del tutto con la naturalezza di chi muore nel sonno.
Quando i drammaturghi si incontravano, ormai solo per caso, alludevano vagamente a una stagione comune, ma molto lontana e malinconica come quelle trascorse al mare, da bambini, quando l’agosto poteva sconfinare serenamente nel settembre perché la scuola era ancora lontana.
I drammaturghi passavano la maggior parte del tempo chiusi in casa a fare congetture sul loro futuro, tentando, per quanto possibile, di prevederlo e di esorcizzarlo.
Giuseppe Bardi. Scriveva atti unici di un anticlericalismo tormentato.
Sposò una ragazza troppo vivace per lui, che morì in giovane età lasciandogli due figli. Schiacciato dal lutto e dalle responsabilità, Bardi cercò riparo nella fede e nella politica. Divenne consigliere comunale della Democrazia Cristiana, corrente Donat-Cattin.
Piergiorgio Sani. Antropologo culturale, il teatro lo interessava solo come strumento di divulgazione. Soggiornò per due anni negli Stati Uniti dove entrò in contatto con alcuni esponenti dei Black Panthers e incominciò a scrivere delle brevi pièce politiche. Durante la pubblica lettura di un suo testo, un attivista nero gli gridò che i bianchi progressisti come lui facevano cagare più di quelli del Ku Klux Klan. Tornato a Bologna, divenne un barone universitario fra i più inflessibili.
Gianni Bergamini. Fra i drammaturghi delle salette era il più marxista. Il suo dramma “Vita e morte del ribelle Barbanera” incominciava con l’entrata in scena di un capo partigiano ferito. “Cazzo!”, esordiva, “Valeva la pena di farsi ammazzare per finire insieme a questi merdosi?” (I fascisti che all’ultimo momento erano saltati sul carro dei liberatori) “Ma io ci piscio sopra!” Deponeva il mitra, voltava le spalle al pubblico, si sbottonava la patta e urinava su un muretto che doveva rappresentare l’abside di una chiesa.
Il Partito storse il naso. La linea togliattiana era chiara; con la Chiesa bisognava andarci piano: via libera alle polemiche con le alte gerarchie cattoliche, ma attenzione alla sensibilità delle masse cattoliche. Bergamini era ligio alla disciplina di partito, e dopo un serrato dibattito accettò di sostituire l’abside con un cespuglio rimediato all’ultimo momento. Anche se così, recriminava l’autore, la scena perdeva molto del suo impatto.
Morì prima di vedere la sua unica nipote, Tatiana Bergamini, eletta Miss Padania-Emilia Romagna, e poi deputata nella Lega di Salvini.
Pierino Delcolle. Era fissato con l’Opera di Pechino. Dopo aver visto La destituzione di Hai Rui aveva ripudiato tutto il teatro occidentale.
Lo incontrai un anno dopo che si era sciolto il gruppo dei drammaturghi. Lavorava per l’ufficio stampa del PSDI. “Visto che non si può fare la rivoluzione”, filosofeggiò, “tanto vale pararsi il culo.”
Mi confidò di aver sposato una donna molto più alta di lui ma di essersi pentito perché la casa era troppo piccola per tutti e due.
Ornella Lanfranchi. L’unica donna che frequentava saltuariamente il gruppo. Pittrice, aveva realizzato per noi qualche scenografia, sempre bestemmiando per la mancanza di soldi. Di famiglia facoltosa, poteva permettersi lunghi soggiorni a Parigi dove frequentava Novella Parigini. Una notte, la famosa pittrice le aveva mostrato, in estrema confidenza, alcuni scritti autografi di D’Annunzio da lei gelosamente custoditi. Ornella, insonnolita, disse che non gliene fregava un cazzo. Di qui, la rottura con la Novella e il ritorno a Bologna.
Raimondo Toscani Dell’Orto. Evitavamo di coinvolgerlo nelle nostre pubbliche letture perché plagiava le commedie di Aldo De Benedetti. Il rischio di sputtanamento era alto. Cercavamo di spiegargli che quella roba non c’entrava niente con la sperimentazione. Lui sorrideva senza ascoltare e sproloquiava di un teatro “leggero come lo champagne”. Gli piacevano quelle signore sinuose, fintamente ingenue, e quegli uomini di mondo che cadevano nelle trappole amorose come dei liceali. “Bisogna capire”, ripeteva, “sotto una superficie frivola, in quel teatro degli anni Trenta c’era un mondo pieno di valori.”
Gli sembrava una riflessione critica importante e si riprometteva di scriverne un saggio. “Ecco, sì…”, dicevamo noi, “è un’ottima idea”.
Si proclamava monarchico per ragioni di famiglia – ma liberale, precisava. Il craxismo gli fece scoprire di essere anche socialista e quando il PSI s’impadronì del teatro italiano divenne un manager itinerante. Non c’era regione in cui Raimondo Toscani Dell’Orto non fosse appena stato (o fosse sul punto di diventare) condirettore di un Teatro Stabile.
La rai gli commissionò la sceneggiatura per un documentario su Garibaldi.
Mario Arduini. Non si sa come, divenne amante di una primadonna in ascesa che scatenò un putiferio per farlo debuttare nella regia. Ma il regista non valeva nemmeno un quarto dell’amante, e la primadonna in ascesa gli saltò agli occhi fin dalle prime prove stroncando una carriera incerta e una passione che poteva durare ancora qualche mese.
Santo Musumeci. Ogni scenografia gli sembrava uno sfarzo scenico che lo mandava in bestia. “Cosa cazzo mi rappresentano tutti quei mobili? Siamo mica nel negozio di un antiquario! E quegli alberi dietro le vetrate? Me ne fotto se sono i ciliegi della minchia di Cechov, non servono!” “Datemi due riflettori, un praticabile e un attore”, minacciava, “ve lo faccio vedere io il grande teatro!” “Brecht!”, concludeva, come un imperativo e un anatema. Il tempo lo rabbonì. Si dedicò al teatro per l’infanzia. Le madri lo guardavano con sospetto, ma i bambini ridevano molto.
Flavio Manunza. Essendo poeta, si sentiva in dovere di scrivere teatro in versi. Noi tentavamo di dissuaderlo. “Non se ne parla”, rispondeva, ” è una questione di coerenza.” Quando uscì il teatro completo di Mario Luzi, smise e non pubblicò nemmeno la sua annuale raccolta di poesie.
Aldo (“Dado”) Fantinel. Compilava drammi storici ambientati a Bologna documentandosi per mesi in biblioteca. Per puro caso, vide uno spettacolo del Living theater, credo fosse Mysteries. La violenza che si sprigionava da quei corpi silenziosi lo aveva lasciato tramortito, al punto che era rimasto seduto da solo nella piccola platea quando tutto il pubblico era sfollato. Dopo molto tempo – così gli parve – si stropicciò gli occhi come uscendo da un sogno e si trovò di fronte Julian Beck che lo guardava incuriosito e gli chiedeva: «E tu cosa ci fai qui?.» Il turbamento fu tale che Fantinel non ricorda il seguito; probabilmente rispose qualcosa come: «Non so… io voglio soltanto seguire te, maestro.» Scomparve per anni. Di lui giungevano rare notizie. Si diceva che peregrinasse insieme alla tribù del Living con il compito di gestire le sostanze, visto che aveva una laurea in medicina.

Capitolo nono
Nel quale si cerca di far passare molti anni riempiendo il minor numero possibile di pagine.

Ha quattro torri e quattro fianchi intorno,
quattro torri custodi e quattro porte,
e piantata nel mezzo ha un’altra torre,
che vien di cinque il numero a comporre.
Giovambattista Marino, Adone, Canto II

Me n’ero andato. Definitivamente. Dopo qualche ricerca avevo trovato un approdo. Non era la spiaggia che sognavo, ma con una certa buona volontà potevo illudermi che le somigliasse; soprattutto soddisfaceva la mia esigenza di allora, essere pagato per ciò che scrivevo. La parola, così immateriale in teatro, si poteva pesare come lo zucchero o il filetto, e valutare secondo le tabelle della Società Italiana degli Autori ed Editori. Un tanto a pagina, al chilo, al minuto.
All’inizio mi avevano messo nell’ammezzato della prima torre, che era riservato agli sceneggiati televisivi del pomeriggio (quelli serali si trovavano al settimo piano della medesima torre). Nel microcosmo dei programmi pomeridiani c’era di tutto. Soprattutto bambini. Bambini ideali così come se li figuravano i dirigenti della Grande Azienda chiusi nella prima torre. Bambini desiderosi di diventare bravi cittadini. Bambini consapevoli che la scuola non può insegnare tutto e che dopo i compiti dovevano correre al televisore per apprendere sempre di più. Oltre ai piccoli, c’erano anche adulti, smarriti nelle nebbie delle cataratte e della vita, che prendevano tutto per buono, cioè per contemporaneo, fresco di giornata, anche gli sceneggiati sulla Repubblica Serenissima di Venezia. Il giorno dopo le trasmissioni scrivevano all’Azienda; erano addolorati per il destino del Doge che se n’era dovuto andare come un ladro e maledicevano i francesi.
Ogni tanto venivo convocato nella prima torre da un dirigente che voleva conversare con me sulla filosofia delle trasmissioni passate e future. Rispetto alle povere cose di cui si parlava, il termine filosofia mi sembrava così improprio che per pudore provavo a sostituirlo con “drammaturgia”, ma venivo subito corretto: no, no, intendevano proprio la Filosofia. I dirigenti la consideravano come una dipendente arrendevole, forse anche un po’ scema, che pur di tenersi lo stipendio era disposta ad accoppiarsi con tutto e con tutti: Filosofia della rete, Filosofia dei palinsesti, Filosofia dell’organigramma, Filosofia della mensa, Filosofia delle bacheche, Filosofia dei contratti, Filosofia del servizio di sicurezza, Filosofia della nastroteca, e persino Filosofia della mobilità interna (intesa come manutenzione degli ascensori e delle scale antincendio).
Durante quei colloqui nella prima torre i dirigenti cercavano di illuminarmi sulla Filosofia dello specifico televisivo. A dispetto dell’enunciato, il fondamento teoretico era semplice: il teatro e la televisione sono due cose molto diverse, e secondo loro io odoravo ancora un po’ troppo di teatro; come un pane chiuso nella madia accanto a una testa d’aglio s’impregna di quell’odore penetrante e difficile da mandar via, così nelle mie sceneggiature ristagnava quello stantio che è tipico del palcoscenico. Io ero giovane e avevo tutto il tempo di evolvermi, cioè di far prendere aria ai dialoghi e alle trame, ma se mi sbrigavo era meglio.
A parte la prima torre, che sorgeva isolata nel mezzo di un piazzale, le altre tre comunicavano fra loro tramite camminamenti coperti. Io ci passavo spesso perché le produzioni che mi venivano affidate erano le più varie e ognuna aveva una collocazione diversa: gli sceneggiati radiofonici originali, torre 2, secondo piano; la rielaborazione di opere letterarie edite, torre 3, quarto piano, e così via. Ogni settore dipendeva da un funzionario con cui dovevo intrattenermi prima di iniziare i lavori: non solo sulla Filosofia delle trasmissioni, ma su loro stessi, sulla loro storia nell’Azienda, sul loro passato e sulla loro vita in generale, dentro e fuori quelle mura.


Uno collezionava rane di ogni genere e formato. La scrivania ne era invasa. Reminiscenze dei suoi studi pascoliani: “Nei campi c’è un breve gre gre di ranelle…”, mormorava, poi recitava per intero “La mia sera”, perché, oltre che italianista era stato anche un attore, anzi un fine dicitore.


Uno aveva cenato con Luca Ronconi.


Uno credeva di essere la reincarnazione di Joseph Conrad. Assomigliava a Clark Kent. Era molto ammirato dalle donne. “Grazie”, diceva, “ma preferisco il mare.”


Uno tirava qualche boccata di tabacco Dunhill da una pipetta del XIX secolo che teneva in bella vista sul tavolo. A cinquant’anni si era dedicato allo studio della lingua inglese, quindi aveva tradotto The Giaour, di Byron (“Un’illuminazione!”) riuscendo anche a farlo pubblicare da un editore di Bari (non Laterza). Quell’esperienza lo aveva rivitalizzato, come succede a certi vegliardi che fanno un figlio con una venticinquenne.


Uno era amico del gastronomo Veronelli con cui disquisiva di cucina e letteratura. Citava spesso Gadda e il risotto. Sua moglie non era avvenente, non lo era mai stata nemmeno da giovane, mi aveva confidato (chissà perché). Però era dolcissima, e per amore era diventata una cuoca appassionata e frenetica. Una sera, mentre lui rincasava dall’ufficio sotto una pioggerella di quelle che fanno pensare, si era imbattuto in una venditrice di violette e subito gli era venuta in mente la devozione della sua sposa che in quel momento gli stava preparando la cena. Da quanto tempo non le portava un fiore?
Quante volte l’aveva tradita, sia pure solo mentalmente, con le attrici che sfilavano nel suo ufficio in cerca di scritture? (Una notte, per la verità, si era verificato anche l’atto carnale vero e proprio, ma non contava perché l’attrice, ubriaca, aveva vomitato nel letto. Lo schifo e l’imbarazzo con l’albergatore, la mattina seguente, erano stati un’abbondante espiazione).
Eccolo dunque mentre apre la porta di casa con un sorriso da fidanzato e il mazzolino timido in mano. La moglie vede le violette e s’illumina: «Che pensiero squisito!» – è proprio un grido che le prorompe dal petto. Gli strappa di mano i fiori, corre in cucina, prepara zucchero, tegame e manuale «Le faremo candite!» dice, «Yum Yum…!»


Uno aveva sposato Miria Canelli, che era stata Miss Italia nel 1955 e subito aveva preso la brutta china del fotoromanzo. Ma dopo il matrimonio ci aveva pensato lui a sistemare le cose piazzandola alla radio come annunciatrice, un posto tranquillo e ben protetto – non poteva mica passare la vita a rincorrerla da un set all’altro! L’immagine della moglie che si baciav con uno di quegli idioti di Grand Hotel o di Bolero film lo rabbuiava, e lì terminava il nostro colloquio.

Le vite dei funzionari, tutte così rivolte al passato, si infiltravano giorno dopo giorno nella mia vita come rigagnoli, e le nostre vite, sempre più intrecciate le une con le altre, confluivano nelle vene di quell’organismo tanto più grande di noi che era l’Azienda, e il nostro pensiero e il pensiero dell’Azienda erano della medesima sostanza così come lo sono l’aria e i gabbiani, dei quali essa regge i fili mentre volteggiano e fanno i matti credendosi i padroni dello spazio.
Quando transitavano nel complesso delle torri, gli anni rallentavano, il loro tasso di acidità aumentava e corrodeva velocemente la pellicola che protegge le identità dei singoli.
Osservavo gli altri autori (eravamo in tanti). Tutti si andavano somigliando sempre di più; mi avvicinavo a un crocchio (non si muovevano mai da soli) e sentivo un’unica voce moltiplicata per otto o per dieci. Questo fenomeno era più evidente negli autori della quarta torre, quella del Varietà, presso la quale venni distaccato per qualche tempo.
All’inizio cercai di oppormi:
– Sarebbe un cattivo affare per l’Azienda e per me; il Varietà è la cosa più lontana dalla mia sensibilità.

– Qui non ci sono sensibilità, qui si tratta di mestiere. 52
– Appunto, questo mestiere non lo so proprio fare.
– Stronzate. Tutto s’impara.
– Ma perché dovrei impararlo proprio io? Ci sono centinaia di aspiranti autori che sognano di passare la vita inventando quiz a premi, siparietti, sketch e parodie di canzoni.
Il dirigente era di quelli che non si spazientiscono. Nella sua lunga carriera aveva tenuto anche dei master sulla Filosofia dell’autorialità giovanile. Sollevò la sua mole importante dalla scrivania:
– Usciamo, facciamo due passi. Si metta il cappotto.
Il piazzale in cui sorgeva la quinta torre era immerso in un pulviscolo acquoso di novembre.
– Ha un berretto?
– Credo di sì – in tasca tenevo un kangol che non usavo mai perché mi dava un’aria poco intelligente.
– Meglio che lo metta. È umido, qui.
Si preoccupava per me. Aveva indossato un cappello di tela cerata blu col sottogola, di quelli da baleniere. Guardava il cielo, indeciso se incamminarci in senso orario o antiorario.
Infine ci muovemmo. Sentivo che non sarebbe stato un viaggio breve.
Compimmo alcune circumnavigazioni della torre. Il dirigente non aveva fretta; a casa non lo aspettava nessuno, mi confidò: la moglie se n’era andata da una decina d’anni, quando era rimasta incinta di un funzionario di seconda fascia da cui avrebbe poi avuto due figli: «Era un uomo di scarse ambizioni. L’ideale per una donna come quella. Nessun rancore.» Sembrava sollevato che lei avesse fatto i figli con quell’altro.
Quando i fari accesero le loro luci gialle e incominciarono a perlustrare il piazzale avanti e indietro, il dirigente entrò in argomento: la mia resistenza al Varietà lo aveva stupito, più che deluso – ero giovane, ma avevo già una certa esperienza alle spalle, non come le reclute dei corsi sulla Comunicazione che si riempiono la bocca con la drammaturgia, i generi, le scritture… Puttanate buone solo per i seminari e i convegni… per carità, mica diceva di sopprimerli… anche i teorici, i critici, gli autori autoriali, povere anime, avevano diritto di vivere…
Si era fermato e aveva sollevato l’ala anteriore del casco baleniero per guardarmi in faccia:
– … Ma l’Azienda non è una nursery, né un parco giochi. E neppure una provincia dell’Arcadia. Qual è l’ultima trasmissione che ha fatto?
– Il pipistrello rosa, un cabaret letterario. 53
– Titolo del cazzo.
– Alla Direzione generale è piaciuto.
– Lasciamo stare. Programmazione serale, immagino.
– Sì, da luglio a settembre, alle ventuno.
– Programmazione serale, estiva e culturale. A lei piace stare nel bagnasciuga del palinsesto, là dove sguazzano le signore sole e gli insegnanti zitelli.
– Non conosco bene il pubblico di quella fascia oraria…
– Lo conosco io. Ascoltatori desiderosi di accedere alla cultura in pillole che assumono prima di coricarsi. Per tre mesi lei è stato il loro farmacista di fiducia. Le avranno scritto molte lettere, immagino…
– Qualcuna…
– … Lettere piene di gratitudine per un programma intelligente e istruttivo, finalmente degno di un’emittente pubblica e altre ruffianate del genere.
– Anche fosse se così …
– È così, non faccia il furbo! Lo so perché alla sua età ho trafficato anch’io con la cultura. Guardi che non le rimprovero niente, è un lavoro sporco e qualcuno deve pur farlo. Bisogna averci lo stomaco.
Si era fermato di nuovo, questa volta sotto un riflettore. La luce gialla lo trasformava in un vecchio Commendatore dalle orbite vuote.
– Mi correggo, più che sporco è un lavoro mistificatorio. Quelle pillole radiofoniche sono innocui diuretici rivestiti da una pellicola di cheratina culturale; di notte, gli ascoltatori si svegliano un paio di volte e pisciano via tutto. Niente contro i diuretici, ma bisogna chiamare le cose col loro nome.
Quasi tutti i dirigenti che avevo conosciuto erano fragili e corrosi da un furore autolesionista, Irridevano il mondo accademico e un attimo dopo piangevano sulle brillanti carriere universitarie che avrebbero compiuto se non si fossero lasciati accecare dal mito della comunicazione di massa e dall’Azienda. Il furore di questo dirigente non assomigliava a quello degli altri, era freddo, pragmatico, e mirava a un solo scopo: perfezionare la macchina già micidiale del Varietà con l’ostinazione dello scienziato che, dopo avere scoperto il gas nervino, prosegue gli esperimenti per potenziarlo ancora in attesa di trovare un’altra sostanza più letale.
– Non sono un ingenuo, sa? È chiaro che per lei il Varietà è la merda.
– Non l’ho detto.
– Non faccia l’ipocrita, lo penso anch’io, ma questo non conta. Per l’Azienda è un prodotto importante, sicuro; il pubblico lo percepisce come genuino, senza secondi fini, altro che la divulgazione culturale! L’immediatezza del Varietà o, come dice lei, della merda, riconduce gli ascoltatori alla spontaneità dell’evacuazione, che è un atto di gioia, almeno durante l’infanzia, perché poi con gli anni le cose si complicano…
Tacque. Completammo il giro intorno alla torre.
– Veniamo al punto. Quelli della Direzione Generale hanno fatto una delle loro pensate: i programmi di Varietà devono essere ammodernati. Come, non lo dicono perché non lo sanno nemmeno loro. Inutile farli ragionare, non ti ascoltano, è come un raptus. Alzano il telefono e abbaiano “Rinnovare, rinfrescare, ammodernare! Da domani!” Dopo un quarto d’ora se ne sono già dimenticati, ma la rogna rimane e dobbiamo risolverla noi. Secondo me è una stupidaggine. La merda va servita nella sua versione base, come la pizza. Non so lei, ma quando vedo quei menù che non finiscono mai… alla Wagner, ai würstel con pere williams, alla Gay Pride, alla Peppe, al cacciucco, mi si chiude lo stomaco. Comunque è inutile contarcela fra noi, quelli si aspettano che facciamo qualcosa, almeno pro forma, almeno come alibi
L’alibi dovevo essere io. C’era, nelle mie trasmissioni, in tutte, di qualunque genere, qualcosa di irrisolto. Reticenza congenita, pudore, – forse anche un po’ di snobismo che inserito in piccole dosi nei copioni del Varietà poteva funzionare come correttivo. La Direzione generale, ammetteva il mio stratega, non aveva tutti i torti: le trasmissioni stavano sbracando troppo, e la mia sola presenza nel team degli autori sarebbe stata raggelante. Certo non avrebbero accolto a braccia aperte, ma qualcuno doveva sacrificarsi. Questa volta era toccato a me. Oltre alle buone ragioni dell’Azienda, ce n’era un’altra, decisiva, che si era tenuta per ultima:
– Lo sappiamo tutti e due: lei non è abbastanza ricco per dire di no.

Abbiamo grandi aspettative su di lei. Confido che farà la scelta giusta.
“Quiz Show”, regia di Robert Redford 55

La mia permanenza nello stanzone del Varietà fu meno difficile di quanto temevo. Mi avevano messo in una scrivania isolata, lontana dal grande tavolo su cui gli autori lanciavano pagine e pagine che andavano a formare una montagna disordinata di carta; poi, quando suonava il mezzogiorno, tutti insieme si strappavano di mano i fogli come al rubamazzo e li ricomponevano in un numero imprecisato di copioni.
Ogni tanto mormoravo qualche riflessione sul comico citando Pirandello, Musil, Alberto Sordi, oppure improvvisavo. I miei nuovi colleghi smettevano per un attimo di rovistare fra i copioni, annuivano e subito riprendevano perché dovevano consegnare prima della mensa.
Una convivenza serena, tutto sommato.
Gli autori del Varietà erano posseduti da un’allegria distruttiva, come la vittima di “Scarpette rosse” che dopo aver indossato le calzature diaboliche è trascinata in una danza sempre più frenetica culminante nella perdizione.
Il Demone dell’allegria infuriava dentro quei corpi spenti. In ascensore, in mensa, al bar, la banda del Varietà si annunciava con uno sciame di battute che innescavano le risate, e le risate sovrastavano le battute, e passavano le settimane e i mesi.
La turbina che ruotava nei loro corpi giorno e notte li condannava a un invecchiamento precoce, così come il sole africano delle Eolie cuoce i volti degli isolani trasformando gli adolescenti in arrostiscini rinsecchiti e le giovani madri in vecchi copertoni di camion.
Questo processo risultava più evidente nelle donne.
La Regina del Varietà, un’autrice che per l’anagrafe era giovane e fresca come un bocciolo, assomigliava a una foto di Liala settantenne che mostra la prima copia del suo libro “Di ricordi si muore”.
In quel viso di cartapecora venticinquenne si muovevano solo gli occhi, piccoli e incattiviti; la Regina era consapevole di aver consumato la giovinezza nei lavori forzati dell’allegria, e il suo trono non le bastava più; ora pretendeva un risarcimento importante, proporzionato alla pena cui si era condannata da sola.
Il suo tormento era diventato una fotografia di Liala settantenne.
Un giorno se l’era trovata sulla scrivania. Certamente l’aveva messa lì qualche collega maligno e lei l’aveva conservata senza sapere il perché, così come si coltivano certi fiori velenosi.
Quell’immagine era diventata un cruccio da cui non poteva separarsi. Ogni tanto fermava il lavoro delle dita che crivellavano i copioni di battute comiche e interrogava il ritratto, come fanno le bimbe con le nonne, sul suo successo e sui suoi amori.
Liala, almeno in fotografia, era tutto il contrario di una nonna sdolcinata, parlava schietto:
– Vuoi sapere del successo? Bene, incominciamo dalla nascita. Sicuramente essere di nobile lignaggio può servire. Tu, da che famiglia provieni?
–…
– Ho capito, lasciamo perdere. Punto secondo: anche gli uomini possono contare, non per quello che ti danno – più o meno è sempre la stessa musica – ma perché fanno curriculum. Per me, il matrimonio fu un buon avvio. Pompeo Cambiasi, marchese e ufficiale di marina. Io un fiore, lui piuttosto stagionato. Il naufragio coniugale era scritto prima delle nozze, infatti nell’entourage se ne parlò molto, il pubblico ama ciò che è del tutto prevedibile. Ottenne un buon successo anche la mia relazione con Vittorio Centurione Scotto, un altro marchese e con un nome che suonava bene. Quando morì tragicamente, la mia popolarità salì di parecchio – e pensare che non avevo ancora scritto niente. Il mio strazio fu la mia fortuna.
Il pubblico mi amò ancor prima di leggere il mio primo libro. Giovane, bella, con un marito disperso e amputata di un amante ancora fresco… Tu come sei messa con gli uomini?”
–…
Più la Regina del Varietà approfondiva la conoscenza di Liala, più la Signora del romanzo rosa le appariva come un purosangue che galoppava irraggiungibile. Quegli amori, quei marchesi, quei lignaggi erano barriere troppo alte per i suoi garretti, buoni tutt’al più per il trotto o per il dressage. Ma nel racconto di Liala c’era una frase che le sembrava un piccolo scoglio cui aggrapparsi: “Il mio strazio fu la mia fortuna”.
Un pomeriggio, la Regina del Varietà si stava arrabattando inutilmente sulla battuta conclusiva di uno sketch che doveva introdurre il Domandone finale del Quizzone. Tutte le battute comiche provocano un tormento fisico e morale in chi le scrive, soprattutto le battute comiche che preludono al Domandone finale.
Quel pomeriggio passavano le ore e la battuta non voleva venire.
Allora, finalmente, la Regina del Varietà pianse. Era la prima volta nella sua giovane vita. Prima di rabbia, poi d’impotenza, poi di paura. Poi fu presa da una sofferenza senza forma e venne avvolta da un boato che le trapanava le orecchie e la mente.
Erano tutte le risate su cui aveva costruito il suo trono.
“Il mio strazio fu la mia fortuna”. Ricordò ancora una volta le parole della sua ispiratrice.
E fu la volta decisiva.
Il giorno dopo diede in appalto la produzione di copioni a un’autrice senza pretese che si accontentò del 15 %, era tanto che aspettava un’occasione come quella!
Divenne scrittrice.
Piacque agli editori il suo personaggio: una bambina appassita che viveva in una grande casa un po’ sgangherata e circondata da un giardino selvatico in compagnia di un cane, due gatti, un leprotto e un’anziana tartaruga parlante (questo il profilo che aveva creato il suo ufficio stampa).
Uno dopo l’altro, i libri della Regina spiccarono il volo dalle tipografie per andarsi a posare con grazia sugli scaffali e nelle vetrine delle librerie – erano libri leggeri ma per niente sprovveduti, mica andavano a infilarsi negli scaffali rasoterra.
Quando ebbe preso possesso della sua nuova vita, la Regina (non più del Varietà) si ricordò dei vecchi compagni e li chiamò a condividere le gioie della Letteratura. All’inizio qualcuno era perplesso: davvero si poteva diventare scrittori così, di punto in bianco? La loro leader li rassicurava, non era difficile, bastava riprendere i vecchi sketch e metterli giù in forma di racconto.
Storie un po’ quotidiane e un po’ surreali.
Un po’ di nonsense e un po’ di satira.
Bambini che strillano nella notte, biberon e separazioni.
Cronache buffe del Premio Strega. Il bidone di Ferragosto. Amanti ma per ridere. Biscotti e bambocci. Un levantino misterioso. L’adozione di Turlurù. Falsi allarmi di menopausa. Il maschio incapace e la femmina verace. Il bodybuilding del collega introverso. Nostalgie agrodolci. Un tè con Jorge Amado. La rissa delle marmellate. L’amica pornostar.
In quegli anni si stavano riscoprendo le risorse del riciclaggio. Film famosi venivano convertiti in spettacoli teatrali, i quali, opportunamente rielaborati, diventavano a loro volta romanzi che generavano altri film, e così via.
Anche la banda del Varietà ci si mise d’impegno. Nacquero così libri e libriccini di ricette travestite da storie d’amore, di cronache matrimoniali in forma di abbecedario, di diari intimi da leggere ad alta voce come scioglilingua.
Una sera, riconobbi uno di questi testi nati per il Varietà. Si era trasformato in copione teatrale. Gli avevano cambiato il titolo e lo avevano truccato con un paio di baffi e una parrucca brizzolata. A uno spettatore che ignorasse la sua origine poteva sembrare un copione come tanti altri.
I copioni come tanti altri si andavano moltiplicando. Ne trovavo dappertutto. Nei garage teatrali che ammiccavano a quelli degli anni Settanta. Nei teatri a gestione familiare capocomicale. Nelle rassegne giovanili.


In certi stati d’animo quasi soprannaturali, la profondità della vita si rivela interamente nello spettacolo, per quanto banale, di ciò che abbiamo sotto gli occhi. Ne diviene il Simbolo.
Baudelaire, Fuochi d’artificio

Un pomeriggio, decisi di scendere in quella che era diventata una piccola discarica dei miei copioni e che un tempo avevo definito con enfasi adolescente “il magazzino delle parole”. Non lo chiamavo più così. Non lo chiamavo in nessun modo. Evitavo anche di pensarci, oppure lo pensavo come un là sotto che un giorno sarebbe stato venduto insieme alla casa. Nel contratto lo avrebbero definito cantina, perché là sotto non sarebbe piaciuto al notaio.
La discesa non fu semplice. Avevo perso la chiave. Mi succede sempre con certe chiavi che aprono certe porte. Occorreva un fabbro, come ogni volta che dovevo andare nel là sotto: un fabbro e una chiave nuova. Ma in tutti quegli anni il vecchio fabbro era morto, me lo comunicò la moglie al telefono, stupita – ero l’unico che si ricordava di suo marito.
Ne fui sollevato e rinunciai volentieri.
Invece qualcuno, troppo solerte, mi diede il telefono di un fabbro vivo.
Il fastidio dell’appuntamento. Lo scetticismo del fabbro nuovo di fronte alla serratura corrosa («Ma quanto tempo è che non entra qui dentro?»). La delusione dello stesso fabbro, una volta forzata la porta, nel vedere quei mucchi disordinati di carte («Tenere impegnato un vano così grande per questa roba è proprio gettare via i soldi.»)
Rimanemmo soli, io e i fogli. Ne scelsi una piccola risma a caso e incominciai a scorrerli appena in superficie.
Me lo sentivo.
Anche i miei erano diventati copioni come tanti altri. Come tutti gli altri. Quelli che avevo scritto, quelli che avevo letto, quelli che non avevo letto e anche quelli che non avrei mai potuto leggere perché se ne stavano sepolti nei cimiteri della Società autori, quelli appassiti insieme alle rose nei cassetti dei commediografi di provincia, quelli addormentati nei pensieri degli autori ancora bambini che sedevano sui banchi delle elementari senza sapere che di lì a qualche anno avrebbero incominciato a scrivere, senza ragione, degli atti unici per il teatrino della scuola – qualche insegnante di Lettere irresponsabile li avrebbe incoraggiati a continuare, li avrebbe seguiti con trepidazione anche dopo il Liceo, e un giorno avrebbe festeggiato con loro una menzione al premio teatrale Hystrio.
Doveva esistere da qualche parte un Copione Padre occulto che si riproduceva incessantemente generando una quantità di copioncini solo apparentemente difformi; cambiavano i titoli ma la sostanza era la medesima, come quella delle piccole tagliatelle che formano l’interminabile nastro della Tenia.
Ricordo lo sfogo di un amico regista, poco prima di suicidarsi:
«È terribile, non sopporto più il rumore degli attori! È come quello del frigorifero, ma molto più forte. Se non ci pensi, non te ne accorgi, ma se ascolti davvero, come sei costretto a fare durante le prove, senti un bru-bru di sottofondo che ti porta alla pazzia.
Recitano Ibsen, Neil Simon, Marivaux?
Non lo sanno e anche tu l’hai dimenticato.
Recitano il loro bru-bru di attori.
Cinque, sei, sette ore di fila. Devo smettere.»
Seduto sul grande tavolo della sala prove, dondolava le gambe nel vuoto e continuava a ripetere “bru-bru, bru-bru, bru-bru”, sempre più stanco, con la faccia di un vecchio asino condannato alla macina.
Due mesi dopo si era tolto di mezzo. La moglie e gli amici dissero che se l’aspettavano perché da qualche tempo vedeva e sentiva cose strane. La solita fretta di archiviare il morto.
L’intuizione del mio amico regista non riguardava soltanto le voci degli attori. Diedi un’occhiata alla discarica delle mie carte e mi resi conto che esisteva anche il bru-bru dei copioni generati dal Copione Padre. Mi sembrava che diventasse sempre più forte. Forse non sarei mai dovuto scendere.
Uscii e chiusi la porta a doppia mandata con la chiave ancora fresca di fabbro. Risalii le scale e la gettai in un cassonetto.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169

La bambola di Norma Jeane

Norma Jeane sentì una fitta di sgomento – si era scordata la bambola! L’aveva lasciata a casa, nel letto! Con tutto quel trambusto e quella confusione, svegliata di soprassalto dagli urli della madre e spinta di corsa fuori e sulla macchina, Norma Jeane aveva abbandonato la bambola al destino del rogo; la bambola ormai non più bionda come ai primi tempi, la morbida pelle di gomma non più così immacolata, il berrettino da notte tutto pizzi scomparso e la camicia da notte a fiori ormai decisamente sudicia, così com’erano sudicie le scarpine che coprivano quei piedini perennemente ciondoloni, ma Norma Jeane non aveva smesso di amarla, la sua unica bambola, la sua bambola-senza-nome, la sua bambola del compleanno cui non si rivolgeva con altro nome se non quello di “Bambola”, quando non invece con un più tenero “tu”, come ci si rivolgerebbe a se stessi nello specchio. Ecco allora Norma Jeane gridare: “Mamma, mi sono dimenticata di prendere la bambola! E se la casa va a fuoco?” Gladys fece una smorfia disgustata. “Quello strazio di bambola! Magari bruciasse! Così la finiresti una volta per tutte con questo attaccamento morboso”.

Joyce Carol Oates, Blonde

Le figurine di Radiospazio. L’immortalità dell’anima

Mi accorgo che casualmente m’è venuta sotto la penna un’analogia del tutto accidentale fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima: m’è capitato cioè di dire che, se l’anima non fosse immortale, nulla resterebbe di noi; invece, essendo essa immortale, resta molto, resta la parte migliore di noi. Anche degli asparagi resta molto, purtroppo; ma al contrario di noi, non la parte migliore o più nobile. Anzi, resta la peggiore, il gambo. Tuttavia, esso resta in misura considerevole, il che non avviene nel caso di altri vegetali già cotti, come, per esempio, gli spinaci, che sono interamente commestibili. Forse questo è l’unico punto di contatto fra l’immortalità dell’anima e gli asparagi, e sono ben contento di averlo trovato. Ma questa analogia del tutto formale non è nemmeno esclusiva degli asparagi, poiché anche i carciofi si trovano nella stessa situazione, quanto a percentuale di scarto.
Per concludere dobbiamo dire che, da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla di comune fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima.

Le scimmie di mare feuilleton. 7ª puntata

Capitolo settimo
Che ricostruisce una cerimonia cui fecero seguito molte e importanti conseguenze.

Certo mi è forte, questo effetto di dejà vu (et nu et connu)
Edoardo Sanguineti, Mikrokosmos

Come avviene nelle famiglie signorili, la nascita del Teatro Stabile di Bologna fu avvolta dalla discrezione.
I plenipotenziari del Piccolo di Milano, che si erano insediati in città già da un mese, furono perentori. Niente strombazzamenti, niente fuochi di artificio. Sì ai giornali perché non se ne poteva fare a meno, purché moderassero la foia tipica della stampa locale. Ricevimento sobrio e inviti controllati, anzi meglio nessun invito, tanto chi doveva sapere sapeva già.
Anche il Governatore mandato da Milano era di basso profilo. Si presentò al rinfresco con una maglia color mattone da ciclista anni Trenta che ricordava quella di Gerbi, il Diavolo rosso. Vincendo la repulsione, le signore lo attorniavano e alitavano: «Direttore… direttore….» Lui precisava: «Sono soltanto un umile artigiano del teatro» – e quelle pensavano che purtroppo era proprio così. Umile lo era senz’altro; visto fuori dalla Sala Rossa del Comune, lo si poteva scambiare per uno di quegli omarelli che aggiustano le serrature, danno un’imbiancata alle cantine, sgomberano solai. Le famiglie se li passavano l’una con l’altra.
– Devo montare due scaffali nella camera dei ragazzi ma non voglio spendere nel falegname per un lavoretto come questo. Hai qualcuno?
– Il signor Ramponi! Sono tanti anni che viene da noi. Sa fare tutto. È rispettoso, gentile e anche un po’ filosofo. Quello che gli dai, è sempre contento. E poi, finito il lavoro, pulisce così bene che non ti accorgi di niente.

Il Governatore si compiaceva di esibire maglie troppo strette che mettevano in risalto le rotondità del suo fisico e giacchette da grandi magazzini. Era convinto che la crisi del teatro riflettesse quella della borghesia, arrivata ormai alle ultime gocce di benzina, altro che classe dirigente (se mai lo era stata). «Persino il Piccolo di Milano», confessava con amarezza ai suoi intimi, «rischia di essere un teatro per borghesi intelligenti. Che bel risultato!» Era necessario suscitare l’interesse delle masse popolari per creare un pubblico nuovo – e preso com’era dalla visione degli spettatori del futuro, quelli del presente non li sopportava più, erano diventati come certe vecchie amanti che si spera di liquidare prima o poi, ma non subito, perché una casa con dentro una mummia mezza viva è sempre meglio di una casa con le ragnatele.
In attesa della palingenesi rivoluzionaria, il Governatore esprimeva il suo rifiuto del pubblico borghese (quello di Bologna, in particolare) esagerando la sgradevolezza del suo corpo molle, il ventre a palloncino, le gambe corte, annegate dentro pantaloni larghissimi, i capelli ispidi e neri sui quali tutte le mattine spalmava degli unguenti che trovava in certe profumerie malfamate.
Alla cerimonia dell’insediamento nella Sala Rossa i deferenti erano numerosi; l’ufficio stampa del Piccolo aveva convocato le categorie più rappresentative, gli avvocati (meglio se con simpatie radicali) i primari massoni (anziani, ancora un po’ inizio secolo), gli esponenti delle cooperative, i dirigenti e soprattutto le maestranze dell’industria motociclistica (Ducati, Morini, Italjet). Quelle erano le masse da conquistare, esuberanti e barbare. Al momento se ne fottevano del teatro, più che altro sognavano di stringere fra le gambe un Settebello 125 carenato per andare a schiantarsi sulle curve della Futa con le loro ragazze in bilico fra il terrore e il piacere.
Com’erano invece fastidiosi quei maggiorenti che continuavano a chiamarlo “direttore”, che s’improvvisavano critici teatrali, che si permettevano di dare suggerimenti:
– Sarebbe bello, direttore, se riuscissimo a portare nella nostra Bologna Renzo Ricci.
– E Gianni Santuccio.
– E la Ferrati!
Li pregustavano. Se li immaginavano nelle loro case ottocentesche con qualche pennellata di moderno, dopo il teatro. Una cena fredda ma sostanziosa e abbondante (perché anche gli attori mangiano, sono uomini e donne come noi, no?). Un buffet, ecco, un buffet elegante e disinvolto che già compilavano mentalmente: galantina, insalata di riso, lasagne, vol-au-vent ripieni di ragù. Qualche padrona di casa sognava di lasciare la sua piccola impronta nella storia dello spettacolo creando un piatto dedicato, per esempio la “gramigna alla Raf Vallone”, che le piaceva anche come uomo. (Un ostacolo: la gramigna non si poteva mica servire fredda).
Il Governatore annuiva a ciascuno e non rispondeva a nessuno. Quando gli si accalcavano troppo intorno, sorrideva e tutti facevano subito un mezzo passo indietro perché lui scopriva una chiostra di dentini pericolosi come quelli di un animale, di una piccola scimmia capace di mordere.
Altri sorrisi molto più cordiali riservava ai lavoratori della meccanica che formavano una macchia di tute azzurro scolorito in fondo al tavolo del rinfresco. Con loro diventava premuroso. S’informava di turni, di stipendi, di tempo libero, poi saltava sul trabattello dell’immaginazione e sotto i loro occhi disegnava un teatro tutto nuovo, tutto per loro, di lotta, naturalmente, non quello solito della classe dominante che ormai aveva rotto (lo diceva piano, con complicità) i coglioni. Le tute non si pronunciavano ne sapevano poco di quel teatro lì – a parte che era troppo caro, per il Comunale o il Duse ci volevano i vestiti adatti. Però avendo i soldi ci sarebbero andati volentieri, certo che sì!
Il Governatore li guardava perplesso:
– Cosa significa questo? Anelano sia pure confusamente ai classici oppure cercano solo uno strapuntino sul vagone della borghesia prima del deragliamento finale?

C’è una grande società dei corpi, e il mio vi è stato introdotto; è entrato nel salone con le sedie dorate.
Virginia Woolf, Le onde

Nonostante l’ambiente della Sala Rossa le fosse del tutto nuovo, Mimì Desderi si muoveva sicura fra gli invitati, tutti a lei sconosciuti. Come una giovane skipper di lungo corso, navigava disinvolta fra i promontori dei signori massicci e gli scogli aguzzi delle signore. Era a mani libere, la sola che non si affannasse col bicchiere, le posate di plastica e il piatto in equilibrio; ignorava gli involtini e il Sangiovese forniti dalle cooperative e tutto sommato anche gli invitati. Gli impresari, i registi e gli scagnozzi del Comune l’affascinavano meno della grande Sala Rossa con i suoi cristalli, gli scranni lucidati dai secoli e i ritratti degli uomini illustri alle pareti. La loro identità misteriosa ne aumentava la suggestione. Quegli occhiacci, pensava Mimì, erano stati testimoni di segreti innominabili, ed era lusingata che ora si puntassero su di lei, soppesandola e spogliandola con il gelo dell’anatomista, il rigore del teologo, il fremito del libertino.
Non ne era intimorita. Aveva sempre desiderato di essere ammessa nel tempio che li custodiva per vincere il senso di oblio che è comune a tutte le piccole attrici.
«Ora io sono qui», ripeteva piano a se stessa – e “qui” significava: nella storia – una storia soltanto cittadina per il momento, ma tutti le dicevano che ancora così giovane…!
Si guardò intorno. Delle attrici, nessuna traccia. Era l’unica. In quella stagione, le primedonne avevano altro da fare, cavalcavano il turbine delle tournée, inseguite dai loro bauli e dai pullman degli ammiratori, capaci di viaggiare una notte intera per godersele ancora una volta dopo lo spettacolo, in camerino, mezze discinte. «Di una cosa sono sicura», pensava la parte cinica di Mimì, «quando sarò una primadonna, col cavolo che andrò a tenere a battesimo un teatro stabile di provincia!»
Diede ancora un’occhiata di conferma: le Donati, le Sarti, le Pizzi e tutte le altre colleghe concittadine non si vedevano. Anche la Zanini, che era tanto portata dai frati dell’Antoniano e aveva fatto la Madonna in televisione il Venerdì Santo. Tutte a casa. Pensò, senza superbia, che era giusto così, visto che lei aveva già lavorato con dei registi “di fuori” – poi, per una stupida storiella (niente a che fare con l’amore) aveva dovuto allontanarsi dalla compagnia, ma sarebbe stata solo una pausa, ne era certa.
Un gessato blu le si parò davanti:
«Finalmente riesco a conoscere di persona la famosa Desderi!»
Era un assessore a qualcosa di complicato che Mimì non aveva mai sentito. Nonostante non avesse niente a che fare con la cultura, l’assessore seguiva il teatro e soprattutto seguiva lei. Aveva visto devotamente tutti i suoi spettacoli e adesso le baciava la mano per rifarsi di tutte le mancate visite in camerino.
– Lei conosce il Direttore?
Strana domanda. Chi lo conosceva? Erano andati a pescarlo nei magazzini più reconditi del Piccolo Teatro.
– Il Direttore avrebbe piacere di salutarla.
L’assessore le fece da battistrada.
La moltitudine dei notabili si apriva come davanti a un commis di Stato che tiene alta una lampada per segnalare la sua missione speciale. A Mimì pareva di vederla, quella luce, ne sentiva anche il calore sulle guance.
Quando si trovò davanti al Direttore/Governatore, il caldo si trasformò in uno sconcerto freddino. La maglia da ciclista era diventata più spessa per il sudore che ricopriva anche la fronte direttoriale in forma di perline.
– Sono contento che tu abbia accettato il mio invito.
Il tu? Il suo invito? Cercando affannosamente una risposta adeguata, a Mimì venne in mente: “Sono forse io, Signore?” Si
trattenne. Ma il Direttore non aveva bisogno di una spalla per proseguire: «Lo sai che sei proprio bravina?» E poi al popolo, col compiacimento del padre che presenta la figliola: «Sì, questa ragazza ha i numeri per fare bene. Vedremo di darle qualche occasione per dimostrarlo.»
Sentendosi molti occhi addosso, compresi quelli del sindaco, Mimì accennò a un inchino stilizzato come faceva durante i ringraziamenti. Tutti sorrisero ammirati; per l’età che aveva, quella comica era molto disinvolta, cioè navigata, vale a dire eccitante.
Il Direttore puntò l’indice su Mimì:
«Bolzano, lo scorso ottobre. Pirandello, “Il giuoco delle parti”, regia Fantasio Piccoli. Lei non lo sa ma io ero in platea… Non mi ricordo più perché ero finito a Bolzano…»
Quindi, ancora al popolo: «… Sì, la ragazza se la cavava molto bene… Signora borghese e al tempo stesso puttana… Una lettura molto lucida del personaggio.»
Quello spettacolo, Mimì se lo era quasi dimenticato. Ricordava solo che la compagnia lo aveva preso molto sottogamba.
«Così giovane e già tanto guitta!», scherzavano i colleghi durante le prove: «Ma fai bene, in provincia si può andare in culo all’autore senza che succeda niente, anche se è Pirandello.»
Invece per il Direttore quello spettacolo era stato la rivelazione di un’attrice dotata di un misterioso istinto critico, fino a quella sera ignoto a tutti (incominciando dalla stessa interessata) tranne che a lui.
Mimì si sentiva nuda, non a disagio tuttavia. Il corpo che esponeva alla cittadinanza non era il suo, ma quello dell’attrice sconosciuta che si nascondeva in lei e che solo il Direttore poteva sondare e assaporare liberamente come nella stanza di un albergo a ore.
L’improvvisa intimità in cui erano entrambi venuti a trovarsi fu interrotta da un brusio. Il cardinale Lercaro, in un primo momento impossibilitato a intervenire, aveva deciso di affacciarsi per fare gli auguri al neonato Teatro Stabile. I bolognesi erano abituati alle sue incursioni; molti sospettavano che in quella disinvoltura si annidasse qualche germe di comunismo, ma si inchinavano a baciargli l’anello perché non volevano passare per atei.
Quando Lercaro si avvicinò a Mimì, qualcuno gli sussurrò: «La signorina è attrice.» E il cardinale: «Brava! Pensi che io, da ragazzo, sono riuscito a vedere Eleonora Duse. Chissà che un giorno non venga ad applaudire anche lei.»
Mimì si genuflesse per baciare il sacro anello; il cardinale si abbassò per sollevarla, sollecito, e dietro di lui comparve la figura del Direttore che fissava la sua nuova creatura dall’alto di un metro e sessantacinque. Parve a Mimì che quegli occhi improvvisamente cattivi la guidassero in ogni più piccolo gesto dettandole l’inclinazione del capo, l’angolo delle ginocchia e l’ampiezza del sorriso; così quando sfiorò con le labbra il sigillo d’argento si rese conto che il suo inchino non la sottometteva solo all’autorità ecclesiastica, ma anche a un altro potere mai sperimentato prima, quasi certamente crudele.


Bisogna controllare i nostri impulsi, ma qualche volta bisogna cedervi.
Jacques Cazotte, Il diavolo innamorato

Non avendo partecipato, come tutto il popolo dei teatranti bolognesi, alla cerimonia fondativa del Teatro Stabile, il mio racconto si basa su quello che mi fece Mimì Desderi nella quale mi imbattei qualche mese più tardi.
Non ci frequentavamo abitualmente. Prima di quell’incontro ci eravamo visti una sola volta, in un caffè e anche allora per caso.
Mimì era conosciuta in città fin da molto giovane, e pur non atteggiandosi a diva sapeva circondarsi di un’aura fosforescente, come una lucciola scaltra che, anziché concentrare tutta la luce nell’addome per attirare il maschio fecondatore, distribuisce i suoi kilowatt intorno all’intera figura.
Durante il nostro secondo incontro tutto si era svolto in modo molto diretto.
«Ho letto un tuo testo», esordì, e disse un titolo che oggi non posso e non voglio ricordare; fortunatamente tutti i miei primi balbettii teatrali se ne sono andati insieme all’adolescenza.
«Stavamo pensando, col regista Regazzoni, di metterlo in scena.»
Per quanto ne sapevo, Mimì ignorava che io esistessi, e i miei copioni circolavano solo nella cerchia ristretta dei drammaturghi segreti.
La Desderi era stata arruolata da tempo in quello che chiamavamo “il teatro ufficiale”, un Moloch ottuso e cinico sprofondato in un materasso di denaro, che noi combattevamo opponendogli un silenzio muto e sprezzante.
Non ero abituato a ricevere proposte e quella di Mimì suscitò subito cinque considerazioni.
a) In quanto militante nelle fila dell’establishment, la Desderi doveva essere, se non cretina, molto ingenua: perché si interessava a un testo concepito per le catacombe dell’avanguardia?
b) Un dubbio: forse nel mio copione le tracce di sperimentazione erano minime e Mimì non le aveva colte.
c) Oppure: le aveva colte ma sapeva che nella messa in scena di un energumeno come Regazzoni sarebbero scomparse del tutto.
d) Una tentazione. Mimì Desderi era molto bella. Guardandola, ripensavo a quando avevo fantasticato di creare la compagnia dalle Scimmie di mare. Che idea macchinosa! I ritocchi estetici e le operazioni chirurgiche che avrei dovuto compiere su quei corpi bislunghi per metterli a norma! Un corso di dizione e recitazione, forse anche di lingua italiana, perché chissà come si esprimevano quegli esseri. “Vermi”, le aveva definite il mio compagno Aldo Chiesa. Era stato precipitoso e crudele gettarle subito nel cesso. Forse col tempo potevano diventare artiste complete come prometteva la pubblicità, ma quanta fede bisognava avere per credere alla loro evoluzione!
Invece Mimì Desderi, oltre che molto bella, era già fatta, rifinita e con tutto il suo corredino vocale e gestuale già pronto.
Immaginavo la tournée. Io avrei viaggiato nel mio vagone personale di autore; sarei comparso ogni qualche replica in palcoscenico a ringraziare, e via per una nuova piazza.
e) Un’altra tentazione. Mimì Desderi era innamorata di me. Non mi sembrava probabile perché era più grande di qualche anno e già saliva con disinvoltura su automobili nere e lucide che io non avrei nemmeno saputo mettere in moto.
Ma le lusinghe sfuggono alla verosimiglianza e alla logica.
Mentre tenevo a bada le tentazioni, percepii accanto a me la presenza di Robert Schumann nel quale a quell’epoca tentavo di identificarmi; cercavo addirittura di stabilire qualche analogia fra le allucinazioni della sua malattia mentale e certe mie piccole fissazioni nelle quali vedevo l’annuncio di un Nuovo che avrebbe rigenerato la mia scrittura così anemica.
Di Schumann ascoltavo spesso il Carnaval, in particolare l’ultimo quadro, “Marcia dei difensori di Davide contro i Filistei”, là dove Davide ero io (supportato da qualche drammaturgo delle salette) e i Filistei nemici della cultura erano il regista Regazzoni, il poeta Mazzoleni che andava in giro con La Fiera letteraria sotto il braccio, il commediografo Cevenini che avvelenava le masse con le sue farse dialettali, il critico teatrale Gavioli responsabile di avere stroncato la prima messa in scena italiana delle Bonnes di Genet (“La commedia non approfondisce la problematica delle lavoratrici domestiche”), e tutta la filiera dei burocrati che decidevano a chi concedere i teatri.
Il campo dei Filistei costituiva, insomma, una solida maggioranza; lo stesso Robert Schumann mi sfidava provocandomi: puoi andare, se vuoi, la causa di Davide non sa cosa farsene di uno come te.Mimì Desderi non aveva fretta che le rispondessi; ordinava una spremuta, chiacchierava col barista, aggiornava l’agendina. Chiese infine un gettone per telefonare, scomparve per qualche minuto, poi uscì salutandomi con un “Ci sentiamo.” La sua proposta se n’era andata con lei. Oppure non era mai stata formulata. Uscii sul marciapiede, nessuna traccia di Mimì.

La bocca fiorita in un mezzo sorriso
E la sua fronte che si lascia leggere
come un libro aperto
Théophile Gautier, La Diva

– Fossi in te, andrei a parlare con Giorgio. Se vuoi, posso prenderti un appuntamento.
– Per dirgli cosa?
– Anche solo per uno scambio di idee. Gli parli di quello che hai fatto, dei tuoi progetti, non so…
Giorgio era Giorgio B*, l’appena insediato Governa- tore/Direttore dello Stabile di Bologna, che la Desderi poteva chiamare per nome da quando era diventata di fatto la prima attrice. Non l’unica; a volte la affiancavano le ali grigie di qualche primadonna, ma erano ombre che passavano veloci e sempre più sbiadite a ogni stagione; Mimì le accudiva come una nipote premurosa che spera di essere ricordata nel testamento della zia ricca. Da giovane previdente, si costruiva un passato di ricordi che avrebbe sfogliato molti anni più tardi nella Casa di riposo per Artisti Drammatici; già aveva incominciato a incollare in un album le prime immagini della sua carriera nelle quali sorrideva, con la protervia del fiore, accanto a Paola Borboni, Pina Cei, Misa Mordeglia Mari e tante altre; foto di scena, ma anche istantanee di vita quotidiana in camerino – attestati della sua precoce iscrizione a un club esclusivo di interpreti.
Al nostro terzo incontro, in lei non c’era più traccia della piccola attrice che saltellava da una compagnia all’altra; adesso aveva gambe solide e un buon tetto sulla testa, e come tutte le nuove padrone di casa ci teneva a mostrarmi il suo appartamento nuovo.
– Guarda che Giorgio non è come sembra. In città gli fanno la guerra per motivi politici; dicono che sa parlare solo di cifre, statistiche e abbonamenti, ma non hanno la minima idea di cosa sia un teatro pubblico, zotici e provinciali come sono! Certo, a lui non piacciono i venditori di fumo, gli autori che scrivono contemplando il proprio ombelico – quelli li sega subito… Ma è logico… se uno vuole costruire un teatro civile, impegnato… un teatro concreto, come dice lui… è inutile andare a proporgli degli spettacoli… non so… simbolisti, futuristi e cose
simili. La Desderi venne colta dal dubbio che il drammaturgo ombelicale mi assomigliasse. Aveva ragione, lo pensavamo tutti e due.
– … Comunque Giorgio è molto aperto verso i giovani autori. Abbiamo appena contattato il vincitore dell’ultimo Premio Riccione… cioè gli ha parlato lui, io lo accompagnavo..
– Pensa che ha solo ventidue anni, un ragazzo… Si chiama… Candini… Candiani…?
– Non so, non seguo il Premio Riccione.
– E sbagli. Tu scrivi bene, ma hai scelto una strada che non porta a niente; le cantine, i teatrini… è proprio un volersi tagliar fuori da soli. Se io sapessi scrivere come te parteciperei a tutti i premi teatrali. E andrei a parlare con Giorgio.
Perché insisteva tanto?
In un racconto di De Musset, una nobildonna veneta di alto casato s’innamora di un giovane pittore maledetto e pieno di talento, Pomponio Filippo Vecellio, figlio del grande Tiziano, chiamato prosaicamente Pippo dagli amici (che secondo me è una stonatura in un racconto costruito su una delicata ragnatela romantica). Non si capisce se la giovane ami più l’uomo o l’artista; forse il secondo, anche se in questi casi è difficile distinguere. Certo è che Beatrice Donati (questo il nome dell’intraprendente ragazza) agisce con un duplice intento: sedurre Pippo, recuperarlo alla pittura e restituire alla Repubblica Veneta un artista che si sta distruggendo col vino, le puttane, le bische e le risse.
La strategia di Beatrice poteva assomigliare vagamente a quella di Mimì Desderi, ma le discrepanze erano troppe.
Del mio eventuale talento, non poteva avere la minima idea. La mia vita era tutt’altro che dissoluta.
Mancava il movente amoroso.
Quanto a Bologna, non era una repubblica, stava benissimo con la sua rete di cooperative in espansione e non aveva nessuna passata grandeur da recuperare.
Forse Mimì voleva solo mettere alla prova il suo piccolo potere così come il fattore di un’importante azienda agricola fa costruire un nuovo recinto per le galline senza avvertire il proprietario.
Le dissi che ci avrei pensato, e preparai la partenza.

Capitolo ottavo
Che è poco più di un elenco di nomi.

Le anime volarono via dai loro corpi
– volarono alla beatitudine o alla dannazione;
e ogni anima mi passò accanto sibilando.
Coleridge, La ballata del vecchio marinaio

Nessuno sa con esattezza chi è, anche se ci pensa tutte le mattine. A maggior ragione non lo sapevano quegli anni così superficiali. Certo non pensavano che un giorno sarebbero diventati oggetto di convegni, tesi di laurea, inserti vintage sui rotocalchi; non potevano immaginare che le televisioni, tanti anni dopo, avrebbero setacciato gli ospizi alla ricerca di qualche testimone dei “mitici Sessanta” per restaurarlo e mandarlo a spegnersi nell’ultimo show fra le braccia di una conduttrice.
Io dico anni, in realtà sto parlando di uno in particolare. Oggi, tutti lo chiamano 1962, ma è una convenzione
Si dice 1962 e si crede di aver detto tutto. Quelle quattro cifre, apparentemente così semplici, erano solo una facciata dietro cui si intrecciavano eventi che facevamo fatica a collegare al nostro quotidiano. Eventi lontani e vicini. Il New Deal di Kennedy e il primo happening alla galleria de’ Foscherari; la morte di Mattei e il matrimonio a sorpresa della Dida Masetti, non ancora diciassettenne, con uno sconosciuto che l’aveva messa incinta al primo colpo.
In quel tempo, il mondo era smisurato e pochissimo esplorato; gli eventi giungevano a noi da un oceano farraginoso affiorando solo in parte. Non avevamo nessuna voglia di tuffarci in quelle acque dalla profondità incerta, preferivamo analizzare quello che ci riguardava molto più da vicino – la Dida Masetti, per esempio, e il Teatro Stabile, due istituzioni dai destini opposti: la prima era capitolata per mano di un avventuriero misterioso proprio mentre nasceva la seconda istituzione ad opera di una potenza estranea e imperialista che certamente ci avrebbe eliminati.
Le riunioni nelle salette si diradarono spontaneamente fino a che non spirarono del tutto con la naturalezza di chi muore nel sonno.
Quando i drammaturghi si incontravano, ormai solo per caso, alludevano vagamente a una stagione comune, ma molto lontana e malinconica come quelle trascorse al mare, da bambini, quando l’agosto poteva sconfinare serenamente nel settembre perché la scuola era ancora lontana.
I drammaturghi passavano la maggior parte del tempo chiusi in casa a fare congetture sul loro futuro, tentando, per quanto possibile, di prevederlo e di esorcizzarlo.
Giuseppe Bardi. Scriveva atti unici di un anticlericalismo tormentato.
Sposò una ragazza troppo vivace per lui, che morì in giovane età lasciandogli due figli. Schiacciato dal lutto e dalle responsabilità, Bardi cercò riparo nella fede e nella politica. Divenne consigliere comunale della Democrazia Cristiana, corrente Donat-Cattin.
Piergiorgio Sani. Antropologo culturale, il teatro lo interessava solo come strumento di divulgazione. Soggiornò per due anni negli Stati Uniti dove entrò in contatto con alcuni esponenti dei Black Panthers e incominciò a scrivere delle brevi pièce politiche. Durante la pubblica lettura di un suo testo, un attivista nero gli gridò che i bianchi progressisti come lui facevano cagare più di quelli del Ku Klux Klan. Tornato a Bologna, divenne un barone universitario fra i più inflessibili.
Gianni Bergamini. Fra i drammaturghi delle salette era il più marxista. Il suo dramma “Vita e morte del ribelle Barbanera” incominciava con l’entrata in scena di un capo partigiano ferito. “Cazzo!”, esordiva, “Valeva la pena di farsi ammazzare per finire insieme a questi merdosi?” (I fascisti che all’ultimo momento erano saltati sul carro dei liberatori) “Ma io ci piscio sopra!” Deponeva il mitra, voltava le spalle al pubblico, si sbottonava la patta e urinava su un muretto che doveva rappresentare l’abside di una chiesa.
Il Partito storse il naso. La linea togliattiana era chiara; con la Chiesa bisognava andarci piano: via libera alle polemiche con le alte gerarchie cattoliche, ma attenzione alla sensibilità delle masse cattoliche. Bergamini era ligio alla disciplina di partito, e dopo un serrato dibattito accettò di sostituire l’abside con un cespuglio rimediato all’ultimo momento. Anche se così, recriminava l’autore, la scena perdeva molto del suo impatto.
Morì prima di vedere la sua unica nipote, Tatiana Bergamini, eletta Miss Padania-Emilia Romagna, e poi deputata nella Lega di Salvini.
Pierino Delcolle. Era fissato con l’Opera di Pechino. Dopo aver visto La destituzione di Hai Rui aveva ripudiato tutto il teatro occidentale.
Lo incontrai un anno dopo che si era sciolto il gruppo dei drammaturghi. Lavorava per l’ufficio stampa del PSDI. “Visto che non si può fare la rivoluzione”, filosofeggiò, “tanto vale pararsi il culo.”
Mi confidò di aver sposato una donna molto più alta di lui ma di essersi pentito perché la casa era troppo piccola per tutti e due.
Ornella Lanfranchi. L’unica donna che frequentava saltuariamente il gruppo. Pittrice, aveva realizzato per noi qualche scenografia, sempre bestemmiando per la mancanza di soldi. Di famiglia facoltosa, poteva permettersi lunghi soggiorni a Parigi dove frequentava Novella Parigini. Una notte, la famosa pittrice le aveva mostrato, in estrema confidenza, alcuni scritti autografi di D’Annunzio da lei gelosamente custoditi. Ornella, insonnolita, disse che non gliene fregava un cazzo. Di qui, la rottura con la Novella e il ritorno a Bologna.
Raimondo Toscani Dell’Orto. Evitavamo di coinvolgerlo nelle nostre pubbliche letture perché plagiava le commedie di Aldo De Benedetti. Il rischio di sputtanamento era alto. Cercavamo di spiegargli che quella roba non c’entrava niente con la sperimentazione. Lui sorrideva senza ascoltare e sproloquiava di un teatro “leggero come lo champagne”. Gli piacevano quelle signore sinuose, fintamente ingenue, e quegli uomini di mondo che cadevano nelle trappole amorose come dei liceali. “Bisogna capire”, ripeteva, “sotto una superficie frivola, in quel teatro degli anni Trenta c’era un mondo pieno di valori.”
Gli sembrava una riflessione critica importante e si riprometteva di scriverne un saggio. “Ecco, sì…”, dicevamo noi, “è un’ottima idea”.
Si proclamava monarchico per ragioni di famiglia – ma liberale, precisava. Il craxismo gli fece scoprire di essere anche socialista e quando il PSI s’impadronì del teatro italiano divenne un manager itinerante. Non c’era regione in cui Raimondo Toscani Dell’Orto non fosse appena stato (o fosse sul punto di diventare) condirettore di un Teatro Stabile.
La rai gli commissionò la sceneggiatura per un documentario su Garibaldi.
Mario Arduini. Non si sa come, divenne amante di una primadonna in ascesa che scatenò un putiferio per farlo debuttare nella regia. Ma il regista non valeva nemmeno un quarto dell’amante, e la primadonna in ascesa gli saltò agli occhi fin dalle prime prove stroncando una carriera incerta e una passione che poteva durare ancora qualche mese.
Santo Musumeci. Ogni scenografia gli sembrava uno sfarzo scenico che lo mandava in bestia. “Cosa cazzo mi rappresentano tutti quei mobili? Siamo mica nel negozio di un antiquario! E quegli alberi dietro le vetrate? Me ne fotto se sono i ciliegi della minchia di Cechov, non servono!” “Datemi due riflettori, un praticabile e un attore”, minacciava, “ve lo faccio vedere io il grande teatro!” “Brecht!”, concludeva, come un imperativo e un anatema. Il tempo lo rabbonì. Si dedicò al teatro per l’infanzia. Le madri lo guardavano con sospetto, ma i bambini ridevano molto.
Flavio Manunza. Essendo poeta, si sentiva in dovere di scrivere teatro in versi. Noi tentavamo di dissuaderlo. “Non se ne parla”, rispondeva, ” è una questione di coerenza.” Quando uscì il teatro completo di Mario Luzi, smise e non pubblicò nemmeno la sua annuale raccolta di poesie.
Aldo (“Dado”) Fantinel. Compilava drammi storici ambientati a Bologna documentandosi per mesi in biblioteca. Per puro caso, vide uno spettacolo del Living theater, credo fosse Mysteries. La violenza che si sprigionava da quei corpi silenziosi lo aveva lasciato tramortito, al punto che era rimasto seduto da solo nella piccola platea quando tutto il pubblico era sfollato. Dopo molto tempo – così gli parve – si stropicciò gli occhi come uscendo da un sogno e si trovò di fronte Julian Beck che lo guardava incuriosito e gli chiedeva: «E tu cosa ci fai qui?.» Il turbamento fu tale che Fantinel non ricorda il seguito; probabilmente rispose qualcosa come: «Non so… io voglio soltanto seguire te, maestro.» Scomparve per anni. Di lui giungevano rare notizie. Si diceva che peregrinasse insieme alla tribù del Living con il compito di gestire le sostanze, visto che aveva una laurea in medicina.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156

Le figurine di Radiospazio. Il bambino

Quando all’adulto venne mostrato il bambino attraverso la vetrata divisoria, non vide un neonato ma un uomo fatto (solo in fotografia aveva il solito viso da lattante). Gli piacque subito che fosse una bambina; in caso contrario la gioia sarebbe stata comunque la stessa. Dietro alla vetrata gli venne messa davanti non una «figlia», o magari un «discendente», ma un bambino. Di per sé il fatto «bambino», senz’altri attributi, emanava serenità e si trasfuse come qualcosa di furtivo nell’adulto al di qua della vetrata, unendo quei due, una volta per sempre, in una sorta di cospirazione. Non era solo responsabilità quel che l’uomo sentì vedendo il bambino, ma anche voglia di proteggere, e fierezza: la sensazione di star ben piantati per terra e di essere diventati d’un tratto forti.